n. 1 - skeda Metropolitana, 30 marzo 2025

DIALOGO FRA UN CLASSICISTA E UN ARTISTA DI ARTE CONTEMPORANEA

Giacomo Grassi – Ignazio Fresu

 

 Giacomo Grassi: Per gli antichi la funzione primaria dell’arte era dilettare, cioè recare piacere. Certo non era solo questo, serviva anche a stimolare il pensiero come ci assicura Aristotele, ma prendeva sempre le mosse dal diletto che si poteva provare davanti a una bella immagine o una bella musica.











Oggi invece pare che l’arte non miri più a creare diletto ma solo a stimolare il pensiero. Ci vuole indurre a pensieri che non avemmo pensato o a guardare oggetti secondo ottiche o prospettive nuove. Se così fosse sarebbe comunque una nobile funzione,  ma potrebbe trattarsi soprattutto di un sofisticato strumento filosofico o psicanalitico. Sta diventando questo l’arte?

 

Ignazio Fresu: La domanda è complessa ed è causa di antiche dispute. Queste sono legate al fatto che l'arte nei millenni ha subito notevoli modificazioni non solo estetiche e di contenuto, ma anche in relazione alla sua funzione. Per quanto riguarda l'arte moderna che possiamo far partire già con Goya, Manet e il primo impressionismo, nonché con la nascita della fotografia per cui la pittura perde la prerogativa di rappresentazione e raffigurazione della natura che Platone denigrava in quanto imitazione, copia di una copia a seguito di una convinzione legata alla figurazione “realistica”, ma che Aristotele, come citi, ridefinisce. 

L'arte nei secoli è mutata avendo avuto funzioni differenti e assumendo di volta in volta come valore preponderante quello celebrativo, di rappresentazione del potere, piuttosto che del sacro e religioso, passando da una rappresentazione simbolica e spiritualistica del Medioevo ad una sempre più realistica accrescendo nei secoli successivi la sua capacità  narrativa raccontando gli avvenimenti della Bibbia a eccezione che per le religioni protestanti, ebraiche e mussulmane che ne vietavano la rappresentazione.












Tutto questo fino alla seconda metà dell'ottocento che con la nascita della fotografia insieme al pensiero hegeliano, hanno fatto sì che gli artisti ponessero maggiore interesse al contenuto concettuale rispetto alla rappresentazione realistica delle immagini.

Con gli impressionisti l'attenzione fu incentrata sugli aspetti fisico-ottici della percezione piuttosto che alla rappresentazione fedele e convenzionale. Ma già nel romanticismo, che pur tuttavia conservava gli stilemi classici della rappresentazione realistica, l'aspetto emotivo e del sublime prendono il sopravento e, in un certo senso, sono presenti ancora oggi.












La dissoluzione dell'immagine come rappresentazione avviene col post-impressionismo sul finire dell'ottocento, ma con le avanguardie artistiche del primo Novecento con l'espressionismo, cubismo, futurismo, astrattismo, dadaismo, eccetera, il dissolvimento dell'immagine nella sua forma tradizionale attraverso quel compiacimento che io chiamo “estetico retinico” dell'immagine di per sé, è decisiva. L'arte visiva è centrata sugli aspetti del pensiero, del concetto in essa presente. Nel 1835, Hegel nelle “Lezioni di Estetica”, formula il concetto di Morte dell’Arte. 

In un periodo di diffusione dell’arte romantica moderno-contemporanea, afferma  “L’arte, in conformità alla sua più alta determinazione, è e rimane qualcosa di passato”.












Ma cosa si intende per morte dell'arte? La non autonomia del momento estetico. Ovvero, che è morta l'arte intesa come puro fenomeno estetico o estetizzante, autonoma rispetto alla filosofia: l'arte del XX secolo in questo senso è espressione della morte dell'arte. In effetti, è una caratteristica propria dell’arte contemporanea il fatto di riflettere sulla propria morte. Questo lo vediamo nel suo carattere di ricerca, nel suo fare affidamento su altre discipline, nella non distinzione delle forme. Ovviamente, non si parla di morte nel senso letterale del termine, piuttosto di un adattamento alla contemporaneità. L’arte è lo specchio della società, quindi non può fare altro che interpretarla nella forma e nei contenuti: se le forme sono imperfette, indistinte e confuse, è perché tale è il contesto in cui nasce.


Giacomo Grassi: Uno degli aspetti dell’arte più criticato dal pubblico profano è la sua (vera o presunta) arbitrarietà. Ci viene presentato un oggetto che ci viene fatto passare come arte, per esempio una bottiglia cui viene attribuito un senso profondo e inaspettato.











Ma ci viene da pensare: se anziché una bottiglia ci avessero presentato un bricco o un termos o un fiasco, non se me poteva ricavare un senso altrettanto profondo? Vediamo uno spruzzo di vernice sul margine sinistro di una tela, e ci dicono che è un’opera d’arte. Poi vediamo uno spruzzo sul margine destro della tela, e ci dicono che questa non è arte. Ci viene da pensare… perché a sinistra sì e a destra no?




 
















Ignazio Fresu: Le intenzionalità dell'artista, non essendo più strettamente legate a ciò che io chiamo “estetico-retinico” da parte del fruitore necessita, dopo Hegel, d'essere accompagnata da un pensiero per essere interamente compresa o, quanto meno, “giustificata”. Inoltre, essendo in definitiva cambiato sostanzialmente il linguaggio, così come accade per tutte le lingue, se non se ne conoscono i vocaboli, la sua forma, le regole, la grammatica, la sintassi e la semantica  non potrà essere compresa appieno.

L'immagine della bottiglia o del fiasco che tu proponi non si esaurisce con una visione estemporanea e frettolosa;  è già presente nella pittura fiamminga post-riformista del 1500 ripresa poi nel nostro Seicento e in particolare nei Paesi del Nord Europa dove l'arte non poteva più esprimersi attraverso il Sacro e dove la natura morta assume un significato ben differente da quello decorativo dei mosaici e degli encausti dell'antica Roma esprimendo una profonda riflessione legata alla vanitas, alla vacuità dell'essere, alla “brevità della vita” tra epicureismo e stoicismo. Le stesse ragioni  valgono per la pennellata a sinistra o a destra: questa cambia di significato a seconda dei contenuti che l'artista ci mette dentro. Ho già accennato a Hegel ed alla incontrovertibile necessità di dare un senso al proprio lavoro artistico attraverso il suo significato contenutistico che oggi chiamiamo col termine “concept” e con il quale si intende lo sviluppo dell'idea alla base di un progetto. Solitamente il concept viene sviluppato attraverso una serie di parole e frasi che spiegano il messaggio che si vuole trasmettere. Questo naturalmente nulla toglie all'ermeneutica del fruitore che potrà interpretare liberamente l'opera pur permanendo il discorso legato al linguaggio che riguarda l'arte visiva e vale per l'arte tutta: per la musica come per la poesia, per la letteratura come per tutto ciò che viene scritto, recitato o interpretato avendo una valenza identica a quella che ho espresso. La musica contemporanea, infatti, è molto molto più complessa e incomprensibile a un ascolto superficiale rispetto alla musica popolare, commerciale o del passato.



















La musica popolare fa riferimento ad un mondo precedente a sistemi ben “digeriti” dal grande pubblico e per analogia, alla produzione pittorica dei “fondi oro” coevi al Rinascimento o alla pittura francese dei “Pompier” di derivazione accademica apparsa a metà del'800, di nessun valore artistico ma gradita e apprezzata dal potere politico, dalla critica e dal grande pubblico, coeva all'impressionismo, così come accade per l'arte dei nostri giorni fintanto che non ne se ne comprenderà il linguaggio.

 

Giacomo Grassi: Date alcune opere d’arte distribuite su uno spazio, mescolate con altre opere non di arte, c’è davvero qualcuno capace di distinguere quali sono gli oggetti artistici? Una cameriera tolse da una lastra di rame della cera che per lei era solo sporcizia. Invece era un’opera d’arte. Il padrone le fece causa, ma il tribunale diede ragione alla cameriera.

 
















Ignazio Fresu: Incidenti di questo genere sono sempre accaduti e nulla tolgono al valore originario dell'opera. Alla Biennale di Venezia del 1968, per esempio, era esposta una famosa "porta" di Marcel Duchamp (che si apriva e chiudeva contemporaneamente): un imbianchino, vedendola scrostata, pensò di darle una mano di vernice fresca, alterando completamente il senso dell'opera. Una cosa simile a quella accaduta tempo dopo, negli anni '80, quando il personale di pulizia del Museo di Leverkusen, in Germania, pulì per sbaglio una vasca da bagno "sporca" del famoso artista Joseph Beuys. Nel 2001, è stata invece buttata via un'installazione del celebre artista Damien Hirst esposta alla Eyestorm Gallery di Londra, perché scambiata per immondizia: era composta da bottiglie di birra, tazzine da caffè e posaceneri pieni. Anch'io sono incorso in incidenti simili: al termine della Biennale di Venezia del 2007, per errore dopo il disallestimento, la mia installazione, che potremmo dire non a caso aveva proprio per titolo “Nulla perdura se non il mutamento”, venne smaltita come rifiuto ingombrante.

















La storia dell'arte del passato è stracolma di questi episodi: nel 1625 la parete del refettorio del convento di S. Maria delle Grazie dove Leonardo da Vinci dipinse il Cenacolo venne aperta una porta demolendo il muro al centro dell'opera per far giungere dalle cucine le vivande ancora calde e nel 1652 la porta venne ulteriormente allargata distruggendo la zona del dipinto con le gambe di Cristo e causando dissesti alla struttura muraria. In seguito fu orribilmente restaurata e come per tutti i restauri del passato si trattò piuttosto di un'arbitraria ripittura. Il grande dipinto de “La Ronda di notte” di Rembrandt fu ampiamente ritagliata ai lati nel 1715 per inserirla tra due porte del municipio di Amsterdam. Per non parlare della quasi totale cancellazione a base di calce viva dei vivacissimi affreschi romanici di cui non sono rimaste più tracce se non a seguito della causale recente scoperta nelle fondazioni della cattedrale di Siena o la scomparsa della vivace colorazione della statuaria e dei templi dell'antica Grecia che condussero nel passato ad errate interpretazioni sia dell'arte romanica che di quella greca. Purtroppo l'ignoranza genera ignoranza e non se ne può di certo dar colpa all'opera.

 

Giacomo Grassi: L’arte deve suscitare solo pensieri o anche emozioni? E quali potrebbero essere le caratteristiche di una emozione artistica? L’arte delle origini, quella delle caverne dipinte, per quanto ne possiamo sapere aveva una funzione magico-rituale, propiziatoria o esorcistica. Le immagini evocate, per esempio cervi o cinghiali, probabilmente suscitavano forti emozioni perché evocavano in modo immediato tutto un mondo di esperienze estremamente coinvolgenti, intorno a cui si rassodava la stessa personalità dello spettatore. Potrebbe l’arte mirare a ottenere un effetto in qualche modo simile?

 
















Ignazio Fresu: A mio avviso, l'arte è innanzitutto evocazione ed emozione, esse agiscono attraverso meccanismi comunicativi differenti da ogni altro mezzo o medium. Evocazione perché si fa forte della nostra conoscenza, memoria, significati simbolici e semantici. Emozione perché agisce sulla nostra psiche determinando piacere, stupore e interesse destandoci dal torpore dell'indifferenza. Queste conducono ad emozioni sublimate, intellettuali, esperenziali in quanto oggetto prima di percezione e quindi di riflessione, ovvero di quello stimolo intellettuale che consiste nel trovare piacere relazionandoci fino ad interagire nello scoprire e comprendere l'opera. Ad esempio le persone che per prime videro la Cappella degli Scrovegni dipinta da Giotto ebbero un'esperienza olografica dopo secoli in cui la rappresentazione aveva perso ogni materialità.















Con Giotto la rappresentazione aveva ritrovato una corporeità tridimensionale e fu come assistere ad una proiezione cinemascope che emozionava per il fatto che le figure avevano corpo e profondità. Questa emozione aveva un forte contenuto, la forma si fa pensiero, filosofia: l'uomo diventa corpo, qualcosa di tangibile così come avviene con Dante. Oggi noi non potremmo più provare le stesse emozioni dei contemporanei di Giotto, ma possiamo vivere quelle che l'arte contemporanea ci propone.

 

Giacomo Grassi: Vi sono opere d’arte contemporanee che in effetti suscitano suggestioni profonde e un apprezzamento spontaneo e immediato. Opere che ci costringono a sederci e aspettare, a metterci in ascolto in attesa dell’emergere dei significati che creeranno per noi. È questa la vera arte? Si potrebbe chiedere all’arte appunto questo?

 

Ignazio Fresu: Questa è l'arte, è il primo approccio alla comprensione dell'Opera. Lo stupore e l'interesse che essa suscita è il primo passo alla sua comprensione. L'opera deve essere capace di possedere questi requisiti che sono il prologo di ogni suo contenuto. Il fruitore dev'essere a sua volta capace di coglierlo e torniamo alla solita storia: di una poesia in cinese potremmo apprezzarne la sonorità, le immagini degli ideogrammi senza però comprenderne assolutamente il contenuto se non si conosce il cinese. La stessa cosa avviene con l'arte visiva per chi guarda ma non vede e resta a quel primo approccio senza andare a fondo a comprendere.











                






La scena centrale di uno dei massimi capolavori dell'arte: la creazione di Adamo del Giudizio universale di Michelangelo nella Cappella Sistina è stata solo recentemente svelata nonostante fosse sempre stata sotto i nostri occhi: l'attenzione di tutti era concentrata nell'eretica rappresentazione del gesto di Dio che infonde lo spirito sfiorando con l'indice della sua mano quello di Adamo. Solo nel 1989 con enorme sorpresa è stato infatti constatato che il gruppo di angeli attornianti la figura di Dio crea una sagoma incredibilmente simile all’immagine di una sezione sagittale del cervello. Questa importante rivelazione ci offre dopo molti secoli una nuova chiave d'interpretazione: è riconosciuto l’interesse di Michelangelo per l’anatomia, ma a quella rappresentazione contribuiscono, con tutta probabilità, anche le concezioni neoplatoniche che proclamavano l’unità dell’Uomo con Dio, attraverso un’ascesi di cui un gradino è l’intelletto.  Quindi anche solo guardare mediante un'analisi più approfondita l'aspetto visivo di un'opera può servire a scoprirne i contenuti.

 

Giacomo Grassi: Non si può dire che tutte le arti siano in crisi.  Ma fioriscono soprattutto quelle che hanno un forte impatto sul pubblico. In primo luogo l’architettura coi suoi grattacieli mozzafiato di cui si fregiano i potenti. Ma anche canzoni, cinema, cartoni, persino videogiochi… Quelle arti invece che paiono supporre un intimo dialogo personale fra l’artista e la sua opera, quelle paiono vivere uno stato di salute assai più problematico. Sei d’accordo? E come lo spieghi?

 

Ignazio Fresu: Sono molto d'accordo. Qui si entra nel personale, io ho fatto la sezione di pittura dell'Accademia di Belle Arti, però già da allora il mio lavoro artistico si realizzava per mezzo di installazioni. Le installazioni ambientali hanno per molti versi un rapporto diretto proprio con l'architettura, creano degli spazi o li modificano. Spazi in cui le persone possano entrare e rapportarsi.

Non faccio pittura perché a mio avviso, oggigiorno siamo fin troppo sommersi dalle immagini che inondano ogni luogo attraverso la fotografia, la pubblicità, la cartellonistica, la televisione, i computer, gli smartphone e tutti i media, producendo quella che io chiamo “anestetismo”, ovvero una vera e propria anestesia estetica. Un tempo la fruizione alle immagini era, come nel significato etimologico della parola: godimento, ed era circoscritta ad un evento particolare e ricercato. Per vedere delle immagini era necessario entrare in una chiesa oppure in una galleria o in un museo. Oggi siamo subissati e accecati dall'eccesso di immagini e di colore. A me interessa far diventare il fruitore protagonista, quindi permettergli di entrare in uno spazio, percorrerlo, viverlo, in una parola: abitarlo.

La pittura contemporanea, che di per sé può essere piacevole, bella, soprattutto più immediata, la trovo scontata oltre che vederla diventare oggetto di facile mercificazione; cosa che aborro quando ne diventa il fine. Mi ricorda la pittura dei “fondi oro” coeva alla pittura del Rinascimento. Qualcosa che nel mondo di oggi ritengo sorpassata, incapace di scuotere gli animi finendo per essere consolatoria o di assumere forme medicali di arteterapia soprattutto per chi la produce. Ingannando però così il rapporto tra artista e fruitore per diventare una cosa individuale, onanistica per colui che la realizza.
Attraverso le installazioni ambientali, invece, si crea un rapporto privilegiato di comunicazione in cui l'opera coinvolge il fruitore al punto da non essere più solo fruitore, ma il vero protagonista dell'opera.

 

Giacomo Grassi: Dopo avere parlato dell’arte in generale parliamo un po’ della tua arte, che senza dubbio è suggestiva e ha come dei richiami metafisici, addirittura magici… A volte si fonda sulla suggestione della ripetitività, e schiera oggetti quasi tutti uguali, quasi in attesa di un messaggio che abbia la pazienza delle statue… Ma soprattutto a volte la tua arte sembra come pietrificata. Oggetti morbidi come coperte o lenzuoli compaiono irrigiditi, e spesso vi domina il colore bianco, o biancastro o pallido, a volte quasi un po’  polveroso, o calcinante, come se avesse incontrato gli occhi di Medusa… Puoi dirci qualcosa sul significato della tua arte?

 
















Ignazio Fresu: Questa domanda abbraccia tutto il mio lavoro e richiederebbe molto tempo per parlare di ogni aspetto. Partiamo dalla fine così mi ricollego alle risposte precedenti. Perché questo grigio pallido tipo color pietra o cemento? Proprio per contrastare quell'eccesso di colore che ci circonda e annebbia la mente. Lo stesso vale per la ruggine che però rappresenta la materia che si decompone e trasforma perdendo la stabilità formale dell'opera. A questo fine le mie installazioni giocano di continuo sulla percezione della reale consistenza delle strutture che realizzo rendendo così il senso della caducità delle cose che evidenzio con la “pietrificazione” o la “rugginificazione” che, come la sartriana Medusa, noi tutti operiamo dando significato diverso alle cose e alle persone. Il fatto che i miei lavori siano monocromi serve ad enfatizzare la loro volumetria, mentre se fossero colorati se ne perderebbe la tridimensionalità in relazione allo spazio e tutto finirebbe nel pastrocchio coloristico che subiamo. Inoltre la pietra, il ferro appaiono come molto pesanti e l'apparenza è uno degli aspetti che esploro con più attenzione. Viviamo in un mondo di apparenze, in realtà il nostro mondo visibile è quasi interamente vuoto. La materia è praticamente vuota ma ci appare stabile, solida e rigida, la fisica, la meccanica quantistica e l'astrofisica ci dicono un'altra cosa. Nel far apparire pesanti cose che in realtà sono leggerissime pongo una riflessione filosofica sull'eterno inganno che contrasta con la nostra esperienza quotidiana. Per quanto riguarda invece, la prima parte della domanda sulla ripetitività modulare di molte delle mie installazioni è presente il concetto di “quantum” di Hegel oltre alla mia personale interpretazione sul declino dell’aura e la perdita di ovvietà dell’arte che ritroviamo in Walter Benjamin e Theodor Adorno.

 

Giacomo Grassi: Ogni vero artista è un esploratore dell’interiorità, un viaggiatore delle profondità psichiche. Come tale a volte si presenta un po’ esoterico, un po’  vate, un po’  sciamano… Agli sciamani spesso si richiedono dei messaggi… Tu te la senti di inviare un messaggio al pubblico, e specialmente ai giovani?

 

Ignazio Fresu: Il messaggio è contenuto nel mio lavoro. Se sapessi scrivere, probabilmente scriverei invece che realizzare delle opere e questo vale per ogni altro genere di espressione e disciplina artistica. Dovendomi rivolgere ad un giovane sarei molto categorico e gli direi di studiare, studiare tanto. Gli consiglierei di conoscere e di interessarsi a tutto ciò che l'arte contemporanea e l'arte del passato gli offre. Ma non solo: sapere di tutto ciò che avviene nel mondo scientifico, politico e geografico. Non ritengo che un artista possa isolarsi. L'artista deve essere a conoscenza di ciò che lo circonda. Deve conoscere tanto la storia del passato quanto l'attualità di ciò che avviene nel suo presente. Deve comprendere ciò che lo circonda perché se ne rimarrà fuori non potrà che esprimere solo se stesso e il suo ego che specchierà unicamente la sua vanità.  



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