n. 1 - skeda Metropolitana, 30 marzo 2025
ARTE COME RICERCA DELLA SOPRAVVIVENZA DELLA SPECIE
Claudio Balducci
n. 1 - skeda Metropolitana, 30 marzo 2025
ARTE COME RICERCA DELLA SOPRAVVIVENZA DELLA SPECIE
Claudio Balducci
La poesia usa le stesse parole della prosa, però è diversa. In che modo?
Le parole sono le stesse, ma spesso un po’ modificate e, soprattutto strutturate in modo diverso da come lo sono nella prosa. Spesso poeti diversi strutturano le parole in modo diverso fra loro. I prosatori strutturano le parole in modo più o meno omogeneo, i poeti in modo non omogeneo.
Generalmente le poesie si cadenzano su una regolarità (anche diversificata) di versi, mentre la prosa segue un itinerario che accompagna la lunghezza delle espressioni frasali sulle necessità di esprimere pensieri compiuti.
Nella poesia tradizionale e in alcune poesie contemporanee una consuetudine era quella della rima. La rima cade/cadeva a fine verso e ripetendo suoni uguali a fine parola dei versi precedenti.
Non la prosa che, invece, segue il pensiero, mentre poesia lo sottomette a due caratteristiche prettamente sonore della parola: il ritmo e il suono (essenzialmente vocalico).
Fondamentalmente la prosa segue l’idea e la poesia cerca di conciliare l’idea con il suono. In effetti suono e idea sono le due componenti della parola, come indicato da Saussure.
Questa duplicità della parola è una caratteristica prettamente umana, non riscontrabile negli animali, e la peculiarità batte sull’idea. Il suono ce l’hanno molti animali, ma l’idea dentro il suono ce l’ha solo la parola.
Perché dunque i poeti curano così tanto l’aspetto sonoro? Ovviamente perché sono vicini all’aspetto pre-umano dell’espressione che è racchiuso appunto nel suono.

La domanda è perché l’uomo ha inserito nel suono l’idea esterna?
Il suono esce dalle viscere dell’uomo, dalla sua interiorità, per questo esprime l’uomo stesso. L’idea invece è una traccia ripresa dall’esterno: l’idea di casa non è dentro l’uomo, ma fuori dell’uomo. Nell’uomo c’è l’idea di casa, ma non la casa. Come ha fatto ad entrarci?
L’idea è entrata nel suono per mezzo dell’uso dello strumento. Il suono esprime il proprio sentire come interiezione. Lo strumento è una protesi mobile: si toglie e si mette, inoltre lo strumento cambia continuamente. Lo strumento altera i rapporti fra gli uomini mentre fra gli animali i rapporti sono determinati dalla natura, fra gli uomini i rapporti naturali vengono continuamente ribaltati dal possesso dello strumento.
Uno scimpanzé sfida un altro scimpanzé per il dominio sul gruppo. I due si guardano ed esprimono la propria forza con esibizioni muscolari e con espressioni vocali. Se le esibizioni non convincono nessuno dei due sul chi sia il più forte, combattono. Il combattimento convince il più debole a dichiararsi tale, ad arrendersi. Il segno di resa fa sì che il più forte lasci libero il più debole perché la natura ha determinato la loro posizione e tale posizione è irribaltabile. Nessuno viene ucciso.
Fra gli uomini non è così, un uomo più forte grida anche in modo forte, ma quando un uomo più debole si impossessa di uno strumento - una clava, un coltello, una pistola - il suo grido diventa più forte di quello del suo rivale che può essere anche più forte ma solo a livello naturale. L’arma dà potenza all’uomo ed entra nella sua espressione vocale potenziandone il grido, lasciando quindi la sua traccia nel suono, la traccia di qualcosa di esterno: essa diventa idea.
Naturalmente ci sono tanti tipi di poeti e di poesie, ma l’origine della struttura poetica che privilegia il suono si spiega solo con questo bisogno di espressione interiore, pre-culturale. Il poeta coniuga la cultura con la primitività. Ciò spiega la peculiarità dell’arte: ogni arte mira all’interiorità trasportando dentro di sé l’idea esterna, ma, appunto, generalmente, in modo subordinato.
Potremmo azzardare l’idea che l’aspirazione profonda dell’arte (classica, ma anche contemporanea) è quella di riscoprire il profondo sentire dell’uomo, in qualche modo di riscoprire ciò che l’idea nella parola ha tolto all’espressione originaria del suono umano e che viene recuperata dalla poesia. In tal senso l’arte tende per sua natura a unire gli uomini in questo anelito alla riscoperta della propria natura originaria e quindi, automaticamente, a contrastare la strumentalità della cultura.

Le arti visive si chiamano anche belle arti. Perché? Per molto tempo le arti hanno ricercato il bello in quanto aspetto che attrae, che suscita un sentire e che suscita un sentire comune.
La bellezza è anche nella guerra?

Naturalmente. L’uomo forte guida il gruppo contro altri gruppi. L’uomo forte è ammirato all’interno del proprio gruppo perché dà garanzie nei confronti di altri gruppi. In tal senso la bellezza non è universale, lo è come universalità che si manifesta nelle divisioni.
Oggi l’umanità si trova all’interno di una duplicità: da una parte ogni gruppo umano - costituito come stato, schieramento, sistema di alleanze - cerca la propria forza e la propria bellezza; dall’altra il genere umano in quanto tale è unificato nel suo insieme: tutti gli uomini conoscono l’esistenza degli altri uomini, tutti gli uomini sono uniti da scambi di idee, di arte, di invenzioni, ogni comunità dipende da tutte le altre.
Nello stesso tempo le potenzialità di potere della forza delle nazioni è diventata talmente grande che minaccia l’esistenza stessa dell’umanità.
I due aspetti si esprimono in atteggiamenti diversi e contrastanti: il nazionalismo e l’universalismo che producono atteggiamenti diversi, arti diverse, prospettive diverse.
D’altra parte il mondo moderno ha creato una grande quantità di nuovi strumenti. Come detto gli strumenti hanno fatto la cultura, hanno creato l’idea e l’hanno inserita nel suono che viene dalle viscere dell’uomo e l’idea – cioè il mondo esterno - è entrata nel cervello dell’uomo. Lo strumento ha ribaltato la natura e i rapporti fra gli uomini e il rapporto dell’uomo con la natura è completamente stravolto.
Per quanto l’arte, di per sé, sia una spinta al ritorno emotivo verso la natura, neanche gli artisti possono ignorare l’evoluzione degli strumenti nel fare arte.
Oggi assistiamo a una continua ricerca di uso dei nuovi strumenti. E anche dei nuovi concetti: la consapevolezza dell’esistenza di un inconscio spinge esperimenti tipo Pollock, cioè esperimenti che cercano di far agire questa presenza della quale prima non sospettavamo l’esistenza.

C’è inoltre un’altra consapevolezza che si manifesta come critica al potere costituito: esiste ormai una critica diffusa al potere, qualunque esso sia (una divisione fra gli uomini), che spinge molti artisti a criticarlo in quanto tale. Ma anche la bellezza, spesso usata come oggetto da sfruttare commercialmente o come mezzo di unificazione umana di dipendenza, diventa spesso denuncia del potere e irrisione della bellezza.
La cultura ha messo in comunicazione popoli diversi. Se prima la pseudo-speciazione era generale e forte, ora è diventata più debole. Prima gli uomini vivevano all’interno della propria tribù, del proprio popolo e il popolo diverso veniva sentito come diverso, come un’altra cosa, un’altra specie.
Oggi l’arte, i film, i romanzi, le altre arti passano da un popolo all’altro. L’umanità di un popolo passa a un altro popolo, tutti i popoli sentono gli altri popoli non come specie diverse, ma come simili.
Questo atteggiamento generalizzato crea difficoltà alla creazione di rivalità verso popoli con cui ragioni di rivalità esistono: conflitto di confini, conflitti commerciali, conflitti di potere. Tutti questi conflitti prima potevano essere sentiti come conflitti verso esseri assai diversi da “noi”. Ora la rivalità si riduce a sé stessa perché il “noi” comprende anche gli altri.
Come contrastare questa resistenza alla rivalità e alla guerra?
Entrando ciecamente nello strumento e accettando la rivalità chiudendosi in sé stessi, una sorta di stupidità funzionale.
Questo bisogno agisce inconsapevolmente e crea la “morale”, l’invenzione del bene e del male. Se gli animali si muovono per istinto – cioè al di là del bene e del male – uccidono per bisogni concreti e limitati, gli uomini costruiscono l’idea di bene e di male e, in quanto idea, si generalizza in modo universale, va oltre la natura e oltre i bisogni contingenti e mira a distruggere il “nemico” oltre ogni limite.
Come si comporta l’arte in questi casi?
La maggior parte dell’arte – non asservita – sta dalla parte delle vittime (vedi Guernica), ma non tutta l’arte. Ci sono stati artisti fascisti e nazisti, certo anche succubi del controllo statale, ma anche convintamente.
Del resto lo strumento e quindi la parola, non è solo l’inserimento dell’idea nella natura del suono, lo strumento è anche un oggetto esterno e tale esternità permane. La parola è fondamentalmente falsa, allontana da sé stessi e dal proprio intimo sentire. La preghiera è una pratica di esercizio che però resta esterna, ripete atteggiamenti che non si possono sentire internamente nella loro ripetitività. Ma esempi ancora più chiari dell’esternità dello strumento li possiamo ricavare nella vita di molti artisti che hanno mostrato una forte empatia verso gli altri attraverso le proprie opere e che poi nella vita si sono rivelati egoisti ed egocentrici, come Verga che ha sempre fatto una vita agiata malgrado abbia descritto empaticamente le persone umili, o come Céline che ha descritto la sofferenza umana, rivelandosi un forte antisemita e collaborazionista durante l’occupazione della Francia.
La sensibilità dentro di noi, pur accogliendo l’esternità dell’idea, quando vince tale esternità, ci spinge all’empatia, ma nasconde un proprio e spesso irriducibile ego interno che si manifesta nella vita reale.
Oggi l’arte non celebra più solo la bellezza, ma anche, il dolore, la bruttezza, la dissacrazione dei musei, lo scandalo.
La battaglia che si esprime nell’arte è la battaglia della specie umana per la propria sopravvivenza in quanto specie, ma anch’essa è appesantita dalla contraddizione interna a ogni uomo, lontano intimamente dalla natura – lontano dall’essere al di là del bene e del male.
Un aspetto ulteriore che vorrei affrontare riguarda il rapporto dell’arte con il pubblico, il suo posizionamento nella società.
Se guardiamo al passato classico, l’arte era essenzialmente al servizio dei potenti, pagata dai potenti, dalle istituzioni religiose, dalle istituzioni civiche.
L’arte la potevamo trovare nei palazzi, nei luoghi pubblici, nei templi, nelle piazze. Il popolo incontrava l’arte nelle città. Nei palazzi la incontravano i signori, i membri delle corti. Nel mondo europeo, nelle piccole repubbliche del medioevo, era la chiesa che favoriva la proliferazione dell’arte o, appunto, i signori e i centri di potere cittadini.
Piano piano l’arte ha cominciato a disperdersi, a ramificarsi, a decentrarsi in piccoli palazzi, ma, soprattutto in un certo numero di musei che prima non esistevano. I musei hanno la funzione di conservare l’arte ma finiscono anche per decontestualizzarla. I musei diventano dei centri sacralizzati senza sacralità dove l’arte non si vive, l’arte non incanta. L’arte viene certificata, sacralizzata sui generi, ma si allontana dal popolo. Il pubblico ci va per informarsi, ma non prova le sensazioni che si provano quando un opera d’arte la si incontra in una piazza e celebra un evento vissuto, sentito, o anche in un palazzo dove ci sono gli spazi per la contemplazione, i momenti per la discussione. L’arte vi è presente come cosa concreta e viva nell’insieme della vita del popolo anche se diviso in strati sociali.

A un certo punto i musei hanno cominciato a essere usati come provocazione, con la “Fontana” (orinatoio) di Duchamp, o la “Comedian” (buccia di banana) di Cattelan, o i tagli sulle tele di Lucio Fontana.
Non si tratta di gesti occasionali, ma di azioni che sfidano l’ordine nel quale è stata rinchiusa l’arte, l’ordine dei musei, appunto – anche se tai esempi non sono partiti dai musei (ci sono entrati successivamente) il loro interlocutore era fin dall’inizio l’uomo musealizzato.
L’arte parla ancora al popolo. Ma si tratta di un messaggio che l’artista lancia e che il popolo non ha modo di ricevere. Lo ricevono gli esperti che lo descrivono e lo decantano, ma non vive fra il popolo.
Naturalmente le cose sono diverse per i diversi tipi di arte:
- la poesia può esser letta dal popolo
- la drammaturgia, la danza, la musica devono essere conosciute nei teatri e, in alcuni casi, nelle piazze, oppure, oggi, molto più diffusamente, attraverso i social media
- la pittura essenzialmente nelle gallerie come primo approccio, ma poi solo privatamente per gli acquirenti che spesso stanno più attenti all’operazione finanziaria che non al valore sociale dell’oggetto acquistato.
Le sculture trovano ancora dei posizionamenti pubblici, ma spesso anch’esse finiscono presso acquirenti che la privatizzano.
Cosa può fare il potere pubblico che voglia dare un ruolo sociale all’arte? Deve farla tornare pubblica, non musealizzata, ma riposizionata nelle piazze o nei palazzi pubblici o, perché no, nelle scuole come nuove istituzioni di massa.
Certo anche i social devono essere usati, devono saper essere usati, in modo che l’arte possa parlare ad ampie fasce della popolazione.
Se si riuscisse in questo intento anche il fare arte troverebbe un’ispirazione nuova, una nuova vita.
