Testo

 
new-ind                                                                                                                      Indice

SKEDA1

 Dialogo redazionale sul tema dello statuto degli artisti, delle istituzioni, della scuola

Ignazio Fresu
GLI ARTISTI VISIVI ITALIANI NON SONO DEI LAVORATORI
Lo Stato Italiano non ha dato seguito, per quanto riguarda gli artisti visivi, alla Risoluzione del Parlamento europeo del 7 giugno 2007 sullo statuto sociale degli artisti al contrario di tutte le altre nazioni della Comunità Europea: 
Il nostro Parlamento la scorsa primavera avrebbe già avuto la possibilità di regolarne la condizione in occasione dell'approvazione della legge di equiparazione degli "artisti di strada" ai loro colleghi dello spettacolo. Il mancato riconoscimento professionale, oltre che riguardare la dignità lavorativa, è determinante nella considerazione degli artisti visivi italiani sul piano economico, giuridico, fiscale, previdenziale e  culturale nel nostro territorio e particolarmente all'estero per cui il loro lavoro è considerato un hobby, bricolage, un passatempo improduttivo. 
Questo si riflette sull'immagine del nostro Paese che vanta d'essere il più ricco sul piano culturale. Esempio eclatante è stata ultima edizione di Documenta di Kassel, la quinquennale esposizione internazionale più importante al mondo, dove, per la prima volta, è stato invitato un solo artista italiano. 
Alcune raccomandazioni contenute nella Convenzione del Consiglio d'Europa sul valore del patrimonio culturale della società del 2005 e nella Risoluzione del Parlamento Europeo del 7 giugno 2007 sullo statuto sociale degli artisti (2006/2246(INI)) , tuttora disattese solo in Italia, sono: 

sviluppare o applicare un quadro giuridico e istituzionale al fine di sostenere la creazione artistica mediante l’adozione o l’attuazione di una serie di misure coerenti e globali che riguardino la situazione contrattuale, la sicurezza sociale, l’assicurazione malattia, la tassazione diretta e indiretta e la conformità alle norme europee; 

sviluppare la definizione di contratti di formazione o di qualificazione nelle professioni artistiche; 

agevolare il riconoscimento dell’esperienza professionale degli artisti.


Mario Bettocchi 
Il Museo della Storia della Scienza di Firenze è stata la mia più importante "scuola".
Sono a favore dei diritti quando conseguenza di doveri. 
A favore delle società di mutuo soccorso, contrario alle corporazioni che chiedono privilegi.
Così è (se vi pare)





Claudio Balducci
vi mando il link aldocumento europeo:

 http://www.skeda.info/skn/UE_-_artisti.html

Una brevissima osservazione sul documento europeo e l'intervento di Ignazio. 
Il documento segnala l'importanza dell'arte (anche se mette particolarmente l'accento sull'arte dello spettacolo) per l'integrazione europea e in generale e per il farsi delle comunità. Cioè considera l'arte elemento essenziale del farsi delle comunità e per questo elemento di integrazione. 
Che l'Italia non abbia ancora sentito la necessità (unica fra le nazioni europee) di accogliere la raccomandazione dell'Unione è davvero incomprensibile ed elemento estremamente preoccupante. 
Ho molta fiducia negli artisti e anche nelle capacità del popolo italiano di rendersi conto di questa necessità, per questo ho fiducia che ci arriveremo.

Ma c'è un altro elemento che mi sembra particolarmente interessante. Ieri si è celebrato il Primo Maggio. Fra gli interventi dei sindacalisti c'era quello della considerazione di come il mondo del lavoro sia grandemente cambiato e continui ad esserlo. Due aspetti sono particolarmente importanti:

1. il fatto che la parte del reddito nazionale costituita dal fattore lavoro sia passata dal circa l'85 per cento a 20 punti percentuali in meno.
2. il fatto che il lavoro dipendente si stia sempre più precarizzando.

Questi due aspetti sono congiunti e si stanno generalizzando a livello globale. Difficile intervenire con strumenti tradizionali: lotte sindacali, richiamo a interventi governativi a livello ridistribuivo, eccetera.
Non che non debbano esser fatti ma le possibilità di ottenere risultati soddisfacenti con questi strumenti sono molto ridotte.

Cosa vuol dire tutto ciò?

Semplicemente che la condizione precaria e saltuaria tipica del lavoro dell'artista, condizione che il documento UE mette in risalto e alla quale cerca di porre rimedio, sembra generalizzarsi a tutto il mondo del lavoro: non nella misura del lavoro dell'artista, ma comunque tale che la forbice si sta restringendo.

Quindi?

La lotta a livello italiano per accomunarci all'Europa e per portare avanti a livello europeo una battaglia generale per i lavoratori del campo artistico diventa alla fine una battaglia da allargare al campo del lavoro.

Un piccolo cenno ulteriore: la precarizzazione riduce le sicurezze e vanifica la continuità del lavoro e del futuro. Forse bisognerà pensare a qualcosa non più legato al lavoro a tempo indeterminato, sempre più raro, ma a qualcosa  che sappia cumulare i lavori parcellizzati e a tempo determinato in una continuità legata alla persona.


Ignazio Fresu
Lo Stato deve garantire agli artisti visivi gli stessi diritti che attua per altre categorie come ad esempio per gli artisti dello spettacolo.  L'italia si differenzia in questa sperequazione dagli altri Paesi della Comunità Europea e spero che in futuro la Commissione Europea avvii un procedimento d'infrazione contro l'Italia che non attua la legislazione dell'UE. E forse solo in quel momento si deciderà a legiferare!


Maresco Bartoletti
E` certo che il futuro ci riserverà delle novità nell' organizzazione  del lavoro che oggi non possiamo nemmeno immaginare,  quindi non sappiamo che cosa ci aspetta, io guardo l'oggi.
Non aspettiamoci che lo stato obblighi l'artista a versarsi i contributi,  sua sponte,  gia mi pare assai pagare sulle eventuali fatture (gli artisti di strada non fanno fatture): non si può trovare un indice per calcolare una qualche contribuzione. 
Sarei curioso  di sapere come fanno gli altri paesi europei.
E` sbagliato, penso io,  che ci siano tanti tipi di regolamentazione del lavoro oggi; occorre vedere come in futuro si riuscirà a superare tutto questo.



Giacomo Grassi 
Il problema del lavoro è difficilissimo risolverlo. Nel secolo XIX c'era un confronto muscolare fra due potenze, capitale e lavoro, oggi il confronto è fra una potenza è una debolezza.


Claudio
Faccio un piccolo accenno all'intervento personale di Mario.
Il Museo della Storia e della Scienza non è un museo artistico. Personalmente ridurrei il ruolo dei musei artistici, non eliminarli, ma periferizzarli: attualmente sono diventati il riferimento dell'arte e in quanto tali si pongono in una condizione di sacralità come succede per tutte le cose che non entrano nell'agone diretto con la realtà. Ciò snatura l'arte perché la decontestualizza e spinge gli artisti non a pensare 'pubblicamente', ma a pensare provocatoriamente 'contro' i musei perché, consciamente o inconsciamente privano gli artisti della loro funzione essenzialmente pubblica.
E' la stessa cosa per il Museo della Storia e della Scienza? Ovviamente no, la funzione di questo tipo di musei è educativa e enciclopedistica, anche dimostrativa perché mostra e dimostra cose che non sono reperibili normalmente. In tal senso questi musei sono molto simili a una scuola.
Tuttavia anche la scuola è decontestualizzante, artificiosa e spesso anche snaturante soprattutto e quasi per paradosso, ancor di più i licei e ancor di più i licei classici (ma aspetto una critica per articolare il discorso).
Le scuole, a differenza dei musei, però mettono insieme persone e al centro gli allievi, cioè i giovani che devono imparare. Sono l'organizzazione dell'insegnamento a una categoria di persone che, per principio deve essere separata dal momento produttivo diretto.
Altro argomento di Mario: a favore dei diritti quando conseguenza dei doveri.
Vero. 
Relativamente. 
Ci sono persone che escono fuori dalla sfera dei doveri. I doveri sono obblighi generali verso la società, ma i bambini appena nati non possono neanche prenderli in considerazione. E neanche i vecchi, gli infermi, i malati. 
Ci sono quindi dei diritti che prescindono dai doveri, sono i diritti che spettano per la semplice ragione di essere venuti al mondo. 
La dipendenza immediata doveri --->diritti ha quindi delle mediazioni e queste possono essere collegate solo a livello sociale e non diretto. Si tratta di un compito dellasocietà.

Mi piace qui fare un piccolo accenno alla teoria del Keynes:i proprietari di un'azienda si trovano fra due fuochi: da una parte hanno il confronto con la forza-lavoro, dall'altra hanno i propri concorrenti.

Maresco Bartoletti
I licei classici  sembrano luoghi di cultura esclusiva,  ma, non mi pare facciano solo cultura estraniata dalla realtà: le materie umanistiche educano lo studente ad un approccio più empatico verso i propri simili, ad una societa` piu` attenta all' uomo come essere umano; non come manovalanza da usare solo per produrre ricchezza .

Claudio
Se i proprietari guardano i propri concorrenti sono tentati di limitare al minimo il corrispettivo dovuto ai propri lavoratori. 
Se si fanno attrarre troppo da questa considerazione finisce che retribuiscono al minimo i lavoratori innescando il circolo vizioso che, dando poco ai lavoratori, causano un abbassamento della domanda, il che porta a crisi di sovrapproduzione, il che porta a licenziamenti, il che porta a ulteriore diminuzione della domanda e quindi a ulteriori licenziamenti e quindi a ulteriore diminuzione ecc. appunto, un circolo vizioso.
In questa situazione Keynes individua - in un momento storico in cui vigeva il "laissez faire, laissez passer, le monde va de lui meme": cioè lo stato stia buono buono, pensa a tutto il mercato - Keynes, dicevo, individua proprio nello STATO il soggetto che può correggere il circolo vizioso e faceva un esempio paradossale: lo stato assuma un gruppo di operai per scavare delle buche e poi un altro gruppo di operai per ricoprirle. 
Sembra un lavoro inutile ma non lo è: spezza il circolo vizioso, dà un salario a due gruppi di operai che ricostituiscono la domanda e iniziano il circolo virtuoso.

Da dove prende lo stato i soldi per fare un processo apparentemente inutile? 
Dalle tasse progressive: si tratta quindi di una redistribuzione.


Ignazio Fresu
Non si tratta di vivere con l'aiuto del governo,  questo  non l'ho mai scritto né detto,  bensì di essere riconosciuti come artisti visivi,  figure che per il governo e per l'Italia tutta non esiste. E di rispettare le direttive Europee che gli altri Paesi hanno da tempo accolto. Questo, oltre a ledere la dignità degli artisti, determina un grave squilibrio nella considerazione che all'estero hanno di noi che si concretizza in un sensibile minor valore economico per gli artisti e per il nostro Paese.
Ma per restare sul tema economico, durante la pandemia tutti i Paesi europei hanno sostenuto gli artisti visivi, la  Germania addirittura con 3000 euro al mese mentre in Italia,  siccome gli artisti visivi non esistono, neanche un pezzo di pane. Inoltre in Germania le mostre a pagamento,  come nel resto di Europa non esistono,  qui sono quasi tutte a pagamento e i pseudo artisti non solo  ci cascano e pagano, ma credono che questa sia la regola. Per fare un parallelo è come se lo Stato non perseguisse i ciarlatani, guaritori e simili e permettesse che questi facciano concorrenza sleale ai medici!

Questo è molto grave e non bisogna adattarsi e credere che vada bene così!  È come se un produtore, ad esempio di un genere alimentare, pagasse  perché il negoziante metta in vendita la sua merce!


Claudio
Chi ha scritto che gli artisti devono vivere con l'aiuto del governo? Forse ti riferisci al mio accenno al Keynes. Ma l'accenno era rivolto al discorso che facevo con Mario,  e riportavo un paradosso dello stesso Keynes per giustificare l'intervento dello stato. Gli artisti devono essere pagati per quello che fanno, principalmente, a mio avviso, dallo stato, non come regalia ma come lavoro fatto per la comunità, perché l'arte è un lavoro essenzialmente rivolto alla comunità, come del resto il documento UE esplicita molto bene.

Per quanto riguarda il ruolo dei licei classici essi vivono in modo eccessivo l'impronta data al sistema scolastico italiano dalla riforma Gentile. Mussolini stesso volle Gentile al governo, ma sempre Mussolini stesso, lo volle allontanare perché era una riforma classista sì, ma sostanzialmente immobilista. 
Purtroppo vive ancora nella testa di troppi insegnanti, ma amio avviso, è fuori del mondo e crea un'immagine della scuola sovrapposta al mondo e disfunzionale alla realtà. Le materie umanistiche da sole, quando sono recluse in un'isola elitaria, non creano empatia, ma, appunto, elitismo, cioè separazione mentale dagli altri uomini.


Maresco Bartoletti
io volevo fare un confronto fra le scuole ad indirizzo tecnico e i licei classici:  io stesso ai miei tempi ho scelto un istituto tecnico per poter guadagnare qualcosa il prima possibile...


Claudio
Certo, ma a volte i tecnici mettono in un contatto migliore con la realtà che non i classici.
Ma soprattutto è l'intera struttura svolastica italiana, essenzialmente classista che allontana dalla realtà


Giacomo Grassi
Ma perché una visione classista dovrebbe allontanare dalla realtà?


Claudio 
Perché crea punti di vista falsati da una immagine della realtà e non dal contatto con essa
L'obiezione è che ogni contatto con la realtà è tramite un'immagine di essa. Tuttavia ...


Giacomo Grassi
Ma perché necessariamente falsata? Tutte le grandi civiltà hanno avuto delle solide élites, nell'impero romano come in quello britannico, non mi pare che abbiano perso il contatto con la realtà. Al contrario ne hanno avuta una visione più ampia.

Mario
Perché, anche se non necessariamente, le classi più alte frequentavano meno il laboratori, così come le classi più basse hanno difficoltà di astrazione.
In sintesi la realtà non è divisa in facoltà (A.E.).
Per questo i campus sono ambienti  vincenti in quanto multidisciplinari "spontaneamente".
Inoltre spesso le innovazioni, di ogni genere, nascono in aree intermedie per trasfusione di concetti.


Giacomo Grassi
Le élites non frequentavano i laboratori ma la loro visione del mondo era meno rigida, meno legata a pregiudizi e superstizioni, più aperta non solo all'astrazione ma alla sperimentazione, al confronto, alla sintesi.
Voglio dire che se le scuole classiche davvero servissero a formare delle élites efficaci il loro ruolo sarebbe tutt'altro che spregevole.
Anzi la mia impressione (e sia chiaro che non lo dico con compiacimento) è che le élites conteranno sempre di più e saranno sempre più necessarie. Già oggi il fenomeno è in fase avanzata.
Il cosiddetto allargarsi della forbice sociale e salariale è lo specchio, sia pure sgradevole è drammatico, di questa tendenza. Non è frutto di scelte immorali ma di logiche pragmatiche.


Mario
I paesi che emergono sono quelli che dispongono di più persone pensanti (le democrazie). Da studente lavoratore  ricordo bene l'espressione  manzoniana: "vile meccanico" usata in senso offensivo. 
Certo che le persone che pensano sono una minoranza, ma non credo nelle élites chiuse e autoreferenziali. 
Ma mi sottraggo a discussioni già fatte.



Giacomo Grassi
Vero. Democrazie e numero di persone pensanti. Ma questo non è per nulla in contrasto con l'esistenza delle élites.
Come non è affatto detto che le élites debbano essere chiuse e autoreferenziali. Anzi le grandi élites della storia non lo erano affatto. Diventavano così le élites in decadenza.
L'espressione manzoniana "vile meccanico" si riferisce appunto a una nobiltà in declino.


Claudio
la scuola  italiana ha un sistema particolare di ideologia che risente della sua origine gentiliano-fascista e che ha pervaso la mentalità sociale tanto esser percepita come ovvia e naturale.
Si parla di élite e di liceo classico come se fossero la stessa cosa. Ovviamente non è così. Tanto per cominciare la scuola italiana a livello internazionale non ha mai avuto risultati soddisfacenti. Mentre li ha la scuola finlandese, per esempio che, se si vuole è il contraltare di quella italiana.
Parlare di élite poi ci spingerebbe a verificare fra le élite mondiali il rapporto che c’è con lo studio. Potremmo vedere che non c’è una relazione diretta. In Italia, Montale, Dario Fo, Benigni, Piero Angela non hanno avuto particolare familiarità con il successo scolastico o con il liceo, anche se Benigni per esempio, con l’avanzare dell’età si è spinto a scimmiottare un sapere umanistico che gli appartiene poco perché ormai anche lui, vinto dal pensiero unico scolastico italiano.

Ma anche all’estero, Steve Jobs  o Bill Gates non hanno raggiunto gli studi superiori. Steve Jobs era un ottimo calligrafo e questo lo ha portato a inventare i tipi calligrafici nel computer, cosa che tra l’altro ha provocato (mia ipotesi) l’abbandono generalizzato dello studio ed esercizio della calligrafia nelle scuole.

La scuola italiana non è fra le prime classificate ma è fra le più stressanti al mondo. Se uniamo l’eccellenza nello stress e la non eccellenza nella riuscita forse dovremmo farci qualche domanda e magari sentire ridicola la proposta di far diventare il liceo classico italiano patrimonio dell’umanità, cosa avvenuta realmente.

Le scuole sono necessarie, almeno fino a un certo punto: gli uomini nascono inadatti a vivere nel mondo della natura e devono continuamente progredire nella conoscenza e quindi devono continuamente trasmettere ai figli conoscenze sempre nuove, ma, per esempio, i mezzi tecnologici oggi hanno talmente spostato le tecniche tradizionali che è impossibile non ci siano ripercussioni sul vecchio sistema.
Comunque anche se le scuole dovessero continuare - in forme necessariamente nuove - a vivere, ritengo ingenuo ritenere che le élite, quelle che sanno affrontare il nuovo che il mondo ci pone come sfida, possano essere inventate con una formula scolastica. La formula scolastica costituisce un sottofondo, una base, non necessariamente determinante anche se necessaria, per superare le sfide che la storia ci pone.
La scuola è decontestualizzata rispetto alla vita sociale, necessariamente decontestualizzata, per cui non può essere l’elemento decisivo della formazione delle élite - per questo dicevo che il liceo classico è fra i modelli quello più estraneo ad entrare nell’agone sociale e non perché non esistano le élite ma perché non è lì che si formano. O meglio nel classico si forma un particolare tipo di élite, quello che si crea artificialmente attorno a una ideologia che vive di sé stessa e che diventa sociale ma non trainante.

Da una parte comunque mi va anche bene che si stia sviluppando questo argomento visto che coglie una singolarità italiana difficile da scalfire. Tuttavia mi piacerebbe anche riprendere il discorso sull’importanza di una battaglia per il riconoscimento della figura dell’artista in un paese, l’Italia, che anche qui si distingue per essere l’unico in Europa a non aver colto l’importanza della raccomandazione dell’Unione. 
E mi piacerebbe anche discutere il parallelo fra il divenire delle condizioni generali dei lavoratori, che si fanno necessariamente più precarie, finendo per accomunare la lotta degli artisti con la lotta dei lavoratori in genere.


Giacomo Grassi
La cosa ovviamente andrebbe verificata sul piano statistico, ma io ho l'impressione che la maggior parte della cosiddetta élite abbia alle spalle studi classici.
 Tuttavia non è questo il punto principale di quanto ho scritto. Tanto è vero che più sopra ho scritto: "se le scuole classiche DAVVERO servissero a formare delle élites..." esprimendo quindi un dubbio in proposito. Se sono intervenuto non è a difesa delle scuole classiche ma del principio elitario. Cioè non sono d'accordo sul principio secondo cui voler creare una élite sarebbe un fatto negativo. So bene che don Milani non era d'accordo con quanto affermo, ma don Milani a mio parere deve essere contestualizzato, senza di che le sue tesi, per esempio l'invito alla eliminazione delle parole "difficili", cioè della ricchezza della lingua, suonerebbero assurde.


Claudio
Mi era sfuggito il passaggio che hai riportato. Va bene, tuttavia ho molti dubbi proprio in merito al voler creare delle élite. Gli uomini ci hanno provato continuamente, e ci stanno provando, quindi, in certo senso, è un invito inutile. Tutte le dinastie monarchiche non hanno fatto altro che provarci, con vari allevamenti dei propri 'delfini'. La forza del potere regale regge sempre per un po' ma l'imprevedibilità della natura e l'isolamento nel quale l' "allevamento" avviene è sempre stata travolta dall'imprevedibilità della storia, in definitiva dall'imprevedibilità della natura. Se vogliamo, l'istituzione stessa della famiglia persegue gli stessi fini e sappiamo tutti quanto i fini perseguiti siano difficili e incerti. La natura fa il suo corso a dispetto della risolutezza con la quale cerchiamo di garantire una prevedibilità.
Non far nulla quindi? 
Anche questo è impossibile, non ci riusciremo. Ma preferisco non trarre indicazioni dal rapporto fra noi e la natura, personalmente faccio ciò che come uomo non posso non fare, senza aspettarmi certezze



Giacomo Grassi
Hai perfettamente ragione se per élite intendi una casta chiusa e arrogante, tanto più se il potere si tramanda in famiglia. Io parlo invece delle élites selezionate in base alla capacità. Il che non di rado significa appunto potere ereditato in famiglia perché è ovvio che la famiglia elitaria fornisce ai figli molti più stimoli e occasioni. Ma, mi obietti, perché favorire il formarsi di élites visto che di fatto si formano da sole, giusta il principio ferreo enunciato da Pareto? Rispondo: si tratta semplicemente di CHIARIRE e quindi rispettare e non ostacolare il ruolo delle élites, che non è per nulla ovvio ma anzi qui in Italia viene spesso contestato da un egualitarismo pauperista cialtrone e invidioso. Chiarire il ruolo delle élite dunque.
Per chi fosse interessato segnalo il post che pubblicai 4 giorni fa su FB, in cui ricordavo il caso tragicomico di William Harrison, qui sotto:


post su FB: 
Coloro che se la presero con l'assessore leghista che qualche giorno fa aveva detto "chi non ha amato l'inferniera?" erano solo dei bacchettoni. Nello stesso modo quelli che ora si scandalizzano perché la Schlein si avvale di una armocromista sono solo dei bacchettoni. Non solo perché per un politico l'immagine è comunque importantissima e tutti i politici la curano con molta attenzione, ma anche perché sarebbe ora di smetterla con la demagogia un po' ipocrita per cui chi è di sinistra si dovrebbe mascherare da povero anche se non lo è, e cioè comportarsi come William Harrison che fu il capofila storico di questa demagogia. Era un raffinato gentiluomo della Virginia ma i suoi consiglieri gli dissero che se voleva diventare presidente degli Stati Uniti si doveva presentare come un rude popolano. 
E Harrison seguì il consiglio. Si definì il candidato della capanna di tronchi e del sidro forte, si vestì trasandato e si spostò a cavallo anziché in carrozza, così fu eletto per davvero presidente,  ma il giorno dell'insediamento su Washington infuriava una tempesta di neve, e Harrison per non smentire il suo personaggio si mosse ancora a cavallo e non volle indossare un cappotto, il risultato fu che si beccò una polmonite che un mese dopo lo portò alla tomba... Direi che tutto sommato se lo sia meritato.


Ignazio Fresu
Non sono d'accordo su quanto dice Claudio:  la tecnica di per sé disumanizza. La sua apoteosi l'abbiamo avuta col nazismo e oggi ne siamo schiavi. La tecnica ricerca la via più breve al massimo rendimento e questo lo viviamo tutti i giorni. La tecnica, come preannunciato da Nietzsche,  è diventata una fede e ha sostituito dio. Non è più un mezzo ma è diventata il fine.


Giacomo Grassi
Ignazio io sono un fan delle materie umanistiche e dei classici, quindi figurati se non ti do ragione, però attenzione a non esagerare: le tecniche non sono soltanto strumenti pratici per ottenere il massimo rendimento, sono anche simbolo ed epitome per giudicare il livello cui è giunta una civiltà. 
Le tecniche trasformandosi ed evolvendosi hanno insegnato agli uomini il valore del movimento e del progresso. E questo era ben chiaro anche ai greci. Tucidide per esempio scrive: 
"è inevitabile che le novità si impongano sempre, come accade nella tecnica (osper technes)".
con tutto ciò, ripeto, sono un impenitente classicista, tanto che proprio dai classici imparo a valorizzare anche le tecniche.
new-ind.htmlindice.htmlhttp://www.skeda.info/skn/UE_-_artisti.htmlshapeimage_2_link_0shapeimage_2_link_1shapeimage_2_link_2