direttamente con ciò che appare universalmente
stabile: la natura. Prendiamo un passo dal “René” di
Chateaubriand21:
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21
Chateaubriand, “Atala-René”, Garnier- Flammarion, 1964, p. 158.
“Cette vie, qui m’avait d’abord enchanté, ne tarda pas à me
devenir insupportable. Je me fatiguai de la répétition des
mêmes scènes et des mêmes idées. Je me mis à sonder mon
coeur, à me demander ce que je désirais. Je ne le savait pas,
mais je crus tout à coup que les bois me seraient délicieux.”
“Questa vita, che all'inizio mi aveva affascinato, mi era diventata
presto insopportabile. Mi stancavo a ripetere le stesse scene e le
stesse idee. Cominciai a scrutare il mio cuore, a chiedermi cosa
volevo. Non lo sapevo, ma all'improvviso pensai che i boschi
sarebbero stati deliziosi. (evidenziazioni mie).
In una casa squallida Chateaubriand avrebbe
certamente detto: “io scoppio di malinconia”. In
effetti l’unico modo di accettare il mondo esterno
nella propria coscienza senza deformarla nei con le
necessità dell’ “io”, dipende dal fatto che la società
esterna si presenti come un “rafforzamento” (in
senso neurologico), cioè permetta l‘inserimento della
prassi dell’individuo nel suo meccanismo in modo
pagante. Le sfere sociali non toccate dalla prassi
dell’individuo tendono ad essere sistemate
metafisicamente. L’ambito d’azione della prassi
dell’individuo non è ovviamente limitato al