lendemain d’un saccage dont la tempête soufflera du Nord sur  
nos châteaux de plâtre et nos ornements en carton-pierre.”  
“I presunti filosofi, che si occupano di sé stessi mentre  
sembrano occuparsi dell'Umanità, chiamano queste cose delle  
stravaganze. Svengono davanti fabbriche di calicò e alle noiose  
invenzioni dell'industria moderna, come se oggi fossimo più  
grandi e più felici che ai tempi di Enrico IV, Luigi XIV e Luigi XV  
che hanno tutti lasciato un segno del loro regno a Les Aigues.  
Quale palazzo, quale castello reale, quali dimore, quali belle  
opere d'arte, quali tessuti di broccato d'oro ci lasceremo alle  
spalle? Le gonne delle nostre nonne sono ormai ricercate per  
rivestire le nostre poltrone. Egoisti e miserabili usufruttuari,  
radiamo al suolo tutto e piantiamo cavoli dove un tempo  
sorgevano meraviglie. (...) Stiamo preparando la campagna  
romana intorno a Parigi per il giorno dopo il saccheggio, la cui  
tempesta soffierà dal Nord sui nostri castelli di gesso e sui  
nostri ornamenti di carton pietra.”  
Blondet è dunque tutt’altro che un sognatore. Egli è  
ben lontano dal farsi delle illusioni. Vede la società  
industriale nella sua piatta prosaicità e guarda al  
futuro con fatalismo. Solo che adesso pensa di esser  
arrivato in un’oasi lontana dal fango quotidiano, ecco  
tutto!  
Ma se anche Blondet, come Balzac, è un realista, e  
se anch’egli può esser ingannato dalla “prima  
impressione” e dalla sua particolare situazione, dalla  
“limitatezza” delle cose che vede, ciò vuol dire che  
anche i realisti devono scoprire faticosamente la  
realtà, il che è doppiamente realista.  
Blondet è capace di vedere e di riconoscere la realtà.  
Ciò che non è forzato a fare è di conoscerla a priori.