completo della operatività; ciò vuol dire che l’uomo
non può avere una ‘concezione universale del
mondo’ completa. Ciò vuol dire che non può
pretendere al controllo assoluto sulla natura (e per
natura è inteso anche la ‘propria’ natura); ciò vuol
dire che il collegamento fra questa e i suoi bisogni,
per quel tanto che non può essere controllato, deve
essere ‘adattato’, cioè deve avere ben sviluppati
sensi di adattamento ‘affettivi’ che – come il senso
del caldo e del freddo – sono più idonei a orientare il
movimento dell’uomo in un universo che ancora non
è lui a controllare, ma molto più la natura.
Tutte le teorie irrazionaliste che si sono succedute
fino ad oggi non hanno fatto altro che riconoscere
questo dato di fatto: che cioè il controllo dell’uomo
non è assoluto e quindi, per deduzione, bisogna
sviluppare il ‘senso irrazionale’, ciò che tradotto vuol
dire: bisogna sviluppare il nostro orientamento in
senso adattativo sotto il controllo della natura.
Questa richiesta degli irrazionalisti è ‘ragionevole’ se
portata nei giusti limiti e adeguata via via ai nuovi
livelli raggiunti dallo sviluppo della società. E infatti,
mentre il senso razionale si regge sulla conoscenza
delle leggi che regolano e muovono la natura,
conoscenza che permette appunto di controllare e
operare come la natura stessa, il senso irrazionale si
regge sulla conoscenza dei valori delle cose cioè
degli effetti delle cose sull’uomo (e dell’uomo
sull’uomo), conoscenza che permette appunto di
muoversi e adeguarsi alla natura ‘data’. Sarebbe
errato però dedurre che il senso irrazionale
rappresenta una componente ‘passiva’ della