Questo è forse l’unico caso in tutto il romanzo in cui  
Michaud riesce a diventare pienamente personaggio  
iconico-riflesso. Il resto delle sue descrizioni resta  
esterno, le osservazioni sul suo conto sono  
supposizioni da osservatore, anche il resto dei brevi  
discorsi che Michaud fa sono condotti su un filo  
logico più che espressioni derivanti da una vera  
immedesimazione. Qui invece Balzac si è  
immedesimato nel poliziotto, ed è veramente  
notevole come abbia saputo farlo, come abbia  
saputo sublimare i motivi di rivendicazione in stoica  
rassegnazione e trasformare un pericolo necessario  
(la mort) – e, in certo senso, dandogli consistenza di  
mito – in motivo d’orgoglio.  
Balzac ha bisogno di immedesimarsi in un ruolo ben  
definito, ha bisogno di sapere bene quali sono le  
coordinate dei propri interessi per poter parlare, per  
potersi sfogare, sia pure sublimando la propria  
emotività. Anche in questo caso ha saputo farlo  
individuando la realtà del rapporto guardia-padrone.  
Fra tutti i mestieri, quello del poliziotto è forse il più  
difficile e, indubbiamente, il più ambiguo. La sua  
forza-lavoro è venduta direttamente al padrone,  
senza la mediazione di un rapporto produttivo che si  
ponga fra le controparti. Egli è dunque direttamente  
legato al suo datore di lavoro. La qualità stessa di  
questo lavoro inoltre gli toglie quasi totalmente ogni  
possibilità di alleanza con la classe, lo rivolge anzi  
contro di essa. Le sue prospettive sono quindi zero,  
il destino del suo padrone è il suo destino. In cambio  
di questa forzata lealtà egli ha alcuni vantaggi. Il suo  
sostentamento, più la possibilità di rinforzare il suo