Così, accanto all’utilità della casa – utilità tale per
tutti gli uomini e passibile di esser giudicata e
scambiata – e accanto all’utilità della matematica –
utilità anch’essa scambiabile, possiamo aggiungere
l’utilità dell’arte, fatta per i critici i quali la utilizzano
per darci un “giudizio di valore”. L’utilità dell’arte è
fatta quindi coincidere con l’atto di osservazione e di
gusto del critico. Non deve essere scambiabile (o
meglio non si riesce a cogliere dove consista questo
fatto), ma deve semplicemente esser passibile di
giudizio: i critici devono dire se è buona o cattiva, se
appartiene alla coscienza autentica o contraffatta,
dopo di che il prodotto è consumato. Il fatto
insomma di assimilare senza distinzione i due livelli di
produzione, finisce per far considerare anche l’atto della
produzione artistica come atto strumentale, cosa
legittima per quanto riguarda la produzione speculativa
ma che non convince nel nostro caso.
III – prosa e poesia
Il problema viene posto, a mio avviso, in modo
produttivo da J. P. Sartre nel suo libro “Qu’est-ce que la
literature?” Il problema viene impostato in questi
termini: le parole possono essere usate in due modi
diversi a seconda che chi le usi (o le produca) sia un
prosatore o, invece, un poeta. Nel primo caso esse sono
strumenti, trasparenti, come gli occhiali; nel secondo
caso prendono la consistenza delle cose e assumono
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valore di per se stesse
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J. P. Sartre: “Quest-ce que la literature?”, Gallimard 1948, pp. 18-19.