pubblica e quella privata. Il personaggio-autore però
conduce e lega la vicenda senza entrarci a far parte,
restandone “al di sopra”. Egli non agisce e quindi
non appare caratterizzato. La personalità si rileva in
un rapporto, ma il rapporto che il personaggio-
autore instaura col suo interlocutore è un rapporto
univoco: l’interlocutore non ha reazioni se non quelle
che lo stesso personaggio-autore gli attribuisce.
Quest’ultimo non trova limiti che in sé stesso e non
trova il limite maggiore: quello della
“comprensione”. L’interlocutore del personaggio-
autore “capisce tutto” ciò che quest’ultimo pretende
che capisca. Ogni monologo presuppone un
rapporto, ma si differenzia dal dialogo per la sua
univocità. Quello del personaggio-autore è un
rapporto univoco, egli instaura un monologo col suo
interlocutore assente. La sua presenza nel romanzo
è sì un “riflesso”, ma egli vi appare non raffigurato,
vi appare nella sua nuda apparenza di “idea”, nella
sua “convenzionalità”, dissociata dalla sua
caratterizzazione e consistenza umana. Questa
caratterizzazione e consistenza umana, questa
raffigurazione iconica- riflesso dell’autore, viene in
certo modo dissociata e incorporata in un
personaggio distinto dal personaggio- autore. In
alcuni romanzi, per esempio nel “René” di
Chateaubriand, questa dissociazione non ha luogo:
la raffigurazione iconica-riflesso di sé e il
personaggio-autore si fondono nell’unico René, la
“convenzionalità della lingua non appare e tutto
viene legato e trasmesso dalla personalità del
personaggio.