certo un’aspirazione, ma non ogni unità è  
soddisfacente: i rapporti carcerari dell’ergastolano  
divengono stabili, ma non certo soddisfacenti: egli  
può raggiungere un’unità nella quale può anche  
tentare di credere, ma è un’unità senza prospettive,  
senza sviluppo, “non vitale. E l’unità dell’io aspira  
ad essere tale in una prospettiva di sviluppo che  
segue, in certo modo, parallelamente la curva dello  
sviluppo fisico.  
Le difficoltà sociali hanno come conseguenza la  
difficoltà di concepire e di dominare i propri rapporti  
in modo stabile. In questo senso l’io non sa che  
pesci pigliare, perché è la realtà esterna che egli non  
riesce a dominare nella propria testa. Nella dinamica  
in cui è inserito, l’io deve prendere in considerazione  
il proprio punto di partenza e il proprio punto  
d’arrivo. Nell’elaborazione di questa prospettiva  
insorgono le difficoltà.  
La parabola aristocratica è discendente: è naturale  
quindi che Chateaubriand “si fissi” sul proprio punto  
di partenza e lo difenda con l’ignoranza.  
La parabola di Balzac è vissuta in modo ascendente.  
Egli vede non ciò che egli è, ma ciò che deve essere.  
L’immagine di sé, è un’immagine “futura, legata alla  
“riuscita. Finché la riuscita funziona, il sé stesso cui  
aspira è credibile e unificante, quando la riuscita  
vacilla, la propria immagine di sé comincia a  
spezzettarsi e a tradursi in sfiducia.  
Ora, a fianco di quest’immagine futura dell’ “io, c’è  
una certa immagine di donna, più meno nebulosa,  
più o meno contraffatta: il dover risolvere, nella