EVOLUZIONE DELLA GUERRA

 

Michele Melchionna


La storia dell’umanità è fatta di ostilità, combattimenti, guerre. Il mondo continua ad essere percorso da conflitti al punto che l’uo- mo sembra incapace di trovare un modo pacifico di vivere. La stes-

sa evoluzione del genere umano si sviluppa collateralmente a quella della guerra. Si tratta di due linee evolutive che spesso, nei periodi più tristi, tendono a intersecarsi inesorabilmente. Da questo punto di vista, la guerra non è mai scomparsa, forse è solo mutata nelle sue forme col passare del tempo. Eppure, tornando indietro di qualche decennio, verso la fine

del secolo scorso, l’anno 1989 ha segnato le sorti di una guerra mai iniziata, ma vinta, alla fine, dal mondo occidentale (modello capitalistico) sul blocco sovietico (socialismo reale). Si è quindi creduto di poter vivere in un mondo nuovo, senza minacce. Tuttavia, l’euforia iniziale è immediatamente svanita con le macerie di tale guerra, come si evince dallo smembramento dell’Unione Sovietica e della Jugoslavia. Ciò ha influito sino al punto che si è rimpianta la rigida architettura bipolare che aveva garantito un periodo di pace eccezionalmente lungo. Inoltre, l’11 settembre del 2001, giorno dell’attacco alle Torri Gemelle del World Trade Center di New York, il mondo intero ha subito un forte shock, di rara intensità. In seguito, l’ondata dei conflitti non si è arrestata: le diverse crisi regionali, la proli- ferazione di estremismi integralisti in Medio Oriente, l’instabilità nei Paesi Africani, la cosiddetta Primavera Araba, nonché la rinascita di nazionalismi strumentalizzati per espansioni territoriali sono solo alcuni esempi di ostilità che hanno caratterizzato gli ultimi tempi, rischiando di destabilizzare l’ordine mondiale. Sembra quasi che la guerra, ricompar- sa, abbia risvegliato antiche passioni, proprio quando si era accarezzata la speranza di vivere in un mondo ormai pacifico, libero dal flagello della guerra e dal suo seguito di orrori.

Quindi, cosa ha contribuito a modificare il concetto di guerra? Continuerà la guerra ad essere una costante della nostra vita? In tal caso, quali potrebbero essere le strategie da adottare, almeno per contenerla? Per rispondere a questi interrogativi, si analizzerà in primo luogo il mutato quadro geopolitico di riferimento, osservando poi le incidenze del progresso tecnologico e il ruolo giocato dai media nell’evoluzione della guerra; si fornirà altresì una prospettiva dell’ambiente operativo e delle nuove for-me di minaccia (guerra asimmetrica, terrorismo) nonché della rottura - presunta - tra Oriente ed Occidente; si concluderà quindi l’analisi evidenziando come la guerra non sia, di fatto, mai scomparsa e che potrebbero esistere delle condizioni per contrastarla.

IL MUTATO QUADRO GEOPOLITICO E GIURIDICO DI RIFERIMENTO

Prima di tutto si osserverà, in maniera obiettiva, che il quadro geopolitico di riferimento è mutato e si caratterizza ora per un’elevata dinamicità degli elementi sociali, culturali e giuridici, sui quali poggia il sistema delle relazioni internazionali. Esiste infatti una sola superpotenza mondiale con il suo modello economico (il libero mercato) e politico (la democrazia), la quale esercita una supremazia che non ha mai conosciuto eguali in ambito militare. Tuttavia, a livello globale, gli equilibri stanno cambiando, oltre per la riemergente Russia, anche per l’ascesa di nuove potenze (Cina, India, Brasile). Al momento questi attori non manifestano esplicitamente volontà egemoniche, se non in casi specifici, che in genere risultano però riferiti ad una dimensione essenzialmente regionale.
Inoltre, la crisi relativa al modello westfaliano dei rapporti tra gli Stati nonché il più esteso potere di talune entità transnazionali quali l’ONU, la NATO, l’Unione Europea, ed il Fondo Monetario Internazionale - che si sono appropriate di parte dei poteri che sono da sempre prerogativa nazionale - mettono in evidenza che il comune cittadino si identifica in misura molto minore con i valori tradizionali di una Nazione, quali la patria e la bandiera. Oltre a ciò, ha ormai preso piede l’idea di un intervento umanitario al di sopra delle frontiere nazionali e del diritto di ingerenza negli Stati in presenza di evidenti violazioni dei diritti fondamentali. Per la prima volta nella storia si è assistito alla nascita di organismi quali la Corte Penale Internazionale ed il Tribunale Penale Internazionale per i crimini commessi nella ex-Jugoslavia, con sede all’Aia (Paesi Bassi). Detti organismi, de facto, hanno tolto allo Stato parte del potere che questo eser- citava sui propri soggetti. Sempre per la prima volta si afferma che - come riconosciuto dalla Dichiarazione universale dei Diritti Umani del 1948 - “gli individui (non soltanto gli Stati) sono sottoposti al sistema internazionale”, come se si volesse riprendere il pensiero formulato da Kant due secoli fa in merito all’ideale di diritto cosmopolita e di cittadinanza univer- sale. E ancora, relativamente alla recente crisi in Ucraina, con particolare riferimento al referendum del 16 marzo 2014 - che avrebbe sancito la vo- lontà della Crimea di essere annessa alla Russia - si è assistito in maniera sbalorditiva ad un evento inaspettato, che ha inciso anche nel quadro giuridico. Al riguardo, alcuni esperti di diritto internazionale hanno fatto un po’ fatica a dichiarare l’illegittimità di questo evento, ancorché ci sia stata un’evidente deterrenza/forzatura russa, palesatasi in Crimea con l’im- missione di truppe, l’invasione dello spazio aereo, il rafforzamento della presenza di unità navali nei porti e nel Mar Nero. Quantunque non esistessero i presupposti del principio di autodeterminazione dei popoli (non c’era un regime coloniale né una minoranza oppressa), si è trattato di un chiaro “pronunciamento” di una etnia ben definita, quella russa. Ed anche se, dal punto di vista politico occidentale, il “non gradimento” di quanto accaduto porterebbe a considerare l’evento illegittimo, sembra proprio il caso in cui il Diritto Internazionale, ancora una volta, sia stato derivato, ovvero condizionato, dalle motivazioni politiche delle Parti in causa. Oppure, il “costume secondo il diritto delle genti”, che già Clausewitz citava - con una chiara allusione al diritto internazionale - comporta solo una limitazione irrilevante all’uso della violenza, appena degna di menzione.
Come si vede, molte sono le variabili che condizionano il quadro geopolitico di riferimento; come si avrà modo di vedere nei paragrafi seguenti, altri fattori entrano in gioco nell’evoluzione del concetto di guerra.

LE INCIDENZE DEL PROGRESSO TECNOLOGICO E L’INFLUENZA DEI MEDIA

Negli ultimi anni, il progresso tecnologico ha subito un’accelerazione esponenziale che consente di immaginare una forma di guerra diversa, pressoché fantascientifica, fatta quasi esclusivamente da macchine. Oggi si parla di gestione dell’intelligence come dell’elemento-chiave di un conflitto (Toffler individua, da questa angolazione, la causa di una nuova Rivoluzione degli Affari Militari), di satelliti e di veicoli senza equipaggio/Unmanned Aerial Vehicle (UAV), dotati di avanzate capacità Intelligence, Surveillance, Target Acquisition and Reconnaissance (ISTAR), in grado di condurre per prolungati periodi tempo e a notevole distanza, anche in aree contaminate e pericolose, attività di sorveglianza, ricognizione aerea e supporto al combattimento. Si tratta di uno degli aspetti ovvero un’implementazione di una macro capacità derivante dal progetto della Forza Network Enabled Capabilities (NEC). Con tale iniziativa si intende digitalizzare i principali mezzi, sistemi e componenti di una unità ed i relativi supporti, sfruttando le capacità offerte dalle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Ciò allo scopo di collegare, in maniera diretta e immediata, ogni singolo soldato con il centro decisionale. Ed ancora, si parla della capacità di sferrare attacchi chirurgici, soprattutto con le più moderne Forze aeree, ma anche con le artiglierie più sofisticate - con una maggiore efficacia del tiro - tenendo l’uomo lontano dal campo di battaglia; della possibilità di paralizzare i centri di comando e con- trollo del nemico, semplicemente ad opera di una neutralizzazione elettronica e non più fisica.

Inoltre, la presenza dei media nelle diverse operazioni militari costringe a prendere in considerazione l’aspetto mediatico quale elemento cruciale di un’operazione militare, al punto tale che la ricerca del consenso interno, e non soltanto esterno, diviene il primo compito da assolvere. A tale proposito, si può anche considerare l’aspetto psicologico dei media come un insieme di tecniche che mirano ad utilizzare l’informazione quale strumento per confondere, dissuadere, ingannare o persuadere l’opinione pubblica. Secondo Panebianco, se “la leadership politica non è forte, sarà costretta, al fine di avere sostegno per le decisioni prese, a basarsi sulla ricerca di consensi, piuttosto che a suscitarli”. Al riguardo, occorre tenere presente anche il fattore che reca il nome di “CNN politics” che, eliminando l’aspetto esclusivo dell’intelligence, con la condivisione immediata di quasi tutte le informazioni - un tempo detenute solo dai governanti - sovverte la razionalità delle scelte politico-strategiche. Detto fenomeno dà luogo alla scomparsa della frontiera che separa la politica interna da quella estera, comportando il rischio di subordinare la seconda alla prima. Al riguardo, Panebianco afferma che “le democrazie richiedono, tra i propri soldati, un numero di morti esiguo e risultati in breve tempo”.

Tutti gli aspetti sopra evocati contribuiscono a formulare un nuovo concetto della guerra, che Luttwak ha definito “post-eroica” o “a zero morti”: un tipo di guerra condotta da un numero limitato di professionisti, di personale specializzato, con una popolazione spettatrice non reclutata e lontana dalle tragiche conseguenze. Detto tipo di guerra presenta un sempre maggior numero di nuove/particolari caratteristiche nonché una suddivisione in diverse tipologie (guerra psicologica, cyberwar, etc.)


L’AMBIENTE OPERATIVO E LE NUOVE FORME DI MINACCIA
(GUERRA ASIMMETRICA E TERRORISMO)
Nello scenario geopolitico contemporaneo, quando si deve analizzare una minaccia, non si può prescindere dal considerare l’ambiente operativo in cui essa si manifesta e in cui le operazioni militari si svilupperanno. Tale ambiente può essere definito come parte del dominio di ingaggio e, in quanto tale, composto dall’interconnessione, in varia misura, di fattori politici, militari, economici, sociali, informativi, infrastrutturali e, non da ultimo, quelli culturali; questi sono gli elementi imprescindibili di valutazione nell’approccio alla condotta di campagne/operazioni militari.
All’interno di questo ambiente, altamente diversificato per tipologie di componenti che devono essere tenute in considerazione, si è compreso come la precedente concezione che contemplava esclusivamente tre grandi condizioni di riferimento (pace-crisi-guerra) sia stata superata e, di contro, ci sia un nuovo ventaglio più ampio di situazioni che rappresentano al meglio le diverse sfumature degli attuali scenari operativi. Questo ventaglio di opzioni è meglio conosciuto sotto il nome di temi predominanti della campagna, che si identificano come: combattimento classico, sicurezza, sostegno alla pace e attività militari in tempo di pace. Tuttavia, la categorizzazione di un’operazione militare non deve essere interpretata in senso rigido, ma la possibilità di passare da un tema predominante ad un altro deve essere consentita in ogni momento della condotta dell’operazione stessa sulla base delle valutazioni fatte dal comandante, in funzione dei mutamenti dell’ambiente operativo. Da questa riflessione emerge l’importanza, già a partire dal livello strategico-militare, di definire il tema della campagna entro cui verranno condotte le operazioni militari.
Questa serie di valutazioni è imprescindibile in un contesto contemporaneo in cui gli attuali ambienti operativi comprendono una serie di minac- ce e rischi sempre più diversificati e imprevedibili. In merito, gli attuali studi militari convergono nel considerare che con sempre maggior probabilità ci si dovrà confrontare con elementi armati appartenenti ad orga- nizzazioni non-statuali, che agiscono in maniera poco prevedibile. In tale quadro, possono iscriversi gli attentati dell’11 settembre, che hanno palesato la possibilità, per attori che disponevano di scarsi mezzi militari e tecnici, di nuocere, provocando danni irreparabili contro la prima potenza mondiale. Si tratta di un esempio di guerra asimmetrica nell’ambito della quale si rifiutano le regole del gioco imposte dall’avversario, rendendo così del tutto improvvise le operazioni. Ciò presuppone, nel contempo, l’utilizzo di forze imprevedibili (come i civili), contro le quali i mezzi di difesa non risultano appropriati (persino le armi di distruzione di massa), l’uso di metodi che ricusano la guerra convenzionale nonché di inattesi luoghi di scontro
con ricerca dell’effetto-sorpresa. Tra i metodi summenzionati possiamo includere il terrorismo, in particolare il terrorismo internazionale. Si tratta di una variabile che entra in gioco nel difficile momento successivo alla guerra fredda che non vede ancora ben definito il sistema internazionale. Secondo Bonanate, “quasi mai i movimenti ter- roristici hanno considerato le proprie attività come il preciso e mirato scopo della lotta. In effetti, gli stessi ritengono che la loro azione abbia il compito precipuo di sovvertire una situazione altrimenti impossibile da modificare (...)”. In altri termini, il terrorista vuole “appiccare il fuoco”, esercitando una pressione contro alcuni Stati. Lo scopo non è quello di vincerli né di conquistarli, ma di indurli ad adottare tale o tal altro comportamento, provocando morti, panico e confusione. Occultato dall’apparenza ideologica o religiosa, il terrorismo ci rammenta che non abbia- mo fatto abbastanza per contrastare violenza ed ingiustizie, nonostante la strada fosse già stata intrapresa dalla democrazia.

In tale ambito, emerge anche il concetto di Hybrid Threat che, riprendendo i concetti espressi nelle definizioni proposte sia dagli Stati Uniti che dalla NATO, sostanzialmente postula la presenza di un avversario (di mutevole matrice come organizzazioni criminali, gruppi paramilitari, terroristici etc.), che si contrappone alle volontà dell’Alleanza e che per far ciò utilizza tutti i mezzi e le conoscenze a sua disposizione, convenzionali e non, per ottenere gli effetti desiderati.

Tra le forme di minaccia più conosciute, è d’obbligo citare quella che negli ultimi anni ha maggiormente attirato l’attenzione degli osservatori internazionali e cioè la presenza del gruppo terroristico di al-Qaeda in Afghanistan. Questo gruppo rispecchia chiaramente i tratti della minaccia ibrida sopra definita, poiché si confronta in modo asimmetrico contro le forze delle coalizione e privilegia come mezzo di offesa l’utilizzo degli sfortunatamente famosi IED (Improvised Explosive Device), ossia dei congegni non convenzionali diretti a colpire le forze contrapposte non solo nel loro dominio fisico, ma soprattutto in quello morale.

Approfondendo la natura asimmetrica intrinseca alla minaccia IED emergono alcune caratteristiche peculiari che la contraddistinguono e cioè:

  1. 1-  la difficoltà nella chiara individuazione dell’avversario (al-Qaeda o in-
    surgents) poiché si confonde facilmente con la popolazione locale;

  2. 2-  una matrice culturale molto differente da quella occidentale e quindi le azioni perpetrate contro le forze della coalizione hanno un’impostazione molto difficile da valutare in termini di prevenzione, poiché muovono senza tenere conto di vincoli quali il Diritto Internazionale dei conflitti armati o di qualsivoglia altra limitazione;

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    - utilizzo di componenti quanto più diversificati e di facile approvvigionamento (come fertilizzanti o componenti elettroniche molto diffuse) con le quali sperimentare e realizzare ordigni sempre più complessi e devastanti in termini di effetti.

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    Tutto ciò ha fatto comprendere che, così come nell’ambiente operativo l’approccio alle operazioni deve essere improntato in senso olistico (il cosiddetto “Approccio Nazionale Multidimensionale”) - per stimolare la cooperazione e la condivisione di capacità- anche il contrasto e la sconfitta di una minaccia di siffatta complessità deve essere sviluppata in senso sistemico (lavorando come
    network) ossia integrando e sincronizzando tutte le azioni che vengono condotte dai vari strumenti di potere, che intervengono nel dominio di ingaggio.

LA “ROTTURA” TRA ORIENTE ED OCCIDENTE

Negli ambienti occidentali, così come in quelli caratterizzati dal fanatismo islamico, si torna a lanciare un’idea di “guerra santa” per forgiare l’identità di una Nazione. Secondo detta idea, si giunge a dividere il mondo in diversi blocchi su una base non più ideologica, ma culturale. É l’approccio di Huntington che, nello “Scontro delle civiltà”, scrive: “In questo mondo nuovo, i conflitti più vasti, più importanti e più pericolosi non avranno luogo tra classi sociali, tra ricchi e poveri, tra gruppi definiti da criteri economici, ma tra popoli appartenenti a diverse entità culturali (...). La violenza tra gli Stati ed i gruppi appartenenti a diverse civiltà comporta un rischio di escalation qualora altri Stati o gruppi appartenenti a dette civiltà si mettano a sostenere i propri “fratelli”.

È indubbio che l’opposizione più forte si colloca tra la civiltà occidentale (che ha gli USA come guida) da un canto, e le civiltà islamica (per il momento senza uno Stato-guida) e confuciana (la quale ha come Stato-guida la Cina) dall’altro. L’autore ritiene soprattutto che la civiltà occidentale manterrà, sul piano mondiale, la propria egemonia ancora per molti anni. La stessa dovrà soltanto entrare in collisione con il mondo islamico (in espansione dal punto di vista demografico e particolarmente dedito alla violenza) e con la civiltà confuciana (in espansione sul piano demografico ed economico). Questi ultimi tenteranno di reagire contro il tentativo di mondializzazione dei valori occidentali fondamentali e, nel contempo, accresceranno la propria potenza militare ed economica. È, questa, una teoria che, per quanto condivisibile, non sempre spiega tutte le ragioni della presenza dei conflitti.

VERSO UNA CONCLUSIONE

Dopo anni di silenzio, ecco che la guerra, nelle sue diverse forme, è tornata a bussare alla nostra porta, coinvolgendo e turbando lo spirito degli uomini. In questa epoca di mondializzazione e globalizzazione non esistono certezze assolute, neanche per i più potenti. Ahimè, la guerra non è scomparsa dal paesaggio! È tornata, come un camaleonte che cambia colore, adattandosi ad ogni nuovo ambiente. Già l’implosione dell’URSS aveva dimostrato che il conflitto tra Oriente ed Occidente non poteva, da solo, spiegare le tensioni. Tuttavia, la volontà delle grandi potenze di non avere rivali è ormai una costante geopolitica; occorre comunque aggiungere che il processo costitutivo del nuovo sistema inter- nazionale non è ancora giunto al termine: come si è visto, nuove entità stanno emergendo facendo appello a mezzi diversi. È il caso di organizzazioni quali al-Qaeda, che utilizza il terrorismo allo scopo di guadagnare il proprio posto sulla scena internazionale. “Quando la situazione - dichia- ra Baudrillard - è dunque monopolizzata dalla potenza mondiale (...), quale altra via è possibile se non una trasposizione della situazione in chiave terroristica?”. È il sistema stesso che ha ingenerato le condizioni obiettive di tale brutale ritorsione”.

Ciononostante, come si può contrastare la strategia di un avversario invulnerabile che utilizza il proprio sacrificio come un’arma? Il miglioramento delle condizioni di vita nei diversi angoli del pianeta potrebbe rappresentare una soluzione per privare i terroristi dell’acqua in cui possono nuotare”. Quindi, se si concepisce l’economia come il fenomeno di una minoranza di persone, si riduce lo spazio del controllo democratico, dimostrando la netta contraddizione tra globalizzati e globalizzatori. Senza fare appello ad inutili pretesti, come l’Asse del Male o lo scontro delle civiltà, la “condizionalità democratica” potrebbe rappresentare un’efficace strategia di azione verso l’instaurarsi di una comunità planetaria pacifica, fondata su principi di responsabilità e condivisione.

Alla luce di ciò, non possiamo accontentarci di osservare la guerra dal no- stro balcone. La crisi davanti la porta - ovvero ai margini dell’area di inte- resse nazionale - attraverserà velocemente la fragile soglia che ad essa ci separa. Non c’è altra soluzione che andare al suo contatto, prima di tutto per contenerla, successivamente per ridurla, infine per sradicare le radici della violenza. Ecco perché bisogna interessarsi delle conflittualità - nelle diverse forme che assumono, non per rivendicare aspirazioni guerrafondaie, tutt’altro, per essere capaci di realizzare le missioni al servizio degli inten- dimenti politici. Pertanto, solo un’attività politica ed economica intelligente potrà ridurre i disordini che offuscano – come nuvole – il nostro orizzonte. Detta attività dovrà essere realizzata per mano di leader che presentino nuove e specifiche attitudini e che siano in grado di trovare una terapia sociale ed una cultura della tolleranza, procedendo ad una esporta- zione e non ad una imposizione della democrazia. Tutto ciò, anche se – sino ad oggi – la decisione di portare avanti una guerra è stata considerata il criterio prioritario per una valutazione della leadership di una Nazione. Al fine di realizzare tutto ciò, occorrerà una grande dose di coraggio per dialogare con i nuovi attori della scena internazionale, contrastando la rapida ascesa e trasformazione delle crisi in guerra, giacché “la guerra è come il fuoco e, se non viene fermata, consumerà se stessa”, con il rischio di un’autodistruzione!

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