n. 16 giugno 2026
n. 16 giugno 2026
su: Articolo 5 — Lo Sguardo
Claudio Balducci
La natura si dà all’uomo e l’uomo nasce e si trova immerso nella natura così come ogni altro essere vivente. Un cane, un gorilla, un’ape si connettono con la natura con i propri sensi provando attrazioni e spaventi, avvicinandosi e fuggendo: ogni essenza della natura si pone nei confronti degli esseri animali come possibilità di essere parte di sé o come eventualità di essere sé stessi parte della natura.
L’uomo ha introdotto il mezzo, lo strumento per rapportarsi alla natura in modo da ridurre al massimo la possibilità di diventare parte della natura come assorbimento e in modo tale da ridurre il resto della natura a sé stesso. Ciò vale anche per i rapporti uomo-uomo ovviamente. Lo strumento rompe il rapporto istintivo e introduce il rapporto riflessivo, la riflessione sul vantaggio, la riflessione sull’essenza di ciò che ci circonda e di ciò che siamo.
Tutto ciò per quanto riguarda l’aspetto del percorso della vita nell’ambiente dell’essere dando vita al discernimento, alla valutazione del bene e del male e muovendosi verso la sostituzione degli equilibri naturali con gli sforzi - sempre modificantisi - per ridurre la natura a sé.
Successivamente l’uomo ha introdotto altri tipi di creazione: ha cominciato a creare cose che sono nomi e si sostituiscono a tale sostituzione concreta, mirano a una sostituzione della visione delle cose: non più quelle date dalla natura ma quelle che l’uomo crea come sostituti della natura e che si pongono - insieme a quelle date dalla natura - come essenze che ci circondano e che si staccano dal paesaggio naturale per crearne uno umano. Usano gli stessi riferimenti della natura, immagini di uomini e di paesaggi come oggetti creati dall’uomo stesso: perché? per selezionare il dato della natura e trasformarlo, un dato tale da potenziare l’orientamento del dato della natura idealizzando il bello della natura e mostrando il brutto, il pericolo, ciò da cercare e ciò da fuggire. Acutizzando lo sguardo dell’uomo su ciò che lo circonda tramite la creazione di sostituzioni.
Viene cancellato in tal modo lo sguardo istintivo? Non totalmente e non generalmente. L’artista si allontana dallo sguardo istintivo per creare oggetti sostitutivi della natura intorno, ma il pubblico si divide fra coloro che continuano a guardare gli oggetti d’arte come se fossero oggetti della natura conservando lo sguardo istintivo. Altri cercano di attraversare il percorso che ha portato alla loro creazione per scoprire il senso che si allontana dalla natura, per entrare in ciò che l’uomo ha creato.
Ignazio dice: “L’oggetto vive nella funzione; l’opera vive nell’apertura. L’oggetto si consuma; l’opera si abita. E abitare significa accettare che qualcosa resti, che non tutto si trasformi in uso”
Vorrei fare una piccola articolazione di pensiero su questo aspetto che condiviso fondamentalmente. Vorrei partire dall’analisi che Saussure fa della ‘parola’: la parola è costituita da due parti: il suono e l’idea.
Il suono è ciò che abbiamo in comune con molti animali e che affonda le sue radici nell’interiorità umana, da dove provengono le emozioni per essere espresse: aggressività, paura, forza, debolezza, amore…
L’idea è ciò che entra in tale sonorità come esterno.
In effetti l’idea dentro il suono proviene dall’uso dello strumento: due scimpanzé si confrontano per avere la leadership sul branco. Prima si confrontano esibendo muscoli, producendo espressioni sonore capaci di mostrare la loro forza: se nessuna di queste esibizioni convince uno dei contendenti che l’altro è poi forte inizia la lotta vera. Nella lotta la supremazia dell’uno si manifesta e l’altro si convince di essere più debole: non ci sono uccisioni, il più debole mostra la mano aperta in segno di resa e l’altro lo lascia libero.
Col tempo nel confronto fra uomini ha cominciato a interporsi lo ‘strumento’: una clava, poi una spada, poi altro.
Prima dello strumento i due uomini si esprimevano con la loro forza interiore e il confronto fisico avveniva quando - come nelle scimmie - nessuno di due si convinceva di esser più debole. Quando è intervenuto lo strumento, quello che poteva essere il più debole è diventato il più forte e impugnare lo strumento ha dato forza interiore al possessore che l’ha espressa nella propria voce. Questa traccia sonora era l’impronta dello strumento nelle mani dell’uomo e tale traccia è diventata la componente esterna, l’idea dentro il suono.
Il confronto fra gli uomini è diventato mutevole: chi ha l’arma è più forte. Ma l’arma può esser perduta, può esser superata, due uomini con la stessa arma possono battersi e può vincere anche chi è fisicamente più debole se però è più abile a usare l’arma.
La traccia dell’arma nel suono è entrata come componente della parola. Ora l’espressione umana ha due componenti e le due componenti producono incertezza e variabilità, nello stesso modo in cui l’arma ha creato impossibilità di darsi un’identità, anche le parole possono essere ambigue. Se prima il solo suono dava certezza dell’espressione, ora le parole possono portare idee che si oppongono all’espressione sonora. Non solo, comunemente le parole contraddicono volutamente l’interiorità di chi le esprime e su questa possibilità gli uomini giocano nell’incertezza del proprio essere.
La poesia è il tentativo di comporre suono e idea in un’identità univoca. In questo lavoro la produzione poetica è una elaborazione sempre più complessa che si stacca dall’immediatezza dell’espressione sonora primitiva (precedente all’immissione dell’idea nel suono): l’espressione diventa sempre più complessa ed elaborata.
Tale complessità ed elaborazione si riproducono anche nei casi in cui il suono si stacca dall’idea: se nella poesia suono e idea convivono e cercano di trovare una unicità, nella musica rimane solo il suono che però diventa articolato, complesso e in continua evoluzione.
Anche la danza si evolve nello stesso modo: come pure gli animali si muovono e talvolta anche danzano, nel caso umano la danza diventa complessa e in continua evoluzione.
L’arte comunque diventa lo sforzo umano per ritrovare l’autenticità interiore che lo strumento ha turbato, sconvolto, perduto nella perdita di identità di ciascuno di noi.
Quando Fresu dice che mira a far abitare la sua opera cancellando la tentazione trasformare tutto in uso esprime proprio questa necessità artistica.
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