n. 1 marzo 2026
n. 1 marzo 2026
IL SOCCORSO E LA ISLA
Giada Bolognesi (raminga1s)
Ci sono luoghi che appartengono alla città e ci sono luoghi che potrebbero appartenere a tutto il mondo.

Il Soccorso è uno di questi ultimi, passeggiando nelle sue strade, soprattutto le più interne, a volte ti capita di chiederti dove sei...è un quartiere che ti parla del mondo, potrebbe essere New Orleans mentre passi da una finestra aperta ed intravedi un uomo di colore che suona il sax.

Potrebbe essere una strada di Karachi, con gli uomini in attesa a chiacchierare davanti ad un barbiere e le donne con le vesti colorate sedute ai giardini, sull’erba a fare un pic nic, oppure una periferia albanese dove uomini dopo il lavoro si fermano a bere e parlare al bar.
Tanti idiomi, tante abitudini, tanti odori diversi, cibi e colori a ravvivare il grigio dei palazzi e delle strade.
Potrebbe essere tante città ed invece è un quartiere. Un quartiere che accoglie, che resiste alle tante scosse e alle tante ondate migratorie, un quartiere dalle mille anime. Da molti conosciuto come un quartiere popolare e multietnico, addirittura pericoloso...ma questa è una descrizione sicuramente banale e non esaustiva e che non rende giustizia a chi ci vive e ci lavora.
Il Soccorso è molto di più, i suoi palazzi, frutto dell’urbanizzazione degli anni ’60 hanno sempre accolto persone che ‘venivano da fuori’ per lavorare, per cercare una vita migliore ed un riscatto attraverso il lavoro. Dentro questi palazzi c’è una umanità che chiede a gran voce di essere ascoltata, di comunicare e di farsi conoscere.
Al Soccorso si sperimenta l’integrazione vera, quella che nasce dalle piccole abitudini di tutti i giorni, dalla prossimità delle persone. I miei vicini di casa hanno colori e sorrisi diversi dai miei, ma cerchiamo tutti la stessa cosa, un luogo dove l’incontro non è solo metaforico, ma si consuma nelle strade, nei bar, nei negozi, nei giardini.

In questa realtà, negli anni ’70, nei giardini di via Carlo Marx, cuore pulsante del quartiere, il
comune ha deciso di posizionare una versione della ‘Isla Negra’ in pietra bianca di Trani dell’artista Giò Pomodoro.

Non è semplice sintetizzare e dare qualche cenno biografico sulla vita e sulle opere di questo artista così innovatore, uno dei più importanti del xx secolo.
Nativo della campagna marchigiana, si è trasferito dopo la morte del padre a Milano, ed è proprio in questa città, in un ambiente artistico stimolante che inizia il suo percorso come scultore. Successivamente viaggerà in Europa e negli Stati Uniti.
Dal 1970 in poi, nel suo studio versiliese di Querceta ai piedi delle Apuane, Pomodoro realizza opere di grandi dimensioni, in pietra, marmo e bronzo.
Studia le potenzialità della forma e della materia, utilizza bronzo, marmo e pietra per dare forma alle proprie intuizioni e i proprî ideali, materiali e luce, forma e spazio costruito, misurabile.

Le sue opere sono esposte in musei, gallerie e luoghi di tutto il mondo. Nella sua ricerca artistica si delinea un nuovo modo di esplorare l’arte ed il suo rapporto con la dimensione umana, inserita in un contesto cittadino e, proprio per questo con una valenza politica.
Questa breve divagazione ci fa capire l’importan-za della Isla Negra e del suo posizionamento nel quartiere.
L'opera è stata acquistata dal Comune di Prato in
occasione della mostra di Pomodoro al Castello dell’imperatore nel 1976. Successivamente, è stata collocata nella sua posizione attuale durante l'esposizione "Prato espone '79" nei giardini di via Carlo Marx, dove diventa fruibile a tutti, luogo di gioco, di incontro di attività. Spesso viene o esa con sporcizia e poca attenzione, non le viene riconosciuto il giusto valore, né artistico, né simbolico, il valore che passa dalla conoscenza che col tempo si trasforma in cura ed attenzione. Tutti sanno che nell’area verde dei giardini, davanti al pallaio (associazione bocciofila la Romita) si staglia
un’accozzaglia di pietre bianche, ma ahimè, ad oggi pochi ne conoscono l’importanza ed il significato.
La scultura è dedicata alla casa di Pablo Neruda,
chiamata Isla Negra, che fu tragicamente distrutta
durante la tragedia cilena del 1973. L’artista ha
concepito l’opera dopo aver meditato a lungo su
di essa durante i tre anni di lavoro necessari alla
sua realizzazione, simboleggia una finestra della casa del poeta dopo che è stata bombardata.
La scelta della finestra come elemento della casa è significativa anche per un altro aspetto, ci parla del dialogo tra interno ed esterno. Il dialogo tra le diverse culture, tra chi è nato qui e chi è arrivato da un’altra terra. in casa siamo protetti e nello stesso tempo dalla finestra possiamo osservare ciò che succede fuori, eventualmente aprirla ed interagire, è una soglia fisica e metafisica oltre che metaforica.
La finestra di cui ci parla Giò Pomodoro è piegata su sé stessa, ma ancora in piedi, è contorta, ferita, ma non vinta, resiste.
Credo sia un simbolo bellissimo e molto attuale di un’umanità che non trova riferimenti, non trova

risposte, ma comunque resiste e prova a ritagliarsi piccoli spazi di convivenza civile.
La sua collocazione nei giardini di via Marx è un segno forte di riconoscimento del quartiere e inoltre è fruibile e vissuta, i bimbi ci giocano a nascondino, i più grandi si appoggiano alla base
per consumare uno spuntino o semplicemente per leggere un libro.
Per curare il territorio lo dobbiamo conoscere ed imparare a volergli bene. Tutti sanno che nell’area verde dei giardini, davanti al pallaio (associazione bocciofila la Romita) si staglia un’accozzaglia di pietre bianche. Ahimè, ad oggi pochi ne conoscono l’importanza ed il significato. La scultura parla di una terra lontana geograficamente e di un evento lontano nel tempo, ma è una scultura che parla a tutti.
Tutti siamo esuli, tutti cerchiamo un luogo sicuro dove mettere radici o dove poter tornare dopo infinite peregrinazioni, tutti cerchiamo di resistere e rialzarci dopo che ci hanno ferito e siamo stati costretti a ripiegarci su noi stessi per non soccombere, per non morire.

La Isla Negra ci parla di questo, della fragilità della società, ma ci parla anche della speranza, ci incoraggia a resistere appoggiandosi gli uni agli altri, come fanno le grandi pietre bianche.
Giada Bolognesi (residente, con orgoglio del quartiere Soccorso)
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