L’ARTE AL TEMPO DELLA GUERRA

Assunta Sabina Preziosi



Quando le immagini diventano una scelta politica

È un periodo complicato dell’esistenza umana,  spirano venti di guerra, si sente parlare di guerra ibrida e di coinvolgimento in una ipotetica - ma per alcuni già in atto - terza guerra mondiale. Di fatto ci sono vari focolai di guerre sparsi per il pianeta  e uomini di potere che mirano a concentrare nelle loro mani le risorse energetiche della Terra. Mai come oggi i civili sono le vittime più numerose. Oggi una tecnologia disumanizzata avvicina  la morte con più facilità del passato. E la comunicazione di massa coltiva, con sadica perseveranza, un clima di paura.

Bisogna resistere, coltivare la resilienza, far emergere una parte sana e creativa:  l’arte può essere un ancoraggio e una risorsa importante. 





















Già nel passato artisti come  Goya con “I disastri della guerra: la fucilazione”, o  Picasso  con “Guernica”  raccontano la guerra  come un’esperienza umana insostenibile. Guernica non spiega un bombardamento: lo rende impossibile da giustificare. L’arte non abbellisce la guerra, la smaschera.

Ma l’arte è stata anche usata da regimi e governi per costruire consenso, trasformando la violenza in epopea, come durante il periodo fascista. Il regime promosse arti visive per comunicare i principi del fascismo: forza, romanità, patriottismo, celebrazione della figura del Duce. Manifestazioni come la Biennale di Venezia o la Quadriennale di Roma furono riorganizzate per favorire gli artisti allineati. Esempi sono l’architettura dell’EUR e il cinema con la nascita di Cinecittà e con la produzione di film detti “dei telefoni bianchi”. L’estetica, quando è al servizio del potere, può normalizzare la guerra, renderla necessaria, perfino desiderabile.
























Ogni guerra distrugge anche  musei, archivi, teatri, monumenti. Non è un effetto collaterale, ma una strategia. Colpire la cultura significa colpire l’identità di un popolo. Ricordo ancora il dolore che provai nel bombardamento dell’Iraq e di Baghdad. Con rammarico mi chiesi cosa sarebbe rimasto della culla della civiltà che era sorta tra il Tigri e l’Eufrate, cosa sarebbe rimasto della favolosa città di Baghdad e dei tesori architettonici e artistici che caratterizzavano quella regione, le vestigia del passato sommerse da quintali di detriti e di bombe inesplose.

Oggi il rapporto tra arte e guerra passa sempre più dallo spazio pubblico e digitale. Murales sulle macerie, fotografie diffuse sui social, performance improvvisate nelle città bombardate: non sono solo gesti creativi, ma atti di resistenza simbolica.



























Love is in the air – Flower thrower di Banksy – - in cui un giovane uomo, dal volto imbavagliato e la testa coperta da un cappello con frontino capovolto, sembra lanciare una molotov e invece ha in mano, nell’atto di lanciare, un mazzo di fiori;

Flying copper un poliziotto con giubbotto antiproiettile e ali candide, un sorriso stampato sul viso e un mitragliatore in mano; 

The Walled Off Hotel  noto per avere la “peggiore vista al mondo” come dice lo stesso artista, un hotel aperto davanti al muro che divide Israele dalla Cisgiordania.

In un mondo saturo di immagini, l’arte prova a rallentare lo sguardo, a restituire peso a ciò che rischia di diventare una notizia qualunque. In questo senso l’arte non si limita a “denunciare” la guerra: combatte una battaglia parallela contro l’assuefazione. Contro l’idea che la distruzione sia inevitabile, che il dolore degli altri sia lontano, astratto, consumabile.



























È per questo che, da sempre, l’arte e la guerra sono legate da un rapporto profondamente politico.

L’arte riveste anche un’altra funzione che è quella di aiutare a metabolizzare ciò che è successo. Molti artisti alla fine della guerra hanno ritrovato una propria dimensione nonostante ciò che avevano vissuto, non raccontando ciò che era successo ma cosa era rimasto di loro stessi. Uno per tutti Burri che con i suoi quadri ha dato voce a una poetica della materia che attraverso bruciature strappi e cuciture ha creato un equilibrio tra distruzione e composizione.

L’arte ci rende più umani e consapevoli che dietro ogni strategia militare ed economica ci sono corpi, città, storie.  Oggi può contrastare il linguaggio di una politica becera e cieca alla vita e diventare linguaggio universale di unione dei popoli.





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n. 1 marzo 2026