n. 1 marzo 2026
n. 1 marzo 2026
L’arte a Gaza
Elisabetta Pastacaldi
Quale arte può nascere a Gaza in mezzo alla distruzione e alla morte?
L’arte è libertà, è passione, è emozione, ma i Gazawi non sono liberi, la loro passione è sofferenza, angoscia, insicurezza nella quotidianità e per il domani, tanto che l’emozione si traduce in paura. Sentimenti che attanagliano l’anima, che distruggono la vita prima della morte e che per lo più non lasciano spazio a nient’altro.
Rovistare tra le macerie per trovare cibo, oppure rinunciare a nutrirsi per acquistare le poche medicine in circolazione in un contesto di distruzione e disumanità.
Probabilmente solo a posteriori qualche sopravvissuto, qualche esule trasformerà e esprimerà ciò che ha vissuto in arte, ma al momento tutto appare difficile.
L’arte si esprime attraverso molteplici linguaggi, alcuni più praticabili, altri meno in un contesto di guerra. La poesia e la scrittura sono per esempio forme espressive che in modo immediato possono sorgere dalle ceneri e rappresentare uno sfogo e nel contempo un conforto.
In un mondo ormai privo di poesia talvolta c’è grande bisogno di esprimere i sentimenti e le sensazioni che si annidano nella profondità dell’animo.
Nonostante l’opinione pubblica mondiale sia distratta dal nuovo conflitto esploso in Medio Oriente e anche dalla pace ipocrita e fittizia proclamata da Israele e sancita dalla riconsegna da parte di Hamas degli ultimi ostaggi vivi o morti, in realtà appare evidente anche a uno osservatore distratto che a Gaza la guerra continua ancora, seppure in modo più subdolo e strisciante, ma non per questo meno drammatico.
Il sistema sanitario è devastato, la carestia incombe, mentre gli aiuti umanitari continuano a essere ostacolati e ridotti.
La striscia è sostanzialmente occupata dagli israeliani che continuano a sparare a vista, senza alcuno scrupolo, a chiunque capiti loro a tiro, mentre i coloni perseguono privi di freno la loro attività di insediamento arbitrario ai danni di una popolazione ormai del tutto inerme.
In questo contesto i poeti possono scrivere i propri versi col sangue dei bambini assassinati, testimoniando il loro dolore e rendendolo immortale, mentre il silenzio spettrale e, in contrapposizione, il crepitio delle armi e il boato delle bombe formano un concerto di dolore e di sofferenza. Si può persino comporre musica con le urla delle donne e il pianto dei neonati, oppure scolpire le macerie delle case distrutte.
E anche descrivere la miseria di un’umanità incapace di cambiare, incapace di redimersi, stanca della pace, stanca di fingere bontà e empatia e ormai priva di ogni freno morale, guidata solo dall’interesse economico, ma del resto cercare costantemente nuove fonti di guadagno è un’altra forma di creatività, forse è l’unica arte possibile e davvero prolifica in questo drammatico momento storico.
La poetessa palestinese Ni’ Ma Hassan scrive:
Una madre a Gaza non dorme…
Ascolta il buio, ne controlla i margini, filtra i suoni
uno a uno
per scegliere una storia che le si addica
per cullare i suoi bambini.
E dopo che tutti si sono addormentati,
si erge come uno scudo di fronte alla morte.
Una madre a Gaza non piange.
Raccoglie la paura, la rabbia e le preghiere nei suoi polmoni
e attende che finisca il rombo degli aerei,
per liberare il respiro.
Una madre a Gaza non è come tutte le madri.
Fa il pane con il sale fresco dei suoi occhi…
e nutre la patria con i suoi figli.