


ARTE AL CENTRO
Da tre anni al Parco*Prato, per sfidare un luogo
difficile con arte e cultura, per raggiungere un pubblico ampio, per
ricostruire una società che si sta frantumando: infatti non si ha cultura
senza tessuto sociale e non si ha tessuto sociale senza cultura.
Il nostro esperimento è diverso da quello –
pur importante - che fanno gallerie e musei, guidati da criteri artistici
selettivi. Noi miriamo alla gente indifferenziata, nel luogo in cui lĠarte deve
tornare ad essere collante generale. I livelli, le esperienze, i percorsi sono
i più vari ma rappresentano la storia che il popolo sta facendo,
ripartendo da livelli originari, riscoprendo le difficoltà, il mestiere
di fare arte e inserendoci – cosa sempre nuova e sempre valida – la
propria visione, il proprio messaggio.
LA CULTURA COME NUTRIMENTO, QUALE CULTURA COME ENERGIA?
Il titolo che abbiamo dato allĠevento di questo terzo
anno allude a quello di EXPO: NUTRIRE IL PIANETA, ENERGIA PER LA VITA. Noi vi
abbiamo esplicitato lĠaspetto che più ci interessava e che però non
è assente da EXPO Milano che ha lĠobiettivo di coinvolgere i paesi del
mondo sul tema del nutrimento e sulle sostenibilità del pianeta, sulla
qualità del cibo, sulle politiche alimentari, sulla cultura ecologica. Si
tratta quindi di un tema assai vasto e importante.
Si muoveranno capitali e interessi intorno a questo
evento?
È quanto hanno denunciato i contestatori dellĠiniziativa. Sarebbe da una
parte ingenuo negare questo aspetto, ma sarebbe ideologico negarne lĠmportanza
e non vedere che se le critiche hanno un senso esse implicano la spinta al
cambiamento e questo non può esser perseguito al di fuori delle
energie di fatto che esistono sulla terra.
Si tratta di saperle ben indirizzare ovviamente. Ognuno farà la sua
parte. Noi facciamo la nostra.
La
disposizione delle opere era anticipata nella piazza, vicina alle corsie di
scorrimento del traffico.
Posteriormente
restava un grande spazio dedicato alle performance e ai laboratori, sia la
danza di Sabina Cesaroni (intorno all'opera dell'ULTIMA CENA di Ignazio Fresu),
sia le esibizioni di arti marziali coordinater con i gesti della scrittura
cinese di Anthony tang (in fondo a sinistra), sia la breakdance dei BRANDNEW
(su un palco posizionato in fondo a destra), sia lo spettacolo della Compagnia
ZIBA posizionato a ridosso dello spazio sculture.
COINCIDENZA-OTTIMA COSA
Nutrire il Mondo
Ciò
che vogliamo è ciò che dobbiamo
e ciò che dobbiamo è ciò che vogliamo.
Coincidenza
delle coincidenze. Ottima cosa.
Cos'è
che vogliamo?
Nutrire
il mondo.
Noi lo vogliamo.
Lo
vogliamo noi?
È
nostro potere?
Se
è nostro potere non lo abbiamo voluto.
Finora.
Se lo abbiamo voluto, non abbiamo potuto:
Discontinuità
soggettiva fra volere e potere.
Torniamo
alla coincidenza-ottima-cosa:
Cos'è cambiato?
Possiamo adesso ciò che volendo non potevamo,
o
vogliamo adesso ciò che potendo non volevamo?
Niente
è cambiato,
io stesso son qui come prima,
seduto
sulla medesima sedia,
penna
in mano e carta bianca sotto.
Questo
è cambiato:
la penna scrive e il pensiero pensa.
Pensare
è potere.
Giusta proposizione.
La cultura. Nutrire il mondo si può.
La cultura può.
Ma fin dove avanza il potere del pensiero?
Può
cambiare il mondo?
Il mondo intero può cambiare, il pensiero?
Ecco un
punto, un problema, uno slittamento
che
batte esattamente lì,
Sulla parola cultura.
Cos'è cultura?
Altra
coincidenza potrebbe,
cultura-è-pensiero.
Se pensare è potere e se potere è cultura
volere è pensare.
E se volere è pensare che può fermare il volere?
Che
può impedire il cambiamento del mondo?
Nutrire
il mondo.
Imperativo
categorico,
Coincidenza
delle coincidenze.
Ma
cultura-e-pensiero non sono esattamente
lo
stesso.
Il pensiero pensa e si fa cultura.
Ma pensando non sa
la
cultura che sarà.
La
cultura è là
e il pensiero la percorre.
Che troverà il pensiero nel suo viaggio?
Nessuno
lo sa.
Pensare
è potere - questo è vero.
Ma solo
dopo. Non prima.
Questo
spezza la coincidenza-ottima-cosa,
si
interpone fra potere e volere
sì che volere non è più potere
e il potere vacilla di fronte al dovere.
Cos'è
allora la coincidenza delle coincidenze?
Cos'è
questa frase che inanella parole
e le diffonde nel mondo?
Che dice al mondo:
"Guarda
mondo cosa voglio io?
Guarda
mondo la mia volontà,
volontà
di bene,
volontà universale,
che mi
appartiene."
Ecco
allora che questa,
la dichiarazione imponente,
rivela se stessa,
la chiusura in s stessa,
la volontà che si chiude in sé,
che non trattiene il proprio apparire
davanti all'incognita del viaggio
che il sapere deve intraprendere,
ma dichiara prima ancora di aver toccato l'ignoto,
ciò
che troverà in ciò che non sa.
Che
troverà?
La sua volontà.
La dichiarazione della sua volontà.
Troverà se stesso,
il bambino impotente
che con splendido riso si rivolge alla madre
e che
dice:
"Guarda
mamma come bravo son io!"
ARTISTI E GESTALT
INTRODUZIONE GENERALE
Il pittore apre finestre su visioni mai viste ma
verosimili. Prendiamo il fenomeno della distanza. Il nostro occhio
è tarato su una gamma millimetrico-chilometrica, distinguiamo cose che
sono a pochi millimetri distanti, e cose che sono lontante da noi alcuni
chilometri. La realizzazione di questo atto visivo ci soddisfa, ci è
naturale, semplice e spontanea. Talvolta però - al di fuori di casi di
difficoltà visive a livello patologico, come la miopia o l'astigmatismo -
l'atto del vedere non ci soddisfa, non risponde alla nostra domanda di
comprensione del reale, di individuazione di ciò che ci sta davanti. Per
esempio, se studiassimo il cinese ci troveremmo spesso nella difficoltà
di individuare la composizione di alcuni caratteri; oppure, se fossimo
cacciatori, potremmo trovare difficoltà a individuare che tipo di uccello
si muove sul versante opposto della collina.
Come esseri umani però abbiamo intrapreso un
percorso di potenziamento dell'atto visivo per mezzo di supporti tecnologici.
Con l'uso di una buona lente per esempio riusciamo a risolvere tutti i nostri
problemi di individuazione della struttura di ogni carattere cinese, oppure un
buon cannocchiale ci risolve perfettamente le incertezze visive relative
all'individuazione del tipo di uccello che si trovi sul lato opposto della
collina.
La tensione alla chiarezza visiva viene, quindi, in
questi casi, risolta. La tensione alla chiarezza riguarda il modelli
millimetrico-chilometrici che abbiamo di fronte e che appartengono alle forme
che si configurano sulla struttura del nostro occhio.
Se però aumentiamo la potenza del nostro strumento
tecnico, per esempio, la potenza della lente fino a farla diventare un potente
microscopio, la tensione alla chiarezza visiva subisce un trauma perché
ci troviamo catapultati in un universo nuovo perdendo il contatto con i nostri
modelli di forme naturali. Guardando un fiocco di neve al microscopio perdiamo
il contatto con il fiocco di neve, ciò che vediamo non è la
precisazione della forma che volevamo vedere, è un'altra cosa:
l'irregolarità e la morbidezza, anche un po' sporca che volevo vedere meglio,
è diventata un cristallo bellissimo, estremamente regolare, solido e
pulito perdendo ogni relazione con la tensione che volevo sciogliere
originariamente.
In modo analogo, guardando in lontananza con un potente
telescopio, la tensione a precisare le forme dell'uccello che vedevo muoversi
sull'altro lato della collina, si frantuma in presenze diverse dove la stessa
composizione dell'atmosfera - assolutamente inesistente ad occhio nudo - si
materializza in forme impreviste che si frappongono fra me e l'uccello, il
quale non mi si chiarisce affatto alla vista, ma diventa anch'esso un universo
di forme nuove.
Ora l'occhio serve a scoprire, a identificare a fa
riemergere forme che già possediamo nella nostra mente e a metterle in
relazione con la realtà. La tensione alla chiarezza visiva fa proprio
questo: mira a precisare il rapporto della realtà con le nostre forme
interiori, la nostra gestalt.
Con il potenziamento dei nostri strumenti tecnologici
questa non cambia, resta la stessa, ma si trova proiettata in un altro mondo.
Ecco allora che sorprendentemente ritroviamo in un universo nuovo qualcosa che
pensavamo di aver abbandonato, la cara, vecchia mimesis.
Franco Fantacci riscopre le sue forme
interiori a livello microscopico, abbandonando l'universo super millimetrico
per un modello sotto millimetrico. Le ricompone con delicatezza, con colori
tenui, bianco-celesti, rosati, bruni, gli dà spessore, li incornicia in
cerchi leggermente ondulati come crateri lunari con un'atmosfera terrestre,
ispessiti da contorni a rilievo com'è proprio di un universo nuovo ma in
grado di contenerci.
Tutte le sue composizioni mirano a fermare il tempo,
diversi momenti del tempo. Si tratta sempre di erosioni, cioè di
una scomposizione della materia, di una frantumazione. Si tratta altresì
di mutazioni, le sue sono infatti erosioni mutanti dove l'azione
di precipitare mira a una ricomposizione. Franco ferma un attimo di questa
incessante trasformazione mostrando come ogni momento di questa continua
distruzione e ricostruzione sia sempre un equilibrio perfetto.
La mimesis di Paolo Vignini è operata a una
distanza diversa, non più sotto ma super chilometrica. La trasparenza
dell'aria si ispessisce di macchie scure al di là delle quali si
intravedono presenze indefinite del vecchio mondo. Le sue tonalità
ruotano attorno a diverse sfumature di grigio-nero che ci fanno avvertire
l'abbandono del vecchio contesto e la profondità misteriosa di quello
nuovo sul quale abbiamo cominciato a posare i nostri piedi, o meglio, il nostro
sguardo.
Torniamo allo sguardo millimetrico-chilometrico: è
allĠinterno di questo sguardo infatti che Sipontina Paloscia si affaccia
sul mondo. Lo percorre, lo vive, lo scopre. Per se stessa ovviamente, prima di
tutto, ma anche per noi. Ci dà il suo sguardo. Sipontina attraverso i
vari gruppi etnici della terra, ne fa ritratti, ogni ritratto è uno
studio che rispecchia se stessa che si ibrida con la scoperta dellĠaltro, nei
costumi, nelle pose, nei tratti del volto. Gli animali: ogni animale è
una scoperta, una discesa in dettagli che mai si sarebbero colti se non fossero
stati studiati e vissuti. I mestieri: la ricchezza degli strumenti, la perizia
del lavoro, lĠabbondanza e le caratteristiche dei prodotti.
Il grande William Turner non si allontana dalla visione
millimetrico chilometrica ma si pone ai limiti della distanza, costruisce
grandi paesaggi in modo tale che questa vista è chiara in quanto
paesaggio e però talmente predominante che serve solo per dare il senso
lessicale del suono dei colori, un suono arioso, o pesante, o sublime come gli
inglesi intendono il sublime, cioè spaventoso, minaccioso, dominante. Francesco
Alarico ha la stessa lunghezza dĠonda e inoltre elimina completamente il
riferimento lessicale, identificativo di ciò che dipinge e lo lascia alla
parola stessa, al titolo. Ciò gli permette di lanciare il suo sguardo al
di là delle configurazioni paesaggistiche e di sondare la trascendenza
dellĠessere. Quando però Francesco si avvicina alle cose, il suo fare si
trasforma, diventa contesto, si fa scultura che però non rinuncia ad
alludere alla grandiosità e incombenza del mistero che si nasconde nei
vuoti scavati nella materia o nelle assenze che le tracce scolpite lasciano
presagire.
Se la pittura è una finestra sul mondo, la
scultura è invece il contatto con il mondo. Se la pittura ritaglia la
distanza con lĠocchio per rticostruirla per lĠocchio, la scultura annulla tale
distanza, resta sul millimetrico chilometrico, a tu per tu con la materia e
lĠocchio serve per trasformare la materia stessa nella propria gestalt interiore.
Lia Pecchioli ci fa sentire la pesantezza e
la ruvidità del mondo – cemento, pietra, ma anche rame frammisto a
parole e lo sforzo per dare a questa ritrosia inorganica la forma della dolcezza
spirituale.
Questo sforzo demiurgico potrebbe sembrare assente nelle
opere di Luigi Rindi: tronchi dĠalbero, radici di ulivi, rami spezzati
che lui cerca nei boschi montani o fra i detriti lasciati dalle risacche
marine. Già fatti, ready-made della natura. È lĠocchio che vede e
sceglie ciò che il caso offre alle proprie figure interiori. Naturalmente
si tratta di un processo dialettico – come si usava dire fino a non
troppo tempo fa: infatti il caso non viene lasciato a se stesso, Luigi, lo
prende, lo posiziona, lo tratta, lo lavora finché ciò che ha visto
possa essere socializzato, generalizzato.
Nicola Mancino si pone nei confronti della
scultura in modo tradizionale, usa vari materiali, pietra, gesso, marmo, legno
e ne trae figure classiche, soprattuto corpi di donna, mezzi busti, volti. Qual
è il suo percorso? Il suo è un percorso personale, biografico e
ideale, cittadino. Omaggio ai propri familiari, idealizzazioni di conoscenti,
materializzazioni delle proprie immagini interiori, creazioni di miti della
propria città.
Antonio Bruno lavora lĠacciao, e il vetro,
costruisce contesti e universi, totem, pagine dellĠuniverso: le visioni
copernicane, la costruzione dellĠeuro, la luna nella fontana, lĠalbero della
poesia. Non si tratta di immagini del mondo, i suoi oggetti si pongono come il
mondo, ci invitano a viverci allĠinterno, a volte a dialogare con loro, alla
nostra altezza ma sempre con la forza intangibile di un materiale con il quale
non possiamo confrontarci e che ci fa sentire la nostra debolezza costitutiva,
la nostra umana fragilità.
Ecco, alla fine del percorso troviamo una lampada, anzi
due, una nera e una dĠoro, una luce che nasce dallĠinterno della forma
primordiale dellĠuovo, una forma di protezione alla vita. Si tratta della
lampada Kos, di Roberto Casati, un prodotto dal design raffinato
che si inserisce nel filone di ricerca che Roberto sta percorrendo da tempo, a
partire dalla Kasauovo, abitabile ed ecologica, al ModulĠArt, il
mattone flessibile, a Kabinart, un servizio pubblico innovativo ad Atargatis,
la grande poltrona dai colori vivaci.
Tamara Donati, segue la figurazione
tradizionale, quasi sempre femminile, ma la figuratività è un
pretesto per esprimere l'eleganza della linea, la sinuosità e il nitore,
la precisione. Nitore e precisione sono anche gli strumenti che usa per affrontare
il territorio dell'installazione concettuale e della performance, strumenti con
i quali affronta temi sociali quali lo sfruttamento e la violenza sulla donna e
il razzismo nelle sue varie forme.
Le installazioni di Ignazio Fresu sono tutte
volte a scoprire aspetti del presente che celano insieme la scomparsa e la
permanenza del passato: il passato scompare dalla vista ma si ripresenta
continuamente nelle infinite forme che assume in un presente che invece si
presenta come un reperto del passato, una pietrificazione destinata anch'essa a
cambiare nel tempo, sottoposta a un divenire che mantiene l'identità
dell'essere.
Le opere di Leonardo Bossio sono caratterizzate
da un giudizio universalmente negativo che viene presentato con estrema ironia:
ogni aspetto del reale è intaccato dalla malattia e, come tale, deve
essere curato. La sua arte è esattamente ciò che può curare
ogni male del mondo e proprio per questo si presenta come una pillola. Le sue
opere sono ora grandi, ora piccole, in vetroresina, in pietra, in plastica, e
tutte sono volte a curare uno degli innumerevoli mali che affliggono il mondo.
La mostra entra in rapporto, anche di
tensione, con lĠevento di EXPO 2015, ne riprende il tema ma ne fa una torsione
che cerca di evitare la retorica del cibo. Non perché il problema
alimentare - sia sul versante ecologico, che sanitario, che di giustizia
distributiva - sia un falso problema, tuttĠaltro. E neanche perché
pensiamo che lĠiniziativa di EXPO sia una falsità, una mistificazione. Si
tratta di una grande operazione, capace di coinvolgere tanti paesi del mondo,
dai più ricchi ai più poveri e capace di affrontare dibattiti sui
temi accennati ad altissimo livello. Eppure come sempre avviene per iniziative
così coinvolgenti, la forma è destinata a preponderare sulla
sostanza. Vedremo quali saranno i risultati, forse ce ne saranno di più
di quelli che ci aspettiamo e forse i frutti matureranno nel tempo. Tuttavia il
nostro rapporto con EXPO non poteva essere direttamente propositivo: noi non
abbiamo alcuno strumento per operare sulle diseguaglianze del mondo, sulle
storture economiche e tecnologiche, sulle abitudini e sulle insufficienze
alimentari. Possiamo però dialogare sul piano culturale nel luogo in cui
la cultura tocca la materia solo a livello rappresentativo, cognitivo, sociale.
Qualcuno potrebbe obiettare che lĠinsieme degli stili
proposti non avanza, nel complesso, percorsi artistici univoci. Si tratta in
effetti di una presenza, la nostra al Parco*Prato, eterogenea, ma, mentre,
diciamo questo, diciamo anche che la novità sta proprio in questo,
nellĠassumere tale eterogeneità in modo programmatico come sfida a
percorsi che mirano allĠisolamento della ricerca e quindi allĠisolamento
dellĠarte dal popolo, a concepire lĠarte come un evento elitario che trova la
sua ragione nel semplice accumulo di novità e non nella diffusione del
mezzo artistico alla generalità degli uomini, i quali, tutti, se ne
appropriano - possono appropriarsene - e usarla per capire, per conoscere, per
comunicare, costruendo la più grande operazione culturale che si possa
immaginare.
FRANCESCO ALARICO
Biografia: Nasce a Trentola (NA),
frequenta l'Istituto d'Arte e poi l'Accademia di Belle Arti. È
pubblicista presso lo Studio E2 di Napoli. Giovanissimo espone nelle
Gallerie d'Arte di Titisee e di Noistadt in
Germania. Fonda con altri artisti e il critico d'arte Enzo di Grazia il Gruppo
Aversano. Ha gli apprezzamenti di Guttuso e di Crispolti. Nel 1970 si
trasferisce a Codogno (MI) per insegnare nella scuola media continuando la sua
attività di artista e esponendo in gallerie di Codogno e Milano. Nel 1977
è a Prato, entra in contatto con Fiorello Tosoni, Salvare Cipolla e
frequenta il CEPAC, ritrovo dei maggiori artisti della Toscana. Nel 1979 espone
alla Galleria d'Arte
Moderna il Ventaglio di
Firenze. Entra in contatto artistico con Rinaldo Frank Burattin. Espone a La Croisette
Martinez Concorde a Cannes, alla Galleria Palazzo Doria a Genova e
alla Galleria d'Arte Casabella a Santa Margherita Ligure. È nel
2000 che Francesco si avvicina all'arte digitale con molte sue creazioni
pubblicate sulla rivista Computer Arts.
Arte: Della sua arte sono stati identificati tre
elementi costitutivi:
1. la particolare sensibilità individuale
dell'artista, alla quale si abbandona totalmente facendosi guidare verso una
perfezione ideale della forma;
2. la tensione verso l'Assoluto, che è poi la stessa ricerca della
perfezione formale come abito dello Spirito e, nello stesso tempo, 3.
l'incontro con i limiti degli orizzonti umani: oltre la percezione dei
propri sensi si affaccia l'ignoto nei cui confronti l'artista può
fermarsi o cercare di varcarne i confini. Francesco si muove in avanti alla
ricerca del Sublime, di ciò che ci sovrasta e che si pone nei nostri confronti
come mistero, come minaccia e come promessa, come terrore e come estasi.
Per quanto riguarda la PITTURA, le forme si
nascondono nella luce dei colori. I colori ne portano la suggestione, il senso
visivo senza il bisogno di essere espresse lessicalmente, nello stesso modo in
cui i suoni delle parole significano già pur private del loro
significato. L'arte digitale di Francesco non comincia con il mezzo digitale:
questo offre uno strumento di estrema plasticità, apre un orizzonte infinito
alla sperimentazione, ma rischia di non raggiungere l'intensità del
colore della pittura tradizionale. È da questa quindi che Francesco
parte, dall'impasto dei colori, dalla sensualità fisica dell'azione sulla
pasta cromatica che lavora fino a che non trova i limiti propri della pittura
tradizionale. È a questo punto che ne fotografa il risultato per
ripartire da questo come materia prima da elaborare al computer sfruttandone le
infinite possibilità elaborative.
L'opera esposta al grande pentagono imballato nell'ala est
del Parco*Prato si intitola Autunno, Primavera, Estate. Si tratta
di un trittico che riduce a tre le quattro stagioni - e noi sappiamo che il
tema del Nutrimento viene rispettato, poiché tradizionalmente le stagioni
hanno a che fare con le azioni agricole e quindi con la coltivazione e la
produzione delle basi alimentari. I colori di tutti e tre. I quadri sono
fortemente intensi, e si passa dalla predominanza del blu scuro con presenze di
rosso intenso per l'autunno, all'irruzione di chiazze bianche e gialle nella
primavera, per arrivare alla predominanza infuocata del rosso estivo.
Nell'angolo basso a sinisra del primo quadro - l'autunno
- si notano dei fogli accartocciati con delle scritte: l'autunno della
scrittura, la sua scomparsa. Niente inverno, quindi. Perché? Ovviamente
perché non ha a che fare con la produzione di cibo. Anche se non è
del tutto vero. L'inverno lo prepara, ne rappresenta la cornice indispensabile.
La cornice, appunto che anche qui, circonda le tre stagioni nel suo colore nero
e omogeneo.
Per quanto riguarda la SCULTURA Francesco si
trova a tu per tu con la materia e la sua azione si ritrova all'interno del
rapporto primitivo dell'azione manuale. Come può muovere i suoi passi
verso l'ignoto? come sperimentare oltre i limiti degli strumenti tradizionali?
Francesco usa vari materiali per dar forma alla propria ricerca. Nel dar forma
alla dea Demetra si ispira alla famosa copia marmorea
dell'originale della scuola di Fidia. Demetra è la dea dei cereali (in
latino infatti si chiama Cerere) ed è anche la dea madre di Persefone (o
Proserpina), rapita dal dio degli inferi, Ade, per farla sua sposa ed è a
questi che Demetra riesce parzialmente a strapparla. E tuttavia Essa è
anche coinvolta nella grande battaglia degli dei: sorella di Zeus lo aiuta
nella sua battaglia cosmica. È per questo che viene raffigurata con la
lancia in mano. Ed è questa versione combattente che Francesco riprende
dalla tradizione. Il nostro mondo laico e limitato non conosce più Demetra,
non ne cerca più il volto, ma non può sfuggire alla lotta, al
combattimento alla guerra. La lancia è ciò che resta nel mito nelle
traversie del mondo contemporaneo, il resto è vuoto, ignoto, inconoscibilità.
L'altra scultura che incontriamo al Parco*Prato è Dopo
la Semina. Chi di noi conosce ancora il duro lavoro dei campi? Gli
stivali che affondano nella terra, i vestiti stracciati dai quali ci si libera
non appena tornati a casa, lasciando tutto su scale stilizzate e irreali.
Demetra, Cerere richiama la base del cibo mediterraneo, come è giusto che
sia avendo a che fare con un tema che ruota intorno al cibo. E la semina
è l'azione che tutto precede. Ma nelle opere resta una lancia e gli
stracci dismessi di un'azione che non possiamo più incontrare nella quotidianità.
LEONARDO BOSSIO
Biografia: Nato a
Firenze nel 1973, Laureato in Scultura allĠAccademia di Belle Arti di Firenze.
Le sue opere prendono forma nel suo laboratorio di
scultura nel centro storico di Prato.
Ceramista e modellatore è attento alle più
bizzarre caratteristiche della società contemporanea che interpreta in
maniere originale, ironica con una manualità spiccata verso tutti i
materiali.
La ricerca attuale mostra lĠinteresse verso una forma
modellata più che costruita; la forma e la geometria, da sempre costanti
nelle sue opere, lasciano il posto ad un
interesse per la figura umana, surreale, immaginaria.
Oro, colore, luminescenza rivestono i suoi personaggi buffi, e bizzarri.
La Pillola è il più importante progetto a cui sta lavorando [dal
sito http:// www.bossiosculpt.it/la_pillola/biography.html]
Arte: da Firenze Leonardo si è
trasferito in via San Fabiano a Prato e ha intrecciato varie collaborazioni fra
le quali quella con Giada Mazzini della Ermani Arredamenti.
Il suo sguardo sulla città è abbatanza
preoccupato:
"Percepisco gli umori della città
nelle persone e nelle attività; avverto tristezza nel centro storico,
rassegnazione e malinconia; tutto appare piatto, anonimo, nessuna zona che si
caratterizzi per funzioni artistiche, o artigianali, o commerciali, o ludiche,
o di svago.
Alla gente sembra manchi un po' di allegria, di
entusiasmo, di vivacità. La multietnicità potrebbe essere un luogo
da visitare e non un luogo da evitare.
Per quanto riguarda l'arte, Prato ha puntato da decenni alla
contemporaneità, realizzando un importante Cetro
Espositivo, ma, quasi per assurdo, nel centro storico, l'arte contemporanea
è totalmente assente. La ritroviamo solo nel chiuso dei musei, destinata
a una élite, non fruibile da un ampio pubblico, né a questo
comprensibile. Dovrebbe essere promosso verso questa arte un aspetto più
ludico che susciti interesse e curiosità."
Nelle sue opere, Leonardo innesta "le più
bizzarre caratteristiche della società contemporanea", che lui
interpreta in modo originale, ironico, trattando ogni tipo di materiale con
spiccata manualità. [Franco Riccomini]
L'opera esposta al Parco*Prato si intitola Bitch Pill.
Si tratta di una grande pillola in vetroresina, con ciglia di vera pelle.
Occhi, ciglia e bocca sono caricati di un forte trucco, fatto per attrarre e
insieme, per nascondere l'anima interiore, per annullare il soggetto che la
pillola rappresenta al fine di svolgere efficacemente la propria opera
curativa: quella di curare la carenza affettiva e sessuale, la fame di rapporto
intimo. Saprà questa pillola assolvere al suo scopo? Possiamo intanto
dire che al Parco*Prato è stata oggetto di attenzione di un ampio e
variegato pubblico, gran parte del quale composto da bimbini e bambine che pur
non cogliendo la funzione specifica del male da curare, ne hanno percepito lo
spirito bonario e accogliente.
Insomma, come risolvere i problemi che assillano la
città? Ecco la risposta di Leonardo:
"La mia Pillola per Prato è volta a curare
la crisi economica, sociale e psicologica. Ha il volto di una donna bella e
sensuale. Ne ho preparate cento copie, ciascuno ne potrà tenere una in
casa e al momento opportuno usarla per trovare la felicità."
Chi ha detto che non funzioni? La prima cosa da fare
è provarla.
ANTONIO BRUNO
Biografia: Nasce
a San Nicola dell'Alto (Kr). Inizia a fare il metalmeccanico e continua lo
stesso mestiere anche quando si trasferisce a Prato. Attualmente risiede a
Montemurlo.
Oltre al lavoro ha avuto vari interessi che ha, tutti,
coltivati, con passione: l'atletica leggera, la fotografia, la passione per la
natura.
Molto presto, anche stimolato dalle suggestioni del
proprio lavoro, dalla familiarità e dalla padronanza nell'uso di una
materia difficile come l'acciaio, ha cominciato a esprimere la propria
creatività quasi come un evento naturale, usando gli scarti della
lavorazione per ricomporli in
figure e facendosi guidare da ciò che proprio gli
scarti del metallo gli suggerivano: potevano essere figure della natura, o
umane o figure astratte.
Ha poi cominciato ad associare alla durezza
dell'acciaio la trasparenza del vetro, e a lanciarsi in composizioni dalla
struttura ambiziosa, cimentandosi con costruzioni architettoniche come la Luna
nel Pozzo, o il grande Copernico. La sua fantasia creativa è
anche passata a lavorare il legno e successivamente anche a cimentarsi con la
pittura con caratteri prevalentemente paesaggistico- nauralistici.
Arte: Antonio non segue scuole artistiche particolari
anche se ne subisce in modo possiamo dire naturale, le suggestioni. Non si
lascia imbrigliare da teorie e poetiche, ma lavora in stretto rapporto con la
materia ponendosi nei confronti di questa in atteggiamento di sfida.
La Luna sulla Zattera
È attratto dalle difficoltà, intanto, come
già detto, del materiale, e dalla grandezza. Antonio mira alla grandezza,
all'architettuta, a porre nei grandi spazi, grandi costruzioni che
rappresentano mondi interi, che mirano a descrivere l'universo, come nel Copernico,
o una storia, come in Abbandono, dove l'abbandono delle campagna
all'indomani del secondo dopoguerra viene descritto con la solitudine di
ciò che resta: viti abbandonate, tracce d'uva.
Antonio è un artista molto prolifico e molto
generoso. Molto intraprendente, anche. Si propone con le sue opere a livello
cittadino, per esempio all'inagurazione del Bastione delle Forche, o nella sua
città, Montemurlo.
Ha realizzato materialmente molte delle idee di di
Bolano esposte nel suo giardino a Porto Ferraio.
Ha avuto anche presenze importanti espositive nella Galleria
C.L.L. di New York, nella Galleria Harrow Art a Londra, a Fellbach
in Germania, a Wangen, in Germania. Nella Sala dei Cinquecento a Firenze
vincendo il Fiorino d'Oro. Una delle sue opere è esposta nella Caserma
dei Carabinieri di Montemurlo; un'altra, sempre a Montemurlo nella caserma dei Vigili del Fuoco;
un'altra in piazza della Libertà.
Altre in varie piazze dell'isola d'Elba, diverse da
quelle realizzate per Bolano.
ROBERTO CASATI
Biografia: Nasce a Borgo San Lorenzo
(FI) nel 1952, risiede a Spicciano in provincia di Prato.

Eclettico e creativo esprime le sue prime esperienze da GUCCI, dove
collabora allo sviluppo di alcuni disegni per maglieria estiva, ceramiche ed
oggettistica.
Nei primi anni Ġ80 intraprende un suo percorso di designer per alcune aziende
nel campo della moda, della profumeria e della cosmetica:disegna le linee degli
Accessori-Moda per Lloving, capi di alta moda per Love in
Florence, foulard di seta per Helena Rubinstein, borsette per Laura
Biagiotti e Renato Balestra, foulard e spille per Gabriela Sabatini e Van
Cleef & Harpels, pantofole per Soluzioni e collezioni intime per
Intimo.

Nei primi anni Ġ90 propone con successo alcune collezioni Primavera E.
all'anfiteatro del Museo Pecci di Prato, al Kobe di Osaka ed a
Francoforte.
Nel 2007 crea lĠimmagine di Spicciano.
Nel 2010 disegna Kasauovo, una innovativa opera, dove si
integrano ecologia, ambiente e design. Kasauovo è la prima Òcasa - kitÓ a
forma di uovo al Mondo e gli viene riconosciuta brevettazione. Kasauovo viene
presentata presso la Collezione di Arte Contemporanea di Giuliano Gori,
alla Fattoria di Celle assieme alle opere di Robert Morris, Alessandro
Mendini, Loris Cecchini e Luigi Mainolfi.
Nel 2013, il Museo di Arte Contemporanea Luigi Pecci gli dedica una serata
nellĠambito del progetto Artisti Km zero. Qui viene presentata in
anteprima Atargatis, la poltrona-uovo, e Kabinart (i
Public-Art-Wc).
Nel febbraio 2013 il Campanile-Kasauovo è
selezionato per ÒUp in the SkyÓ al Saie3.
Nell'aprile.2013 le poltrone Atargatis vengono utilizzate per Òi momenti di
relaxÓ dei visitatori alla Mostra Internazionale dell'Artigianato a Firenze.
Arte: "Tanti artisti, si sono cimentati sul
tema dellĠuovo, da Brancusi in poi. Tutti hanno posto in vari modi lĠuovo al
centro dellĠattenzione dellĠuomo, ma Roberto con Kasauovo, Atargatis e Kabinart
ha ricondotto lĠuomo ÒdentroÓ lĠuovo. Per la prima volta lĠartista ci ha
riportato dentro lĠancestralità della vita, per farci rivivere lĠaspetto
protettivo dellĠuovo e dellĠorigine della vita stessa." [Giuliano
Gori]
Lo spirito creativo di Roberto si esercita su tutto
ciò che incontra, sia esso la moda nell'abbigliamento o nelle
supellettili, nell'architettura o nell'arredamenrto. Sia nell'organizzazione
amministrativa cittadina (è sua l'ivenzione del T- Serve che aiuta i
cittadini a evitare file
Se vogliamo individuare in ogni sua creazione qualcosa
di comune credo lo si possa trovare nella linearità, nell'eleganza, nella
praticità, nell'ecologia, nell'economicità.
Se vogliamo, possiamo anche trovarci una tensione civile,
addirittura popolare per quanto questo aggettivo possa apparire improprio per
un creativo che si cimenta da subito con produzione di alta moda. Eppure, se
questi sono stati i campi di lavoro nei quali si è formato, dove è
stato apprezzato, dover ha imparato l'eleganza e la bellezza, c'è
tuttavia da dire che nel momento in cui si affranca dal lavoro dipendente e
diventa autonomo, si possono cominciare a individuare linee che cercano di
portare la bellezza non più a singoli individui che si collocano nelle
élite sociali, ma nella città, nella urbanità.
La Kasauvo non ha una destinazione sociale elitaria, ha
una destinazione civile: vuole essere un prodotto ecologico, pratico,
essenziale. Vuole anche porsi idealmente in villaggi vacanze gestiti dalle
municipalità, creare Kabinart villaggi fiabeschi, contribuire ad una
urbanità fantastica che non mira ad una élite, ma a una presenza
per la società.
Ancora più chiara questa tendenza si evidenzia con
kabinart. Cos'è kabinart? un gabinetto pubblico, pratico, utile, ma,
insieme bello, artistico, elegante, un arredo cittadino che abbellisce la
città rendendosi utile.
Kabinart può anche essere volto ad altre funzioni,
a un ufficio informazioni vicino al cittadino che mantine la sua funzione di
arredo urbano mentre svolge una funzione civile.
Atargatis è sicuramente una poltrona elegante.
Difficile pensarla nei giardini di una casa popolare. Ma la destinazione
individuale non è la destinazione principale a cui Roberto ha pensato
nell'idearla. La sua funzione principale è quella urbana, nahc'essa un arredo
urbano, sempre capace di arricchire e abbellire la città.
Sì, certo la lampada Kos non è
principalmente volta all'arredo urbano, questa sua ultima creazione è
assai
più immaginabile nelle case private, non proprio popolari. Ma, insomma,
niente vieta che sia usata in locali pubblici (publici-pubblici come sale
comunali o sale di enti particolari, o pubblico-privati, come bar, ristoranti,
hotel).
FRANCO FANTACCI
Biografia: Franco
nasce e vive a Prato, pratese doc. Matura una grande esperienza come
cenciaiolo, lavoro tipico dei pratesi dove l'esperienza nasce dal rapporto
diretto con il materiale. Il cenciaiolo impara a riconoscere i vari tipi di
tessuto con il tatto, ma anche con la vista.
Dopo una decina d'anni di questa esperienza gli viene riconosciuta la sua
capacità e anche le sue qualità creative, tanto che viene assunto
come modellista. Modellista di che? Di tessuti. Viene dotato di una piccola
carda e con quella crea modelli di tessuto da mettere poi alla produzione in
serie.
A Prato si lavora molto. Quanto? Le ore lavorative di
Franco vanno dalle nove alle dieci ore al giorno. Si torna a casa stanchi dopo
una giornata così lunga? Certamente, ma soprattutto nello
spirito, si ha bisogno di
altro. Franco vive a San Giusto. Il parroco della zona mette in piedi un gruppo
teatrale, una decina di persone. Franco è fra questi. L'esperienza
teatrale dura circa sei anni e rappresenta per lui un'apertura della mente, una
possibilità espressiva. Dopo il lavoro, per i sei anni di attività,
il gruppo si riunisce tutte le sere: il sovrappiù non funziona come
aggravio di stanchezza, ma come alleggerimento. Il gruppo scrive le proprie
opere, commedie, in vernacolo pratese, tipo la Compagnia del Buzzi.
Come ogni operazione volontaria, e soprattutto per
problemi del parroco, alla fine l'esperienza cessa e lascia un grande vuoto in
tutti i componenti del gruppo. Non sanno cosa fare, sentono una mancanza. Dopo
aver sperimentato il vuoto, cinque o sei dei vecchi teatranti con l'aggiunta di
qualche nuovo amico, decidono di darsi alla pittura. Perché? Difficile
dire perché. Sicuramente Prato in questo periodo è molto attratto
dall'arte, ci sono grandi collezionisti, si parla di artisti e di pittori.
Inoltre l'esperienza del tessuto, dei colori, ha molti elementi in comune con
la pittura e insomma, la decisione è presa.
Tutti i componenti del gruppo cominciano quasi subito a
distinguersi per le preferenze dei colori, per una propria tavolozza, imparano
subito ad esprimersi su questo piano. Ma manca qualcosa. Manca il disegno, la
prospettiva, il modo di rapportarsi alla figura bidimensionale. Franco e con
lui
altri, vanno alla scuola Leonardo per circa cinque anni e imparano ciò
che la scuola può insegnare. Franco però, da subito, va anche per
conto suo, impara ma non si lascia imbrigliare. Vediamo.
Arte: Franco
comincia con esperienze figurative, soprattutto paesaggistiche, a volte è
colpito da qualcosa, prende appunti che gli servono successivamente a casa,
dove lavora da solo, ma anche con gli amici - la vecchia abitudine di stare
insieme resta per lungo tempo. Non si avventura nella pittura della persona.
Perché? Perché il suo bisogno resta quello della ricerca del colore
e del materiale e per questo suo bisogno espressivo il paesaggio è il
soggetto che si presta meglio. Parte sempre da uno spunto reale, ma poi ha
bisogno di elaborarlo liberamente. Piano piano questa sua elaborazione
personale lo porta a sganciarsi del tutto dallo spunto iniziale, tanto che
questo non sarà alla fine più riconoscibile. O meglio, lo
sarà nella rapresentazione di ciò che vi ha trovato, anche oltre
ciò che si vede oggettivamente: il tormento della natura, ciò che
si nasconde negli anfratti della terra, del legno, delle erosioni. Per questo
abbiamo detto che la sua pittura è una pittura
microscopica: Franco è attratto da ciò che
la terra nasconde, dalla sua storia millenaria, dai percorsi che il materiale -
sempre il materiale - ha subito per arrivare al punto in cui è oggi.
Al Parco*Prato Franco ha portato tre opere, tutte di
circa un metro quadrato, ed tutte intitolate "Erosioni":
erosioni della terra, viste a distanza estremamente ravvicinata, viste,
appunto, al microscopio. Colore azzurro con strie biancastre e in rilievo,
quasi una scultura, una riproduzione degli scavi terrestri. L'azzurro è
una connotazione del tutto soggettiva, ma Franco non usa solo l'azzurro, usa
anche il rosa, il bianco, il marrone, il nero, il rosso, ma sempre in modo
tenue, con delicatezza, quasi cercando di non appesantirle con il suo sguardo
il tormento dell'oggetto che osserva.
IGNAZIO
FRESU
Biografia: Ignazio
Fresu è nato a Cagliari. Frequenta l'Accademia di Belle Arti di Firenze,
si trasferisce a Prato dove vive e lavora da oltre trent'anni. La sua
attività espositiva è molto intensa e si svolge in Italia e in
varie nazioni estere. Il suo lavoro è consultabile su pubblicazioni del
settore e siti internet.
Arte: Il tema
della transitorietà di ogni cosa, si riflette nellĠattività dello
scultore, impregnata di grecismo e di filosofia. La sua poetica si prefigge di
dare un volto alla bellezza dellĠeffimero e di ritrarre lĠeterno inganno
perpetrato dal tempo. A tal fine le sue opere giocano di continuo sulla
percezione della reale consistenza delle strutture esposte.
Rendendo
il senso della caducità delle cose, lo scultore fa uso per le sue
creazioni di materiali riciclati, rifiuti di lavorazioni industriali, e scarti
di un economia di consumo che velocizza sempre di più il processo di
separazione tra ciò che consideriamo in nostro possesso e ciò che
sempre più presto cade nellĠoblio del disuso.
Al Parco*Prato, Ignazio ha posto, all'ingresso sinistro
della piazza centrale una grande tavola imbandita, di modello rinascimentale - Ultima
Cena.
"I tredici posti apparecchiati
sono vuoti e Cristo e gli apostoli sono enigmaticamente assenti: il cenacolo
è diventato a tutti gli effetti una natura morta che richiama la
fragilità e la caducità del mondo dei sensi. Perché tutto
è bloccato e irrigidito in una materia dura come pietra e bianca come il
marmo, dalla tovaglia ai piatti, dal pane all'uva, ad eccezione solo delle
bottiglie e delle coppe trasparenti che richiamano i cristalli seicenteschi,
utilizzati nelle nature morte per creare un ulteriore risalto al rilievo
luministico, riflettendo e raddoppiando sia la scena raffigurata sia inserendo
il pittore stesso, come riflesso, all'interno del quadro. Ignazio
in questa Ultima Cena da' corpo all'universo
invisibile del nostro immaginario, in un mutuo gioco fra visione e pensiero in
cui è abbandonato ogni intento moraleggiante. La vertigine dell'illusione
appare qui conquistata e rifiutata per parlare d'altro, per agire nella
direzione di un'esautorazione del reale attraverso le sue apparenze, in cui
vita e morte convivono perché momenti dello stesso processo del divenire
in un'eterna metamorfosi. Le cose si mostrano come simboli dietro lo schermo
della materia: la percezione degli oggetti-simulacri che l'opera contiene in
sé, indistruttibili nella loro ostinata presenza, sono soggetti ad una
metamorfosi che sembra collocarli simbolicamente in uno spazio sospeso tra vita
e morte, dove le forme perdono la loro consueta rigidezza per mutare l'una
nell'altra attraverso modulazioni impalpabili. E' un'esplorazione delle dimensioni
profonde del nostro Io, un'immersione nella totalità originaria in cui si
compie una trasfigurazione nell'invisibile, un'interiorizzazione che trasforma
le cose in ricordi e dunque in memoria e che ci
libera dalla
separazione soggetto-oggetto, per attuare un superamento e sconfinare nello
spazio del linguaggio che è luogo di manifestazione dell'essere."
[dalla presentazione di Alessandra Frosini]
Prendiamo altre due opere di Ignazio per
illustrare la sua poetica. Un'opera che è stata discussa dalla stampa
registrando un certa intolleranza da parte di alcuni, a Gradisca d'Isonzo
(Gorizia), è particolarmente significativa, si tratta dell'opera Ombre.
"I panni appesi ai fili evocano persone vittime
della violenza. Provate a pensare ai fili dei panni appesi in un giardino che
garriscono nel sole. E' una immagine di vitalità. Provate a pensare alle
cataste di scarpe ammucchiate nei magazzini dei lager: questa è una
immagine di orrore, di morte. I panni di Fresu, rigidi e grigi, evocano la
vita, la vitalità di persone, bambini-donne-ragazzi-uomini, che viene
oppressa. La sua linfa è risucchiata da un terribile parassita e
ciò che resta della persona è un simulacro pietrificato, inerte,
morto. Questi indumenti rigidi, anneriti, incapaci di sventolare al sole,
esprimono il senso di desolazione dell'artista di fronte alla violenza
dell'uomo sull'uomo: a quella di chi ha pensato e messo in atto la Shoah, a
quella di chi massacra il suo popolo per non cedere il potere da cui il popolo
intende espellerlo, a quella di chi lascia che i suoi operai muoiano di
mesotelioma perchè prendere le misure che lo eviterebbero ridurrebbe i
profitti. A quella di chi intenzionalmente uccide, opprime, espelle, estirpa.
E' questo il messaggio di "Ombre". Non capirlo, non condividerlo, non
lasciarsene contaminare, non provare lucida pietà è un servizio
reso al GrandeParassita." [Roberto Malfatti]
Un'ultima opera con il frammento di
Eraclito come citazione che, da solo, permette di andare oltre il racconto e di
avvicinarci all'intuizione di Ignazio:
"Tutte le cose che abbiamo visto e
preso, le lasciamo, quelle che non abbiamo visto né preso, le portiamo
con noi."
LIA PECCHIOLI
Biografia: Pratese
doc., ha avuto fino a questo anno 2015 un importante negozio di articoli per
cavalli, uno dei migliori d'Italia. E tuttavia, fin da piccola è stata
attratta dal disegno, dalla pittura e poi, più tardi dalla creta, dal
rapporto diretto con la materia.
Ha sempre avuto doti naturali, da tutti riconosciute e
questo è stato sicuramente uno stimolo, in certo senso un destino.
Malgrado ciò, proprio perché pratese, il destino segnato nella
famiglia era quello del lavoro e non ha potuto seguire, come avrebbe voluto, la
scuola d'arte. Ne ha fatte molte comunque, fin dalla giovinezza: la scuola Leonardo,
la scuola di Scultura di Calenzano, la pratica con tanti sculturi,
vacanze studio in vari luoghi, stage, Vainella.
La presenza a Vainella è diventata costante e
l'incontro con Leonetto Tintori è stato per lei una fortuna. Non era solo
un maestro d'arte, ma un maestro di vita, qualcosa che non tutti hanno la
fortuna di incontrare.
Arte: la
base dell'arte di Lia è figurativa, una figuratività che elimina
ogni particolare: le individualità, le caratteristiche, ogni
identità scompare nelle sue opere. Ciò che emerge è
un'astrazione, un'idea e, soprattutto, una emozione: la sensualità prima
di tutto nascosta e espressa dal corpo femminile; l'amore, la bellezza,
l'orgoglio, l'autonomia, la fierezza. Tutto viene espresso da forme ridotte
alla pura linearità. Ogni persona rappresentata diventa un pretesto per
esprimere il vissuto fondamentale, tanto che spesso, il volto diventa una sfera
misteriosa oppure scompare completamente, come anche gli arti, le mani, i
piedi: la centralità è data dal corpo, dalle sue posture dritte, o
piegate, da ciò che permette alla linea di esprimere il proprio sentire.
Il materiale è
già, anzi è prima di tutto, un rapporto, nel quale la forza
dell'artista si immerge e dà forma al pensiero. Il materiale è
anche marmo, o creta, o gesso, ma anche cemento. Ogni soggetto ha il suo
materiale: la bianchezza del gesso accompagna il candore di una testa di
cavallo e ne in risalto la forza e la dignità. Il corpo sinuoso di una
donna viene invece investito della forza brutale del cemento con il quale entra
in contatto quasi di contrapposizione.
Queste caratteristiche della scultura di Lia hanno reso
possibile uno fra gli esperimenti più interessanti della sua carriera
d'artista. Nel 2009 ha esposto alcune sue opere nelle sale della Monash
University in via Pugliesi, il titolo: Oltre al Buio, l'Anima e la
Materia.
La caratteristica di questa
mostra era il pubblico a cui questa si rivolgeva, i non-vedenti. Certo, la
visita era aperta anche ad altri che erano però invitati a sperimentare
l'incontro con le opere d'arte bendati, senza obbligo, ma come invito.
Un'esperienza importante, da provare. Lia aveva già esperienza di mostre
simili a Firenze e a Bologna e aveva imparato come sia importante almeno una
piccola introduzione pratica alla visita in queste condizioni. Ha insegnato a
due non-vedenti e questi hanno fatto da guida a tutti gli altri. Cosa succede
in questi casi? Questo tipo di visitatori impara, ma, soprattutto, insegna.
Insegna ai comuni mortali cose nuove, nuove percezioni. Ciò che siamo
abituati a dare per scontato loro ci insegnano a scoprirlo, ciò che
tralasciamo, ce lo mostrano e noi impariamo a scoprirne l'importanza: la misura
delle opere, la loro collocazione, la diversa consistenza del materiale che per
noi è solo visiva, diventa tattile, più vicina a noi.
Perché la scultura di Lia ha favorito questo
incontro? Proprio perché Lia elimina i dettagli e va diritta al livello
espressivo. Un non vedente avrebbe difficoltà a cogliere l'espressione
del volto, i dettagli della bocca, o le venature della mano.
Al Parco*Prato Lia ha portato due opere scultoree e
un'opera bidimensionale, non esattamente pittorica, un ibrido.
Gli Amanti, due
figure abbracciate e fuse in ascesa al cielo, e Vanità, un
corpo di donna seduta, in posa estremamente sensuale, tanto da mettere in
rilievo e mostrare le sue forme. La prima opera espone le linee come un'ascesa,
la seconda come una distensione. Entrambe sono dolci e delicate, essenziali,
appunto. Ma entrambe entrano in contrasto con la materia dalla quale prendono
forma: il cemento scuro e grezzo, dando come risultato una forza nascosta nella
delicatezza delle linee.
I Poeti è l'altra opera: due
tavole in rame scuro e disposto come la mappa di un tesoro, mosso e tarlato.
All'interno di questo supporto, riquadri di pelle con parole incise, brani
poetici incisi sulla pelle.
Un'opera altamente suggestiva che richiama il passato,
la caducità delle cose e la resistenza delle parole.
NICOLA MANCINO
Biografia:
Nasce a Ariano Irpino in provincia di Avellino e vi resta fino a 16 anni.
Dall'età di 13 anni lavora in un negozio di barbiere.
Quando lascia Ariano Irpino, si trasferisce a Prato con
la famiglia e qui resta fino ad oggi. A Prato continua il lavoro di barbiere
per circa tre anni, poi entra nel mondo del tessile, prima come tessitore e poi
in filatura.
Da barbiere a filatore non è un passaggio indifferente: il lavoro del
barbiere ha anche degli aspetti creativi, segue un'estetica, lavora un
materiale a cui dare una forma perseguendo canoni di bellezza. Anche il filato
mira alla bellezza, ma a livelli superiori, dove si formano i modelli. Il
lavoro routiniero non lascia spazio alla creatività. Nicola si diletta,
un po' da sempre, nel fare piccole sculture, senza grandi pretese, sul legno.
È quando è già un uomo, ai limiti della pensione che punta
seriamente ad approfondire ciò che fino ad allora era stato un hobby.
Segue la scuola Leonardo, frequenta la Bottega dell'Arte di Iolo,
conosce qui Raffaele Campanale e Raffaele a un certo punto gli mette in mano un
martellaccio e gli dice di scolpire un pezzo di marmo. "Troppo
difficile", dice Nicola, ma ci prova e scopre che non era affatto
difficile come pensava, anzi, sembrava proprio l'attività fatta per lui.
Alla scuola Leonardo impara il disegno, ma non è il suo percorso,
segue allora la Scuola di scultura di Calenzano per quattro anni. Si
sente a suo agio, sente che quella è la sua attività e la continua
fino ad oggi.
Arte: I suoi soggetti sono da subito dei corpi umani,
soprattutto femminili, ma non solo. La scuola di Leonardo non è
stata inutile, gli ha insegnato l'anatomia, cosa estremamente necessaria per la
scultura e per questo tipo di soggetti artistici.
È attratto dalla rappresentazione del corpo
femminile soprattutto, e principalmente da lavori plurali, da un progetto, per
esempio sulle posizioni della sensualità. Per esempio otto opere. Questo
è un progetto, del quale, magari precisa mentalmente il primo anche se ne
prevede otto, ma dopo il primo il secondo ha già trovato una
progettualità più chiara nella sua testa e dopo il secondo il
terzo, e così via.
Nicola ha fatto tante mostre, naturalmente a Prato, ma anche a Wangen, a
Livorno, a Pisa, nel Casentino.
Le sue sculture non hanno però soltanto una
ricerca formale, anche se questa sempre consegue nel lavoro, una volta scelta.
Nicola vuole anche esprimere qualcosa di sé, una idea, una confessione,
per esempio, una mano con un dito alzato, come per chiedere il permesso di parlare,
come per dar forma alla sua timidezza nella parola, una volta per tutte, senza
doversi ripetere nella richiesta in continuazione.

Al Parco*Prato Nicola ha portato due opere: un grande Pinocchio
di legno e Opera Figurativa n. 1 - in realtà
quest'ultima ha un nome più comune, quello di Venere dei Cenci.
Pinocchio
ci viene presentato nella sua natura originaria di burattino, ma subito anche
con la sua allegria, la sua vitalità la sua aria da birichino che ci
fanno dimenticare la sua natura di legno.
L'opera
Figurativa, cioè la Venere dei Cenci, è una
grande statua di gesso bianco, posizione seduta, con mani ai capelli e una
massa di veri stracci ai suoi piedi. Si tratta della Venere che nasce dai
cenci, della Venere che si può incontrare sul lavoro, della vera Venere
pratese che non conosce retorica, non conosce l'isolamento in le degli dei e
che sta proprio fra di noi, nel capannone, senza rinunciare alla propria
bellezza e al proprio fascino.
Mostriamo
anche un mezzo busto di marmo, la Mangiatrice di Gelato, colta
con la lingua fuori dalla bocca, nel gesto consueto di mangiare il gelato ma
con forti allusioni sessuali che si insinuano nella normalità di
un'azione comune.
LUIGI RINDI
Biografia: Nato a
San Mauro a Signa, vive a Prato dal 1951. Qui, dopo aver lavorato qualche anno
in un lanificio, entra nelle Ferrovie dello Stato, dove arriva ad essere
responsabile per le relazioni umane.
Nel 1993, il presidente delle Ferrovie, notando la sua
dedizione per i rapporti umani, lo segnala all'allora presidente della
Repubblica Carlo Azeglio Ciampi che lo insignisce del titolo di Cavaliere della
Repubblica per meriti di lavoro.
Oltre al lavoro, Luigi ha sempre avuto delle passioni
artistiche: da giovanis- simo impara la fisarmonica e mette
insieme un complessino musicale con il quale comincia a
guadagnare qualcosa esibendosi in vari locali e nelle feste dell'Unità.
Oltre alla musica, il teatro. Tutte esperienze giovanili, ma tali da formare
una speciale sensibilità artistica.
Ha anche, da sempre, la
passione per le bellezze della natura che mantiene in esercizio nella ricerca
di funghi. Nel corso di queste attività incontra varie figure nei legni
che gli capita di trovare nei boschi che frequenta. Per la verità la
prima occorrenza è stata nel fiume Vingone dove ha raccolto un legno con
la faccia del Crocifisso. Poi ha continuato raccogliendo legni nel bosco e
sulle rive del mare.
Dal 1973 ha in uso la ferrovia dismessa di Marradi. Ha
partecipato al bando per l'acquisizione in affitto dei locali per curare il
babbo che aveva bisogno di aria di altitudine e da allora ha sempre tenuto la
ferrovia, andandoci anche da solo, all'inizio per la ricerca di funghi, poi per
la ricerca dei "legni".
Arte: Ovviamente Luigi non si limita a raccogliere
ciò che la natura già predispone: lavora i legni che trova, ma non
li tratta come materiale da lavoro, ma come contenitori di un'opera già
iniziata dalla natura e che lui si preoccupa di esplicitare, di rendere
più evidente, di rifinire, ma non di trasformare.
Il suo rispetto per la natura
si rivela anche nel diverso lavoro
che fa a seconda che i legni che raccoglie siano di provenienza boschiva o
marina: i primi sono più secchi e più rozzi, i secondi sono
già levigati e puliti, anche se spesso hanno delle parti marcite. La sua
opera consiste nel ripulirli, nel tagliarne dei pezzi che possono fuorviare
rispetto all'idea principale, nel limare alcune parti, e nel curarne la conservazione
con vernici di finitura trasparenti.
Nel 1992, durante la guerra di Sarajevo, Luigi, che
aveva delle amicizie nella città, vi si reca per portare aiuto e
assistenza. Nella valle raccoglie un legno particolare, nel quale erano
incastonate varie pietre. La lavorazione del legno seguì l'ispirazione
che vedeva nelle pietre incastonate, dei prigionieri di quei luoghi.
I lavori di Luigi sono stati portati in varie mostre, in
luoghi di mare come Vada e Ripabella, a Prato, ovviamente, a Milano, a
Montecatini, a Firenze e anche a Shanghai in occasione di un concorso
Firenze-Shanghai in occasione del quale ha vinto il secondo premio per la
scultura con un legno dedicato al finanziere Cuccia.
Al Parco*Prato, Luigi ha portato due opere, il Gallo
e la Gallina, per restare all'interno del tema di Expo,
il cibo.
Il nostro artista ha avuto vari riconoscimenti e
appoggi, fra cui il giornalista esperto d'arte Riccomini e don Billi.
SIPONTINA PALOSCIA
Biografia: nata
a Manfredonia, in provincia di Foggia è arrivata a Prato nel 1957.
Sipontina ha sempre avuto la passione per l'arte e in ciò è stata
favorita dal mestiere del marito che faceva il corniciaio. Ha quindi avuto occasione di conoscere opere e artisti
oltre al piacere di visitare mostre e gallerie.
Per curare la propria formazione ha seguito vari corsi di pittura organizzati
dal Comune di Prato. Ha una propensione per l'arte figurativa pur sapendo
apprezzare sia l'arte moderna che quella contemporanea, anche se non in modo
acritico e indiscriminato.
Fra le ultime mostre, Amici
miei, alla Casa del popolo di Coiano, dedicata agli animali; Colori
e Segni, alla sala Banti di Montemurlo, dedicata ai mestieri; Armonie
profonde attraverso il volto dell'altro, nei locali di via Firenzuola,
uno studio sui volti appartenenti a varie etnie; la collettiva dedicata alla Cultura
come Nutrimento al Parco*Prato che riprende alcune opere dedicate a
mestieri attinenti al cibo.
Arte:
Naturalmente l'arte è metafora e creazione: è metafora in quanto
mimesi del reale, vi fa riferimento essendo altro; è creazione in quanto
la mimesi viene investita dello spirito dell'autore, del suo spirito. Ogni
ritratto è il ritratto dell'autore, tutti i personaggi del romanziere
sono pieni del suo spirito, hanno la bontà, l'onestà, la
cattiveria, l'ingenuità e l'astuzia dell'autore. Naturalmente si parla
dei personaggi che dell'autore accolgono lo spirito, i personaggi cosiddetti
iconici. Altri personaggi sono descritti solo esteriormente e rispondono alle intenzioni
dell'autore e quindi incapaci di accoglierne lo spirito. Lo spirito non
è
intenzione, spesso anzi va contro l'intenzione stessa
dell'autore e l'autore si trova a combattere contro se stesso, il suo spirito forza
la sua intenzione e la sia intenzione fa resistenza. Ma il grande artista
subisce lo spirito e soccombe nella sua volontà. Assurdo? No, lo spirito,
pur nascosto nell'individuo, è universale, è l'universalità
che abita l'individuo e questa, pur avendo la forma di quello, e il suo
sguardo, la sua esperienza, si innalza su tutto ciò per guardarlo
dall'alto.
Per arrivare a tanto l'artista
deve tornare sulla sua esperienza, deve padroneggiare il mezzo con cui operare
la mimesi e deve trovare la libertà da tutto ciò per infondere il
proprio spirito.
Esiste ovviamente anche un'operazione ulteriore, quella che mira a cancellare
le tracce del reale, a nascondere il proprio volto, a diventare irriconoscibile
per concentrarsi sulla
metafora assoluta, per infondere lo spirito nel concetto, per inventare forme
di codificazione sempre nuove o assolutamente personali.
Questa seconda operazione spezza le tradizioni e si rivolge
all'uomo globale, mira a un contatto puramente spirituale. E tuttavia non
c'è un salto di qualità al di fuori di quella non valutata
sull'imprinting spirituale, non tecnico, su quanto per concentrarsi sulla
metafora assoluta, per infondere lo spirito nel concetto, per inventare forme
di codificazione sempre nuove o assolutamente personali.
Questa seconda operazione spezza le tradizioni e si rivolge
all'uomo globale, mira a un contatto puramente spirituale. E tuttavia non
c'è un salto di qualità al di fuori di quella non valutata
sull'imprinting spirituale, non tecnico, su quanto alla nostra vista e al nostro
udito, ma solo perché non guardiamo e non sentiamo: voliamo per tornare
alla nostra eserienza passata.
L'artista non può farlo, deve saper vedere per
fare, deve scendere in ogni particolare, deve capire ogni dettaglio. Ciò
che fa è ciò che comprende, ciò di cui si impossessa.
Sipontina dipinge grandi cicli di conoscenza della
realtà, dipinge cicli di animali, cicli di volti etnici, cicli di
attrezzi di lavoro e di lavoratori. In ogni ciclo e in ogni opera infonde se stessa,
il proprio volto, i propri gusti e, nello stesso tempo ci offre ciò che
il suo spirito ha attraversato nei suoi viaggi di conoscenza.
TAMARA DONATI

Biografia: 1985,
diploma di Maturità artistica – sezione Accademia, poi, corso
biennale di grafica pubblicitaria promosso dalla Regione Toscana. Dal 1988 in
poi partecipa a numerosi corsi di teatro, danza e canto per integrare lĠarte
visiva con altre discipline artistiche.
Nel 1992 è invitata dalla Prof.ssa
Botez-Crainic, dellĠUniversità di Storia dellĠArte di Bucarest, ad
esporre in Romania presso la Galleria Adam nella località di Ploiesti. In
seguito, inizierà ad allestire mostre in varie città dellĠItalia e
allĠestero.
1997: partecipa ad una performance con Michelangelo Pistoletto presso il Centro
per lĠArte Contemporanea Luigi Pecci di Prato. Da questo stesso anno inizia a
dedicarsi allĠinsegnamento promuovendo corsi di disegno e tecniche pittoriche.
Nel 2005, in occasione della 51Ħ Biennale
dĠArte Contemporanea di Venezia, ottiene un riconoscimento alla carriera presso
lĠIstituto Italo Latino-Americano, da parte dellĠAmbasciatore del Costa Rica,
per aver partecipato alla creazione di un Museo dĠArte Contemporanea Italiana a
San Josè in Costa Rica.
Nel 2008 vince il secondo premio del concorso ÒSanta Rita da CasciaÓ con
lĠopera La rosa e le spine ora in mostra permanente presso il Santuario di
Roccaporena (PG).
Si diploma in Counseling Biosistemico dopo aver frequentato un corso triennale
di formazione, integrato con Arteterapia e metodi immaginativi, con la
Società dellĠAscolto di Prato.
Nel 2009 inizia il ciclo ÒArte-fattoÓ, una
serie di composizioni polimateriche, in cui interpreta gli effetti del consumismo
imperante ed irrispettoso della creatività e dellĠoriginalità. Nel
2013, presso il Centro per lĠArte Contemporanea Luigi Pecci di Prato, partecipa
alla rassegna: Artisti Km 0 con la performance ÒDolceterapiaÓ. Nel 2014
partecipa allĠEsposizione Triennale di Arti Visive a Roma, presso
lĠUniversità ÒLa SapienzaÓ, Facoltà dĠIngegneria Civile e
Industriale, sotto la direzione artistica di Daniele Radini Tedeschi e
inaugurata da Achille Bonito Oliva.
Arte: "Quando
avevo quattro anni sono stata abbandonata dal pulmino della scuola, per errore,
lontano dalla nuova casa dove ero andata ad abitare. Mi sono guardata attorno
smarrita. Poi mi sono avvicinata ad un uomo che stava consegnando delle pezze
con un camion e gli ho spiegato quanto mi stava accadendo. Si è offerto
di accompagnarmi a casa a patto che fossi in grado di riconoscerla."
C'erano molte cose intorno, cose che si muovevano, che
arrivavano, che sparivano. "Panta rei", dice Eraclito, "tutte
le cose sono in continuo movimento e il cambiamento è la natura
essenziale della realtà."
Vediamo cose che poi non vediamo e poi rivediamo e
riconosciamo. Come possiamo riconoscerle? Perché hanno una forma. La
forma è il modello, un'idea platonica che ci permette di riconoscere le
cose: "uno stampino per fare biscotti".

"La forma non è che vuoto", dice
Budda, "Il vuoto non è che forma". La forma ci fa
riconoscere le cose, ma ci permette anche di intravedere cose che non vediamo:
"La forma è l'espressione di forze misteriose."
Questo dice Macke, ÒSolo attraverso la forma intuiamo le
forze segrete, il ÔDioĠ invisibileÓ.
La
forma lascia intravedere ciò che resta costante, il mutamento. C'è
qualcosa che più della danza può avvicinarsi alla realtà
delle cose? "La danza è una preghiera, il ritmo di ciò che
muore per rinascere, ogni
movimento, i cicli, diventano parte dell'universo", è Duncan che
parla, la grande ballerina che aveva trovato il modo per sentirsi parte del
movimento universale, danzando.
Le
sperimentazioni di Tamara con l'uso di vari materiali e con l'integrazione di
momenti artistici performativi, non cancella mai un elemento fondamentale:
l'eleganza della linea. In effetti la linea deriva dal movimento del punto. La
linea è quindi movimento e rappresenta l'icona nella sua forma
essenziale, nella sua idea, persegue il modello platonico, privato delle sue
articolazioni reali e sempre diverse. Anche quando crea delle installazioni,
queste sembrano sempre seguire un percorso lineare, per lo più verticale.
Al
Parco*Prato Tamara ha portato
l'installazione UNO,
due assi rettangolari incrociate che si stagliano
verso l'alto per proiettarsi verso l'idea dell'unità, allontanandosi dalla molteplicità illusoria del
contingente che, nell'opera, appunto, sta in basso: ciò che più si
vede, ciò che più ci inganna, è qui, quasi nascosto.
Un'altra
opera pensata per l'occasione di Parco*Prato e poi non installata per ragioni
tecniche è Pane per la Mente che, in effetti si sposa
perfettamente con il tema specifico del nostro evento, La Cultura come
Nutrimento: il pane incornicia strumenti tecnologici che si possono
usare solo come attività mentali.
PAOLO VIGNINI
Biografia:
Paolo Vignini nasce a Gabbiano, comune di Scarperia dove resta per sette anni:
nel 1956 si trasferisce a Prato dove il padre lavora in un'industria tessile.
A Prato studia fino alla licenza dell'avviamento
commerciale. Durante tutto il corso di studi si segnala sempre per le
capacità grafiche, addirittura vince il primo premio in occasione delle
giornate del risparmio alle quali tutti gli scolari erano tenuti a partecipare.
Terminata la scuola entra nel lavoro tipico di Prato, in
filatura, finché insieme ad altri lavoratori è co-fondatore della
cooperativa Tex-Coop, una filatura. Di questa sarà presidente dal
1988 al 2000.
In tutto questo periodo non ha mai lasciato la sua
attività pittorica, pur portata avanti a livello amatoriale, e più
professionalmente a partire dal 1977.
Nella sua attività pittorica è completamente
autodidatta e, in qualche modo, teme quasi la contaminazione. Il che non gi
impedisce di seguire una ricerca meticolosa del proprio filone artistico.
Dal 1999 al 2005 partecipa alla fondazione e
all'attività della Galleria EXTRARTE con sede in piazza del Duomo.
Recentemente, fa parte dell'Associazione Lo Specchio
di Alice, di Bologna contribuendo alla rivista dell'Associazione, i Quaderni.
Arte: abbiamo accennato nell'introduzione al diverso
diaframma ottico di Paolo rispetto all'amico Franco Fantacci. Mentre
quest'ultimo usa il microscopio, Paolo usa il telescopio. Tuttavia una svolta
c'è stata proprio nel periodo della galleria Extrarte. Prima di allora la
ricerca di Paolo si era mantenuta figurativa e surreale, per esempio: due
zucche da pesca con il collo allungato si intrecciano in un paesaggio surreale:
sono Gli Amanti.
Tuttavia nel corso dell'esperienza della galleria di
piazza del Duomo, alcuni artisti si sono dati delle regole sperimentali: ognuno
cercava di ripetere dei motivi pittorici caratteristici della propria pittura
ed estrapolati dal contesto. Si tratta dello stesso processo che in musica si
chiama minimalismo. Gli elementi tipici che Paolo ha sviluppato sono i
punti - molecole - e i reticolati.
Al Parco*Prato ha portato due grandi opere: Nucleo
Urbano con Vele in mare e Composizione con Cerchi Rossi.
La prima opera fa ancora parte del suo sguardo
figurativo dove la parte in basso rappresenta il nucleo urbano e quella
in alto la vela. Fra l'occhio
e le figure si interpongono le sue caratteristiche molecole, una sorta di
rarefazione dell'aria che si fa presenza nello sguardo in lontananza.
La seconda opera ha già preso il percorso
sperimentale del minimalismo, abbandonando ogni figuratività e
sviluppando invece il motivo tipico degli schemi mentalizzati della
sensibilità di Paolo. Lo sguardo non guarda più nel telescopio, o
meglio ci guarda ma non più per vedere qualcosa che sta lontano, ma per
soffermarsi proprio su ciò che si interpone alla vista: la rarefazione,
le molecole che vengono in primo piano e prendono consistenza di colore e di
forma, mentre il resto diventa superfice scura sulle due sfumature - anch'esse
proprie dello sguardo dell'artista - del grigio e del nero.
In un'altra opera - Energie in Movimento con
Striscia di Luce, questa operazione è ancora più evidente.
Le molecole compongono l'intero contesto, diventano il cosmo stesso squarciato
dal movimento improvviso, sottile e perentorio del fascio di luce.
PERFOMANCE
Quest'anno, a differenza degli anni precedenti, non
abbiamo fatto una presentazione generale di tutte le opere contemporaneamente e
con varie performance, ma abbiamo scelto di mettere in risalto alcune opere un
sabato per volta, accompagnate da una diversa performance:
sabato 30 maggio è stata inaugurata
lìopera di Ignazio Fresu Ultima Cena, con la danza di Sabina
Cesaroni
sabato 6 giugno, lo spazio sculture con
le performance di calligrafia cinese di Anthony Tang in sincrono
con le esibizioni di Tai-Chi della Palestra Shiro Saigo
Sabato 13 giugno lo spazio pittura con
la calligrafia del maestro Tang in sincrono con la performance di
Kung Fu della Scuola Cinese
sabato 20 giugno, in occasione del contest
degli Strong Men, si è esibita la Compagnia Ziba
sabato 27 giugno c'è stata la
presentazione della
Lampada Kos con la performance dei Brand
New Crew.
I laboratori per bambini di Ilaria
Leganza si sono avuti nei due sabati centrali, in contemporanea con i laboratori
di calligrafia cinese del maestro Tang.
Ogni occasione di performance è stata sostenuta dalla tecnica e dalla presenza del DJ Gutyerrez.
SABINA
CESARONI
L'inaugurazione
dell'installazione Ultima cena, è stata presentata con una performance
coreografica realizzata da Sabina Cesaroni sulla musica di Arvo Part,
compositore estone di musica contemporanea legato al minimalismo. Sabina ha
realizzato un'azione teatrale originale sul tema dell'ultima cena come una
danza di Salomè dove le tensioni tra l'inizio e la fine della morte di
San Giovanni Battista e quella di Gesù trovano una circolarità. [Ignazio
Fresu]
Comincia la sua formazione come danzatrice, insegnante e
coreografa col Maestro Matt Mat- tox specializzandosi nellĠarte della modern
jazz dance. Altri maestri, altri stili contamineranno le sue esperienze
artistiche, L. Ekson, C. Carson, P. Goss, D. Mercy, Ruth Carrier (tecnica
Limon), Micha van Hoecke (teatro danza). Determinante lĠincontro con il teatro
danza di Pina Bausch e gli studi orientali, lĠapproccio al teatro
espressionista tedesco col Maestro Hans Zul- lig (scuola espressionista tedesca
von Laban). LĠincontro con Kazuo Ohno e lĠarte del butoh nellĠantica tradizione
del teatro Kabuki. Gli studi classici con M. Besobrasova (scuola Vaganova), A.
Ossipenko (scuola russa), A. Benelli e Rosanna Serravalle (scuola americana),
S.Russoniello.
Si forma come attrice alla scuola di Grotowsky e E. Barba
(Odin Teatro), F. di F. Antonio, Pieralli, Bob Wilson. Gli studi sullo Yoga, il
Tai chi, le arti marziali e le danze indiane Barathanatyam al fine si
confondono, e fondono oriente-occidente in un unico stile. Lavora con grandi
artisti in prestigiose rassegne di danza e teatro collaborando con enti lirici
e com- pagnie di teatro. Lavora per il Cinema e la RAI collaborando a fictions,
film ed eventi musicali. Negli ultimi anni si occupa di danza terapia e lavora
anche come operatore olistico.
ANTHONY TANG
CALLIGRAFIA E ARTI MARZIALI

Anthony
Tang viene da Hong Kong, di cittadinanza britannica. Laureato in agopuntura
viene invitato da un amico medico a trasferirsi a Londra per esercitare il
mestiere. Da lì, successivamente viene invitato da un altro medico a
trasferirsi in Italia. Lo fa, prima a Bologna e poi a Firenze. Quindi a Prato.
Essendosi
trasferito prima dei trent'anni decide di fare in Italia il servizio militare, al
termine del quale ottiene la cittadinanza italiana.
Non
abbandona mai e sempre più la intensifica la sua passione per la
calligrafa cinese, grande arte della sua tradizione. Quando viene fondata la
rivista SKEDA lui fa parte della redazione curandone la parte cinese. Al
Parco*Prato ha fatto due esibizioni particolarmente singolari: prima con la
Palestra Shiro Saigo eseguendo caratteri calligrafici in sincrono con
l'esibizione di Tai-Ji.
Il
sabato successivo lo stesso tipo di performance con la Scuola Cinese.
COMPAGNIA ZIBA
La Compagnia ZiBa nasce
all'inizio del 2012 ed è formata da attori-performer diplomati alla
Scuola di Teatro Fisico Dimitri in Svizzera e alla Scuola A. Galante Garrone di
Bologna.
La Compagnia dialoga con l'Italia e con l'estero, con il teatro di ricerca e
con il teatro popolare, di strada e di varietà, mescola linguaggi scenici
tra teatro, circo, danza cercando di abolire le settorializzazioni e di parlare
ai più diversi tipi di pubblico.
La sua prima produzione di drammaturgia contemporanea,
ÒLa TanaÓ, viene premiata ai premi nazionali Incroci Teatrali 2015 a Santa
Margherita Ligure, Giovani Realtà del Teatro 2014 a Udine e Anna
Pancirolli 2014 a Milano.
Lo spettacolo di varietà ÒLimbus CabaretÓ è finalista al Premio
Europeo di Teatro Comico NiederstatterSurPrize.
In occasione della Menzione Speciale Premio Museo Cervi
del 2015 per lo spettacolo LA TANA, la motivazione è stata:
"Rappresentazione di notevolissima precisione,
tanto nelle qualità fisiche ed attoriali dei protagonisti, quanto
nellĠuso di luci, spazi, suoni e silenzi. LĠangoscia e lo squallore dei due
ÒmostriÓ, con riconoscibili rimandi alle avanguardie teatrali del novecento,
arriva a tratti a parlarci di noi, del nostro inumano isolamento; sordi ai
suoni fuori dalla ÒtanaÓ, e dunque destinati ad uno spegnimento altrettanto
solitario e vuoto di senso."
Al Parco Prato Slap-Romance è una storia
Òslapstick-romanticaÓ dal ritmo travolgente, presentata attraverso la forte
immediatezza della danza, della clownerie e della pantomima. Socchiudete gli
occhi e vi ritroverete nella magia di un film muto: nessuna parola, solo una
serie di passi falsi e inciampi che scivolano elegantemente e comicamente nello
swing.
Una coppia di ingenui imbranati dal momento del loro
primo incontro non fanno altro che inciamparsi addosso, sbattere, scivolare ed
è attraverso casacades, inciampi ed evoluzioni comico-acrobatiche che si
sviluppa il loro amore.
Lo spettacolo di Teatro di Strada
"Slap-Romance" viene programmato in festival internazionali come:
BuskersBern Festival a Berna, Festival Internazionale dell'Arte di Strada di
Ascona, Festival del Cinema di Locarno, Theater Spektakle di Zurigo, Danzarte a
Brescia, Magie al Borgo a Bergamo, Santa Sofia Buskers Festival, ecc.
ILARIA LEGANZA
Di origine pugliese, si forma a
Firenze in ambiente Accademico, con specializzazione in Arti visive e Linguaggi
multimediali.
Il fulcro ispirativo della sua produzione artistica
è da ricercarsi nellĠapprofondimento del rapporto intimo e sociale tra
individuo e contesto abitativo nella dimensione postmoderna, realizzando
inquadrature di esterni ed interni, stranianti sul piano esistenziale che si
alimentano dellĠinterazione fra visionarie architetture urbane e figure
anonime.
Oltre la città di Firenze, in numerose città
italiane tra mostre ed eventi culturali, promossi da Enti ed Istituzioni
pubbliche, anche in Germania e negli Stati Uniti, dove tuttĠoggi è in
corso una delle sue ultime mostre espositive dedicate alla pittura e
allĠillustrazione dal titolo ÓBallet FlatsÓ, o ÓBallerineÓ.
lĠartista si occupa anche di pedagogia per lĠinfanzia e
di scrittura creativa. progetta e realizza laboratori didattici ed educativi
per scuoleeMuseidĠarte, nellasecondacura e promuove raccolte di libri e
cataloghi dĠarte.
Proprio in questa veste è presente al Parco*Prato
con i suoi Laboratori per bambini. Quest'anno il tema era ovviamente il cibo: Il
Cibo che Vorresti.
BRAND NEWS
Le comunità minoritarie di una società
vivono in gran parte al di fuori della società, fuori dai privilegi e dai
canali principali di carriera che la società offre. Fuori dalla ricchezza
e fuori dalla legge.
Che succede a quelle comunità che vivono fuori
dalle regole, alla loro componente giovanile, per esempio? formano delle bande,
entrano nellĠunico rapporto possibile con raggruppamenti in qualche modo
esterni, anche se anchĠessi - e soprattutto se anchĠessi - raggruppamenti al di
fuori delle regole. Il confronto non regolato quindi si sviluppa immediatamente
in rapporto di forza, di violenza. Ciò comporta alcuni pessimi risultati:
scontri e non raramente feriti e anche morti. Nel Bronx anni Sessanta è
proprio quello che è successo nei gruppi della comunità nera e
più tardi anche latino americana. Le violenze sono giunte ad essere un
prezzo troppo pesante e il bisogno di regole si è imposto. come? Con la
simbolizzazione.

Succede anche fra le scimmie: quando due scimpanzé
maschi si confrontano per una femmina, chi vince non uccide il perdente
semplicemente perché il perdente accetta la sua sconfitta battendo il
palmo della mano per terra. Nel Bronx il confronto comincia nei cypher,
cerchi di giovani di bande diverse e rivali che si sfidano con il movimento, la
danza, uno dopo lĠaltro, entrano nel cerchio e sviluppano il proprio
virtuosismo. Sviluppano un nuovo stile, una nuova cultura tanto che alla fine
questa esce dai cypher, entra nella società americana e poi invade
il resto del mondo.
Andrea Margheri
Andrea Margheri, Andrea Carrai e
Gabriel Louafi si sono esibiti in vari luoghi e in varie
occasioni: alla discoteca Otel di Firenze, a Prato, in piazza San
Francesco, e a piazza Mercatale, in piazza del Duomo, in occasione di Una
Prato di Stelle in coreografie con BleBla, a Forte dei
Marmi, a Casciano Terme, su TVL di Pistoia, per Pistoia Blues, a
Campi Bisenzio, su TV Prato, alle presentazioni per le selezioni toscane di
Miss Italia. Ora hanno formato una nuova crew: la Brand New Crew ed
è in questa veste che sono venuti al Parco*Prato, con due performance: la
prima strutturata, la seconda in chiusura della serata, totalmente
improvvisata, come è nello stile proprio di questo tipo di cultura.
SITOGRAFIA
I filmati pubblicati su YouTube non hanno pretese
artistiche, ma documentaristiche. In effetti manca un'annata di video, quella
del 2014, in quell'occasione abbiamo affidato la ripresa a dei professionisti
che in quanto tali hanno talmente ritoccata i propri video che non li abbiamo
più richiesti dal momento che il tempo utile era passato da un pezzo.
Siamo quindi tornato al nostro artigianato di bassa ma collecita qualità:
una passeggiata al Parco 2013
https://www.youtube.com/watch?v=_aHWPjkTQpU
breve filmato sul mattone tondo di Roberto Casati presentato nel 2014:
https://www.youtube.com/watch?v=RdE0LsxnC_k
esibizione di breakdance di Gabriel Louafi nella stessa
occasione
https://www.youtube.com/watch?v=uw3G5SsMx80
filmato del 2014 relativo all'evento di Skeda nei locali di via Firenzuola:
Icone e Iconoclastia: https://www.youtube.com/watch?v=iVjPo9KlsQQ
In occasione della stessa mostra la performance di Murat Onol: https://www.youtube.com/watch?v=rXSesMLjTY4
e successivamente lo stesso artista in preghiera per il padre: https://www.youtube.com/watch?v=bJNwECxSTuI
Sempre nella stessa occasione un montaggio relativo alla presentazione di
Ina Ripari: https://www.youtube.com/watch?v=5p5yV7-cWgw
Il video dell'esibizione di Sabina Cesaroni
all'inaugurazione dell'opera di Ignazio Fresu Ultima Cena, 2015, con
introduzione di Attilio Maltinti: https://www.youtube.com/watch?v=BRnVHubEPOI
L'artista di Strada Pallotto, nell'edizione del 2015: https://www.youtube.com/watch?v=vbXUSSIdYzk
L'edizione di Toscana TV della giornata inaugurale 2015:
https://www.youtube.com/watch?v=2I2U5Il0Fa4
L'inaugurazione dello spazio sculture presentate dalla
critica d'arte Martina Altigeri:
https://www.youtube.com/watch?v=bnI-5LkEpLg
La giornata delle pitture:
https://www.youtube.com/watch?v=L67ZBpBT0e4
Gli Strongmen e La compagnia Ziba:
https://www.youtube.com/watch?v=-C1Mcekdl5o
La Lampada Kos di Robeerto Casati presentata dalla
critica d'arte Erica Romano e le performance dei Brand New Crew: https://www.youtube.com/watch?v=K7qfngwbX1E