

PRESENTAZIONE
Claudio Balducci
Quando Alessio pose, all'inizio del 2013, l'idea di
organizzare una serie di convegni sulla cultura, espresse come obiettivo quello
di fare un censimento dei vari gruppi culturali dell'area e insieme introdurre
in questa realtà un principio organizzativo.
La mia prima sensazione fu duplice: da una parte
temevo di imbarcarci in un'impresa per la quale non avevamo forze organizzative
sufficienti (e fu ciò che al momento espressi), dall'altra mi sentivo
attratto dall'idea, che vedevo come una fase realizzativa del Progetto
Montagna, messo momentaneamente nel cassetto.
Il Progetto Montagna si proponeva di creare un
evento culturale coinvolgendo vecchi e nuovi cittadini con lŐintenzione di
segnare la città di elementi artistico-simbolici in grado di porsi come
elementi di riconoscimento della nuova polis che a Prato è venuta
a costituirsi.
Se espressi al momento il mio scetticismo pratico,
consapevole che poi gran parte del peso organizzativo sarebbe ricaduto sulle
mie spalle, nel corso delle successive e lunghe riunioni sull'argomento mi feci
prendere dal secondo aspetto.
L'organizzazione dei convegni cominciò.
Inizialmente ne furono previsti nove: arte, teatro, musica, danza, economia,
urbanistica, società, letteratura e uno, generale e ricapitolativo,
intitolato in modo generico 'cultura'.
Nel corso della fase organizzativa emersero varie
difficoltà e quindi alcuni dei convegni previsti saltarono, idealmente
organizzabili in un momento successivo.
Fra i convegni saltati quello che più ha fatto
sentire la sua mancanza, anche in considerazione dello spazio e dell'interesse
centrale che aveva avuto nella fase organizzativa (la maggioranza dei redattori
di SCHEDA è composta da), è stato quello sull'arte.
È quindi da questo tema che parto per impostare
una introduzione agli Atti dei Convegni di Scheda, sia per far sì
che l'arte non sia as- sente dal prodotto finale, sia come elemento
propositivo-provocativo capace di porsi come auspicio per una successiva fase
X. Per farlo prendo spunto da un evento cittadino particolarmente importante
sul quale Alessio (sempre lui) ha chiesto commenti su facebook:
Alessio:
"In città sta per arrivare un ciclone.
Abbiamo gli occhi di operatori e specialisti di tutta Italia puntati sulla
riapertura del Museo Civico 'Da Donatello a Lippi. Officina pratese',
oggettivamente la mostra più imponente organizzata a Prato in questo
secolo.
Mi piacerebbe avere le vostre impressioni a poche ore
da questa apertura, come addetti ai lavori e/o come semplici cittadini.
Liberi pensieri emotivi, riflessioni e ipotesi, commenti ironici o
considerazioni tecniche.
Un modo per registrare un nostro stato d'animo
collettivo e le rispettive previsioni a scatola ancora chiusa."
A questo invito, dopo aver visto la mostra, anch'io ho
risposto. Riporto solo la mia risposta per l'impossibilità di riportarne
altre a causa dello spazio e perché, così facendo, posso mantenere
il mio intento provocatorio di cui dicevo prima che altrimenti verrebbe troppo
stemperato. La mia risposta dunque:
"Ero sotto un forte attacco di iconoclastia e di
musicoclastia, una necessità di fuga dall'invasione mentale della
sovrabbondanza di immagini e di sottofondi musicali indotti dalle ansie
creative di mezzo mondo e dalle contaminazioni insopportabili di quella
sostituzione della percezione del reale che è l'inevitabile invasione
pubblicitaria.
Proprio quando l'attacco iconoclastico era più
forte mi arriva l'invito a visitare l'Officina Pratese a Palazzo Pretorio. Il
desiderio di fuga dalla sovrabbondanza non è scomparso, ma il principio
di riconciliazione con l'arte è avvenuto.
Non si tratta di una mostra a soggetto, con tema e
sradicamento delle opere dal loro senso originario. Si tratta proprio della
ricomposizione delle opere nel loro contesto, della riconduzione delle opere al
loro carattere di testimonianza, dove una forte presenza religiosa compatta un
popolo per andare oltre se stesso: un popolo cresciuto senza rappresentanza,
senza vescovo e senza cattedrale decide di costruire una cattedrale, come se
fosse una fabbrica, un laboratorio di artigiani che lavorano insieme portando
ciascuno il proprio appor- to. Non si trattava di artigiani qualunque e,
ovviamente, non hanno costruito un prodotto qualunque.
L'impatto con le opere al palazzo pretorio non
è, come detto, un impatto con opere avulse, ma con opere che
escono dal silenzio della città medievale e del
suo contado, opere che rappresentano una multimedialità antica in
rapporto con il reale e che il reale esalta e
invita a trascendere avendolo davanti e lasciandone la
percezione e il sapore, il suono e il silenzio.
Ora, la multimedialità attuale non trascende
nessun reale, semplice- mente ci si sostituisce, per questo finisce per
diventare insopportabile.
Cos'è il fascino della creazione, l'attrazione
della mimesis dove il brutto del reale diventa bello, dove il reale appunto
viene trasceso? Se andiamo a Palazzo Pretorio possiamo ancora porci queste
domande. La domanda da porci invece una volta che se ne è usciti è
diversa:
Come si può tornare a porci domande sensate se
prima non ci si sbarazza psicologicamente del sottofondo invasivo di ciò
che non lascia più spazio alla realtà e che quindi non è
più capace di entrare in rapporto con essa?
Iconoclasticamente parlando."
In realtà una certa tentazione iconoclastica ce
l'ho da parecchio tempo, l'avvertivo prima di cominciare a teorizzarne le
ragioni, ma l'elemento scatenante per farla emergere e porla come elemento
provocatorio mi è venuta dallo sviluppo del convegno sulla musica e
soprattutto dalla stimolante introduzione fatta in quell'occasione da Massimo
Liverani.
Vi rimando alla lettura di questa sezione per lo
specifico. Qui vorrei osservare come questo aspetto sviluppato nel
convegno sulla musica sia in realtà
generalizzabile, alla letteratura, ovviamente alla figuratività e a ogni
arte in genere.
Ciò non vuol dire che sia stato sviluppato in
ogni convegno, tutt'altro. Il dibattito nel convegno sul teatro per esempio non
lo ha individuato come elemento centrale e ha invece sviluppato il tema della
crisi ponendo al centro il problema delle politiche istituzionali. Cosa questa
ovviamente giusta e necessaria. In qualche misura l'evasione dall'aspetto
invasivo e sovrabbondante della mimesis artistica in grado tale da
soffocare ogni percezione del reale ha anche una sua parte di giustificazione
nel caso del teatro che resta sicuramente fra le arti meno invadenti proprio a
causa della sua non-riproducibilità mass-mediatica, come del resto ha
osservato Niccolò in una replica durante il convegno sulla cultura.
Ciò che invece il convegno sul teatro ha messo
in rilevo fin da subito è un altro elemento che può essere
generalizzato a tutti gli ambiti del fare artistico: lo squilibrio ormai
strutturale fra spinta a fare e disponibilità a guardare, ad ascoltare, a
leggere.
Nel suo intervento introduttivo Mitri ha chiaramente
posto il problema, osservando come ci sia una grande domanda per fare teatro e
un grande deserto di pubblico alle rappresentazioni teatrali.
Ovviamente la stessa cosa può essere osservata
relativamente alla diffusa spinta a scrivere e al basso livello di lettura
della popolazione. Ma lo squilibrio si verifica anche nell'ampia pratica del
fare arte e nello scarso interesse a seguire gli eventi artistici. Una sorta di
solipsismo diffuso che rappresenta e riproduce la crisi che stiamo vivendo.
In qualche modo potrebbe sembrare che da questa
tendenza si salvino gli eventi musicali, ma forse si tratta solo dell'aspetto
spettacolare indotto dalla macchina pubblicitaria della mitizzazione - fra
l'altro in vistoso calo di presa. Se si esce da questi fenomeni gigantistici mi
sembra si ritrovi lo stesso squilibrio fra un grande fare e uno scarso
ascoltare.
Un altro tema generalizzabile, anch'esso emerso nel
convegno della musica e poi ripreso in quello sulla letteratura è il
fenomeno della riproducibilità delle opere in misura tale da togliere
valore al supporto (disco, libro) per rendere fruibili le opere a livello
praticamente gratuito. Una grande rivoluzione che spiazza ogni industria
culturale e che spinge a rivedere il concetto e il ruolo sociale della cultura.
Voglio qui accennare a un altro elemento emerso
durante il convegno sulla letteratura e che all'ultima osservazione si collega,
come pure si collega a una contemporanea serie di iniziative che nello stesso
periodo Scheda si è impegnata a portare avanti.
Mi riferisco all'impostazione che Massimo Mori ha dato
al suo intervento centrandolo sulla necessità di leggere la crisi della
cultura in generale non come fatto parziale e contingente ma come crisi di
sistema.
Ovviamente le prospettive per uscirne sono tutte
opinabili e personali. Per esempio Massimo individua la via d'uscita in un
rifiuto del fare arte per produrre e privatizzare, individuando invece il fare
in un cambiamento di posizionamento della vita umana, in un recupero del tempo,
in un fare per vivere.
Da un altro versante, ma all'interno della stessa
famiglia di pensiero, Jacopo è spinto a cercare un futuro dell'arte
nell'arte di strada, capace di recuperare un rapporto
diretto con il pubblico al di fuori delle sovrastrutture economiche e delle
imponenti strutture organizzativo- promozionali.
L'aspetto comunque che
si lega agli altri eventi organizzati da Scheda, di cui dicevo
sopra, è l'invito di Massimo a puntare sulla socializzazione,
sull'offerta volta ai vari bisogni umani, sul recupero dei nuovi spazi (non-luoghi,
come i centri commerciali) a una nuova socialità che sappia individuare
nelle nuove forme di aggregazione la possibilità di un'offerta culturale
ad ampio raggio.
Proprio questo è in qualche modo ciò che
una parte della redazione di Scheda, con la forte avversione di
un'altra parte, si era impegnata a fare, nello stesso periodo dei convegni
(maggio-giugno 2013), rispondendo a un invito del Parco Prato, il nuovo Centro
Commerciale di Prato con al centro il complesso della Coop (un non-luogo secondo
la definizione ampiamente ripresa di Marc Augé).
In effetti lo sforzo che lì abbiamo fatto andava
proprio nella direzione auspicata da Massimo: nel non-luogo abbiamo
organizzato eventi per un mese e mezzo, una passeggiata che guidava il
pubblico attraverso mercatini ecologici, incontri con writers in azione
su grandi pannelli della kasauovo di Roberto Casati, la grande
installazione Cento Scale di Ignazio Fresu animata dalla danza di
Françoise Parlanti e dalla musica di Samantha Bertoldi - Sylentesis -
al carretto della raccolta di desideri di Alejandra Borja per finire
alle esibizioni degli Skateboard Flangia Brothers e della breakdance di
Gabriel Louafi.
Da segnalare, fra le iniziative, la proiezione
all'auditorium del Gramsci-Keynes, di spezzoni del film La ballata del
Sacco di Prato, e del successivo dibattito con il regista Mirco
Rocchi.
Ultima osservazione relativa al convegno sulle lingue.
Questo convegno faceva parte dei convegni spostati sul versante
sociale-politico (dovevano esservi convegni sulla società multietnica,
sull'urbanistica, sull'economia).
In questo caso, proprio per questa diversa
collocazione rispetto ai convegni fatti, questo sulle lingue non ha prodotto
elementi a questi generalizzabili, se non con azzardate elaborazioni
mentali.
Ha comunque affrontato il tema della globalizzazione e della necessità di
costruire un nuovo cemento sociale a partire dalle difficoltà
dell'eterogeneità attuale.
Queste pagine introduttive non volevano ovviamente
riprendere tutti i tempi e tutti i nomi che hanno contribuito al dibattito, non
sarebbe stato possibile nè utile. L'invito è quindi quello di
leggere e di scoprire ciascuno per conto proprio gli stimoli alla riflessione
che più si inseriscono nella tematica interiore di ciascuno di noi.
Se ci saranno altri convegni avremo comunque materiale
idoneo ad affrontarli senza partire da zero.
AVVERTENZA: i vari interventi sono direttamente
ripresi dalle registrazioni, con poche correzioni da parte del curatore e non
sono sono stati rivisti per la forma scritta dagli interessati.
TEATRO
Il Convegno sul Teatro è stato il primo dei
cinque convegni organizzati da SCHEDA nei mesi di maggio e giugno 2013. Si
è tenuto al Teatro Magnolfi il 18 maggio.
Alcune domande preliminari:
In che consiste la crisi attuale del teatro?
C'è stato un prima migliore di un adesso? Ci sono ragioni oggettive
per questa crisi? Ce ne sono di soggettive? Può nascere buon
teatro in assenza di una politica culturale? Che tipo di pubblico è
quello di oggi? Che rapporto c'è fra pubblico di provincia e
pubblico di grandi realtà metropolitane? Che rapporto c'è
fra teatro e nuovi mezzi di comunicazione di massa? Che relazione
c'è fra globalizzazione e teatro tradizionale?
NICCOLÒ LUCARELLI
Oggi parliamo di teatro. Ringrazio gli ospiti
relatori: Umberto Cecchi, presidente del Metastasio. Andrea Mitri, direttore
artistico del Teatro del Romito di Firenze, Ciro Masella, attore e drammaturgo,
Dario Focardi dei Teatri della
resistenza di Pisa.
Entriamo dunque nel vivo del teatro contemporaneo notando una sorta di affanno
sia sul piano dell'ispirazione sia sul piano della strategia. È vero che
si affacciano nuovi nomi ma non sembra che questi corrispondano sempre alle
attese.
Al presidente Cecchi chiediamo se con- corda con noi
nel dire che c'è una crisi del teatro contemporaneo e se sì, se si
intravedano dei modi per superarla.
UMBERTO CECCHI
Partiamo da qui: a che punto è il teatro oggi ce
lo racconta questa stanza. Ci sono alcuni addetti ai lavori, attori che
diventeranno molto bravi, ma la città non c'è.
Io ho parecchi anni ormai e questo mi dà il
vantaggio della memoria anche se sappiamo che qualche volta la memoria
può ingannare.
Comunque mi ricordo di quando c'erano le file davanti
al teatro. Questa era un città che viveva di lavoro, ma che voleva anche
qualcosa di più, sentiva la vicinanza con Firenze e sentiva l'esigenza di
doversi confrontare con la sua egemonia culturale.
Arbasino con 'Le due orfanelle: Venezia e Firenze',
affermò che Prato era la periferia culturale di Firenze. Prato insorse,
ma aveva torto perché anche Firenze era abbastanza stanca in quel
momento.
C'era stata l'alluvione e c'erano state altre
difficoltà, l'attenzione per il teatro si era spostata su Prato.
Oggi tutto questo è un fantasma che nessuno di noi riesce a
restituire alla realtà quotidiana
concreta.
Perché?
Perché abbiamo dei cattivi teatranti, registi,
attori in tutta l'Italia? O perché sono i critici ad esser cattivi?
Oppure sono gli spettatori che hanno altri problemi?
Cominciamo a chiederci se la critica di oggi sia una
critica vera? Qui devo far riferimento alla critica del passato.
Mi rifaccio a Paolo Emilio Poesio, che era uno dei
critici storici della critica italiana. Non erano in molti, ma i pochi che
c'erano avevano lo spazio per scrivere.
Io ho cominciato a fare il giornalista come sostituto di Poesio, devo qui
ricordare che Poesio gli spettacoli se li vedeva tutti, li presentava prima e
ne faceva la critica poi. Faceva la critica in diretta, nel senso che scriveva
il pezzo immediatamente dopo lo spettacolo e lo mandava al giornale. A
differenza di quanto succede oggi quando i pezzi escono anche una settimana
dopo. E quando escono sono brevissimi.
Il modo di Poesio era un modo diverso. Era il
Novecento. La scuola era diversa, era la scuola brutta e cattiva che ci ha insegnato
a essere ciò che poi siamo diventati. Ci insegnava a leggere, a studiare,
a imparare, ci insegnava a confrontarci.
Non è forse, l'attuale, il periodo del tutto e
subito? Il fatto è però che questo tutto e un tutto di niente. Di
culturale oggi c'è poco. Forse molti non saranno d'accordo con me, ma la
mia generazione ha dovuto attraversare vari ostacoli: ha dovuto lottare e
mettere insieme non quello che è lo spettacolo di una sera, ma raccontare
quello che è il teatro e cosa si legge nello spettacolo di una sera.
Abbiamo
insomma dovuto raccontare l'anima dello spettacolo,
non la sua cronaca.
Nella mia carriera di critico un giorno stroncai la
"Mandragola" di Roberto
Guicciardini - la stroncai con eccesso. Ma non era
cattiveria la mia, era
un peccato di gioventù. Dopo la critica, Poesio
mi disse:
"Vedi per fare uno spettacolo ci vogliono mesi
di sofferenza e di lavoro e tu in cinque minuti lo hai distrutto. Ripensaci la
prossima volta".
Aveva ragione. Io allora avevo fatto lo stesso errore
che fanno i critici d'oggi. Da allora cominciai a rileggere gli spettacoli e a
farmi una cultura sul teatro. L'altro giorno leggevo Harold Bloom, un attento
critico letterario americano. L'ho poi incontrato e vi riporto un esempio che
mi fece:
"Hai presente 'Romeo e Giulietta'? Chi è
il personaggio vero, l'unico personag- gio vero, forte di 'Romeo e
Giulietta'?
È Romeo, è Giulietta?
No, è Mercuzio. Mercuzio è l'unica figura
vera dell'opera, quella che deve mo- rire per esaltare la figura di Romeo e
quella di Giulietta. L'altro personaggio vero è quello della nutrice, ma
il personaggio chiave resta comunque Mercuzio. Quando Mercuzio parla della
regina delle fate, Mab, quella che ingravida le vergini, le brave ragazze, nel
sogno e nella storia, op- pure quando parla delle nocciole riferendosi al sogno
che fa Romeo di poterle mangiare con la sua pera, c'è da notare che
nocciola, nut, in inglese vuol dire nocciola ma anche vulva. Mercuzio usa le
parole in modo molto forte,
ma che non era tale per gli spettatori del tempo.
Mercuzio usa una vulgata che gli spettatori del tempo conoscevano bene."
Tutto ciò solo per far capire che chi fa il
critico è tenuto a conoscere ciò che lui deve criticare. Altrimenti
deve stare zitto. E per conoscere il mondo del quale deve parlare, ci vogliono
anni.
Dall'altra parte c'è il teatro, il mondo che si
offre al critico per un giudizio. E anche questo è vedovo. È vedovo
del Novecento, dei grandi registi e dei grandi autori del Novecento.
Nel Novecento abbiamo una stretta relazione fra critico, regista, autore e
attori di teatro.
Ora, l'unico spettacolo nuovo che ho visto in questo ventesimo secolo è ÔGiochi
di Famiglia' di Biljana Srbl- Janovic, Prima Parte della
'Trilogia di Belgrado'.
Questa opera parla davvero del nostro mondo e c'è voluto del tempo per
farlo capire ai critici italiani, spaventati probabilmente da un autore po- co
conosciuto se non per le lettere dalla sua città, Belgrado, sotto i
bombardamenti.
E anche il regista che ha tradotto l'opera e l'ha
messa in scena, Paolo Magelli, era poco conosciuto avendo vissuto per lungo
tempo in Germania. Cos'hanno fatto i critici? Anzi cosa hanno sentito il
bisogno di fare? Il loro primo bisogno era quello di darsi un ruolo e quindi
hanno fatto critica, ma senza documentarsi. C'è comunque da dire che ci
troviamo nel mezzo di un cambiamento profondo: intanto i critici non hanno
più spazio.
I giornali non danno più alla critica lo spazio
di una volta. E quindi non si prepara lo spettatore. Ma neanche lo spettatore
ha più la stessa disponibilità a leggere che aveva prima.
Siamo in un circolo vizioso che si chia- ma incultura.
Parte dallo spettatore e si finisce con il direttore del giornale.
Possiamo osservare che la politica editoriale nei
confronti del libro è diversa perché il giornale deve esser venduto
e perché è vicino all'editore. Inoltre la politica culturale
è finita così anche perché questa dipende dai fondi che
vengono dati ai teatri e alla cultura in genere. In effetti i fondi stanziati
per la cultura sono pochi e si parla di diminuirli ancora. E tuttavia i critici
hanno ancora molte possibilità.
Intanto molti si muovono su internet. Ora internet
è anche un pericolo perché si scrive e ci si immagina di avere
milioni di lettori. E nessuno sa chi siano questi milioni di lettori e se siano
davvero milioni.
Non intendo fare la critica della rete, anche
perché, personalmente, ho fondato due blog che stanno lavorando molto e
stanno lavorando bene. Sono quindi coinvolto. Ma devo confermare ciò che
ho detto. Infatti prima dell'avvento di internet si sapeva quanti erano i
lettori di un giornale, 300.000 per esempio, dei quali solo 50.000 leggevano
quel pezzo, ma 50.000 lo leggevano e spesso scrivevano anche. Oggi con internet
tutte queste certezze sono venute meno.
È vero che su internet ci sono molti dialoghi, facebook
ne è pieno, ma se li leggete vi rendete conto che sarebbe meglio
spegnere tutto.
Per esempio c'è uno che scrive: "stamani
mi sono alzato e ho fatto colazione." Al che rispondono 57 persone
che scrivono "questo mi piace".
So di non aver fatto un discorso sulla critica oggi,
ho fatto forse il punto su questo modo diverso di essere colti oggi. Per
cultura non intendo essere terribilmente ferrati su tutto. Per cultura intendo
avere la passione per qualcosa. Chi fa teatro deve avere la passione per il
teatro e conoscere il teatro e volerlo conoscere sempre di più.
Chi lo critica ha l'obbligo di conoscere il teatro e
la gente che lo fa.
NICCOLÒ
passiamo la parola al direttore artistico del Teatro
del Romito, Andrea Mitri.
Da direttore di un piccolo teatro qual è il suo rapporto con il pubblico?
Il presidente Cecchi ha fatto un quadro non proprio esaltante per quello che
è oggi il pubblico teatrale, sempre meno informato e sempre meno
interessato. Da parte sua come vede la situazione?
ANDREA MITRI
Non faccio teatro in senso stretto. L'ho fatto da
spettatore tanti anni fa, ma che mi occupo di teatro, nel senso che ora
dirò, è poco tempo.
Il Romito è un cinema di Firenze che era stato abbandonato ormai
da 4 o 5 anni. Ora ha ripreso un po' vita con la nostra
iniziativa e ha una stagione teatrale basata
principalmente sull'improvvisazione e sui monologhi.
È stato creato con un festival che si chiama UNO
e che è diviso in due sezioni, un festival vero e proprio e un concorso.
UNO sta avendo un discreto seguito a livello nazionale.
Cosa posso osservare a partire da questa esperienza?
C'è una grande fame, una grande voglia di far teatro, però di fare
teatro, non tanto di vederlo. Abbiamo circa 120 domande ogni anno di
partecipazione al concorso e dobbiamo tener presente che noi accettiamo solo
monologhi e monologhi non ripresi da testi conosciuti.
A fronte di questa forte spinta a far teatro mancano
due cose: gli spazi e il pubblico.
Per quanto riguarda lo spazio il nostro è
piuttosto piccolo, ma soprattutto è faticoso da tenere perché
è gestito dalla parrocchia.
C'è da dire che in effetti i gestori degli spazi
sono sempre gli stessi da tantissimi anni. Il che non vuol dire che li
gestiscano male, il problema è che manca l'apertura, tutto si riduce al
fatto che c'è una propria stagione teatrale e un proprio pubblico ma non
entra nessuno di nuovo e in una carenza di spazi come quella che c'è a
Firenze è veramente difficile fare teatro.
Quest'anno diamo inizio a una sperimentazione che vuol
affrontare questa problematica: ogni domenica pomeriggio daremo lo spazio
praticamente gratis, tramite un piccolo bando, ad alcuni gruppi e divideremo
l'incasso in un 30 per cento a noi e in un 70 per cento alla compagnia.
Passando al problema del pubblico noi abbiamo una difficoltà
specifica dovuta al fatto che il nostro spazio era conosciuto come cinema ed
è poco tempo che è stato trasformato in teatro. Il nostro problema
specifico è quindi dovuto al fatto che dobbiamo creare un pubblico.
Il problema del pubblico però è un
problema ben più ampio, che affonda le sue radici in una politica
culturale italiana che ha letteralmente mas- sacrato la cultura negli ultimi
venti, venticinque anni.
Malgrado ciò stiamo vivendo questa grande voglia
di partecipazione, di fare teatro, di dir la propria, il che pone la
necessità di portare il pubblico in maniera trasversale, non un pubblico
settoriale come è sempre stato. Insomma bisogna trovare il modo di far
sì che andare a teatro significhi girare i teatri.
NICCOLÒ
Passo ora la parola a uno di quelli che il teatro lo
fanno sia da registi che da attori, Ciro Masella.
Da drammaturgo e da attore quali soluzioni si possono individuare per riportare
il pubblico a teatro e per uscire da questa autoreferenzialità che sembra
aver contagiato la cultura contemporanea
CIRO MASELLA
Portando la mia esperienza, limitata, devo dire che
finora ho curato solo testi di drammaturgia contemporanea. Comunque vorrei
partire dalla considerazione che, per
quanto riguarda lo spettacolo, la stagione più
bella del cinema italiano è stata quella dei Fellini, degli Antonioni,
eccetera, ed era una stagione caratterizzata da una marea di film detti
popolari e che svolsero la funzione di sostenere i film colti, d'autore,
impegnati, intellettuali, artistici.
All'epoca Monicelli non era considerato un grande
autore, era considerato un autore sano, che il pubblico andava a vedere, ed era
considerato un autore medio. Faceva quindi parte dello zoccolo duro della
cinematografia che poi permetteva a Antonioni di fare film dove per esempio gli
spettatori erano in numero minore.
Ora però siccome la grande regia si confrontava
solo con grandi autori, è successo che in Italia proprio gli autori hanno
smesso di scrivere, così come non troviamo più sceneggiatori.
Cos'è successo?
A partire dall'età dell'oro dello spettacolo si
è innestato un processo che ha fatto sì che gli scrittori
scrivessero, vincessero un concorso ma che poi
quei loro testi finissero in un cassetto senza nessuno che li mettesse in
scena.
La conseguenza è stata che noi, come
società teatrale, abbiamo smesso a differenza dei francesi e dei tedeschi
di raccontare la realtà di quel particolare momento. Per lungo tempo non
abbiamo avuto più autori che raccontassero l'Italia e non solo l'Italia,
e abbiamo finito per rappresentare Pirandello, Molière e Shakespeare, ci
siamo chiusi nelle opere del vivaio classico.
Oppure si andava a pescare all'estero, qualche grande
nome, qualche nome nuovo.
Dacia Maraini si lamentava con Ronconi che aveva
chiesto a lei di riscrivere Memorie di una Cameriera:
"dovrebbe scriverlo una persona più
giovane",
"Sì ma una persona più giovane non c'è"
rispondeva Ronconi.
In effetti Baricco ci ha provato, ha scritto il Davila
Roa e l'hanno fatto a pezzi. Baricco ha smesso di scrivere per il teatro.
Ci sono altri autori che hanno provato, magari hanno
scritto un testo, hanno vinto un concorso ma poi, come si diceva, quel testo
è finito in un cassetto: un autore non scrive più se poi la sua opera
non va in scena.
Per la verità abbiamo la fortuna di avere dei
nomi che sono stati messi in scena e che sono cresciuti. Mi vengono in mente,
in Toscana, Stefano Massini, che è cresciuto ed è uno dei più
importanti, uno che riesce a raccontare la realtà, la
contemporaneità, rifacendosi ai classici. Un altro autore importante
è Fausto Paravidino, una stella polare.
Comunque di casi come questi ce ne sono pochi. Tempo
fa un amico mi diceva: "siamo arrivati al punto che c'è un grande
vuoto fra autori come Ron- coni e Alessandro Gassman. Siamo arrivati al punto
che i premi si danno a Alessandro Gassman.
Nel mezzo non c'è nessuno". Ci si è sempre
confrontati con i grandi e non si è mai dato spazio a una generazione di
quarantenni che sono dovuti andare all'estero o che hanno poi fatto un percorso
diverso.
Io ero assistente di Massimo Castri, mettemmo in scena
Pirandello, e un giornalista scrisse del 'giovane' regista Massimo Castri che
allora aveva quasi cinquant'anni.
Questo salto generazionale ha crea- to una frattura
con il pubblico. In Francia il pubblico va a vedere certamente anche il grande
autore, ma va a vedere anche teatri fatti in multisale dove lo spettatore vuol
sentirsi raccontare cose quotidiane. Là ci sono insomma tanti autori che
scrivono instant.
La stessa cosa accade a Londra che ha centinaia di
spazi dove la gente va tutti i giorni a vedere spettacoli che magari non
faranno tournée mondiali ma che sono buon teatro, rappresentano il buon
cinema di Totò, tutta quella grande massa di teatro fatto collegandosi
direttamente con il pubblico.
Questo è quanto accade all'estero dove la gente
va al cinema, o a man- giare un hamburger o va a teatro con la stessa
naturalezza e quotidianità.
D'altro canto sono però ottimista. Si vedono dei
giovani che con violenza si sono ripresi la scena, alcuni anche sparando a zero
su quello che era il passato - si passa sempre dall'uccisione del padre, anche
se è impor- tante che poi si vadano a rivedere i padri.
C'è da ricostituire il rapporto con il pubblico
che si è visto messo da
parte, semplicemente andando a rac- contarlo. Il
pubblico vuole sentirsi rac- contare, certo rifacendosi anche ai grandi
classici, ma soprattutto il teatro contemporaneo ha bisogno di trovare il suo
zoccolo duro. C'è bisogno di artigiani, di
gente che sappia fare, non so- lo di attori e registi,
ma anche di scrittori che pure ci sono. La crisi c'era anche nella letteratura
che però attualmente si sta risanando.
NICCOLÒ
Mi verrebbe da dire che per il teatro forse il momento
d'oro è stato quello del teatro dialettale che ascoltava il pubblico e lo
sapeva raccontare, e che però è sparito e sembra difficile che
possa rivedere la luce.
Per quanto riguarda la questione degli spazi se
n'è parlato in molte città europee. In Italia purtroppo sembra che
non esistano spazi per piccoli gruppi che però si portano dietro tante
idee. Sentiamo a questo proposito Dario Fo- cardi dei Teatri della
Resistenza di Pisa, un gruppo che ha cercato di riavvicinare il pubblico
provando a parlargli e dicendo che il teatro c'è e che ha voglia di
mettersi in gioco. Il loro teatro ha trattato temi come la Resistenza, Gladio,
i Ragazzi di via Panisperna. Quali le difficoltà che avete incontrato?
DARIO FOCARDI
Partirei con il dire che nella zona, a Pisa,
Pontedera, nell'intera provincia, di teatro se ne vede tanto, anche
interessante, però è anche vero che qui si è come messo un
tappo, tanto che con molta difficoltà i gruppi emergenti possono
costruirsi un piccolo spazio per produrre e pensare.
Io ho 35 anni e non vorrei neanche essere ancora un
emergente.
Ora è successo questo, qualche mese fa io, con
altri operatori e studenti, abbiamo deciso di occupare un teatro e abbiamo
riaperto il Teatro Rossi.
Tutto ciò si inserisce in un contesto che vede una grande quantità
di operatori esasperati, che alla fine hanno cominciato a dire "basta,
basta andare a bussare alle porte, a parlare con la regione, con l'assessore,
con la provincia".
Secondo me l'Italia sta attraversando un grande
periodo di crisi. A volte dirlo può sembrare retorica, ma non si tratta
del solo aspetto economico, bensì soprattutto delle relazioni sociali,
umane e il teatro è chiaramente uno dei primi passaggi in cui questa
crisi si vede.
Prima di tutto bisogna cominciare a ripensare le
comunità teatrali. CosŐè oggi l'idea di comunità teatrale.
Cosa significa?
Come si inserisce all'interno di un tessuto sociale più ampio?
Gli autori, gli attori i registi gli operatori, i
curatori, come si inseriscono all'interno del tessuto sociale?
Perché un cittadino che non riesce ad arrivare alla fine del mese
dovrebbe venire a teatro e pagare 30 euro per vedere uno spettacolo?
Capisco le persone che si sono allontanate, la trovo
una cosa naturale e penso che gran parte della colpa sia nostra.
Ora,
come si inserisce questa cosa all'interno del contesto sociale, che tipi di
spazi servono per fare teatro? che tipi di spazi richiedono i cittadini, il
pubblico? e che cosa vuole vedere all'in- terno di questi spazi?
Esiste un circuito regionale che si chiama Fondazione
Toscana Spettacolo che è molto potente e ha come obiettivo quello di
formare il pubblico.
Noi abbiamo riaperto un locale con 4 kw e mezzo: non
è che ci possiamo fare Ronconi. Però ci sono state 150, 160, 200
persone, questo vuol dire che in una città piccola come Pisa, con 90000
abitanti - magari con 36000 studenti fuori sede - la domanda c'è ed
è sufficiente per provare ad aprirsi a nuovi soggetti. Ora, ci sono 120
domande per partecipare a varie iniziative, esistono migliaia di bandi ai quali
partecipano decine di migliaia di compagnie.
C'è quindi tanto movimento intorno al teatro ma
non si riesce a trovare un modo che lo sostenti, non dico in maniera
definitiva, ma almeno tale da proteggere le giovani realtà, e non si
tratta di una questione anagrafica, non intendo questo, da questo punto di
vista per me il teatro o è fatto bene o è fatto male
indipendentemente dall'età di chi lo fa.
Bisognerebbe avere dei luoghi protetti in cui ci fosse
la possibilità di poter sperimentare le proprie idee e anche avere la
possibilità di sbagliare. In effetti sembra che l'errore sia una cosa da
non accettare. Se fai un errore, o se fai uno spettacolo che è meno bello
del primo, rischi di esser catapultato completamente fuori dal sistema.
In una logica di ricambio, di valorizzazione del
nuovo, tutto ciò è pazzesco, siamo arrivati a una mercificazione
totale dell'idea creativa.
Si parla solo di numeri mentre invece ci sono idee che
funzionano e idee che non funzionano.
Ora se uno stabile, un teatro medio o grande sceglie una compagnia e decide di
accompagnarla per quattro, cinque anni e magari a un certo punto qualcosa non
funziona, bisogna dargli la possibilità di fare anche degli errori.
Certo c'è stata e c'è - come dice Masella
- la mancanza di una scuola di drammaturgia. ma anche qui, perché gli
sta- bili hanno mancato da questo punto di vista. Infatti una grande regia
c'è stata - per fortuna - però non è stata accompagnata dalla
formazione di giovani autori.
C'è una generazione che è completamente
sparita. Si tratta di avere il coraggio di fare delle scelte, anche come
operatori, come artisti, e saranno le scelte che pagheranno.
CECCHI
Nel mio intervento ero partito da un mondo che si sta
sfilacciando, ma gli interventi che mi hanno seguito mi hanno fatto riflettere.
Il Metastasio è un teatro stabile. Riceviamo
fondi dallo Stato, anche se sempre di meno, voglio però dire che noi facciamo
pagare a chi non può, due euro per uno spettacolo - e credo che siano
possibili anche a chi ha delle difficoltà, a meno che non si decida di
fare un teatro completamente gratis, che pure si può fare, reimpostando
una politica culturale in Italia diversa da quella che abbiamo oggi.
Il Metastasio è un teatro regionale che ha il
dovere di produrre, tutti gli anni, e gli spettacoli da produrre costano. Io
non darei la colpa della mancanza di spettatori solo al prezzo del biglietto.
Firenze ha tutti i teatri chiusi, da venti,
trent'anni. È rimasta solo la Pergola aperta ed è rimasta la
Pergola solo perché il sindaco di Firenze ci ha buttato un po' di soldi
sopra. Se non
lo avesse fatto sarebbe chiusa anche la Pergola. Anche
il Maggio sta morendo. Lo salveranno perché non si può far
morire il Maggio, ma ora come ora il Maggio è in fallimento. Io sono
stato nel Consiglio di Amministrazione del Maggio e vi assicuro che andando in
giro a raccogliere fondi da personaggi abbienti della città non ho mai
avuto nulla oppure ho avuto pochissimo. Ora stando ai numeri il Maggio dovrebbe
chiudere, non solo perché è amministrato male, ma soprattutto
perché non ci sono spettatori. In effetti anche per il Maggio ci sono
delle iniziative, delle giornate particolari a costi molto più bassi, ma
semplicemente non hanno avuto successo.
Quando ero giovane c'erano pullman da Prato, da
Montecatini, per portare ragazzi, e non solo ragazzi, a vedere gli spettacoli.
Dove sono finiti questi spettatori?
Sono finiti perché i biglietti costavano 30 euro
(che poi sono una rarità)?
No, sono finiti perché probabilmente è
finito l'interesse.
Perché da una parte - da parte nostra -
è mancata la capacità di sollecitare l'interesse, da parte dei
critici è mancata la capacità e la possibilità di informare,
e di preparare lo spettatore.
Ecco, siamo qui, in questo piccolo teatro, io sto
lavorando per farlo diventare un teatro europeo. Un centro europeo di scuola di
teatro. C'è qui la prima attrice del teatro Metastasio che ha recitato
con giovanissimi autori, sto lottando affinché il Magnolfi diventi una
scuola di teatro, di scrittura, di sceneggiatura, di scenografia, di
costumismo, di tutto. È una battaglia contro le istituzioni. E credo che
riuscirò prima di andare via, a fare di questo teatro, insieme
al Fabbricone, insieme al Metastasio, il centro
europeo del teatro di oggi. Insomma i tentativi sono questi e costano.
Troppo facile dire "che fanno i teatri
stabili?"
I teatri stabili si scontrano tutti i giorni con qualcuno che vorrebbe che
stessero fermi, limitandosi a fare quelle produzioni che devono fare.
Si parla di giovani autori, questo teatro ha messo in scena due o tre giovani
autori, che a me sinceramente non piacevano, mi sembravano deboli, non adatti,
ma il teatro li ha messi in scena e li ha presentati al suo pubblico. Ora noi
queste cose le facciamo, è il pubblico che non c'è.
Ma vediamo cos'è un autore: uno scrive un testo
teatrale e dice 'sono un autore', mica vero, il testo del teatro ha bisogno
di alcune cose. Se ce le metti dentro ci sono, se non ce le metti dentro lo
spettatore non viene. Certo non tutti i teatri presentano giovani autori, il
teatro Metastasio lo fa. C'è qui una delle attrici, la prima attrice, che
ha messo in scena e ha recitato, con un giovane autore.
Focardi fa l'analisi di Pisa e dice che ha 90000
abitanti. Ma Pisa ha un'università che dovrebbe avere almeno un po' di
gente che viene a teatro. Allora cosa manca? È l'attenzione che manca.
Pisa ha 90000 abitanti ed è una città colta, molto diversa dalla
nostra, a Pisa si può parlare con qualcuno, a volte io non so con chi
scambiare le idee in questa città. Pisa è diversa, ha delle
università famosissime e ben funzionanti. Se lo studente pisano non va a
teatro la colpa di chi è? EŐ del nostro modo di vivere la cultura.
Io ho studiato alla Badia Fiesolana, oggi alla Badia
Fiesolana va il merito di avere il più alto numero di suicidi tra i suoi
studenti. Ho scoperto perché. Perché semplicemente
questi studenti, che vivono in questo posto bellissimo
di San Domenico di Fiesole, non vanno mai a vedere il Davide di Michelangelo, o
la Cappella degli Spagnoli o gli Uffizi. Stanno lì, chiusi fra quattro
mura e non vedono niente - e sono signori dell'Europa, badate, e se ne guardano
bene di andare a vedere cos'è Firenze. E poi si suicidano perché
non hanno curiosità, hanno solo una cosa, stanno a leggere i loro libri.
Ora se mi riuscirà, e credo che mi
riuscirà, di realizzare con questo teatro Magnolfi, Metastasio,
Fabbricone e Fabbrichino (a volte ci si dimentica di menzionarlo, ma teniamo
presente che il TPO di Prato è il vero grande teatro del mondo), il
progetto che vi ho accennato troverò comunque un problema nel contesto,
per esempio nel fatto che questo lavoro non c'è nelle scuole, non
c'è nelle università, non c'è fra la gente, non c'è
più il meccanismo che una volta c'era di informazione su queste cose e
non c'è più la critica che ogni tanto dovrebbe tornare a
parlare.
I giovani possono sforzarsi di fare tante cose, di
occupare i teatri per esempio, ma poi tutto ciò lascia il tempo che
trova, perché il pubblico non c'è ed è questo su cui dobbiamo
riflettere.
Dove sbagliamo? Perché noi sbagliamo
sicuramente.
Sbaglia chi scrive teatro perché lo scrive in un
certo modo, sbaglia chi fa teatro perché lo fa in un certo modo e per di
più ci troviamo in una società che è una società
effimera. Da una parte ha dei grandissimi problemi di sopravvivenza quotidiana
con gente che non ha lavoro, e dall'altra tratta tutto questo come se fosse un
racconto.
In realtà non è così, bisognerebbe
saper leggere la realtà quotidiana, e non lo fa neanche il teatro e non
lo fanno
neanche gli scrittori, perché gli scrittori
scrivono di un loro mondo, magari parlano di mafia, che è poi sempre la
stessa, e tutto questo non porta assolutamente a un rinnovamento. Quindi
bisogna rilegger- si. Io sono disposto a farlo però bisogna farlo tutti
quanti.
LUCARELLI
È sicuramente vero che non sempre la critica fa
il proprio mestiere in modo positivo, in modo oggettivo. Dobbiamo anche
riconoscere al Metastasio lo sforzo di impegnarsi in mezzo a tante
difficoltà, sia con la scuola di drammaturgia, che ha sede qui accanto, e
tenuta anche da Marcello Bartoli, uno degli attori di riferimento qui a Prato,
membro del teatro Metastasio e della Convenzione Teatrale Europea. Marcello sta
cercando di promuovere il teatro toscano in un panorama europeo, il che
significa che non tutti gli stabili lavorano come enti politici: si può
essere uno stabile lavorando anche a favore della cultura, con impegno
professionale e serio. Detto questo se ci sono domande dal pubblico, a voi la
parola, gli ospiti sono qui a vostra disposizione.
VALENTINA BANCI
Si è fatto cenno all'autore Tommaso Santi, alla
sua opera l'Isola, che il regista Magelli ha messo in scena e nella
quale io ho recitato. Ma insomma quello che voglio dire è che Tommaso
Santi ha una difficoltà oggettiva, che abbiamo anche noi attori e tutti i
teatranti: la difficoltà oggettiva è
quella di campare in questo paese, perché non
c'è una politica di sostegno economi- co. Esiste un problema culturale di
base. Fra noi attori circola sempre questa battuta per cui quando qualcuno ci
chiede,
'Ma tu di mestiere, cosa fai?' , 'Faccio
l'attore', 'Sì, ma di mestiere, di lavoro, con cosa vivi? Ô
Nel nostro paese manca proprio una cultura legata a queste categorie di
lavoratori. Ora stiamo parlando della drammaturgia che è forse la
categoria più in crisi e che avrebbe bisogno di un sostegno alla base. Un
drammaturgo sta a casa sua, scrive, ma se non viene messo in scena e non ci
sono delle istituzioni che lo mettono in scena, cosa succede? Per esempio, il
caso di Isola è stato importante perché nel piccolo di una
realtà come quella del Teatro Metastasio - che è stato coraggioso,
essendo uno degli stabili più poveri - è stato commissionato un
testo, come si fa nei paesi civili.
I drammaturghi all'estero esistono, perché
lì ci sono investimenti. Quindi da noi manca la drammaturgia, non
perché manchi l'interesse ma perché manca una politica culturale
MASELLA
Questo nostro dibattito è partito da Rafael
Spregelburg. Ora vorrei osservare che Rafael Spregelburg ha un teatro dove sta
in residenza da tre anni e scrive, scrive, scrive: cose meno belle, cose che
gli vengono meglio, ma scrive, è
tenuto lì a scrivere, può scrivere
sciocchezze, può crescere, può limare, c'è una politica
culturale.
Il teatro Metastasio, è l'unico stabile, dopo
quello di Parma, che sappia io, che ha ricostruito l'idea di teatro che voleva
Strehler. Al Piccolo di Milano, personaggi come Giulia Lazzarini, Lino
Carraro, erano degli impiegati, sapevano che potevano stare lì,
sperimentare, e fra l'altro erano conosciuti nella loro città. In Italia
una cosa di questo genere è successa di nuovo solo ora con il Metastasio
e prima del Metastasio a Parma, all'infuori di questi esempi non c'è
traccia di una storia del genere.
È ovvio che se c'è una politica culturale,
se c'è un drammaturgo che per tot anni può confrontarsi con il
proprio artista di riferimento, il proprio regista, lui sta lì e scrive,
ha il suo laboratorio, può scrivere sciocchezze, può scrivere cose
belle, meno belle, aggiustare il tiro; Pirandello questo faceva, si era fatto
la sua compagnia, stava al teatro e aggiustava; Shakespeare, questo faceva,
scriveva per una compagnia, dietro la commissione del re, della regina, ma
quello faceva. La fregatura in Italia sta qui: o si ha un assistenzialismo fine
a se stesso, che non costruisce questo tipo di legame con il territorio, con un
gruppo di attori, con un autore o si è completamente tagliati fuori.
Ma, insomma, chi deve raccontare la
realtà?
In primis sono i drammaturghi. Ora in Italia ce ne abbiamo, Renato
Gabrielli, per esempio. In Italia sono sparsi, ma soprattutto la loro fregatura
è che sono riusciti a crescere nei brevi momenti in cui hanno avuto una
piccola compagnia, un piccolo teatro che li ha protetti.
La stessa cosa vale per gli attori che dovevano stare
continuamente con la valigia in mano per saltare da sud a nord, da ovest a est,
senza riuscire a fare un discorso filato con un regista che li conosca, che li
possa valorizzare, con spettacoli che possono anche sbagliare - perché
crescere significa anche questo - ma poter godono conto della sua valenza
didattica, ma ecco, ora non lo possono fare più
MASELLA
vorrei osservare che ci sono anche degli spettacoli
che sono stati uccisi da un pubblico di studenti portati a vedere della roba
che non gliene poteva fregare nulla, costringendoli a un'esperienza che li
avrebbe allontanati dal teatro per tutta la vita
CHIARA
Sicuramente le scuole fanno tanti errori, gli
insegnanti fanno tanti errori, ne saranno stati fatti sicuramente anche con il
teatro ma quello che voglio dire è che negli ultimi anni, certi ministri
hanno organizzato la scuola in
maniera tale che non solo hanno reso impossibile la
partecipazione a cose extra- scolastiche ma rendono impossibile proprio
l'insegnamento. Ecco in questo caso si sa che cosa bisogna cambiare.
Volevo poi anche fare un'osservazione relativa a ciò
che ha detto il presidente Cecchi quando raccontava di aver cercato
finanziamenti da persone benestanti per il maggio senza ricavare granché.
Ecco, io non voglio concludere dicendo che si tratta di persone insensibili, ci
sarà forse
anche questo aspetto, però io ho dei parenti
emigrati, di quarta, quinta generazione, negli Stati Uniti, e negli Stati Uniti
i privati danno tanti soldi, ma c'è un motivo per cui lo fanno, non
è solo perché sono sensibili, è avere una riconoscibilità.
Questo è davvero importante.
CECCHI
Un altro problema è che negli ultimi anni sono
stati scritti testi incomprensibili, che leggevano in tre e che nessuno capiva.
Io credo che quando scriveva Poesio, di notte, si aspettava l'uscita del
giornale, all'una, per andare a leggere la recensione della Compagnia dei
Giovani. E non si trattava dei teatranti, si trattava della città che
aspettava l'una di notte per andare a vedere come si reagiva alla nuova
messinscena di un testo di Patroni Griffi, scritto con la Compagnia dei
Giovani.
È anche vero però che all'epoca c'era solo
il teatro, mentre oggi non c'è più solo il teatro, c'è il
cinema, c'è la televisione, c'è internet. Anche di questo dobbiamo
tener conto.
CHIARA RECCHIA
Succede spesso che in dibattiti come questo si finisca
per non trovare il bandolo della matassa.
Succede che si finisca con l'essere tutti d'accordo sul fatto che le cose
vadano male, ma che poi non si riesca a individuare di chi sia la colpa.
E tuttavia nel nostro caso mi sembra che si cominci a
vedere il nesso causa-effetto, che si cominci a fare
chiarezza e che, in fondo, si sappia anche con chi
prendersela.
Io non ho esperienza di teatro, ho fatto l'insegnante, e ho tante colleghe che
hanno cercato di fare teatro, e lo farebbero anche ora proprio perché
perché hanno la possibilità di scaricare tutto dalle tasse. Questa
cosa ha delle conseguenze, se fosse possibile donare e avere per questo degli
sgravi, anche la nostra società potrebbe fare dei passi avanti.
CECCHI
signora noi siamo il paese in cui Pompei sta
rovinando, fra poco non l'avremo più.
CHIARA
appunto, per questo vorrei trovare il nesso
causa-effetto, per poter cominciare il percorso al contrario ed evita- re il
magma in cui non si capisce più nulla finendo per essere condannati
all'impotenza e alla rabbia.
EDOARDO DONATINI
I nostri sistemi, e tutto ciò che ci ruota
intorno, sono talmente intrecciati che inevitabilmente si creano degli intoppi.
È evidente che l'investimento storico è sulla lirica, non sul
teatro. E in effetti gli Enti Lirici sono organizzati in maniera differente
dalla prosa. Al loro interno è prevista una struttura organica. Il fatto
è che in questo paese non si è mai proceduto, a prescindere dai
finanziamenti,
all'organizzazione di sistema. Ciò che manca
è una legge che stabilisca - come c'è per la scuola, per il lavoro,
per la sanità - personale organizzativo, amministrativo e tecnico, oltre
al personale artistico, orchestra, coro e corpo di ballo.
È questa mancanza che ha creato con il tempo
storture e anomalie. Anche il sistema dei teatri stabili, nascono come momenti,
anche di grande illuminazione, ma poi arrivano naturalmente a bloccarsi,
implodono.
Facciamo l'esempio della Toscana, in Toscana ci sono
dei centri di stabilità con delle funzioni, ma quei centri non svolgono
quella tale funzione e non utilizzano i fondi pubblici per perseguire gli
obiettivi previsti.
In effetti il problema non è tanto che non sia
previsto il drammaturgo, che non siano previste le giovani compagnie, no, il
fatto grave è che non è prevista la programmazione, non è
prevista la produzione.
Ora, se si va a leggere nel pentolone legislativo,
tutto questo ci sta, anche se poi non si esplicita in maniera funzionale e
etica.
Non voglio difendere niente, il fatto è che noi
siamo un'anomalia, un'anomalia che difficilmente possiamo correggere. In
realtà la dovremmo riscrivere. Quello che voglio dire è che
comunque in un ampio lasso di tempo in cui c'era bisogno di denaro per mandare
avanti il sistema, questo denaro è stato anche trovato, le mancanze
venivano sopperite:
c'erano i comuni che mettevano i soldi, oppure le
regioni, insomma in qualche modo il sistema prendeva vita e in effetti questo
paese ha prodotto dagli anni Sessanta fino ad
oltre gli anni Novanta una quantità di soggetti,
di artisti che ci invidiano in tutto il mondo. Noi insomma riusciamo a
produrre, nei confronti di sistemi organizzatissimi e finanziatissimi come
quello francese, delle eccellenze - brutta parola - delle qualità
creative sicuramente superiori su certe cose.
Frequentando la Francia e avendo con questo paese
rapporti costanti me ne rendo conto continuamente.
Tutto quello che è stato detto fin qui è
vero, ma ci sono anche altre verità. Ci sono in effetti realtà
decisamente critiche, Firenze ne è un esempio e offre un quadro davvero
disarmante. È chiaro però che la scelta di Firenze non è la
prosa ma è la lirica. Avere il Maggio vuol dire avere una serie di
finanzia- menti che escludono o marginalizzano altri settori. Qual è
allora il problema?
Il problema sta nella semplice osservazione che il
teatro va finanziato e la prima questione è che va regolato quel sistema
di finanziamenti. Non si può lasciare che il sistema sia abbandonato alle
improvvisazioni più o meno positive degli individui, dei soggetti, dei
geni di quel luogo.
CECCHI
Una piccola interruzione: quello che dici riguarda
direttamente Focardi, che è di Pisa, e a Pisa c'è un teatro,
accanto a Pisa c'è Pontedera che ha pure un teatro. Allora, tre anni fa
il teatro di Pontedera riceveva dalla Regione Toscana 130.000 euro di
sovvenzioni l'anno. Due anni fa ne ha presi 680.000, oggi 1.100.000, più
600.000 che gli sono stati dati successivamente. Un milione settecentomila euro.
Mi domando: è questo il modo di distribuire il
denaro pubblico?
Ci è stato chiesto cosa ha fatto il Metastasio? Il teatro Metastasio ha
fatto uno stabile, ha fatto una serie di iniziative sugli scrittori, sui
drammaturghi, ha ripreso un regista italiano che lavorava all'estero e l'ha
riportato qua a reimpostare un discorso sul teatro oggi, e a questo teatro
stabile, che è poi lo stabile regionale della Toscana, sono stati dati
solo 200.000 euro dalla Regione.
EDOARDO
Sì, in effetti, ho cercato di evitare i
particolarismi, ma è abbastanza chiaro quello che sta succedendo nella
nostra area, ed è qualcosa di anomalo, e questa anomalia del sistema
porta automaticamente a conferire a Pontedera un ruolo diverso, al di fuori dei
ruoli che dovrebbero essere quelli del sistema stesso. Insomma un ente, la
Regione, che dovrebbe fare una politica tesa a stabilire il sistema, ne fa
un'altra.
Tuttavia io vorrei fare un ragionamento per cercar di
individuare la differenza che c'è fra Prato, Pontedera, Cascina, e capire
la situazione che fa sì che un teatro che non è una funzione
pubblica possa vivere degli stessi finanziamenti pubblici.
A partire da questa premessa vorrei dire che tutto il
sistema teatrale è pubblico, anche quando qualcuno dice, 'ma io vivo
di mercato': ma di quale mercato vivi, tu vivi di rendita e c'è
qualcuno che ti paga quella rendita.
Guardiamo quindi alla stabilità e anche alle
funzionalità, cioè al rapporto con il pubblico. A questo punto
vorrei dire
che non sono del tutto d'accordo sull'idea che il
pubblico è ormai un fantasma, che non esiste. In effetti i dati ci dicono
un'altra cosa: ultimamente il numero degli spettatori del teatro ha superato
quello degli stadi, il che non mi sembra una notizia di poco conto Ciò vuol
dire che probabilmente il pubblico c'è in maniere diverse e agisce in
maniera diversa. Per fortuna non ci ha abbandonato. Ora il fatto che il
pubblico ci sia ha varie cause compresa quella delle partecipazioni
scolastiche, perché noi abbiamo 500 abbonati che vengono dalle scuole
medie superiori.
Il problema è quello di stabilire un sistema
certo con il pubblico. Se ho una Sanità Pubblica il cittadino usufruisce
della sanità pubblica, non va a un ufficio privato. La stessa cosa se ho
un sistema culturale pubblico. Ed è impossibile che questo non avvenga.
A questo punto vorrei parlare due minuti sulla
questione della drammaturgia. Se noi discutiamo ancora oggi del rapporto e
dello sviluppo drammaturgico guardandolo come sistema chiuso, probabilmente
commettiamo un errore di visione contemporanea. Perché oggi la
drammaturgia è un'idea molto più alta.
Ora qui stiamo parlando di una drammaturgia dove
è lo scrittore che scrive, il regista che mette in scena, eccetera.
Questa è una forma di drammaturgia certamente, ma oggi c'è un
festival di teatro contemporaneo dove le forme drammatiche e le scritture sono
di tutt'altra natura. E l'intera Europa che ci investe ha dei risultati
completamente diversi. Non lasciamoci sfuggire questi aspetti. Io dico che la
trasversalità del pubblico è enorme, che la capacità di
leggere dei codici e quindi dei percorsi drammaturgici, sono altri, che poi
rimanga un problema a quella che è l'origine
del teatro, e quindi la scrittura del teatro e la
mancanza di investimenti possiamo anche trovarci d'accordo. Ma, per esempio, i
francesi ci stanno massacrando da vent'anni con Face à Face che
è un progetto di testi francesi che portano anche in Italia. Prendiamo
atto che questa è una politica, con un investimento, con un sostegno per
gli autori, e da questo punto di vista è sicuramente apprezzabile
soprattutto guardando la nostra crisi sistemica, che è un domino nel
quale il crollo di una tessera fa crollare tutto. In effetti la crisi economica
non fa semplice- mente ridurre le situazioni, fa crollare trasversalmente la
qualità professionale
ERICA ROMANO
Mentre vi sentivo parlare di pubblico mi chiedevo di
che tipo di pubblico parlavate. Io non parlo da esperta ma da curiosa, da
amante del teatro che però riesce ad andarci pochissimo.
Quando si parla di teatro si parla di tante cose: di
opera, di concerto, di commedia, dramma, tragedia. Comunque, di qualunque
genere di teatro si tratti, mi sembrava che mancasse nei vostri dialoghi la
domanda sul chi va a teatro e con chi soprattutto? Spesso mi capita di non
poter andare a teatro perché non ho nessuno che venga con me. Ora,
succede che andare a teatro possa esser sentito al di sopra delle proprie
capacità intellettuali. Spesso vorrei portare mia madre a teatro. Mia
madre non ha certo una cultura universitaria, e in qualche modo non si sente
all'altezza. Insomma io vorrei riuscire un giorno a scegliere qualcosa che
faccia sentire mia madre allŐaltezza di venire a teatro. Anche se non posso
instillarle quell'interesse che non ha,
posso però suscitare curiosità. Il fatto
è che quello che viene offerto da un programma di teatro non sempre
risponde alle esigenze di molte persone.
La provocazione è anche questa: portare la famiglia
a teatro. Penso infatti che portare la famiglia a teatro significherebbe
portare a teatro almeno tre generazioni, portare una realtà concreta,
portare il nucleo fondante della nostra società, cosa che avrebbe
ovviamente anche un risultato economico non indifferente.
Ovviamente non pretendo che si punti a portare un
nucleo familiare tutto intero a teatro, ma portarci i genitori, che hanno
un'altra età, hanno un background culturale diverso, amici che potrebbero
accompagnarli a patto, però, che vengano offerti spettacoli di un certo
tipo. Tutte queste persone, a loro volta avranno dei figli che potrebbero pure
andare a teatro. Ecco, cosa vorranno vedere a teatro? Insomma, portare a teatro
una famiglia significa guardare a trecentosessanta gradi.
CECCHI
Certo quello che dici pone un problema difficile,
perché da noi non ci sono trecento teatri. Il problema è un altro,
è capire quanto i nonni, i padri, i figli, sono interessati a quello
spettacolo, e in un posto dove ci sono almeno tre teatri, capire se tutti i
membri della famiglia sono interessati a quello spettacolo.
Indubbiamente la domanda è anche questa, come li
scegliamo i nostri spettacoli?
Stasera, i Teatri della Resistenza, qui,
rappresenteranno Gladio. Quanta gente sa cos'è Gladio oggi? Se non
c'è qualcuno che ne scrive prima, che racconta cosa è successo in
questo Stato, la gente si chiederà, "ma che sarà questo
gladio?" Torno ai giornali e torno al critico, torno al ruolo di
informare e di formare. Stasera sarà rappresentato "Gladio",
che sarà certamente uno spettacolo bellissimo, ma molta gente non
verrà a vederlo proprio perché, come dice lei, in famiglia, si
faranno quella domanda e non troveranno nessuno che sappia dare risposta. Al
massimo si potranno vedere, nei rari casi di informazione sui giornali, un omino
che ride, o un omino che piange o un omino che non ha espressione.
FOCARDI
Se si parla di Francia o Germania bisogna dire che
questi paesi con la propria storia hanno fatto i conti, lì si racconta la
storia e la contemporaneità, si racconta ciò che è successo.
Il teatro spesso da noi è andato verso una forma ossessiva, proprio
perché con la nostra storia non si sono fatti i conti. L'educazione della
nostra coscienza, non c'è, ed è questo il problema dal quale
nascono conseguenze dirette anche sulla produzione culturale.
MASELLA
La ragazza che ha parlato prima, Erica, ha cominciato
affermando di non essere esperta, di essere addirittura ignorante. Ecco, il
problema è che noi e chi è venuto prima di me, abbiamo trasmesso
questo senso di ignoranza in
profondità, è passato il senso che il
teatro è qualcosa per accoliti.
Ora, Strehler, faceva teatro d'arte e ai suoi
spettacoli ci andavano quelli del dopo-lavoro della Miralanza. Anche Peter
Brook lo va a vedere chiunque. Oggi I Teatri della Resistenza fanno Gladio,
ma voglio osservare che quando hanno rappresentato la tragedia del Vajont
è andata gente che non sapeva cosa fosse. Il problema allora è
anche re- instillare nella gente l'abitudine, la fiducia che non bisogna essere
degli specialisti per andare a teatro. A volte mi sento dire: "C'è
questo festival di teatro ma io non ci capisco molto". E allora io
devo rispondere: "ma non ci devi mica capire molto per venire a teatro,
magari ci capisci più dopo". Insomma tutto questo per dire che
evidentemente abbiamo creato un muro.
CLAUDIO BALDUCCI
Due cose. Prima di tutto vorrei rispondere
all'osservazione di Umberto che la colpa della poca partecipazione è
nostra, nel senso che abbiamo organizzato male questa serata, con pochissima
pubblicità. Penso in effetti che il teatro interessi a molte più
persone di quanto possa sembrare dalla partecipazione in questa sala.
La seconda cosa è che vorrei dare uno sguardo
trasversale sul tema delle responsabilità. Per quanto riguarda le
responsabilità in Italia è quasi impossibile individuarle.
Perché se è vero che esiste il potere, che esistono i centri di
potere, è anche vero che non esiste un potere gestito, un potere per cui
uno ha una linea politica e la trasmette
realmente ed effettivamente alla società facendo
una politica come fa la Francia. In Francia c'è una politica che viene
trasmessa alla società. Può essere buona o cattiva politica, ma
comunque c'è.
In Italia ci sono i posti della politica, i posti del
potere, ma nessuna politica riesce ad arrivare in fondo, ci sono dei giochi
incrociati che annullano ogni azione e che si azzerano vicendevolmente.
E poi c'è un altro aspetto secondo me
importante. Noi viviamo in una società che ha pochi spazi per far valere
le parole, per far valere i gesti: ci incontriamo ci diciamo due o tre cose
banali, si tratta della comunicazione quotidiana, però il bisogno di dare
valore alle proprie parole, ai propri pensieri c'è sempre stato proprio
perché la società quotidiana non lo mette in rilievo, non è
in condizione di farlo.
C'è quindi un bisogno di teatro. Silvio d'Amico
lo evidenziava, scriveva che il grande teatro si ha nei momenti di tensione fra
il potere e la massa. Per esempio il teatro medievale dove c'è una forte
tensione fra le gerarchie ecclesiastiche e il popolo che cerca di fuggire dalle
rigidità della chiesa. In qualche modo la situazione attuale sembra
abbastanza vicina a questa situazione, perché il potere c'è ma non
gestisce o non gestisce come vorrebbe gestire o come potrebbe gestire e è
quindi anche difficilmente oggetto di critica.
Inoltre, oggi si vive in un momento in cui i
mass-media trasmettono la globalizzazione e, di fronte e ciò, il teatro
tradizionale impatta male. In effetti il teatro tradizionale è un teatro
di ceto, connotato come tale: uno va a teatro perché
quello è il posto del ritrovo colto, ma oggi non
è più così. Oggi quello che la gente, indifferenziata, sente,
sono altri tipi di comunicazione: la televisione, il cinema, internet.
Che cosa hanno in comune questi mezzi? Hanno appunto in comune il fatto che
mettono in comunicazione con tutto il mondo, e inducono il bisogno di sentirsi
in comunicazione con tutto il mondo. Non più con il ceto della mia
città - sì, questo bisogno in qualche maniera persiste, ma è
diventato minoritario e poco trascinante.
Cos'è allora che diventa importante? Gli eventi. Più che i singoli
fatti, hanno impatto gli eventi. Guardiamo un flash- mob, una
spettacolarizzazione, un grande evento che non chiede soldi, non chiede un
posto perché se lo trova, è costruito, e quindi mette in gioco
parecchie professionalità e coinvolge tantissima gente: un flashmob fatto
in un centro commerciale, è uno spettacolo, ed è uno spettacolo
medievale dove si mette insieme la gente di più strati sociali, di
più culture sociali e non chiede altro che di agire e di fare agire i
gesti, le parole, la musica eccetera. È questo che diventa un evento.
L'evento oggi riesce a spiazzare parecchie cose.
Noi abbiamo bisogno di una grande comunicazione, di
sentirci parte di una comunicazione con il resto del mondo. È lo stesso
fenomeno che riguarda l'arte contemporanea, anche questa ha un maggiore impatto
che non l'arte tradizionale. Perché? Perché l'arte contemporanea
spezza i confini internazionali, mentre l'arte tradizionale si rinchiude in una
cultura che non è comunicabile. Per esempio non è comunicabile in
Cina, così come l'arte tradizionale cinese non è comunicabile a
noi. L'arte contemporanea invece è nella condizione di comunicare in
tutti e due gli emisferi.
C'è magari da osservare che il nostro
teatro, il teatro
occidentale, è un teatro di parola. Il teatro
cinese invece si caratterizza per essere un teatro di azione, di
gestualità, di acrobazie. In questo senso è molto probabile che il
teatro cinese, sia maggiormente in grado di spezzare i confini e di essere
comprensibile oltre il teatro di parola che si rinchiude nella nostra
tradizione e non sfonda le frontiere. Il teatro cinese insomma rischia di
diventare più dirompente e più globale che non il nostro.
CECCHI
Bene, chiediamoci allora: cos'era che teneva a teatro
lo spettatore per dodici ore di fila quando Ronconi faceva la Torre di
Hofmannsthal, e la gente portava il panino e stava lì, o quando lo
stesso Ronconi toglieva le sedie dalla sala del teatro e ne faceva una grande
piscina, con la gente che vedeva lo spettacolo solo dai palchi, o quando faceva
le Baccanti con Marisa Fabbri e Marisa recitava una sillaba al minuto
per cui per arrivare alla fine della prima strofa ci voleva tutta la serata?
Perché ci andavamo? L'intervento precedente mi
fa pensare che la ragione fosse perché esserci faceva in. Marisa
era bravissima, però quel tipo di recitazione era sperimentale per
Ronconi ma forse non lo era per lo spettatore. Forse lo spettatore è stato
torturato e poi piano piano forse ha anche perso la fiducia.
Ora c'è una cosa che fanno i giovani del Teatro
Studio Metastasio, c'è questa camminata sulla via Francigena, bene,
loro si faranno tutti i giorni una scarpinata lunghissima - e questo ovviamente
è un problema che riguarda esclusivamente loro, la loro costanza e i loro
piedi - ma poi
la sera quando arrivano nei vari posti dove sostano,
reciteranno anche uno spettacolo, ovviamente se avranno la forza, la voce a la
costanza di farlo (in ogni modo ci saranno anche le ambulanze per ogni
evenienza). Anche questo è un modo per coinvolgere i vari centri con il
teatro.
Non lo so, io penso come diceva la signora, che si
tratti di un problema complesso, io dicevo che siamo davanti a un circolo vizioso,
dal quale non riusciamo a uscire. Altri paesi si comportano in modo diverso.
Dario Focardi ricordava Londra, ma a Londra sono 35 anni che recitano lo stesso
giallo di Agatha Christie, e tutte le sere il teatro è pieno. Che vuol
dire questo? Non solo che la gente va a teatro, ma anche che ci ritorna e che
ci van- no anche i giovani.
Noi non ci sogneremmo mai di mettere in scena "I
dieci piccoli indiani", per farlo vedere a chi? Una sera, due sere e
poi, chiuso.
C'è poi un altro punto da prendere in considerazione,
noi italiani siamo più attenti alla televisione che al teatro. Siamo
più attenti a ciò che ci dà la televisione, con qualcuno che
urla delle cose incredibili, con quattro scemi che litigano per sere sullo
stesso tema, con film che si sono visti quarant'anni fa, qualcuno dei quali
anche interessante, ma altri che sono uno schifo. Che facciamo noi? Noi stiamo
lì come bambocci a vedere le sciocchezze che ci dà la televisione,
stiamo lì, ci appisoliamo, a un certo punto ci svegliamo e andiamo a
letto. Anche questo è un problema: si preferisce il nulla della
televisione a quel qualcosa che ci vuol dare il teatro.
Mi verrebbe da dire che non solo la rinascita del
teatro, ma anche la rinascita della cultura, in Italia, passa probabilmente dalla
scuola.
NICCOLÒ
È vero che la critica non sempre riesce a
parlare di teatro in modo coerente e competente, oggettivo, però è
anche vero che ci si scontra spesso con un pubblico non preparato, che non
conosce gli spettacoli di cui scadimento della scuola.
Da dove ripartire allora? Forse proprio dalla scuola,
da un miglioramento dell'istruzione, dal far capire cosa si studia, come si
studia e perché lo si studia.
Non solo per imparare una nozione, ma per diventare
cittadini di uno stato, per diventare persone adulte che si sanno rapportare
con gli altri e che sono poi in grado di leggere un giornale nel dovuto modo:
forse allora si sarebbe meno interessati alla televisione, forse si sarebbe
più interessati a un libro, a uno spettacolo teatrale, e si lascerebbero
perdere quelli che sono i vari teatrini di parole volgari dette tanto per fare
audience.
si parla, non conosce gli attori, non conosce i
registi, non sa cosa significhino certi termini. Diventa quindi difficile per
un per un critico dover affrontare un discorso a trecentosessanta gradi su uno
spettacolo quando ha a disposizione soltanto una mezza paginetta.
Quindi, ripartire dalla scuola e far migliorare
l'istruzione, come faceva giustamente notare Cecchi, che da quarant'anni a
questa parte è andata sempre degradando per mille motivi. Che siano stati
motivi politici, dinamiche
sociali che si sono innescate negli anni, non stiamo
ora a ricercare, è anche una crisi di cultura che è passata
purtroppo dallo
LETTERATURA
Il Convegno sulla Letteratura è stato il secondo
dei cinque convegni organizzati da SCHEDA nei mesi di maggio e giugno 2013. Si
è tenuto nel salone consiliare della Circoscrizione Nord il 24 maggio.
Alcuni punti toccati nel dibattito:
Case editrici grandi, case editrici piccole - Le nuove
tecnologie, gli ebook e la lettura - Le curiosità del pubblico e le
vendite online - La letteratura del passato, del presente e la storia - Gli
scrittori di Prato - Crisi della letteratura, crisi del sistema, sviluppo o progresso?
- obiettivo-ricchezza, obiettivo-vita - I limiti della letteratura, i mezzi
della scrittura - I centri commerciali e la merce, i centri commerciali e la
cultura - Il cambiamento della società, gli immigrati, la scuola come
chiusura culturale - La lingua nazionale come
lingua universale - La globalizzazione e il
soffocamento della poesia - La contemporaneità come superamento delle
tradizioni - L'avvento dell'evento - L'editoria e la falsificazione della
letteratura - I non-luoghi, le periferie, le librerie, le biblioteche - Il
problema del tempo - Il tempo e l'ozio - L'importanza della cultura -
Sopravvivere all'inferno
CHIARA RECCHIA
grazie per esser venuti, Abbiamo poco tempo e volevo
fare una introduzione, ma sarà brevissima. La Letteratura al tempo della
crisi. Crisi rispetto alla crisi economica. Abbiamo due persone - il
responsabile del Piano B Edizioni e il gestore della libreria "Al
Castello" - due professionisti: vi diranno di quello che è successo
e sta succedendo dal punto di vista economico.
Invece c'è un altro aspetto della crisi, che per
distinguerla da quella economica, chiameremo spirituale e che ho trovato
descritta in questo brano di David Grossman, letto come discorso introduttivo
al Festival della letteratura a Berlino del 2008. Si espresse, come
potete leggere nella pagina distribuita, considerando la letteratura come
antidoto, antidoto efficace contro la massificazione di questi mass- media che
ci sanno insegnare soltanto la cultura dello zapping che induce a sentire il
bisogno di cose sempre più eclatanti, ma nessuna significativa.
Leggere un buon libro - dice Grossman - è un
antidoto. Quando il libro è buono, aggiunge, perché ci sono anche
libri che si uniformano a questa cultura massificante,
disumanizzante. Si tratta di libri di consumo, che,
una volta letti, non si rileggono.
Per parlare di questa letteratura della crisi
cominciamo con Andrea Giaconi che ci parlerà della letteratura a Prato
nel 900. Il discorso continuerà poi con Leandro Piantini che ci ha detto
di voler parlare delle ultime produzioni di Nesi e Veronesi.
Parlare della letteratura a Prato, non significa porsi
in un ambito ristretto perché si parla della letteratura a Prato nei
confronti della letteratura al di fuori di Prato. Del resto c'è una geografia
della letteratura: c'è una letteratura siciliana, o della Napoli di De
Filippo, o delle langhe di Pavese, insomma, partiamo con Andrea Guarducci,
responsabile di una piccola casa editrice del nostro territorio.
ANDREA GUARDUCCI
Noi siamo attivi dal 2007 e abbiamo cominciato come
amici che hanno condiviso gli studi umanistici - io sono laureato in Storia
dell'Arte, il mio collega in Filosofia. Dopo l'università abbiamo voluto
provare a far qualcosa nel lavoro culturale. Infatti il titolo di questo mio
intervento voleva essere IL LAVORO CULTURALE richiamandomi a un libro di
Bianciardi del 1957.
All'inizio abbiamo messo su uno studio editoriale,
facevamo cataloghi d'arte, traduzioni, impaginavamo volumi, però
lavoravamo sempre per altre case editrici.
Dopo un anno e mezzo abbiamo deciso di entrare
nell'editoria con un nostro marchio. Abbiamo cominciato con la saggistica
quindi con la filosofia e poi abbiamo cercato di
proporre anche un certo tipo di narrativa
'dimenticata'. Infatti lo scopo di una piccola casa editrice alla sua nascita,
è quello di cercare una nicchia nei confronti della quale le grandi case
editrici sono passate oltre o hanno dimenticato qualcosa.
Questo è ancora il nostro compito: riscoprire i
classici, quelle opere dimenticate, a volte addirittura ostracizzate dal
mercato italiano, e, se straniere, tradurle e dare loro una nuova forma
grafica. La nostra collana di saggistica - ELEMENTI - presenta filosofi
trascendentalisti americani Thoreau (Herny David), Emerson (Ralph Waldo), ma
anche Voltaire e Plutarco, passando per Mark Twain per esempio.
Il senso di queste riscoperte è quello di
offrire ciò che a volte è irraggiungibile, o ciò che, pur
essendo a disposizione, lo è in grossi volumi che possono spaventare per
la loro mole. Si tratta di entrare laddove queste opere precedentemente non erano
riuscite a entrare.
La nostra piccola realtà si è ritagliata
uno spazio importante perché nel 2008 siamo riusciti ad essere
distribuiti in tutta Italia e tutti i nostri libri sono ora disponibili in ogni
libreria, o quanto meno in ogni libreria sono ordinabili.
Ecco, lo scarto fra una casa editrice come la nostra e
un'altra sta proprio qui: noi ci preoccupiamo di avere una distribuzione tale
che permetta di lavorare e di guadagnare all'editore, e agli autori di essere
conosciuti e rappresentati. Letti soprattutto, perché la cosa più
importante, quando un libro è stampato, è che questo venga letto da
più persone possibile.
Questo è l'aspetto più difficile ed
è qui che cominciamo a parlare dell'aspetto economico. Si tratta della
cosa più
complessa, come si può immaginare. Una piccola
casa come la nostra deve trovare il suo spazio, con quindici titoli l'anno,
deve saper competere con i due o tre marchi che hanno sotto di sé tante
edizioni e invadono tutto il mercato. Si tratta quindi di saper trovare un
prodotto che riesca in que- ste condizioni a trovare una propria
identità.
Si tratta di saper convincere anche il libraio
dell'importanza del nostro prodotto in modo che possa dargli una
visibilità maggiore o per lo meno uguale a quella gestita dai grandi
editori.
Il lavoro culturale quindi è sempre più
difficile e complesso. I prodotti dei grandi editori invadono le librerie e
sono concepiti con la pretesa di 'creare' il gusto del pubblico.
Come già diceva Bianciardi nel 1957 non sono
più i lettori a cercare i libri - e oggi la cosa è ancora più
evidente - ma sono i libri che vanno a cercare il lettore. Un editore come
Mondadori che pubblica 3 libri al giorno (noi ne pubblichiamo 2 al mese) riesce
a capire - e ha un esercito di persone pagate per farlo - i gusti delle
persone.
L'oggetto libro perde la sua caratteristica: un libro
deve essere letto e riletto non si deve bruciare in un pomeriggio. Ora i libri
sono fatti a tavolino. È sempre più difficile quindi stare a galla,
noi ci riusciamo perché abbiamo il nostro lettore affezionato che ci
segue e che apprezza le nostre scelte. Per noi è importante continuare a
farlo e continuare a farlo bene. Siamo una casa editrice che non fa pagare gli
autori, non chiediamo loro aiuti, spese di stampa, contributi. Chi fa questo
non è una casa editrice, è un'altra cosa, è una tipografia,
non un'editoria.
Anche Bianciardi, nel 1957, parlava di crisi, ora
questa è ancora maggiore e la forbice tra tantissimi che vogliono
pubblicare e i pochi che davvero leggono è aumentata. È per questo
che le grandi case editrici offrono libri che i lettori leggono di sfuggita,
libri che seguono il gusto del momento e poi verranno dimenticati. Ora per
esempio è il turno delle storie erotiche scritte da donne. Dopo la famosa
trilogia - "Cinquanta sfumature di grigio, nero e rosso" di
E.L.James - è tutto un fiorire di libri, di inquisitori, crociati e
misteri.
Nessun però si ricorda i titoli di questi libri
perché la loro pochezza li rende fragili e dimenticabili. l'unico modo
per ovviare a questa situazione è continuare a cercare e a fare libri di
qualità.
Per quanto riguarda gli ebook secondo me si
svilupperanno parallelamente al libro cartaceo, integrando e arricchendo
l'esperienza di lettura con link e meta-contenuti, in modo che chi legge
un'opera possa anche accedere a informazioni relative a ciò che sta
leggendo, con paratesti creati ad hoc. Questa formula sarà
fondamentale soprattutto per l'editoria scolastica.
D'altra parte il libro è un oggetto talmente
perfetto che è rimasto lo stesso da tanti secoli nel proprio design,
è quindi questo che ci auguriamo: che possa continuare.
LUCIA BALESTRI
Ho una certa esperienza dei gusti di persone che
comprano libri e devo dire che sono bellissimi, sono una cosa fantastica,
c'è una richiesta di libri che è a trecentosessanta gradi. Le
persone leggono di tutto, approfondiscono temi
pazzeschi, specialistici, eccetera. I lettori sono
persone curiose, non sono mai fedeli assolutamente al punto vendita, io stessa,
libraia, appena vado fuori da Prato, la prima cosa che faccio vado a vedere le
librerie. quindi capisco benissimo questa ansia di ricerca dei lettori.
Però in questo momento l'offerta di libri è eccessiva. I libri si
trovano dappertutto, sempre i soliti, ci sono venti titoli che trovi ovunque,
nelle edicole, nei bar, sull'autostrada, all'autogrill, in tutte le librerie di
catena, nei super-mercati - e sono sempre gli stessi. Se poi vai a comprare per
esempio da Feltrinelli, e fai la tesserina e dai la tua email, almeno due o tre
volte a settimana ti arriveranno offerte, sconti e promozioni.
Se compri un libro online è la stessa cosa. Se
compri un libro su Amazon - che fra l'altro non paga le tasse e quindi si
capisce anche perché può fare gli sconti che fa - le email che
riceverai saranno migliaia.
Ora tutto questo non è giusto, è disorientante,
non va bene. Questa situazione crea una grossa crisi, io personalmente ho
dovuto riconsegnare i locali pochi giorni fa, ma ci sono altre librerie:
andate, comprate lì i libri. Lo dico perché per esempio a livello
universitario, la saggistica si compra tutta in internet. Ora i professori
universitari, che sono un ganglio importante nella filiera della cultura,
saltando la libreria, secondo me, non fanno una cosa corretta. Ora io sono
fuori e quindi non sono più un soggetto coinvolto e posso vedere le cose
con calma. Però io vi invito ad andare in libreria, a trovare un libraio
di fiducia così come si va dal fruttivendolo per comprare verdura a km0.
Si tratta in fondo di un'etica generalizzata che ognuno, nei propri consumi,
deve cercare di applicare.
ANDREA GIACONI
Il presente contributo è il risultato di una
riflessione condotta sulla personale prospettiva di studio. Ci è infatti
sembrato utile, tanto nel contesto più ristretto della letteratura
storiografica quanto in quello più ampio della letteratura senz'altri
aggettivi, rispondere ad alcune questioni di metodo nel rapporto tra lo
storico, la scelta letteraria ed il contesto di riferimento.
Nel far questo ci si è posti alcune domande
quali: esiste una relazione tra la comprensione delle contingenze storiche e la
creazione di prodotti letterari in senso stretto?
Possono essere utili l'uno all'altro? E se sì, in che maniera lo storico
si deve rapportare alla fonte letteraria?
Nell'affrontare questi temi, è necessario porre
alcune avvertenze. Anzitutto, non si intende trattare dello storico come
lettore tout court. In quanto tale, egli avrà certamente dei gusti
personali ma ciò esula dalla sua qualifica di studioso e, al massimo,
può solo sovrapporsi ai suoi campi di ricerca.
In secondo luogo, è bene distinguere la storiografia in senso generale da
quel settore specifico che è la storia della letteratura. In quest'ultimo
caso, il rapporto tra fonte letteraria e storiografia è immediato: lo
scritto di lettera- tura diviene di per sé, la fonte primaria per lo
storico. Ma questo è un significato limitato e limitante nei confronti
del testo e della storiografia, in quanto scienza. Per questo, non si è
voluto addentrarsi negli stilemi della storia della letteratura tanto nazionale
quanto locale (alla ricerca di dubbi caratteri di una pretesa pratesitas).
Piuttosto, si è voluto approfondire
la sintesi euristica e metodologica che collega il
fatto storico, al testo letterario, all'analisi storiografica. E questo
proponimento, pur applicabile a qualsiasi oggetto di studio storico, è
sicuramente molto im- portante per studiare quei periodi detti di crisi in
senso lato. Sicuramente lo è, in prospettiva futura, per un'analisi
sull'attuale crisi economica politica sociale.
Soprattutto per quel che riguarda l'ambito economico,
lo è per il contesto pratese che di questa crisi ha subito pesanti
ricadute.
Come è noto tanti e tanto diversi sono i nessi e
le interrelazioni tra l'autore di una ricerca storica, l'oggetto della
medesima, la scelta delle fonti su cui basare o confrontare le relative
ipotesi. Per questo è necessario sottolineare che, quando si fa ricerca
storica, non ci sono rigidi prontuari, vademecum, breviari, guide di cui
seguire le eventuali istruzioni.
Tuttavia, vi sono dei principi di base che nessuno
può eludere. In base a questi, si è oggi in grado di dire che il
testo letterario rientra nella categoria di fonti ŇprimarieÓ ovvero di
documentazione coeva all'oggetto di studio, del quale lo storico può
usufruire. Una simile utilizzo è reso possibile dal fatto che scritti
come i romanzi, le raccolte poetiche, gli epigrammi, si configurano tanto per
l'autore quanto per lo storico come rappresentazioni di vissuti o di
determinati spaccati di realtà (che non necessariamente sono la
realtà in quanto tale).
Per questo lo scritto letterario rientra in quello che
il padre della dottrina delle fonti Gustav Droysen, chiama Die
Quellen, ovvero ciò che è stato creato allo scopo
di lasciare un ricordo.
È un caso nazionale quello di Luisa Passerini
che nel suo Mussolini immaginario ricostruisce la figura del duce del
fascismo non per quello che effettivamente era ma per come era visto dalle
gente comune, basandosi su scritti diaristici, su opere letterarie, su
biografie più o meno ufficiali, su romanzi.
È partendo da queste considerazioni che dobbiamo
riflettere sui rapporti tra letteratura e storiografia e sullo scritto
letterario come fonte storica.
Secondo storici come Alberto Mario Banti Ňnon
esiste fonte letteraria che non sia composta da una miscela variabile di
osservazione documentaria, di invenzione narrativa e di tecniche della
narrazione o della esposizione retoricaÓ.
Il romanzo, la fiction, la poesia non è dunque
solo racconto o solo fonte, quanto piuttosto la testimonianza di un'epoca o di
un evento. Così, Il grande Gatsby di F. Scott Fitzgerald è
la testimonianza dell'America dei ruggenti anni Venti che sta andando
tragicamente incontro al crollo del 29.
Il romanzo di Hans Fallada, Ognuno muore solo, ci
porta una delle più incisive rappresentazioni del nazismo. Egualmente non
c'è ricostruzione migliore dello stato d'animo che pervase l'Italia dopo
la rotta di Caporetto, se non quello offertoci da La rivolta dei santi
maledetti di Malaparte.
Insomma i legami fra letteratura e storia, tra
letteratura e contesto storico sono strettissimi e interessano sempre più
gli studiosi delle due discipline con intersezioni formidabili.
In breve: la testimonianza letteraria è sempre e
comunque il riflesso di un paesaggio con valori storici e storicizzabili, o
meglio, con esperienze biografiche che divengono documenti storici di valore
inconfutabile per comprendere l'etica e il pathos del periodo studiato.
Così ci sono storici che considerano la fonte
letteraria come fonte da cui trarre informazioni verificabili su fonti di altra
natura. Ci sono storici che li considerano come vissuti personali di
determinati ambienti, epoche, culture, nonché tentativi di rappresentare
quel che per noi non è più comprensibile. E ugualmente ci sono
scrittori che si affidano alla memorialistica e agli scritti di storia per
tradurre in fatti il proprio sentire. Siamo insomma davanti a una complessa
dialettica tra testi e contesti.
La situazione ha le sue ricadute anche e soprattutto
in ambito locale, anche e soprattutto in ambito pratese. Questo perché lo
scritto letterario si lega al territorio in cui si vive. Ed è quindi una
ricostruzione non solo del periodo ma di quel determinato spazio. Proprio per
questo, come ci suggerisce una recente antologia, gli scritti letterari
sconfinano in veri e propri ŇattraversamentiÓ verso altre scritture che,
secondo una precisa catena logica, evolvono dal racconto, alla memorialistica,
all'analisi storica.
Si verifica negli scrittori pratesi un bisogno
radicale di memoria e di promozione della memoria che lo storico utilizza.
D'altra parte il confine sottile tra storia locale e letteratura è dato
dal fatto che molti degli scrittori e degli eruditi pratesi sono stati anche
autori di saggi storici e di proiezioni sulla storia della città.
Facendo un rapido spoglio della sunnominata antologia
notiamo che più della metà degli scrittori antologizzati (55 su
104; 52,88% del totale) sono autori di tali scritti e molti di essi soci della Società
Pratese di Storia Patria. Possiamo fare degli esempi, trarre appunto dei
sondaggi: Amerigo Bresci, Dino Fiorelli, Armando Meoni. Quell'Armando Meoni che
è autore di romanzi sulla vita pratese (Creare, La ragazza di fabbrica)
ma che è anche lo scrittore di quella Trilogia della memoria (Prato
ieri; Prato viva; La città nel salvadanaro), vera e
propria ricostruzione culturale di Prato compenetrantesi con la ri- costruzione
morale della città di cui Meoni fu uno dei protagonisti.
Ma, al di là di questa tendenza personale verso
la storiografia e la memorialistica, è lo scritto letterario che si
configura come strumento di storia locale. Anche al di fuori dei loro scritti
di storia o di memorialistica, gli scrittori ci forniscono una documentazione sui
luoghi e sulle usanze nei diversi periodi. I loro scritti ricostruiscono il
contesto civico e sociale. Ricostruzione del contesto che serve alla
storiografia locale nella sua ricerca delle cause contingenti e delle cause
profonde degli eventi.
La letteratura diventa documento. Gli esempi sono
molti. Si può iniziare dalle pagine di Malaparte che sono sì,
l'opera di un avventuriero e di un romanziere, ma soprattutto di un attento
cronista della realtà che lo circonda.
Si continua con Armando Meoni con la ricostruzione
delle abitudini e del contesto pratese. È, quella di Meoni, una
ricostruzione dell'anima e del folklore pratese che necessita non solo al
normale cittadino ma anche allo storico di professione.
Sono questi i maggiori romanzieri pratesi che ci
raccontano la prima guerra mondiale, l'Italia fascista, la Prato della
ricostruzione, la realtà di fabbrica (sono per altro realtà che ci
documentano altri scrittori, da F. Bertini a Persio Nesti, a Emanuele Bettini).
E allora si arriva così alla rappresentazione della crisi, alla
documentazione della crisi. Si arriva agli scritti di Edoardo Nesi.
Al di là di ogni gusto o critica letteraria, la
scrittura di Edoardo Nesi è un documento di cui lo storico non solo si
può ma si deve avvalere. Es- so è una fonte, una ricostruzione, una
testimonianza della crisi che at- tanaglia quella Ňcittà del lavoroÓ che
è Prato. I futuri storici sicuramente si avvarranno di questa particolare
descrizione dell'atmosfera della crisi del tessile, delle dinamiche sociali,
dell'immigrazione cinese. Sicuramente ci rappresenta
benissimo lo stato d'ani- mo che affligge oggi ciascun pratese. Leggiamo:
"E così, oggi nel momento storicamente
più difficile del tessile pratese, e dunque italiano e dunque europeo,
mentre continuano a giungermi le no- tizie dei fallimenti in serie di aziende
di confezionisti tedeschi un tempo solide quanto il granito; mentre sui
giornali locali si rincorrono le voci di gravi difficoltà di molti miei
ex-colleghi industriali; mentre le centinaia di artigiani che fecero grande e
speciale la nostra filiera tessile chiedono solo di essere accompagnati a
chiudere con onore le loro micro-aziende senza rimetterci tutto quello che
avevano guadagnato in decenni di sforzi; mentre ogni anno migliaia di persone
perdono il posto di lavoro nella mia città che di abitanti non ne conta
nemmeno duecentomila; mentre ormai anche gli sconosciuti si avvicinano a me per
complimentarsi di aver venduto
lŐazienda, io non riesco a non sentire quasi ogni
giorno una specie di vuoto struggimento che mi prende e finisce per sconfinare
nellŐangoscia, e non ha nome, e non mi consente mai di provare, se non
lŐorgoglio, almeno il sollievo di aver probabilmente evitato a me e alla mia
famiglia una decadenza che sarebbe stata lunga e dolorosissima"
Ci sembra allora giusto e acclarante concludere con
un'altra citazione di Nesi, che ci rivela il suo intento.ŇOra so che
scrivere romanzi non mi basta.Ó – scrive Nesi – ŇNon mi
può bastare. So che devo provare a scrivere la mia storia e quella della
mia genteÓ.
E forse in queste poche parole vi è il primo
obbiettivo di ogni scrittore, quello che lo avvicina allo storico e ,
soprattutto allo storico locale, in maniera inconfutabile.
LEANDRO PIANTINI
Nel dibattito ascoltato finora, sono state fatte delle
valutazioni stimolanti. Come ho già anticipato vorrei soffermarmi su
Edoardo Nesi e su Sandro Veronesi.
Nel primo caso siamo proprio di fronte a un gene- re
di narrativa che va oltre la letteratura. I romanzi di Edoardo
Nesi, infatti, toccano qualcosa che riguarda da vicino
la città di Prato, entrano nel vivo di una comunità di cui, per
motivi noti a tutti, si è parlato molto negli ultimi tempi.
Poco fa Andrea Giaconi ha accennato a una antologia di scrittori pratesi uscita
pochi anni fa a cura di Francesco Gurrieri. Si tratta di una raccolta di
profili di scrittori pratesi del secolo scorso che comprende anche unŐantologia
di opere significative.
Mi ha fatto molto piacere sentir nominare da qualcuno
di voi Emanuele Bettini, che ho conosciuto e al quale ho voluto bene, e lo
stesso per quanto riguarda il caso di Armando Meoni, che come sapete è un
importante romanziere del Novecento. Se una colpa è da rimproverare ai
pratesi è quella di averlo quasi completamente dimenticato.
Oggi ha parlato anche un editore. Vorrei dirgli che
per quanto riguarda gli scrittori pratesi molto lavoro avrebbe da svolgere,
oggi, un editore di Prato. Per esempio ripubblicare La Ragazza di Fabbrica di
Armando Meoni, un grande libro, che sicuramente pochissimi, almeno delle ultime
generazioni, hanno letto.
Poi non posso non ricordare, di Curzio Malaparte, un
libro importante, anzi, il primo che scrisse,
che lŐautore aveva intitolato originariamenteViva
Caporetto! È facile comprendere che con quel titolo non uscì
mai, per motivi di censura, ma uscì comunque, stampato da un tipografo di
Prato con il titolo La Rivolta dei Santi Maledetti. Un racconto vera-
mente impressionante e suggestivo di quella che fu nella realtà la
tragedia immane che coinvolse nellŐottobre del 1917 unŐintera armata italiana
sul fronte della prima guerra mondiale.
Vorrei insistere proprio su questo pun- to. In
effetti, incontri come questi dovrebbero servire anche a fare delle riscoperte.
Tante volte nella vita incontriamo, tralasciamo, dimentichiamo molte cose e
poi, nel fluire della storia, degli incontri, ci rendiamo conto che sarebbe
bene tornare indietro, riscoprire alcune cose che avevamo incontrato.
Io capisco bene le esigenze dell'editoria come
industria che non vanno assolutamente trascurate e la pulsione al nuovo
che c'è nelle arti e anche nella letteratura e
nella narrativa. Ma c'è anche, in una sana e giusta valutazione di queste
cose, insieme all'attenzione al nuovo, anche un attenzione al passato,
soprattutto al recente passato, come quello che si può ritrovare nella Ragazza
di Fabbrica di Armando Meoni.
Sinceramente io sono ottimista sulle sorti che
aspettano la letteratura dŐoggi, quella che deve convivere con la crisi in cui
siamo immersi. Facciamo degli esempi. In questi giorni è in corso un
festival della letteratura a Pistoia; domani la città ospiterà un
incontro con Claudio Magris, mentre a Sesto Fiorentino si svolgeranno per tutto
il mese di maggio molteplici iniziative in campo letterario. Questi fermenti
vanno valorizzati e fatti conoscere meglio.
Ora sono arrivato al tema principale della mia
relazione, cioè vorrei soffermarmi su alcuni libri recenti di Edoardo
Nesi e di Sandro Veronesi.
Il penultimo libro di Edoardo Nesi, Storia della
mia Gente, ha vinto il premio strega nel 2011 e ha avuto uno straordinario
successo. Io però vorrei soffermarmi un momento sul libro successivo di
Nesi, Le Nostre Vite senza Ieri che è praticamente il
proseguimento, la conclusione, l'ampliamento di Storia della mia Gente e
che ha visto ampiamente riconosciuto l'interesse per le cose che aveva scritto
nel primo libro. Affrontando la situazione di Prato e della sua crisi, nel
momento in cui si assiste alla nascita di un nuovo governo, il nostro scrittore
si pone degli interrogativi a cui cerca di rispondere coinvolgendo nellŐanalisi
se stesso e le proprie predilezioni. Per arrivare infine a questa conclusione
che si può considerare il clue del nuovo libro:
"io non mi arrendo, io ho deciso di andare
fino in fondo, comunque vada, per poter riaffermare il diritto dei miei figli,
dei giovani di oggi, a non considerarsi come se si partisse da zero, dal nuovo,
visto che siamo stati relegati più indietro nelle posizioni della
produzione mondiale: mia figlia è venuta da me dicendo 'mi hanno detto
che faccio parte dei pigs, i maiali, Spagna, Grecia, Italia e Portogallo, i
quattro stati destinati a falli- mento. Babbo siamo davvero i pig?' "
Infine vorrei parlare dellŐultimo libro pubblicato da
Sandro Veronesi, i racconti di Baci scagliati altrove. Un libro
singolare per molti aspetti.
Ho scelto di parlare di questi due libri anche per far
notare che si tratta di due modalità diverse e perfino opposte di
scrivere narrativa. Quella di Nesi non è una narrativa di vera e propria fiction,
ma piuttosto si tratta di pamphlet che hanno un forte coinvolgimento con
i temi della vita dŐoggi.
Di Baci Scagliati Altrove, invece, vorrei fare alcune annotazioni
vengono spontanee anche per non allargare troppo i confini di questo incontro:
La letteratura al tempo della crisi. È fuori di dubbio però che
molte osservazioni normalmente fatte non pongano in discussione quella che a
mio avviso è una tematica fondamentale e anche emergente, emergenziale,
non solo in termini sociali ed economici, ma sopratutto in termini politici.
Quando si parla di crisi si parla di crisi di un sistema, allora viene da dire:
quel sistema è entrato in crisi per qualche
motivo che ha a che fare con i suoi meccanismi interni oppure si tratta di un
sistema che va messo in crisi in quanto tale?
Si tratta cioè di un sistema che non è da
scegliere in riferimento al tipo di società a cui aspiriamo?
È una società che deve esser basata sul
continuo sviluppo finché non entra in crisi di maggior produzione o
è una società che deve essere invece basata sul progresso?
Che non vuol dire necessariamente sviluppo e
soprattutto non vuol dire necessariamente aumento della produzione e del
consumo che invece sembrano le cause prime e inevitabili comunque della crisi
di un sistema che è eminentemente basato sulla produzione e sul consumo.
Ciò porta a un punto di saturazione,
sottolineare che si tratta di racconti, e chi si occupa di editoria nel nostro
paese sa quanto sia difficile pubblicare racconti, perché, come insistono
a dire i librai, i racconti non si vendono. Inoltre con questi racconti siamo
veramente dentro un genere completamente diverso dai libri di Edoardo Nesi. Qui
si ha a che fare con una fiction e con delle invenzioni veramente
spericolate. Il lettore ha di fronte racconti brevi o lunghi, di taglio leggero
e scherzoso o bizzarro e trasgressivo con qualche spruzzata di metafisico humor.
Con questo libro, Veronesi, si mostra scrittore
italianissimo, ma nello stesso tempo, di livello internazionale, perché
le trame di questi racconti possono essere tradotte e capite in ogni lingua del
mondo dato che ci immergono in una situazione, per così dire
globalizzata. E si sarà capito che il mondo narrativo di Veronesi è
mille miglia lontano da quello di Nesi. Con Veronesi siamo nella pura fiction,
lontano dalla realtà, anzi dentro una realtà che continuamente
viene modificata e stravolta e che può diventare puro divertimento, anzi
– per rimanere allŐinterno dei titoli veronesiani – non siamo
più nel Caos calmo ma in un caos assolutamente irreversibile e
totalizzante.
MASSIMO MORI
Vi trasporto in modo interzonale, in un punto in cui
il consumo produce una serie di macerie, di scorie, di spazzatura tanto da
soffocare lo stesso sistema rendendolo ingovernabile.
Certo è duro prendere in considerazione il
sistema inquinato in quanto tale, ma forse è proprio il sistema
industriale che va contemperato non a una logica di sviluppo ma a una logica di
progresso. E sotto questo aspetto la logica non diventa più quella di una
sempre maggior ricchezza, come ai tempi in cui la crisi non c'era, ma un
periodo in cui va forse considerato che la ricchezza in quanto tale non è
l'obiettivo primario: l'obiettivo primario è la qualità della vita
e quindi il progresso del contesto nel quale ci troviamo a vivere.
Ecco queste sono le tematiche di carattere generale
che andranno prese in considerazione perché se si pensa di superare la
crisi senza superare il sistema industriale, finanziario, produttivo attuale
non se ne uscirà, avremo invece da una parte una serie percentualmente
piccola di persone che vive col frutto di una produzione che rende ricchi a
fronte di una maggioranza che invece pagherà questa ricchezza di pochi
con un livello di povertà della vita non qualitativamente degna di esser
vissuta.
Potrebbe sembrare che io mi sia allontanato molto dal
tema proposto ma in realtà non è così. Italo Calvino dice:
"sembra che il mondo esista solo in quanto coincidente
con la scrittura che tende a descriverlo."
Ciò vuol dire che nel mondo in cui viviamo, le
caratteristiche sono determinate da come lo viviamo più che da come
è in se stesso. E questo è quello che fa anche la letteratura, ma
è quello che fa l'arte in generale, cioè descrive il mondo in cui
viviamo, dà una valenza culturale, estetica, al mondo in cui viviamo.
Dà un'attribuzione al mondo in cui viviamo e lo rappresenta in un modo
che la letteratura naturalmente riflette. Quindi, come ha detto molto bene lo
storico, la letteratura finisce per riflettere il mondo in cui viviamo, o
meglio il modo in cui noi viviamo il mondo in cui ci troviamo.
Questo era già nel titolo della mia relazione: La
Scrittura ai limiti della Letteratura. In effetti la letteratura ha un
territorio specifico, e come territorio specifico ha dei limiti dovuti alla
lingua in cui si esprime visto che ogni lingua ha delle caratteristiche proprie
nella capacità espressiva in termini proprio letterari. In quanto
territorio specifico ha dei confini, che sono in realtà appunto dei
limiti.
Tutta la ricerca letteraria contemporanea, e non solo
letteraria (parlo di quella sperimentale, avanguardistica) ha te- so a superare
i limiti di una descrizione letteraria. Recuperando della letteraria, della
scrittura quindi, ciò che non è l'immagine, il sentimento, la
storia a cui rimandano, ma i mezzi stessi con cui tutto ciò viene
espresso e cioè la scrittura, nei termini anche di calligrafia, di
materialità, di scrittura silenziosa; oppure la lettura orale, che
diventa un'interpretazione ulteriore, una rappresentazione, per cui lo stesso
testo letterario letto da un attore o recitato da un attore o dal suo autore,
assume caratteristiche e valenze differenti.
La lettura di ciascuno di noi, a sua volta, come ciascuno di noi, è un
frammento di uno specchio deformato, riflette in modo autonomo e particolare
quel testo specifico in
funzione delle sue esperienze, della sua vita. Allora
si tende, nella ricerca sperimentale, a scostarsi dalla letteratura per andare
verso quelle produzioni o avanguardistiche o che hanno storie lontane e che
vanno per esempio verso la poesia visiva, verso la poesia sonora, verso
l'attività performativa, partendo però sempre da un ambiente di
tipo letterario per andare oltre i confini di una specifica lingua per arrivare
invece alle radici biologiche e psicologiche di quello che è invece un
rapporto di tipo empatico che può essere mediato dai sensi
indipendentemente da un'immagine letteraria e scritta dove c'è una logica
discorsiva, per raggiungere invece quegli elementi di empatia e di
comunicazione che in qualche modo salvano quella che è una gabbia a
questo punto, e non solo un territorio di tipo linguistico, per raggiungere
strati sempre più profondi con il senso, il segno, il sentimento, il
suono.
Tutta l'arte contemporanea, anche la letteratura
contemporanea, prendono anche questi aspetti, non annullano la valenza e il
valore della scrittura letteraria ma vengono a aggiungere territori
dell'intermedialità e dell'intermodalità a cui facevo riferimento
all'inizio, per cui ad esempio un ebook o altri media di comunicazione
diventano importanti e assieme contribuiscono a formare quella che dovrebbe
essere un'agorà culturale. Questo è in effetti ciò che
intendo per agorà culturale e, aggiungo, secondo me, Prato ha
grosse potenzialità, perché vive effettivamente la crisi in termini
economici e industriali, ma ha contemporaneamente in sé delle ricchezze
che credo e spero sono il futuro di questa città. E quali sono?
Se abbiamo una società divisa, che pensa di
svilupparsi unicamente in base alla produzione industriale e al consumo, avremo
quella che è stata chia- mata la
generazione dei Centri Commerciali. Dove i giovani si
ritrovano negli spazi del commercio, cioè negli spazi della proposta di
acquistare e vendere, e questo diventa proprio l'epilogo di un processo di tipo
produttivo che in realtà è l'esatto opposto di un progresso di tipo
culturale. Si tratta di uno sviluppo basato sul consumo e sul- la produzione
invece di essere un progresso basato sul benessere.
Allora in quel Centro Commerciale i giovani cosa
trovano?
Trovano la merce, certo, ma trovano anche tutto quell'insieme
di stimoli che fanno in modo di portarli in quel centro, Tutti questi stimoli
che vengono strumentalmente utilizzati solo ai fini della vendita, invece,
appartengono di diritto e devono essere riportati nell'ambito di un consumo
culturale. Allora la libreria deve diventare un posto dove c'è an-
che il caffè, dove c'è uno spazio letterario, dove
c'è uno spazio performativo, dove c'è uno spazio
collettivo, dove c'è un luogo di incontro.
Quando aprirono la libreria EDISON tutti rimasero
meravigliati perché decidevano di rimanere aperti fino a mezzanotte e
all'una. "Ma quando mai una libreria rimane aperta fino a mezzanotte o
all'una, non ci andrà nessuno". E fu esattamente l'opposto
perché l'Edison diventò un luogo dove la gente si dava appuntamento
per incontrarsi, per chiacchierare, per leggere un libro, per consumare
qualcosa, dove c'era un piccolo spazio performativo, delle rappresentazioni.
Insomma bisogna ricostruire dei luoghi che mettano in
primo piano la discussione anche letteraria su quello che è il modello su
cui si vuol vivere e non il modello di produzione industriale che ci viene
imposto dall'economia, dalla finanza,
dalle leggi del mercato. Quindi io dico difendiamo la
Poesia, l'Arte e la Letteratura. Grazie.
ANTHONY TANG
Come sempre, quando c'è qualche incontro
pubblico, io sono l'unico cinese presente. Allora dobbiamo organizzare qualcosa
per invitare gli orientali, fra dieci anni, vent'anni, ci saranno più
cinesi che pratesi.
Io sono in Italia da quasi quarant'anni, però
tutte le volte che c'è qualche incontro pubblico i cinesi non ci sono,
come mai? A Prato la maggior parte dei neonati sono cinesi. Questi crescono, e
fra venti anni saranno grandi, però non sanno il cinese. Conoscono
più l'italiano che il cinese.
Quando avevo cinque, sei anni e vivevo in Cina, in
prima elementare, la prima fiaba che conobbi fu Pinocchio. La prima
fiaba che ho letto fu Pinocchio e ciò avvenne in Cina e in lingua
cinese.
Mi chiedo qui, quante fiabe cinesi ci sono tradotte in
italiano? Sì, forse Mulan che ho trovato in biblioteca. Ma sono
poche. Ci vorrebbe un'organizzazione per unire le lingue, tradurre più
libri.
A Prato non esiste nemmeno una libreria di lingue
miste, a parte l'inglese e lo spagnolo. Sicuramente non il cinese. Ci vogliono
investimenti, Parliamo sempre di investimenti. Parliamo di crisi. I bambini
sono quelli che leggono più di tutti: Computer o altro, loro hanno
bisogno di immagini. È ciò che dovremo sviluppare per la prossima
generazione.
CLAUDIO BALDUCCI
L'intervento di Anthony mi ha indotto una riflessione
sulle lingue, sul fatto che, malgrado si viva in una società globale e
malgrado ciò rappresenti un forte stimolo all'apprendimento di altre
lingue straniere, imparare un'altra lingua resta difficilissimo.
Anche per chi vive qui venendo da un altro paese, con
un'altra lingua madre, e si trova nella necessità di imparare un'altra
lingua, la nostra, trova grandissime difficoltà. Succede che chi vive in
una famiglia che parla cinese, per esempio, ma in una società che parla
italiano, finisca per scegliere la lingua di accoglienza.
Mentre gli adulti non riescono a imparare l'italiano
in modo tale da essere autonomi, i giovani, cresciuti qui, finiscono per
dimenticare la lingua dei genitori oppure la conservano ma solo a livello di
lingua familiare, incapaci di usarla a livello culturale o anche sociale.
Contemporaneamente si trovano autonomi nella lingua italiana, ma con dei grandi
vuoti a livello di lingua dei sentimenti. Insomma per alcuni immigrati di
seconda generazione si potrebbe dire che non siano padroni di due lingue, ma di
due spezzoni di lingua che sommati insieme fanno una lingua sola.
Imparare una lingua diversa dalla lingua madre resta
dunque difficile anche se si è nelle condizioni più favorevoli,
più motivanti, più necessitate per farlo.
Di fronte a questa situazione la politica linguistica
europea che pone come obiettivo quello di far apprendere a livello di massa
almeno altre due lingue oltre alla propria Lingua Madre, rischia di rivelarsi
utopistico: l'apprendimento di un'altra lingua oltre alla propria, resta un
ostacolo fortissimo.
A partire da questa, c'è una seconda riflessione
che vorrei sottoporvi.
Le difficoltà linguistiche fanno sì che
ciascuno di noi - o comunque la grande maggioranza di noi - sia costretto a
restare chiuso all'interno di una sola lingua e, nello stesso tempo, sia
comunque costretto a pensare universalmente, a pensare cioè sotto stimoli
che ci vengono dalla globalizzazione in atto: parliamo italiano ma, attraverso
l'italiano, pensiamo in modo universale, cioè percepiamo interlocutori
universali, ci dimentichiamo che l'italiano è una lingua parziale e
sentiamo il bisogno di rivolgerci a un interlocutore globale. L'interlocutore
globale è quello che ci arriva tramite i mass-media e che magari non ci
arriva in lingua originale ma tradotto in italiano. Entrando in comunicazione
con loro, noi pensiamo, tramite l'italiano, a una lingua che non esiste, a una
lingua universale. È come se gestissimo una lingua oltre le sue
possibilità.
Parlando di letteratura ciò vuol dire, in questo
momento particolare, scontrarsi con una tendenza molto forte, quella di rompere
i confini della propria lingua. Questa tendenza ci porta però a sbattere
contro un ostacolo molto grande proprio perché la letteratura è
radicata nella propria lingua.
Finché si sta nel chiuso del proprio paese, o
molto isolati nel proprio paese, si lavora a livello universale con la propria
lingua, ma quando si viene a contatto con altri paesi in modo forte, allora la
lingua diventa un limite e emerge il bisogno di spezzarla, ed è proprio
questo bisogno di spezzare la lingua materna, cioè di andare oltre i suoi
limiti oggettivi che spiega la crisi particolare della letteratura
contemporanea.
Per esempio, la cosa più profonda che c'è
a livello letterario è la poesia, più del romanzo, e tuttavia
è proprio la poesia il genere maggiormente in crisi proprio perché
il suo centro vitale, il suo momento creativo sta dentro, è radicato nei
confini della propria lingua in modo fortissimo, e, non potendo oltrepassare
questi limiti, è costretta a sentirsi inutile. In effetti, pur essendoci
ancora una forte spinta a scrivere poesia, questa si scontra con la percezione
che non potrà mai arrivare all'interlocutore globale: ci sono ancora
tanti che cominciano a scrivere poesia e che si trovano di fronte all'assenza
di lettori e che, quindi, rifluiscono, non maturano, cessano.
Quindi la crisi della letteratura è un momento
che noi necessariamente ci troviamo ad attraversare, è il momento che
viviamo e verso il quale non sembra che possiamo fare nulla.
Leandro diceva che bisogna avere un giusto equilibrio.
Penso che sia una giusta considerazione, un richiamo realistico di fronte al
fatto che le pulsioni verso il nuovo - cioè la spinta a trovare
interlocutori - si trova di fronte un ostacolo oggettivo. Diamo uno sguardo
all'arte contemporanea: perché l'arte contemporanea è
contemporanea?
Si dice che tutte le arti sono contemporanee, e questo
è vero da un punto di vista del rapporto del fare artistico con il tempo
in cui tale fare avviene. Ma non è più vero dal punto di vista
della dinamica e dello sviluppo del fare arte.
L'arte contemporanea di oggi è un'arte che ha rotto con la propria
tradizione. Cioè ha rotto con tutte le tradizioni. Perché?
Proprio perché le varie tradizioni, a un certo
punto, non sono più state in grado di rispondere alla propria percezione
del mondo, alla percezione di un interlocutore globalizzato.
Questa percezione ha cominciato ad andare oltre i
confini della nostra tradizione e la nostra arte tradizionale si sente non
compresa dai cinesi per esempio, e i cinesi sentono come non compresa la loro
arte tradizionale da parte di coloro con i quali sono venuti in contatto.
Allora l'arte contemporanea ha fatto questa
operazione: ha fatto tabula rasa di tutto questo, o con gran parte di questo, e
ha cominciato a fare una nuova arte alla ricerca di interlocutori oltre i
propri confini.
Ecco noi stiamo vivendo questo grosso problema: che
succedeva quando non esisteva la forma scritta? Che letteratura c'era?
C'era una letteratura orale oppure c'erano delle immagini. Oggi in qualche
modo, con i nuovi media e le nuove possibilità elettroniche, si vive un
passaggio che sembra un ritorno a quella situazione: si torna ad una
oralità che può immaginarsi di essere universale o a performance
che sono già universali.
L'altro giorno per esempio abbiamo fatto il convegno
sul Teatro e una parte della discussione si è concentrata
sull'interrogativo di come uscire dalla crisi, su come cercare investimenti
culturali idonei.
Un'altra parte della discussione però ha cercato
di inserire anche la crisi del teatro in un processo più generale che
è poi lo stesso di quello delineato qui: anche il teatro tradizionale
trova dei forti limiti e ciò che sta emergendo è la ricerca dell'evento,
dell'evento che spezza i confini della
tradizione e cerca un luogo in cui riconoscersi - per
esempio i Centri Commerciali, o le piazze, le strade. Ciò che si cerca in
realtà è un pubblico, l'instaurazione della comunicazione.
Ecco penso che dobbiamo tutti cercare di fare uno
sforzo per seguire questo processo di superamento. Uno sforzo che si presenta
fonda- mentalmente come una necessità.
MARIO BARBACCI,
presidente della Commissione Cultura della
Circoscrizione Nord
Vi ringrazio per questa bella serata, interessante, su
un tema che come circoscrizione, ci sta molto a cuore e sul quale non si
può certo dire che non siamo stati presenti. In effetti siamo già
alla sesta sezione della nostra iniziativa sulla LETTERATURA. Quest'anno fra
l'altro apriamo anche una sezione estiva a Villa Fiorelli, che abbiamo
ristrutturato cinque anni fa e che ha avuto un grande successo come luogo di
iniziative culturali. Si sono infatti decuplicate le presenze, e abbiamo
moltiplicato il prestito di libri.
Ci tengo anche a ricordare che la nostra è
un'attività a tutto tondo. Qui abbiamo spazi audiovisivi, che sono anche
un richiamo per le nuove generazioni. Miriamo a far avvicinare alla varie forme
ai vari oggetti culturali, a far amare il libro, per esempio, a farlo toccare,
a far appassionare alla lettura.
Del resto questa attenzione va sicuramente
riconosciuta come impostazione generale della nostra città, basti pensare
alla Biblioteca Lazzerini che è certamente un nostro fiore all'occhiello.
Per venire al tema, certo, la letteratura è in
crisi. Malgrado ciò credo anche che possiamo vantare degli autori che
hanno saputo porsi ai culmini della produzione nazionale.
Un inciso che volevo fare, infine, è relativo
alla difficoltà di pubblicare oggi. Chi pubblica e vende oggi può
anche rappresentare il frutto di una certa falsificazione da parte del mercato.
Ci sono editori che ogni anno pubblicano sempre, più o meno, gli stessi
nomi, vendono sicuramente tanto, ma appunto ciò sembra dovuto, a volte, a
meccanismi specifici del mercato.
PETER GENITO,
direttore della biblioteca Marsilio Ficino di
Figline Val d'Arno
Secondo me a questo tavolo manca la figura del
bibliotecario. Io lavoro a Figline Vald'Arno e sono molto contento di aver ricevuto
l'invito a questo interessante dibattito, a partire dallo stimolante estratto
che tu ci hai dato, Chiara, di Grossman, in cui mi identifico e credo ciascuno
di noi trovi la verità, descritta con le parole di cui Grossman è
capace. Vorrei fare un intervento che passa trasversalmente attraverso tutti i
vostri cinque, da quello del critico, a quello del poeta, a quello
dellŐeditore, a quello dello storico, a quello della libraria. Anche
perché inizialmente, nel passato mi sono trovato a fare a cune di queste
cose.
Io ho una formazione di antichista
all'università di Torino - vengo dal Piemonte - e ho anche fatto qualche
anno di gavetta come bibliotecario a Milano.
Quelli che stasera abbiamo evocato come Centri
Commerciali, sono ciò che Marc Augé definì in un bellissimo
libro NON-LUOGHI.
Diceva prima Andrea, mi pare, che i libri cercano e devono sempre più
cercare i propri lettori: la cultura, i libri, la poesia, le forme d'arte
contemporanea, chiaramente, devono cercare i loro fruitori nei non luoghi,
nelle periferie - qui siamo nella periferia di Prato. Da questa parola -
periferia - va tolta qualunque connotazione negativa. Le periferie, le
banlieue, anzi, sono assolutamente belle ed è qui che vanno costruite le
nuove biblioteche, come ci sono fulgidi esempi in Toscana. Pensiamo alle
efficientissime biblioteche di Fiesole, Sesto Fiorentino, Scandicci per
limitarci alla cintura fiorentina. L'Amministrazione di Figline Val d'Arno,
insieme a quella di Incisa si fonderanno amministrativamente l'an- no prossimo.
E stanno cercando un luogo della cultura simbolico perché gli abitanti di
questi due centri contigui possano identificarsi e quindi io ho suggerito al
mio sindaco che questo luogo simbolico fosse la biblioteca.
Dico a chi fa del libro la propria professione, alla
libraia e all'editore, di fare una partnership con le biblioteche in modo che
queste possano non essere viste come competitor, anzi, è stato
riscontrato che la presenza delle biblioteche fa poi vendere più libri
(questo è anche un dato del- l'Associazione degli Editori, dell'AIE).
Proprio questi luoghi, come diceva prima Massimo
portando l'esempio della libreria Edison, purtroppo chiusa, vanno implementati
con spazi come caffè letterari, spazi performativi, spazi di incontro dove
sia possibile sedersi, sdraiarsi, leggersi i fumetti, anche rivolti ai bambini
quindi, insomma questi spazi di socializzazione, di acculturazione,
di riflessione, di scambio devono caratterizzare oltre
che le nuove librerie - se non vengono purtroppo chiuse - anche le nuove
biblioteche.
ERICA ROMANO
Volevo condividere con voi una riflessione. Forse per
superare la crisi della letteratura e dei lettori credo che sia utile
riflettere sul concetto di tempo. Mi chiedevo come percepiamo il tempo da impiegare
per la lettura e la condivisione di essa con gli altri. Il concetto di tempo
è cambiato e credo che i lettori siano condizionati da questo oltre che
dal fluire di una vita drammaticamente frenetica dove lo zapping di cui si
diceva all'inizio è legato al seguire stimoli sempre diversi senza
approfondire. La maggior parte delle volte abbiamo assunto, anche
inconsapevolmente, questo concetto di tempo, l'abbiamo fatto nostro pur non
volendo, pur rendendoci conto che era sbagliato, ne siamo diventati vittime.
Cosa vuol dire questo? Che anche la nostra dimensione
di lettori è quella di coloro che si approcciano al libro oggetto spesso
con fare osmotico, quasi come se toccandolo potesse introdurci al sapere.
Oppure il secondo step è quello di avere un metodo di lettura veloce che
ci permetta di fagocitare questo libro e quello e quell'altro in un pomeriggio
e poi dirsi, "ma sì, rimandiamo, quest'estate leggerò un
sacco" pur sapendo che poi ciò non avverrà.
Ecco, io continuerò a riflettere sul concetto di
tempo personale, e collettivo, quello che mi lega agli altri. Credo che sia
importante, perché per leggere occorre tempo, anche quando si riesce a
leggere velocemente (alcuni infatti
ci riescono). Comunque i casi sono diversi da persona
a persona ed è indubbio che la lettura richieda il suo tempo, quello
personale, quello proprio, non quello indotto. Starà a un momento
successivo cercare poi, sinergicamente, di comprendersi.
MASSIMO MORI
Vorrei intervenire molto brevemente su questa
problematica del tempo. Sì, esistono diversi tipi di tempo, che abbozzando
molto grossolanamente sono i seguenti.
Uno è quello legato ai tempi di produzione,
cioè alla velocità, sono i tempi dell'orologio, i tempi a cui ci
costringe questo tipo di sviluppo senza progresso. Questo tipo di tempo è
ovviamente legato al concetto di spazio e velocità. La velocità
deve esser sempre maggiore mentre lo spazio da una parte sembra ampliarsi di
più sì che in effetti riusciamo sempre a occupare più spazio,
ma dall'altra, appunto, e alla fine, non ci sarà più spazio. Con la
cementificazione per esempio lo spazio, il paesaggio verranno invasi. Verranno
invasi certi spazi di tipo virtuale come può essere la profondità
della memoria di un computer oppure le velocità sempre maggiori. Questo
può essere funzionale, per esempio per la ricerca scientifica ma dovrebbe
essere una ricerca scientifica asservita ai fini di un benessere reale. Se
invece si tratta di una ricerca scientifica che punta a un aumento del tempo,
della velocità, del- lo sviluppo e dello spazio finalizzata solo a una
maggior produzione e a un maggior consumo la cosa diventa estremamente
negativa.
Se invece la ricerca viene finalizzata a quello che
è un maggior benessere, saremmo ricchi di tempo. Oggi invece quando si
propone qualcosa a qualcuno, soprattutto di tipo culturale, la risposta quasi
automatica è "Non ho tempo", cioè "non ho
tempo per andare a una conferenza, a una lettura, non ho tempo per niente".
Ma perché? Perché il tempo ci viene sottratto da altre
attività.
Si tratta quindi di recuperare, non solo il tempo, ma
anche, per esempio, la non-azione, il non fare niente, in senso di ozio
classico o anche in senso orientale, cioè ritrovare l'azione nella
non-azione.
Ritrovare questi elementi non vuol dire rinunciare a
una grande velocità, allo sviluppo industriale, eccetera, ma vuol dire
asservirli a un reale benessere. Questo reale benessere non è tale se
abbiamo lo sguardo fisso sul PIL, per esempio, sul Prodotto Interno Lordo.
In effetti, recentemente è stato coniato un
nuovo indice, relativo al modo di vivere delle persone, l'ISU (Indice dello
Sviluppo Umano - o anche HDO = Human Development Index), il quale prende in
considerazione altri parametri, tipo "Quanto tempo dedichi
all'attività motoria? Quanto tempo dedichi in un anno alla lettura?
Quante volte sei stato a teatro?"
Naturalmente questo nuovo indice è utile su una
base di necessità assicurate: devi avere una casa, un lavoro, devi avere
da mangiare, ma insomma, questi indici poi sono da mettere a confronto con
queste che sono esigenze reali e alla fine danno il coefficiente di quella che
è l'effettiva condizione del vivere. Questa effettiva condizione del
vivere non ha bisogno di un tempo sempre più veloce,
dell'esasperazione di uno sviluppo incontrollato,
è vero invece il contrario, ha bisogno di riflettere di più sui
propri modelli.
SARA CASTELLANI, Associazione Il Castello
Volevo dire al signore che quello che ha detto è
proprio vero. Perché a volte si dà la precedenza a certe
sciocchezze? Per esempio a me, nel tempo che faccio le mie faccende, piace
ascoltare la musica che amo tanto. E l'altro giorno mi sono detta Ňma
perché lavoro mentre ascolto questa musica così bella?Ó E mi
sono messa a sedere, cosa che mi ha dato una grande sensazione di benessere, e
poi ho guardato l'orologio: erano trascorsi dieci minuti.
Per tornare agli storici, molto tempo fa io e Silvana
siamo andate a Figline, dove si parlava di tante storie, e mi sono rivolta a un
signore che parlava con un linguaggio difficile per dirgli: "Io non ho
istruzione sufficiente perché essendo del Ô33 mi sono ritrovata in piena
guerra, e quando sono tornata nel 45/46 sono andata a lavorare nelle fabbriche
appena riaperte. Però avevo piacere di imparare, di leggere".
Quindi a questo storico ho chiesto: ÓPerché non ci aiutate, noi che
abbiamo una limitata istruzione non possiamo capire i vostri modi di
esprimervi, sono troppo elevati. Venite sul semplice. Si è creata una
situazione nel paese in cui ci si sente impotenti di fronte a certe organizzazioni,
come Amazon o i tre o quattro marchi, a cui si riferiva Andrea, che controllano
il mercato editoriale. CŐè il rischio di essere presi dallo sconforto e
di desistere. Allora
può essere utile la citazione del brano con cui
Calvino conclude Le città invisibili e in cui dice che certamente il
mondo in cui viviamo è un inferno, ma come si fa a sopravvivere in questo
inferno? La risposta è vedere Ňquello che non è inferno e farlo
durareÓ.
Quindi il buono c'è, lo abbiamo visto anche nei nostri discorsi, occorre
individuarlo, anche se piccolo, e cercare di farlo durare, pur con la
consapevolezza di vivere in un inferno complessivo. E loro mi risposero che a
volte fra storici "non ci capiamo neanche noi". Io non sono
d'accordo con chi ha avuto il brutto modo di dire che con l'istruzione non si
mangia, penso proprio che lui abbia il prosciutto sugli occhi perché
invece è la cosa più bella che ci sia, ti dà la
possibilità di difenderti, perché ti dà la libertà di
capire, logicamente senza arroganza ma con umiltà, ti dà la
bellezza di imparare.
MUSICA
Il terzo convegno, tenuto al BORSI è stato
quello sulla musica, il 7 giugno 2013
Crisi come occasione di rinnovamento, crisi come
abbattimento della qualità - scelte pubbliche opportunistiche - La dominazione
del RUMORE - Mercificazione e sensibilità - la bellezza come imposizione
istituzionale - la creazione e il possesso - politiche culturali produttive e
politiche culturali inutili -
finanziamento pubblico dell'arte - la
specificità della danza - il live-looping oltre la musica - la
conservazione, lo spazio privato e la tecnologia - musica diversa per
situazioni diverse - l'abbondanza crea l'effimero - gratuità e
frantumazione
JACOPO BELLI - introduzione
L'idea di questo incontro è di parlare delle
nuove opportunità in musica che scaturiscono in questo tempo, se vogliamo
in un tempo di crisi, ma per vederla più semplicemente direi in un tempo
di passaggio
ROBERTO D'ANNA, musicista
riscaldamento
Oggi a Prato e in Italia in generale la musica non
è finanziata e non vede molta partecipazione. Mentre in altri paesi, che
magari hanno anche una storia più giovane di quella dell'Italia (noi
abbiamo una cultura molto antica), in Francia per esempio, c'è molta
familiarità con lŐarte, fin da piccoli, per esempio, tutti fanno pittura.
In Italia invece sembra di essere in una crisi perenne, come se mancasse ogni
interesse. Tant'è vero che neanche il pubblico è stimolato e non
partecipa. La gente finisce per limitarsi a mangiare una pizza il sabato e ad
accontentarsi di questo. Cosa diversa da ciò che succede in molti altri
paesi.
JACOPO
A me sembra che quando c'è un periodo critico,
vengono fuori nuove possibilità, come se dal seminato venissero fuori
nuovi fiori. In questo contesto si possono notare le opportunità che ha
aperto l'arte di strada che sta emergendo in modo frizzante. In effetti tanti
amici si sono reinventati con performance di strada, abbandonando la vecchia
professione di musicisti tradizionali. Sembra anche che questa cosa stia
funzionando. Si tratterebbe allora di incentivare nuovi talenti anche in
maniera atipica.
ROBERTO D'ANNA
in effetti è una cosa che neppure richiede
soldi, né organizzatori: vai in strada, ti diverti, fai il clown.
MASSIMO LIVERANI
Vorrei fare un'osservazione riguardo a quello che hai
detto: una volta che tutto crolla, rimangono le cose più piccole,
cioè quelle che prima non si vedevano diventano visibili.
ERICA ROMANO
forse la strada diventa un palcoscenico
MASSIMO
la strada è sempre stata un palcoscenico da che
uomo è uomo, non abbiamo riscoperto nulla da questo punto di vista. In
fondo sono cose
che ci sono sempre state. Ciò che mi preoccupa invece è che ci
vorrebbe anche un resto. Mi spiego: se uno vuole intraprendere una professione
da musicista, può anche dire, sì, posso fare anche un po' di
gavetta per strada, fare un po' di cappello, qualcuno mi darà qualcosa,
però sarebbe giusto che questa persona avesse poi anche opportunità
un po' più professionali. Questa cosa in effetti accade anche, e accade
anche qui in Italia. Certo adesso, da dieci anni a questa parte tutti si vedono
precari, quindi diventa precario anche intraprendere la professione di
musicista. Lo si vede con la vicenda del Maggio musicale, dove stanno
scioperando e si trovano in una situazione incerta da parecchio tempo. Gli
enti, le amministrazioni non hanno più voglia di investire in cultura e
quindi in pratica tirano a dire: "va be' abbiamo gli artisti di strada".
Attenzione però, non ci vuole solo questo. Un'osservazione aggiuntiva
è questa: spesso le amministrazioni piangono miseria ma poi fanno la
notte bianca, e su quella investono fondi.
Sembra insomma che alla fine i soldi ci siano e che il
problema stia nella volontà che gli amministratori intendono investire in
modo diverso.
Diciamo che sembra più difficile investire
tentando di fare qualcosa, di rischiare su qualcosa. Da questo punto di vista
sicuramente prima si faceva di più. In effetti mi piacerebbe partire
dalla situazione di cento anni fa per capire dove siamo adesso.
Impostazione
Se me lo permettete, vorrei partire celebrando un
centenario: sono cento anni che è uscito un libro che è stato per
me, ma non solo per me, un punto di riferimento importante. C'era un gruppo
americano che si chiamava ART OF NOISE che prendeva spunto da questo libro,
l'ARTE DEI RUMORI di Luigi Russolo, musicista, artista futurista. Luigi
Russolo, scrive questa frase:
"La vita antica era tutta silenzio. Nel
diciannovesimo secolo, con lŐinvenzione delle macchine, nacque il Rumore. Oggi,
il Rumore domina sovrano sulla sensibilità degli uominiÓ.
È incredibile come 100 anni fa il Musicista e
Futurista Russolo abbia avuto questa intuizione, credo che all'epoca sia
veramente nata un'altra sensibilità: prima della macchina a vapore i
rumori più forti erano quelli della natura e questo era il 'silenzio'
che cita Russolo, ma ad un certo punto tutto cambia, l'uomo diventa un essere
rumoroso, molto rumoroso, nella prima era industriale le macchine a vapore
facevano un rumore fragoroso e continuo, immaginatevi le fabbriche, gli
opifici, i telai, il treno che sbuffava fragorosamente.
Quindi non si tratta solo del frastuono della guerra
(spari, cannoni, bande militari) o dei tamburi e dei timpani di una orchestra,
ma si deve tener conto anche del resto, del 'rumore' - questo ci dice
Russolo. Ma ci dice anche un'altra cosa importante e straordinariamente
profetica: che il rumore domina sovrano sulla 'sensibilità' degli
uomini. Sembra impossibile che sia stato detto 100 anni fa eppure è
così, è stato detto 'SENSIBILITÀ. Tornerò nella seconda
parte ad approfondire il tema ma intanto torniamo alla
storia della musica.
Dopo il Futurismo purtroppo abbiamo avuto un
periodo piuttosto bellicoso che ci ha distratto molto ma che ci ha anche
fornito tecnologia, ci ha fornito infatti la radio e le prime macchine per
riprodurre la musica, un po' più fedeli del grammofono a manovella. Dopo
la seconda guerra mondiale la 'schizofonia' (il fatto di poter ascoltare
suoni registrati quando si vuole e non nell'ambiente in cui sono stati
prodotti) diventa di massa e torna il tema del suono e del rumore, negli anni
50 Pierre Schaeffer e altri musicisti come John Cage riprenderanno il tema e si
parlerà di Musica Concreta, di musica dell'ambiente e delle
cose e si tornerà a parlare di Silenzio (vedi il brano di
J.Cage 4'33'' dove il concerto eseguito in pubblico non è altro che la
cessazione di ogni suono per 4 minuti e 33 secondi). Negli anni 60 e 70 poi gli
studi di Murray Schafer e compagni sul paesaggio sonoro e sull'ecologia
acustica daranno le basi per quello che ancora oggi stiamo tentando di
fare: di riappacificarci con il suono, di ritrovare la musica. Intanto sono
tante le definizioni che tentano di separare il rumore dalla musica e mai come
oggi tali cose spesso si sovrappongono dandoci la sensazione che non ci sia
più una reale differenza.
La società dei consumi ha poi inglobato la
musica dentro se stessa e la musica è diventata una merce, un prodotto
come un altro, con tutte le leggi che regolano il consumismo, il marketing,
l'imposizione dei gusti etc.
La nascita della musica digitale è stata la
ciliegina sulla torta di questa situazione e ci ha confuso ancora di più
ma ne è stata anche la crisi: se prima l'industria musicale riusciva a
fare un prodotto e a venderlo, adesso ne ha perso il
controllo, gli è scappato di mano, la musica digitale è
riproducibile all'infinito, è clonabile in maniera incontrollata, è
virtualmente impossibile stabilire paternità di opere o di scritture
musicali in quanto spesso la musica non è neppure scrivibile con i mezzi
tradizionali che sono stati utilizzati per centinaia di anni.
E questo ha anche i suoi lati positivi: quasi tutti
possono avere i mezzi per produrre musica, anche a casa per provare la loro
creatività e quindi si producono un'infinità di opere, di azioni,
di gesti legati alla musica. La musica oggi è ovunque, non solo nelle
discoteche (che un tempo erano i luoghi in cui si conservavano ed ascoltavano i
dischi) o nelle sale dei concerti.
Il fatto che sia ovunque e comunque, però, ci
sta dando problemi di inflazione: quando le cose si ottengono con poco e sono
diffuse e gratuite perdono di valore e, a livello di valore, noi perdiamo la
capacità di discernerlo.
La musica invece di essere un piacere o un regalo
diventa un disturbo, un inutile rumore di fondo, ed ecco che il rumore ritorna,
e la musica ridiventa tappezzeria come diceva Eric Satie, ma non tappezzeria
voluta e costruita per esserlo (La moozak degli anni 60), si tratta di
tappezzeria che disturba, che infastidisce, che ci narcotizza, che rende
insensibili noi e nemico il mondo acustico e diventa una gran- de fatica
esprimerci nel medesimo. Rumore di fondo appunto. Anche su questo tema
tornerò in seguito però è fondamentale assimilarlo per
tornare a capire e cercare di rivoluzionare questa situazione per chi oggi,
nell'epoca della
crisi, voglia comunque provare ad esprimersi con
questo fantastico e potentissimo mezzo.
Due termini che non capita spesso di vedere associati
perché non sono facili da associare.
Tuttavia ritengo che fare questo tentativo sia giusto, per iniziare un'altra
rivoluzione come quella che Luigi Russolo e il suo libro ŇL'arte del rumoreÓ
fece 100 anni fa precisi. Per fare un gioco di citazioni mi piacerebbe iniziare
così:
"Nel ventesimo secolo era tutto rumore, ora
nel ventunesimo secolo, con la presa di coscienza che tutto nel mondo è
connesso, rinasce il Silenzio. Oggi il Silenzio domina sovrano e ha fatto
riacquistare la sensibilità e la bellezza agli uomini" - in
realtà questo brano è ripreso da un mio articolo ŇLa rivoluzione
silenziosaÓ scritto quest'anno.
Si tratta solo di un gioco un po' ironico, però
può aiutare a capire il problema. Suonare al di là degli stili e
delle forme che si scelgono è sempre un grande atto espressivo ma lo si
deve fare con coscienza, sapendo di fare una cosa importante, sapendo che tutto
quello che facciamo ha un peso e un senso. Si deve sempre avere la barra in
mano e non lasciarsi trasportare dallo stordimento o dall'eccitazione che
questo provoca. Usare i decibel come arma o come inno di guerra non è mai
una buona cosa, è come urlare durante una discussione, io preferisco chi
parla a bassa voce ma dice cose importanti e mi rispetta piuttosto che chi urla
e sbraita. Rispetto quindi, per tutto quello che ci circonda e per se stessi.
La 'crisi' quindi deve essere l'occasione per un nuovo inizio una rivoluzione
silenziosa, ma forte e potente.
Le occasioni per usare e creare suono e musica sono sempre
molte, bisogna saper distinguere bene quando ciò sia utile o no, quando
questo disturba o al contrario aiuta. Bisogna anche sapere che caratteristiche
deve avere a seconda del contesto, del luogo, del posto e degli esseri
viventi.
La musica deve suscitare curiosità e stimolare
le nostre sensazioni, deve essere un amico ma anche stupirci un po', deve
essere di casa ma anche un mistero. Tutto questo deve essere dosato e ben
bilanciato come gli ingredienti di un buon piatto di cucina. E non è vero
che questo porti ad essere tutto studiato a tavolino prima producendo un
risultato freddo e meccanico, anzi, si può anche improvvisare usando
esattamente questi criteri.
Usare quindi bene la tecnologia senza esserne mai
schiavi, anzi abusarla, metterla alla prova della propria creatività e
fantasia, in fondo tutto deve essere un mezzo e mai un fine, il fine siamo
tutti noi. E nello stesso tempo mai lasciarsi trasportare dalla facilità
di mode o di maniere, non usare la musica e il suono solo per scimmiottare gli
altri e per essere accettati o farsi notare.
Essere onesti, quindi, e non pensare mai di essere
particolarmente originali, in realtà tutti lo sono e quindi non credersi
mai particolarmente diversi da tutti gli altri.
Molto importante è anche l'approccio didattico e
tecnologico: non si deve pensare che per imparare a suonare o imparare la
musica serva solo fare dei corsi, perché non è così.
Certamente alcuni corsi possono aiutare ad acquistare la tecnica di uno
strumento ma solo quella, nessuno vi insegnerà i contenuti che dovete
dare alla vostra
espressione e quindi allenatevi anche nei contenuti
perché avere la tecnica senza saperla usare per esprimersi è come
acquistare una casa e poi non abitarvi. Come fare? L'allenamento maggiore
è quello della curiosità, della sensibilità e del pensiero
critico. Se sarete curiosi e sensibili ed elaborerete tutto in maniera critica
troverete tante cose da dire e se avete la possibilità di esprimerle con
la musica e con il suono sicuramente arriveranno a destinazione.
Utilizzate quindi tutti i mezzi che ritenete necessari
per farlo senza distinzione o pregiudizi, quello che conta è che dietro
al mezzo che state utilizzando ci siate voi con il vostro cervello e il vostro
corpo, con le vostre emozioni e sensazioni. E se queste sono ben modulate dal
suono e dalla musica che creerete arriveranno alle persone, sempre che si
tratti di persone che sappiano ascoltare e i cui sensi siano svegli e ricettivi
e che abitino questa realtà... ma questo è un altro argomento.
A conclusione vi segnalo alcuni titoli che potete
anche ricercare sul web:
Di Maurizio Disoteo, l'eBook 'Il suono della
vita',
di R, Barbanti 'L'arte nell'epoca della barbarie'.
Di M. Schaffer 'Il paesaggio sonoro'.
CLAUDIO BALDUCCI
Vorrei fare una breve osservazione visto che devo
purtroppo andar via. La carrellata storica di Massimo è davvero molto
interessante.
Vorrei partire con una parafrasi della sua frase di
partenza, per esempio
"Prima era la notte, il buio e tutto era buio,
poi è venuta la luce e ha invaso tutto, con i mass media eccetera
eccetera"
Ciò che voglio dire è che le stesse
considerazioni si possono fare per le arti visive, le due cose corrono in
parallelo. Massimo dice: "L'uomo che ha bisogno della natura, la
invade, ma ha bisogno di regolamentarla", e però dentro il
tentativo di regolamentazione c'è anche il tentativo del potere, del
gestire la riorganizzazione, sia per quanto riguarda il suono, sia per quanto
riguarda l'arte visiva, tant'è vero che si parla della Teoria
Istituzionale dell'Arte. Cosa vuol dire? Vuol dire che non esiste un
criterio di bellezza in sé, indiscutibile, ma esiste un criterio di
bellezza imposto dalle istituzioni. La Teoria Istituzionale dell'arte afferma
proprio questo che i centri di potere, possono imporre il bello, esattamente
come nella musica. Massimo individua il passaggio che va dal momento in cui
esisteva la riproducibilità della musica tramite il possesso privato dei
mezzi di riproduzione, al momento di una riproducibilità di massa che
by-passa il possesso dei mezzi di riproduzione professionali e che quindi
abolisce nei fatti la proprietà privata dei prodotti musicali. Il
problema che si pone è quindi relativo alla domanda "fino a che
punto può reggere una produzione musicale priva dell'impossessamento?"
Oggi, a differenza del periodo in cui tutto era
regolato dalla natura - nel bene e nel male naturalmente - possiamo invadere la
natura e ciò è anche una conquista, è anche un'ebbrezza,
fondamentalmente: si invade la notte con la luce, si invade il silenzio con il
suono e così via e questo dà un senso del potere.
Tutto ciò ha bisogno però del possesso,
cioè dello strumento, che non è più un dato naturale da tutti
posseduto alla pari, più o meno, anche se in maniera diversificata. La
conquista sembra che abbia bisogno del possesso. E quindi fino a che punto
questa invasione della natura è possibile quando il possesso viene
annullato dalla riproducibilità assoluta.
La prospettiva che la situazione attuale pone mette in
dubbio proprio questo e ci pone la domanda della possibilità di fare
musica e di fare arte a prescindere dalla proprietà privata o, per lo
meno, con una proprietà privata direttamente connessa con l'artista.
Jacopo ha osservato positivamente il ritorno alla
musica live. È vero, l'evento torna a imporsi.
Al nostro recente convegno sul teatro si è parlato del fatto che in
Italia manca una politica culturale. Veniva però anche notato che laddove
c'è una politica precisa, insistente, lucida e tenace come in Francia non
si notano dei grossi risultati. Risultati migliori, paradossalmente, si hanno
più in Italia, per esempio a livello teatrale che non in Francia. In
Francia hanno una politica e la seguono, ma può essere sbagliata.
MASSIMO
L'esempio della Germania è più
interessante. Sì in Francia forse c'è più nazionalismo, in
Germania invece c'è l'accettazione di tutto e penso che questa sia
un'impostazione più avanzata rispetto alla nostra, e poi c'è
comunque la volontà di seminare qualcosa che crescerà. E questo sta
avvenendo proprio a Berlino che ha passato dei grossi problemi e che adesso
mostra una rinascita a livello
culturale con gli artisti che riescono a vivere.
Personalmente ho tanti amici che sono andati a vivere a Berlino proprio
perché lì hanno la possibilità di lavorare e di vivere come
musicisti.
BALDUCCI
Effettivamente questo problema della politica
culturale è un problema imprescindibile. Se ne sente la mancanza e nello
stesso tempo non possiamo ovviamente accettare l'idea che ci sia bisogno di una
politica culturale comunque. Dovremo davvero scendere nell'analisi di quale
possa essere la politica culturale utile e produttiva.
Volendo concludere, proprio agganciandomi a questa
ultima considerazione vorrei ricordare che la cultura dà valore alle
cose, le valorizza. Anche l'economia va bene laddove c'è una
valorizzazione culturale-artistica.
Com'è nato il teatro in Grecia? È nato dai
riti, dai balli, dai cori, ma poi come è sopravvissuto?
Nel periodo d'oro veniva finanziato, cioè si pagava il pubblico
perché an- dasse a vederlo. E chi lo pagava? Lo pagava l'assessore,
l'arconte.
Potremmo concludere allora che la cultura è per
principio gratuita. Essendo il frutto della società è la
società che deve farsene carico organizzativamente e istituzionalmente di
favorirne la produzione, come l'istruzione.
Nel momento in cui la cultura viene mercificata,
subisce varie deformazioni e vari intoppi.
Nella situazione attuale con il superamento della proprietà privata dei
mezzi di riproduzione, la cultura potrebbe tornare
appannaggio dell'ente pubblico che forse dovrebbe
darla gratuitamente seguendo la natura profonda della cultura stessa e questo
potrebbe essere il primo seme della soluzione
DIBATTITO
ERICA
Mentre ascoltavo riflettevo sulla mia esperienza nella
danza. Dico sempre ai miei allievi che la musica va sentita con il corpo e non
con le orecchie. Il danzatore ha questo approccio con la musica che è dal
punto di vista sensoriale particolarmente potente e espressivo. Ad esempio, la
musica a volte ci detta - è proprio un dettato per il danzatore - ci
suggerisce una serie di movimenti, all'interno dei quali noi viviamo delle
situazioni. Quindi la musica nello stesso tempo ci domina e insieme è
comunque da noi controllata con il nostro movimento, scegliendo la coreografia
per esempio. Altre volte invece siamo noi che utilizziamo la musica a nostro
favore, siamo noi a strumentalizzarla, a far sì che quella musica ci
serva per fare una determinata cosa.
Il danzatore ha questo rapporto - attivo/passivo - con
la musica. Può muoversi anche senza il suono e seguire quello suo,
interiore. Ad esempio quando si crea una coreografia, spesso, ascoltando un
pezzo sul quale intendiamo lavorare, rimaniamo fermi ad ascoltarlo e ad
immaginare il proprio movimento prima ancora di muoverci. Quando poi lo
facciamo, quando ci muoviamo, quello che
abbiamo immaginato, non sempre è adatto,
perché nell'immaginarlo eravamo fermi, passivi nei confronti della musica,
mentre nell'esecuzione la musica suggerisce delle cose al corpo e la mente non
domina. Tu vorresti fare una cosa, ma la musica non la suggerisce e quindi non
lo farai. Per il danzatore si tratta di sintonizzarsi
MASSIMO
parlavo del live looping, tecnica che si usa
fra i musicisti. Mi è capitato di farla anche con i danzatori ed è
molto interessante il rapporto, diverso, che si instaura dove chi suona prende
spunto dai movimenti delle persone, si ha un rapporto di dialogo molto bello.
ERICA
forse una delle cose che potrebbe far uscire da questa
fase di passaggio, potrebbe essere quella di recuperare la dimensione di una
apparente improvvisazione per canalizzare l'interesse delle persone reali che
sono lì con te.
MASSIMO
avevo scritto un articolo alcuni anni fa intitolandolo
"Live looping: la musica del futuro?".
La tecnica del Live
looping è quella di suonare su se stessi. Le prime apparecchiature
sono nate negli anni Settanta. Quelle di oggi si possono collegare al computer
o ad altri strumenti che permettono di poterli controllare dal vivo.
Questo cosa è bellissima perché consente
di suonare da soli esprimendo più parti di sé stessi. Ma si
può anche fare
quella che io chiamo improvvisazione interattiva strutturata: ogni musicista
propone alcune frasi e ognuno interagisce aggiungendo qualcosa di suo. Si crea
una costruzione musicale cangiante e affascinante. Non si sa dove la cor- rente
può portare ma di sicuro porta da qualche parte.
Questo modo di fare musica è un po' come tornare
alle origini. La musica non viene riprodotta, viene in certo senso evocata,
come se si trattasse di un rituale.
Si tratta poi di una tecnica che si può usare
anche con la danza e con altre discipline anche se con queste altre è
forse più difficile, ma qualcuno l'ha usata, per esempio nel cinema, ho
visto qualcosa con il cinema improvvisato, un cinema che veniva montato al
momento. L'osservazione da fare in questo caso è che tutto ciò
può rappresentare la strada per uscire dalla mercificazione.
Intanto perché l'evento nasce in quel momento, e
finisce lì, non è riproducibile, è un evento straordinario e
nemmeno saremmo in grado di riprodurlo. È questa la cosa principale,
ciò che mi affascina. Quando per esempio abbiamo suonato in quattro cinque
persone usando questa tecnica alla fine, riascoltando quello che avevamo fatto,
ci siamo ritrovati a chiederci: "Ma siamo stati noi a far questo? Che
cosa suonavo io? Non mi riconosco. E chi ha suonato quel pezzo?".
Ecco in questo periodo di crisi potremmo cominciare a
recuperare proprio queste cose. Abbiamo fatto tabula rasa, ma forse
può servire a qualcosa.
ERICA
Aggiungo qualcosa partendo da questo: se devo fare una
coreografia che deve essere ripetibile devo ascoltare una musica precisa. Posso
stare un'ora intera ad ascoltare e restar ferma a immaginare il movimento.
Quando finalmente, sento la spinta al movimento, cosa succede? Spesso si
rivoluziona tutto quello che avevo immaginato, il gesto che volevo compiere non
è possibile perché la musica suggerisce qualcos'altro. Nello stesso
tempo per far qualcosa che sia ripetibile devo cercare di dominare tutti gli
elementi. Ad esempio è importantissimo, quando si lavora
sull'improvvisazione, seguire esattamente il flusso che la musica suggerisce.
Se la musica suggerisce un movimento verso l'alto, e poi uno verso il basso, e
poi uno in orizzontale, non si può cercare di sovrapporci a tutto questo.
L'improvvisazione è dettata da questo aspetto. Chi danza deve avere una
grande esperienza anche con il
proprio corpo per riuscire a improvvisare.
L'improvvisazione non ha nulla a che fare, né nella danza né nella
musica, né in nessun'altra arte, con l'estemporaneità, ci vuole una
grande esperienza. Per il danzatore, quando improvvisa, è fondamentale
riuscire a sentire i nodi centrali del brano, riuscire a captarli con anticipo.
Tutto questo è il risultato di un lungo ascolto e di una grande
esperienza: la pratica fa sì che nell'ascoltare la musica si sappia
già che a un certo punto si arriverà a una nota precisa. E que- sto
anche se io non conosco la musica, anche se ho fatto solo un po' di solfeggio
qualche secolo fa. Ai miei allievi dico sempre: dovete saper ascoltare,
perché dovete imparare ad ascoltare la musica col corpo, perché se
ascoltate con
l'orecchio e dovete poi fare il passo uno con la gamba
sarete sempre in ritardo, dovete sincronizzare le due sensibilità. Quindi
si deve essere contemporaneamente nell'orecchio e nel piede.
ALESSIO ZIPOLI
Si stanno toccando dei punti essenziali della
questione. Secondo me tutto nasce anche da un desiderio di conservazione: fino
a un certo periodo non si aveva la necessità e neanche la volontà
di conservare in qualche modo la musica. Quando si è deciso di conservare
qualcosa, di isolare una parte dall'altra è cominciato a cambiare tutto.
Penso che la prima rivoluzione sonora sia avvenuta quando le persone hanno
messo il vetro alle finestre, quando le hanno chiuse, perché hanno creato
un isolamento dei rumori che prima erano di tutti e che da quel momento sono
diventati privati. È stata la prima volta che qualcuno ha creato il fatto
per cui la musica non era più di tutti.
MASSIMO
lo spazio privato corrisponde al rumore privato. Ci
sono studi sui versi degli uccelli molto interessanti: il suo spazio è
determinato dalla lunghezza d'onda del suo verso. Tutto lo spazio coperto dal
suo verso è la sua casa, il suo territorio
ALESSIO
In qualche maniera da qui, dal privatizzare un suono,
inizia la volontà di conservare come proprietà privata. A livello
tecnico la svolta è avvenuta con la registrazione. La tecnologia ha
finito per sostituire anche l'alfabetizzazione. Fino al momento in cui la
musica veniva conservata come scrittura musicale che poi potevi riprodurre,
esisteva una interruzione fra l'alfabeto musicale e la sua riproduzione che
doveva essere nuovamente eseguita per sentirla. Dalla registrazione in poi non
c'è stato più bisogno di saper leggere la musica. La musica era un
pezzo di realtà che tu trattenevi.
È da questo momento che è partito un
mercato che quando ne ero coinvolto mi sembrava democratico. Adesso - ora siamo
veramente in democrazia o forse nell'anarchia - vedo come un'oligarchia di
massa quello che era il mercato musicale di un tempo.
Devo però confessare che ho grosse
difficoltà a interpretarlo perché ci sono nato dentro, è come
se fossi nato in un ambiente inquinato a livello sonoro. Riesco solo con
molta difficoltà a capire cosa è giusto e cosa è sbagliato.
Quando ero un ragazzino avevo le idee chiare sul mio
futuro. Pensavo di mettermi in società con i miei amici e di dar vita a
un negozio di dischi. Sapevo come avremmo dovuto gestirlo. I primi soldi che ho
speso in vita mia li ho spesi a cinque anni per comprarmi un disco di Prince.
Tutto quel sistema per me era la normalità, sia
che pensassi a livello di mercato, sia che pensassi come attore, musicista,
critico, produttore, fonico - per me era un sistema
che funzionava, non ci vedevo una dittatura, come non
vedevo una dittatura nel grande concerto da stadio.
MASSIMO
Io l'ho vissuta questa situazione da prima degli anni
Settanta fino ai primi anni Ottanta. Si facevano concerti, però senza
registrare perché ci voleva così tanta attrezzatura e così
tanti soldi che non erano alla disposizione della maggioranza degli artisti. E
comunque che cosa si registrava? Un disco. Io ho fatto il mio primo lavoro in
un disco, vero, di vinile, ma per farlo ho dovuto vincere un rock contest.
Il premio era appunto il pagamento dello studio di registrazione, della
produzione, altrimenti per noi non sarebbe stato possibile. Eravamo rockettari,
si credeva veramente in quello che si faceva, si pensava che la musica fosse
completamente cambiata, e lo era in effetti, il periodo Settanta-Ottanta per la
musica popolare è stato un periodo incredibile, veramente forte, tutto
era diverso da prima e si credeva che mai più si sarebbe tornati
indietro. In realtà c'è stata una delusione a tutto campo
ALESSIO
Era cambiato molto sicuramente, ma alla fine si era
all'interno dello stesso sistema. A volte penso a mio nonno che aveva visto il
fascismo con gli occhi del balilla e ha questo ricordo dolce della dittatura:
per lui era un gioco. Più tardi ha fatto l'esperienza dei bombardamenti e
a quel punto ha capito che c'era qualcosa che non andava. Mio bisnonno invece
era partigiano e proprio per questo in casa non
poteva dire nulla e si vedeva crescere questo bambino
come un mostro fascista. Porto queste testimonianze per dire che mio nonno non
aveva spirito critico perché era nato dentro il sistema, esattamente come
me, per questo ho detto prima che mi sento in difficoltà a giudicarlo, mi
sembrava normale, anche se però ci vedevo una forte selezione. L'epoca in
cui sono cresciuto è stata quella piena dell'MTV, ne ho vissuto
l'avvento, in qualche modo però, come interno del sistema - si parla
degli anni Novanta (Novantasei/novantasette). Fino ad allora c'era Video-Music
e qualcosina di non continuativo che nasceva e moriva. Con MTV è
stato un boom e per quanto si trattasse di pop, uno riusciva a discernere. Mi
ricordo nel Novantasette, d'estate, la prima estate di MTV in Italia,
c'erano i Paranoid-Android
ma non è che si
doveva prendere tutto quello che veniva passato: si poteva scegliere.
Però, nello stesso tempo era una dittatura.
ERICA
Vorrei notare che il contesto è importante per
l'apprezzamento dei vari tipi di musica: per esempio quando si va in macchina
è come se ci fosse la musica da macchina
MASSIMO
ma la radio mica lo sa che tu sei in macchina
ERICA
infatti si fa uno zapping pazzesco. Quel che voglio
dire è che ci sono delle musiche che in certi contesti non riesco ad
ascoltare. Se associo questa cosa alla televisione, c'è un certo tipo di
musica che non si adatta alla TV, metterla in TV è perfino fastidioso.
Per esempio c'è un gruppo musicale che mi piace molto ma in macchina non
lo ascolterei mai, mi infastidisce. Eppure è un gruppo musicale che mi
piace tantissimo, lo ascolto a casa, i Jamiroquai. In macchina, per
esempio, preferisco la disco-music.
MASSIMO
in macchina preferisci ascoltare la musica che non ti
distrae.
ERICA
Penso che per certa musica la TV sia sbagliata come
mezzo per veicolarla.
MASSIMO
attualmente il mezzo con cui si veicola la musica sono
i video
ALESSIO
Allora, c'è un'industria e quest'industria la si
può apprezzare per i prodotti che porta, questo è il suo aspetto
positivo.
L'aspetto negativo è che è un'industria.
Per la verità i prodotti dell'industria discografica li ho comprati con
passione, da consumatore convinto e neanche li rimpiango. Nel comprarli, nello
spenderci dei soldi, devo ammettere, anche se ciò può apparire
meschino, che sentivo il valore economico di quella musica: mi costava un tot e
quindi quel disco me lo finivo, quasi come un dovere. È un po' come il
discorso di un libro, quando lo compri, anche soltanto per lo spazio fisico che
occupa, tu gli devi dare un valore.
MASSIMO
Fondamentalmente stai dicendo che la musica digitale
è effimera, perché occupa meno spazio nell'ipod o nel telefono.
Stai facendo un discorso interessante affermando che la musica oggi è
enormemente più effimera di ciò che occupa spazio.
ALESSIO
Purtroppo devo dire che ho questa deformazione, da
materialista primitivo, essendo nato ed essendo cresciuto nel periodo del
materiale. Ho bisogno di avere la presenza fisica della cultura, e non è
una cosa che sento solo io, perché effettivamente smaterializzandosi la
materia della cultura, si è smaterializzata quella cultura stessa.
Sapevo già che arrivato a una certa età
avrei rallentato il mio aggiornamento sul presente perché quando ero un
ragazzino vedevo questa cosa accadere a quelli più grandi di me e sapevo
quindi che sarebbe arrivato un momento in cui non avrei più avuto il
polso sull'uscita del momento.
Cominciavo a dire: "Conosco cento dischi
all'anno, poi cinquanta, poi riesco a malapena a dire i dieci migliori dischi
dell'anno e ora sono già in crisi, non sono più attendibile."
Nello stesso tempo devo dire che oggi i ragazzini,
proprio nel momento in cui sono al massimo della sensibilità - ma forse a
causa del fatto che non sono stati presi da questa macchina come sono stato
preso io - non hanno il mio tipo di cultura, neanche sul proprio presente, anzi
mi fa tristezza vedere che hanno più cultura sul passato che sul proprio
presente, che non hanno bisogno dell'oggetto fisico, ma, appunto, non hanno
neanche bisogno di quella cultura che noi assimilavamo a quell'oggetto fisico.
Non sentono il valore della cosa che noi sentivamo e questo mi fa tristezza.
JACOPO
È molto vero, anch'io mi ci ritrovo in questa
concretezza dell'oggetto. Sicuramente adesso ci sono codici differenti. Insieme
ad MTV venne la corsa a farsi la cassettina copiata, mondi paralleli, un
po' come un paese sempre un po' terzomondista che corre ad aggiornarsi per essere
sempre cool.
ALESSIO
tu dici terzomondista perché? Perché ci
stavano imponendo una dittatura anglosassone.
MASSIMO
Personalmente sono nato alla fine del periodo in cui
c'era questo dualismo, la canzone e il rock, gli urlatori. Per cui c'era chi
apprezzava la canzone italiana e chi apprezzava il rock.
ALESSIO
Ma questa cosa è continuata per molto e
c'è sempre quel filone della musica così detta colta.
MASSIMO
Questa è una cosa tristissima. Bisognerebbe
davvero approfittare della crisi attuale per abbattere questa differenziazione
dura a morire fra musica colta e meno colta Frank Zappa disse una frase che mi
sono stampato:
"parlare di musica è come ballare
l'architettura",
ha ragione, chi parla di musica dicendo, "questi
sono gli stili", oppure usano la parola generi che si usa per
la biologia non per le cose artistiche, meglio chiamarli 'stili'. Ma, insomma
l'operazione è quella di voler classificare tutto mentre invece tutte
queste classificazioni non vogliono dire niente. Parlare di musica è come
ballare l'architettura. La musica si può ascoltare e basta. Tante volte
mi chiedono "Ma tu che genere fai?" Di solito rispondo con una
frase del genere: "allora, guarda devo stare due ore a spiegarti che
hai detto una sciocchezza, oppure passiamo oltre?"
ALESSIO
però anche qui siamo passati da questa
architettura ad alveare - dove c'era il genere, lo stile, le etichette, il
produttore, un universo intero - alla resa di questo sistema. Io mi sto
rendendo conto adesso dei suoi lati deleteri, ma all'epoca mi sentivo fortunato
del fatto di poter ascoltare la musica di un artista all'altro capo del mondo,
in California per esempio. E a mia volta mi sembrava qualcosa di divino poter
pensare che un giorno sarei potuto diventare qualcuno e fare qualcosa che
potevano ascoltare ovunque nel mondo, per esempio nella cameretta di uno
studente giapponese. In realtà tutto questo era già il portato
della globalizzazione, di qualcosa che oggi è del tutto normale.
MASSIMO
Tutto dipende dal fatto che tu ci abbia messo dentro
qualcosa oppure no. Se l'hai fatto, questo qual- cosa arriverà poi allo
studente giapponese e sarà sicuramente una cosa fantastica. Se la tua
musica sarà usata per essere ascoltata in macchina perché non
distrae, la cosa significa che non stai ascoltando niente. Se invece qualcosa
vale, la distrazione ci sarà per forza.
Mi è capitato di andare a vedere dei concerti e
trovare persone che parlano durante l'esecuzione. Concerti pop, non concerti di
musica classica dove bisogna star zitti. Concerti pop dove magari ti porti
dietro il registratore e senti dietro di te delle persone chiacchierare. Una
volta addirittura ho visto un concerto smettere di suonare. Era un concerto di
Claudio Rocchi qui a Firenze, il pubblico chiacchierava per i cavoli propri e
facevano una confusione tale che lui non
riusciva ad ascolta- re gli strumenti che suonavano,
finché a un certo punto ha smesso. È stata una cosa terribile.
Quando capitano cose di questo tipo ci si trova davanti a un problema di
sensibilità prima di tutto: la gente va al concerto per incontrarsi, non
per ascoltare.
ALESSIO
In effetti sembra si sia passati da una deificazione
del musicista all'uso del musicista come intrattenitore. Sono stato testimone
di un evento incredibile, ho partecipato, quest'anno, al documentario sui Rolling
Stones in occasione dei loro cinquantesimo di attività. In
realtà questo gruppo non mi ha mai fatto strappare i capelli, ho sempre
parteggiato per i Beatles. Malgrado ciò ho sempre considerato i Rolling
Stones dei professionisti. Partecipare a questo documentario ha voluto dire
vedere, dall'inizio alla fine, la costruzione dello star system, i Rolling
Stones sono stati proprio fra i fondatori di questo sistema. Anche i Beatles
vi hanno partecipato, ma, diciamo, bluffavano meno. I Beatles sono
stati dei grandi affaristi nel vendere al triplo una canzone, i Rolling
Stones vendevano l'arresto per droga e diventavano ancora più
quotati: in questo senso parlo di bluff.
Però vedere l'antologia della vita del sesso
droga and rock'n roll, che per noi ragazzi era qualcosa che ci induceva a
interrogarci, a porci l'imperativo "mi devo aggiornare", a considerare
il loro comportamento intrigante. Ecco rivederli nel video oggi, in mezzo alle
limousine, fatti di coca e di ozio, anzi di capricci tipo "sfascio la
camera d'albergo", in
una attualità in cui siamo diventati tutti
ecosolidali, rispettosi, vegetariani, ecco, quel tipo di video dava fastidio
proprio.
Il fatto è che se avessi visto il video dieci
anni fa mi sarei detto che questo tipo di contrarietà era solo invidia,
adesso invece la sento come una reazione giusta, normale.
MASSIMO
vuol dire che ti sei fatto una coscienza.
ALESSIO
Insomma questa nuova democrazia mi lascia in qualche
modo molto smarrito. È come se mi avessero detto che Dio è morto, o
addirittura che Dio vale meno di una persona, di un intrattenitore. Il difetto
sta nel fatto che c'è molta meno considerazione
MASSIMO
Ancora peggio direi, più che meno considerazione
c'è una difficoltà di concentrazione. È provato che siamo
molto meno capaci di concentrazione adesso di cento anni fa.
ERICA
E anche di memorizzare
ALESSIO
Questo è sicuramente vero. Personalmente i miei
primi cinquanta dischi li so a memoria: dovevo fare economia, me li sono
scelti. Se mi avessero chiesto cosa portare su un'isola deserta, in quel
periodo, avrei risposto che avrei portato un disco, un vestitino da selvaggio e
un disco per sentirlo. Avrò anche avuto il feticismo del lato A e del
lato B, oggi però non c'è neanche la memorizzazione dell'operato
dell'artista. Mio nonno si lamentava con me sul fatto che non sapevo neanche le
canzonette a memoria, e aveva ragione perché lui e i suoi coetanei le
canzoni le imparavano a memoria, perché le sentivano alla radio e non
avevano la possibilità di registrarle. Ma ancora prima di loro, i nostri
bisnonni, addirittura conosce- vano le opere a memoria.
ERICA
mio nonno era famoso perché suonava la
fisarmonica - grande strumento di teatro, d'improvvisazione. Chi suonava allora
era costretto a memorizzare, a sintonizzarsi sulle note, a memorizzare le
parole per poterle riprodurre. Ciò che era nuovo doveva essere captato
subito, per ciò che era vecchio, invece, si dovevano trovare mille
occasioni per riascoltarlo e poterlo ripetere. Cosa vuol dire tutto questo? Che
anche il valore dell'esercizio del musicista è cambiato radicalmente.
ALESSIO
Bene, ecco la differenza: c'era un periodo in cui la
musica non era acquistabile e un adesso in cui non la si vuol
acquistare. È come se si fosse tornati al
periodo di prima, con la differenza che quella era una costrizione e questa una
scelta, quella era una dittatura e questa è una democrazia. I nostri
nonni dovevano ascoltare i pezzi che gli capita- va di ascoltare, che so trenta
pezzi al mese con la radio e oggi noi possiamo ascoltare ciò che
vogliamo: trenta pezzi, se vogliamo, possiamo ascoltarli in un'ora.
JACOPO
C'è un punto per me fondamentale, relativo alla
riproducibilità: nessuno può rubarti l'originalità: se tu ci
metti davvero la tua arte, la tua opera arriverà. Se poi arriva anche a
tre sole persone vuol dire che godranno quelle tre persone. Questo senza
entrare nelle logiche di mercato, l'importante è che ci sia nell'artista
qualcosa che nessuno può portargli via.
MASSIMO
questo dipende dal tuo giudizio.
JACOPO
Vero, non si può parlare di un giudizio universale,
ma qui torniamo al concetto iniziale, al fatto che si può parlare solo di
sensibilità.
MASSIMO
La nostra sensibilità purtroppo è in
crisi.
JACOPO
Certo, io per esempio se sono in macchina e metto il
rock, faccio un incidente, perché ho un rapporto forse fisico, forse
autistico con la musica. Con MTV avevo un rapporto fortissimo, anche
perché era rap, una cosa di nicchia e per questo cercavi sempre di
esser pronto per captare ciò che ti interessava.
ALESSIO
In quel periodo il videoregistratore rinforzava il
senso della memoria, si pensava sempre di poter e voler rivedere ciò che
ci interessava anche a distanza di anni, per questo volevamo registrare le cose
che ritenevamo importanti.
Quello che posso dire da critico musicale è che
la critica in questo momento ha una crisi d'identità.
In realtà quando ho cominciato a fare il critico musicale, ciò che
facevo era qualcosa di molto simile a un consiglio per gli acquisti.
Ora mi vergogno un po' di questa cosa ma anche allora
per me la cultura era una cosa importante, importante aiutare a districarsi fra
i vari fenomeni musicali: questa cosa te la indico, questa te la spiego, questa
te la dico. Ti indico, all'interno di una discografia, quello che è
meglio ascoltare prima, quello che è meglio ascoltare dopo, quello che
può essere più completo, quello che può esserlo meno. Tutto
questo lo consideravo importante, era come aprire un
varco fra le liane, come andare avanti con un machete per farci strada. Posso
anche pensare di non andarti bene. In questo caso puoi prendere un'altra guida,
ma indubbiamente di una guida hai bisogno.
La crisi attuale consiste in questo: oggi è come
se la gente davanti alla foresta avesse detto: "io vado lì,
piazzo la tenda nel campeggio e non mi importa niente entrarci dentro e fare il
mio percorso".
È come se la critica musicale fosse diventata
qualcosa fine a se stessa. O pilotata: basta ci sia quello che ti dà
l'accredito, non c'è più l'esigenza di dire "voglio far
emergere qualcosa".
Prima la più grossa soddisfazione consisteva
proprio nella capacità di intuire qualcosa di significativo che magari
anni dopo diventava effettivamente un filone. Ciò mi confermava - "C'avevo
visto".
In questa cosa il difetto principale si rivelava
quando quel qualcosa che avevi intuito diventava famoso e tu passavi
dall'apprezzamento alla critica: "Questo si è venduto, non
è più lui. Quando l'ho scoperto era autentico, ora si è
commercializzato".
Ora non c'è nessun critico che direbbe una cosa
del genere perché non si riesce neanche a capire questa differenza di
fasi.
Prima questa era una dinamica comune, che succedeva sempre. Ora qualcuno riesce
ad apprezzare un artista a prescindere dalle sue fasi. È come se non ci
fosse più una selezione, una scrematura. È come se la storia non
divenisse più, come se non fosse più importante, come se
fosse già scritta dai vincitori.
Che succede? Il rischio è che la storia venga fatta dai vincitori oppure
quello di dovere distruggere la storia. In effetti la storia dell'ultimo
decennio è in gran parte una storia che non è stata scritta,
perché non c'è stato un dominatore
MASSIMO
Non è stata scritta ma sicuramente ci sarà
una valutazione.
ALESSIO
La valutazione però sarà come quella
relativa all'impero bizantino, dove mille anni di storia sono condensati nel
capitolo di un libro, mentre per altri popoli ci vogliono sette capitoli, non
vorrei che trenta anni di storia vengano condensati in un capitoluccio, mentre
invece degli anni Settanta continueranno a parlarne scrivendo libri
MASSIMO
Perché no? Il mio parere è che ora stiamo
vivendo un momento frammentato in cui siamo schiavi di questa frantumazione di
generi, di stili, dove ognuno vede una gamma che va dai più commerciali a
quelli più ostici.
Però nel mezzo c'è un'infinità di
casi che non si parlano. E non era così prima. Posso fare esempi di
trenta o quaranta anni fa quando nascevano quelle che si chiamavano
contaminazioni - anche questo è un termine che non userò
mai, è brutto - diciamo che prima c'era collaborazioni: c'era
musica che entrava in altra musica e questo generava delle perle.
Penso che tutti abbiano presente gli anni Settanta
quando la musica rock si è aperta a tutto il mondo ed è venuto
fuori un caos pazzesco come se tutte le cose a un certo punto si fossero
sovrapposte. Tutto ciò generava un enorme fermento. Ecco, questo è
ciò che ora manca. Ognuno va per la sua strada senza guardare cos'ha
intorno, manca la comunicazione fra le persone. Questa diversità, che
è fondamentale, serve per unire, non per dividere. Il mondo biologico si
fonda sulla diversità, lo sappiamo tutti, però la diversità
si fonda sulla diversità che si incontra non su quella che rimane
diversa. Questa è la mancanza attuale. Ora tutte le diversità che
indubbiamente ci sono, potrebbero finalmente incontrarsi. Se ciò non
avviene non si genererà nulla e il valore di tutto rimarrà
relativo. In effetti di cosa parliamo quando ci troviamo di fronte a mille cose?
Parliamo di tutte o non parliamo di niente? probabilmente non parliamo di
niente.
ALESSIO
Vorrei dire qualcosa in merito al tema che avevate
posto all'inizio, quello del live, della musica di strada.
Effettivamente gli ultimi anni sono stati quelli in cui c'è stato il grande
ritorno del live. Il musicista deve capire che se vuol campare deve fare
esibizioni. Questa cosa da una parte è anche bella perché si torna
alla possibilità di contatto con il pubblico reale. Non c'è
più il pubblico da stadio se non per
ciò che è rimasto del vecchio sistema,
quelli che ancora riempiono gli stadi rappresentano un fattore anagrafico. Non
ci sarà un altro Jovanotti. È come se fossero rimasti alcuni
monarchi in un mondo di repubbliche. Finché campano ci saranno loro ma
dopo di loro ce ne saranno sempre meno. Per cinque Madonne, c'è solo una
lady Gaga, e magari cinque Madonne corrispondevano a tre Barbara Streisand.
Insomma ci sarà sempre meno il culto da stadio.
Il lato economico comunque, secondo me, vuol dire
tanto, ma è stato fondamentalmente svilito. Mi ricordo che un tempo si
diceva che il disco e il live costavano la stessa cifra. Possiamo dire
che grosso modo uno poteva scegliere: o spendo per l'uno o spendo per l'altro o
spendo il doppio e me li faccio tutti e due. Ma insomma quei soldi glieli
dovevi dare, le quindicimila lire dovevan partire. Il live era
un'alternativa al disco, con il live io mi gioco la possibilità di
comprare il disco anche se poi potevo farmi una cassetta.
Se ora la musica registrata è gratuita una
qualunque persona normale si chiede: "Ma perché devo andare a
spendere venti euro per il live quando posso sentire la sua musica gratis?"
Poi magari vedi che il live costa poco, Si tratta del finale di un
sistema negativo. Io ho visto dei concerti dove ho passato ore a guardarmi un
maxi schermo perché le persone reali le vedevo come un'unghia.
JACOPO
Secondo me se qualcuno viene a suonare gratis pur
meritando di esser pagato, domani troverà il suo pubblico. Oggi viviamo
in un periodo di spazi incerti, probabilmente desti-nati a sparire.
ALESSIO
Io sono ottimista sul fenomeno del live. Vedo
degli amici che ci stanno campando. C'è comunque un problema: puntando
solo sul live, si assiste a qualcosa che appare come uno spettacolo
puro, sincero, ma in realtà c'è sempre una strizzata d'occhio al
pubblico. Le persone che io vedo vivere con il live lo fanno perché
comunque curano il rapporto con il proprio pubblico e anche se su YouTube è
gratis, il fatto che il live costi otto, dieci euro ti spinge a prendere
la cosa con filosofia, alla fine ci vai prendendo anche in considerazione il
fatto di poter fare degli incontri, di poter parlare, di poter bere una birra,
di vivere uno svago.
Comunque alla fine i soldi contano. Se tu una cosa la
svaluti, diventa anche un problema. Quando le persone vanno a un concerto da
sessanta euro non parlano tanto, vanno lì, registrano, filmano, comprano
magliette, testimonial.
MASSIMO
Ma ascoltano? stai parlando di tutto ad eccezione
dell'ascolto.
ALESSIO
Vero, neanche loro ascoltano il concerto, perché
questi sono i due estremi. Allo stadio non ascolti il concerto.
LINGUE
Il
21 giugno del 2013 si è tenuto il quarto convegno di SCHEDA
nell'auditorium dell'Istituto Gramsci-Keynes.
Apprendimento di una Lingua Straniera, apprendimento
di una Lingua Seconda - bilinguismo e bilingui successivi - digrafia e
digraphia - globalizzazione e necessità di apprendimento linguistico a
livello di massa - il caso dell'esperanto - l'erroneità dell'errore:
lingua e dialetti? - facilitazione linguistica come empatia - i documento
europei sulle lingue: il QCER e Una Sfida Salutare - Uso
improprio del Quadro Comune - Necessità di comprendersi fra culture
diverse: il ruolo del traduttore automatico personalizzato - Ricerche e
speculazioni: l'importanza di un corpus e di un protocollo di riferimento
CLAUDIO BALDUCCI
L'obiettivo di questi convegni è quello di
riuscire a impostare un discorso sulla cultura che individui delle strade
percorribili. Non era nostro scopo avere delle grandi masse di pubblico e mi
sembra che in questo siamo riusciti bene, volevamo piuttosto organizzare un brain-storming
per individuare dei punti centrali all'interno di ogni convegno in modo da
ripartire l'anno prossimo. Il fatto che ci sia poco pubblico è anche
positivo nel senso che non crea il terzo soggetto che può a volte
forzare, deviare il pensiero dall'oggetto per rivolgersi al pubblico.
Vengo ora alla mia relazione cercando di pormi di
fronte all'impegno di apprendere una lingua straniera.
Imparare una lingua straniera ha dei vantaggi,
cioè acutizza le facoltà intellettive, apre la mente, avvicina i
popoli, aiuta a trovare e a migliorare il proprio lavoro.
C'è però anche un'altra faccia della
medaglia che vorrei evidenziare: imparare una lingua è anche molto
costoso, non soltanto in termini economici ma anche in termini di tempo.
È anche molto difficile, più difficile di
quello che varie agenzie di insegnamento linguistico tendono a far credere. Ed
è anche molto lungo, anche qui, molto più lungo di quello che si
vuol far credere. Siccome è sempre più lungo delle aspettative
iniziali, in genere l'apprendente finisce per auto- colpevolizzarsi.
Comunque imparare una lingua straniera è
soprattutto alienante.
Mi soffermo su questo concetto. Leggevo l'altro giorno
un modulo propagandistico del metodo Casiraghi-Jones, che ha una rivista English4Life
attiva sulla rete. Il modulo diceva delle cose giuste: "per
imparare l'inglese vi forniamo dei fascicoli. Il materiale di ogni fascicolo
deve esser letto cinque volte. Ovviamente non dovete solo limitarvi a questa
lettura. Ci sono dei film che vi piacciono, bene, dovete cercarne la versione
in lingua inglese e guardarli in questa lingua. Seguite dei giornali? Bene, non
dovete seguire giornali italiani ma giornali inglesi."
Tutti questi consigli sono ovviamente giusti, ma nello
stesso tempo rappresentano un'astrazione dal mondo in cui si vive,
una alienazione che sicuramente funziona a costo di
rinunciare alla realtà.
Passiamo a quella che è una distinzione
fondamentale, quella fra l'apprendimento di una lingua seconda e
l'apprendimento di una lingua straniera.
La lingua Seconda è quella che si apprende nel
paese in cui la si parla - io sono cinese e imparo l'italiano in Italia.
La lingua Straniera invece è quella che si apprende nel paese in cui non
la si parla - io imparo l'inglese in Italia.
Ovviamente sono situazioni del tutto diverse dove
l'apprendimento della Lingua Seconda gode di un contesto assai facilitante nei
confronti dell'apprendimento della Lingua Straniera. E tuttavia, anche nel caso
della Lingua Seconda, l'apprendimento è sempre faticoso e il grado di
produttività è sempre molto scarso.
Per esempio, che succede nelle famiglie cinesi con
figli nati o cresciuti in Italia?
Purtroppo non dispongo di ricerche strutturate e posso
basarmi solo sull'esperienza personale. Elementi di esperienza diversa saranno
ben accetti anche nel corso del nostro dibattito.
Quali sono i miei dati? Nella maggior parte dei casi,
i figli di migranti cinesi, arrivati in tenera età in Italia e qui
cresciuti e scolarizzati non diventano dei veri bilingui ma lingua-divisi, cioè
bilingui successivi. Cosa vuol dire? Questi soggetti mantengono in modo ridotto
la conoscenza della Lingua Madre per la conversazione familiare, rinunciando
alla scrittura e alla cultura della propria lingua. Parallelamente hanno una
padronanza della lingua italiana a livello
scolastico, scritto e culturale. Si tratta quindi di
una metà per ciascuna delle due lingue che, stando insieme nello stesso
soggetto, costituiscono, per così dire, una lingua sola.
Non si tratta quindi di vero bilinguismo, ma di uno
speciale monolinguismo costituito da due metà di lingue atte a due sfere
diverse della propria vita.
Questo succede per molti immigrati. Forse nel caso dei
cinesi il fenomeno è più accentuato, mentre in altri casi, per
albanesi, rumeni, marocchini, le cose possono apparire più vicine a un
vero bilinguismo. Tuttavia anche in questi casi, allontanandoci dalla
conversazione quotidiana, assistiamo a debolezze nascoste soprattutto nell'uso
dei registri linguistici, nella lingua della sfera sentimentale, nella lingua
dello studio.
Teniamo presente che tutti questi casi rappresentano
casi di apprendimento di una Lingua Seconda, cioè dell'apprendimento
della Lingua Italiana da parte di soggetti che vivono nel nostro paese e che
sono continuamente bersagliati da stimoli nella lingua che devono apprendere.
Che dire dunque quando si tratta dello studio di una lingua
all'interno di un paese in cui tale lingua non si parla, nel caso cioè
dello studio di una Lingua Straniera? Evidentemente la produttività dello
studio sarà molto minore.
D'altra parte questa difficoltà si scontra con
le richieste che vengono dalla globalizzazione e che spingono ad apprendere una
o poche lingue di comunicazione internazionale.
Questa pressione all'apprendimento di una Lingua
Straniera è una pressione che agisce a livello di massa. Questa
pressione a livello di massa però è sostanzialmente
una pressione psicologica che nasconde un nucleo di realtà e un'ampia
gamma di bisogno indotto e non necessario.
Il nucleo di realtà è quello che riguarda gli effettivi operatori a
livello internazionale sia sul piano commerciale che sul piano culturale. Per
questi - il cui numero è sicuramente aumentato nelle ultime decine di
anni - il bisogno di apprendimento di una lingua straniera è
effettivo.
Per quanto riguarda invece il resto della popolazione
il bisogno è del tutto indotto e assolutamente non reale. In questo caso
il coinvolgimento psicologico avviene per pressioni istituzionali, culturali e
di emulazione senza alcuna reale necessità di usare lo strumento
linguistico che sono spinti ad imparare e che li impegnerà in grandi sforzi
sia a livello economico che di tempo.
Se questa è la pressione volta a spingere
all'apprendimento di lingue franche, questa stessa spinta si scontra con la
resistenza di lingue nazionali minoritarie che si vedono minacciate di
sopravvivenza o comunque di declassamento a lingue di serie B.
Vorrei soffermarmi su questo aspetto. Essere mandati
in serie B per quanto riguarda la lingua nazionale non è un fatto da
sottovalutare, è un fatto fondamentale perché in un mondo
globalizzato ciò che percepiamo è un interlocutore globalizzato.
Noi ci rivolgiamo al mondo e vogliamo rispondere al mondo.
Fino a che restiamo nei nostri confini nazionali, in
un mondo poco comunicante, il mondo in cui viviamo è un universo, ma
quando le frontiere si aprono i nostri interlocutori diventano internazionali.
Cosa vuol dire avere una lingua nazionale di serie
B?
Una lingua di serie B subisce una castrazione nella propria produttività
culturale. Privata della comunicazione con l'interlocutore percepito come
internazionale, si isterilisce: io non scrivo più perché non ho
più l'interlocutore che mi interessa, sento cioè che sono diviso
linguisticamente dal mio interlocutore internazionale. La conseguenza è
che la produzione culturale in genere ne risulta demotivata.
Quel paese che si trova ad avere una lingua nazionale
di serie B diventa meno produttivo culturalmente.
Che fare?
Le proposte in campo sono diverse e quasi tutte ben
conosciute:
1. puntare su una o su poche lingue internazionali per
rispondere alla globalizzazione
2. puntare a generalizzare l'apprendimento di una
lingua artificiale
3. puntare sullo sviluppo di traduttori automatici
4. puntare alla generalizzazione della digraphia. Questa
è in effetti la mia proposta.
Ho scritto digraphia con la PH perché
questa parola non esiste in italiano. Non esiste neanche in inglese nei
dizionari ufficiali, esiste però nello Wiki Dictionary e nell'uso
di una ristretta cerchia di linguisti.
La parola digrafia in italiano, scritta con la
F, indica due lettere in riferimento a un solo suono: il CH per il suono K, le
lettere OU francesi
per il suono U, eccetera. Questo termine in inglese si
traduce con DiGRAPHY. Nel secolo scorso però è stata coniata la
parola DIGRAPHIA per riferirsi a paesi con due sistemi di scrittura
analogamente alla parola DIGLOSSIA per i paesi con due lingue.
Paesi diglossici ce ne sono parecchi. Non
altrettanti ce ne sono di digrafici. Si fa il caso del Serbo-Croato,
dove alcuni usano l'alfabeto cirillico e altri l'alfabeto romanizzato. Pur
imparandoli entrambi, gli ortodossi usano prevalentemente il cirillico mentre i
musulmani e i cristiano-cattolici preferiscono il romanizzato. Altri casi,
comunque pochi, sono regionalizzati. Per esempio l'Urdu-Indo, nella parte del
Pachistan usa un alfabeto di derivazione araba mentre nella parte indiana usa
l'alfabeto indiano.
Il caso della Cina è l'unico che presenti il
fenomeno della digraphia a livello generalizzato, cioè su tutto il
territorio nazionale e per tutti i cittadini.
La scrittura tradizionale cinese come sappiamo è
la scrittura di caratteri - HANZI. Negli anni Sessanta però è stato
introdotto il PINYIN, cioè la scrittura alfabetica con caratteri latini
che viene insegnato in tutte le scuole. L'insegnamento e l'uso del pinyin è
assai limitato: viene insegnato solo nei primi anni delle elementari per avere
uno strumento che aiuta i giovani nell'apprendimento dei suoni della propria
lingua. Poi viene abbandonato e tutti i documenti scritti sono sempre scritti
in caratteri cinesi. Malgrado questa limitazione il pinyin sta
conoscendo un uso sempre più crescente a causa della diffusione del
computer: sebbene la scrittura cinese che appare sul computer sia una scrittura
di caratteri, il modo di immetterla deve passare - nella stragrande maggioranza
dei casi - attraverso il pinyin.
In conclusione il cinese scrive sempre più in pinyin
anche se continua a leggere esclusivamente in caratteri. La Cina è
insomma attualmente l'unico paese realmente digrafico del mondo. Unico paese,
ma grande paese, per cui il fenomeno della digraphia è, per tale
ragione, immediatamente rilevante.
Che significa allora proporre la digraphia a
livello generalizzato, come risposta alle urgenze della globalizzazione?
La proposta è questa:
a. mantenere la scrittura alfabetica tradizionale che
tiene la propria lingua isolata dal mondo ma che, nello stesso tempo, è
universale all'interno perché, come detto, traduce nella propria lingua
il mondo intero. La lingua alfabetica isola dalle altre lingue perché rappresenta
i suoni e quindi la diversità delle lingue;
b. adottare in più una scrittura di caratteri,
generalizzabile ad altre lingue e capace quindi di permettere la comunicazione
internazionale: ciò che scrivo è immediatamente letto nei suoi
contenuti tramite la scrittura.
La proposta è quindi quella di dotarsi di due
sistemi di scrittura, di diventare digraphici.
Come abbiamo visto esistono già paesi che hanno
due sistemi di scrittura, spesso sono regionalizzati nel senso che diverse
regioni di uno stesso stato hanno un sistema di scrittura diverso da quello di
altre regioni dello stesso stato, ma ogni regione ne ha uno e non
contemporaneamente due.
La grande eccezione è rappresentata dalla Cina,
dove esiste una vera digraphia, con un sistema digraphico generalizzato
e non regionalizzato, una doppia scrittura per tutti che si basa sui caratteri
cinesi e sulla scrittura alfabetica del pinyin.
La proposta è quindi quella di accompagnare alla
nostra scrittura alfabetica tradizionale la scrittura cinese, Hanzi.
Non si tratta di una proposta originale, in effetti
risale ai primi gesuiti andati in Cina e successivamente caldeggiata dal
filosofo Leibniz. La proposta è quindi abbastanza vecchia. Ora però
i tempi sono maturi per prenderla in considerazione seriamente.
Perché due sistemi al posto di uno e adottando
un sistema così difficile?
Intanto la proposta mira a rispondere alle
necessità venute con la globalizzazione e al problema della comunicazione
internazionale. Si tratta quindi di mirare alla comunicazione con ciò che
esiste e ciò che esiste a livello logografico è appunto la grande
realtà cinese, la quale, da parte sua, ha già fatto un passo nei
nostri confronti dotandosi del pinyin, del sistema alfabetico.
Per quanto riguarda la difficoltà del sistema,
questo è fondamental- mente legato alla natura stessa di una scrittura
logografica, tale cioè da mirare alla registrazione del contenuto e non
dei suoni, esattamente ciò che risponde ai bisogni della comunicazione
universale oggi. Si potrebbe sicuramente inventare un altro sistema
logografico, cosa del resto già fatta, ma si tratterebbe dello stesso
esperimento che è stato fatto sul piano della scrittura alfabetica con
una lingua artificiale come l'esperanto. L'esperimento ha i suoi
pregi ma non può aspirare a sostituirsi a
ciò che esiste da secoli e che coinvolge centinaia di milioni di persone.
La cosa da chiarire è che il sistema alfabetico
e il sistema logografico non sono alternativi ma sono complementari. Non
è che uno sia migliore dell'altro o peggiore: semplicemente uno si adatta
di più a una lingua e uno meglio ad un'altra lingua.
Il fatto che i due sistemi siano complementari
significa che adottandoli entrambi si ottengono dei vantaggi aggiuntivi:
a. Per esempio il loro uso coinvolge varie aree del
cervello come si può vedere dalle tecniche del brain-imaging;
b. Altra caratteristica interessante venuta alla luce
recentemente è che un soggetto dislessico è tale all'interno di un
sistema di scrittura, ma non nell'altro sistema di scrittura.
La dislessia alfabetica per esempio non si manifesta
con la scrittura di caratteri. Viceversa un dislessico con la scrittura di
caratteri non lo è con la scrittura alfabetica. Proprio perché i
due diversi sistemi di scrittura coinvolgono aree diverse del cervello, le
relative dislessie non coincidono;
c. Se la scrittura alfabetica registra le lingue nel
loro aspetto sonoro e quindi le isola nella loro reciproca e irriducibile
diversità, la scrittura logografica, registrando le lingue nel loro
significato, le rende reciprocamente comprensibili.
Il giapponese, per esempio, ha adattato alla propria
lingua i caratteri cinesi, e questi continuano ad essere una costituente
importante della scrittura, ne costituiscono la parte semantica. Ma non sono
stati sufficienti per rispondere alle esigenze della lingua giapponese,
sì che si è sentito la
necessità di inventare altre serie di caratteri
per adeguarsi alle parti flesse del giapponese.
Che succede dunque? Malgrado le lingue cinese e
giapponese siano totalmente diverse, per quanto riguarda la parte semantica
usano entrambi gli stessi caratteri con il risultato che un cinese può
capire approssimativamente il cinquanta per cento di quello che scrive un
giapponese e viceversa.
d. La digraphia unisce vari gruppi umani anche
sul piano artistico e culturale: la calligrafia cinese rappresenta una delle
principali forme artistiche di questo grande paese. Adottandola in modo
generalizzato anche il resto del mondo potrà condividere questo aspetto
di alta cultura.
e. Infine, la digraphia, pur mettendo in
contatto paesi diversi, salvaguarda la produttività di ogni lingua, an-
che di quelle minoritarie: ogni lingua, non sentendosi invasa, si sviluppa
nella propria cultura. Elimina, insomma, la minaccia di ogni imperialismo
linguistico
f. La digraphia richiede un impegno meno
costoso e più rapidamente produttivo: è molto più facile
imparare, per quanto complesso, il sistema della scrittura, che non imparare
un'altra lingua.
g. A differenza del plurilinguismo generalizzato, la digraphia
è psicologicamente possibile: l'Europa punta a tre lingue per ogni
cittadino, ma le ricerche dell'eurobarometro e, ancora meglio, (perché le
ricerche dell'eurobarometro si basano su risposte di autovalutazione, sempre
più positive di quelle che si possono ottenere con elementi oggettivi),
le ricerche di LetItFly molto più approfondite, mostrano che la
realtà è assai lontana dal raggiungere questo obiettivo. Dalle
ricerche appare che, anche basandosi su indagini
relative allo studio di una sola lingua straniera oltre alla materna, i
risultati sono piuttosto deludenti, basandosi su due lingue oltre alla materna
come vorrebbe il trattato di Lisbona, la cosa è ancora più
utopistica.
h. La digraphia a differenza dello sviluppo
dell'automazione, mantiene il controllo della comunicazione da parte del
soggetto. La proposta dello sviluppo dell'automazione è sicuramente da
non sottovalutare, ma lascia alla macchina il controllo.
Rappresentando infatti il binomio
oralità-scrittura un'entità unitaria, l'orale e lo scritto
interagiscono. Ciò vuol dire che il nuovo tipo di scrittura entrerebbe
attivamente nello sviluppo linguistico introducendovi elementi vitali.
Infine concludo chiarendo che la pro- posta richiede
ovviamente uno studio specifico lingua per lingua, non si tratta cioè di
una proposta che richiede solo una decisione. La decisione in questo caso
aprirebbe la strada all'organizzazione di uno studio d'équipe,
approfondito per rendere la proposta stessa praticabile.
LEONARDO PAMPALONI
La mia relazione sarà piuttosto generica e
superficiale nel senso che toccherò varie questioni senza approfondirne
nessuna, cercherò però di essere concreto nel linguaggio, a partire
dal titolo: PONTI E TRAMPOLINI, oggetti ben concreti. Secondo me però la
cosa più importante sarà alla fine del mio intervento, quando
manderò due o tre minuti di
video, un'intervista dove viene posta la domanda
"Perché hai imparato l'esperanto?".
Come tutti sanno i ponti sono delle strutture che
servono per collegare. Gettare i ponti in senso figurato vuol dire stabilire
delle relazioni, dei contatti. Una lingua-ponte è una lingua
che mira a instaurare la comunicazione fra persone che parlano lingue diverse.
Affinché la comunicazione sia paritaria è necessario che la
lingua-ponte non sia la lingua propria di uno dei parlanti, altrimenti qualcuno
sarà in una posizione di vantaggio e qualcun altro in una posizione di
svantaggio. Per questo motivo nella storia della civiltà, almeno
nell'ultimo millennio, sono stati presentati tanti progetti di lingue
pianificate per la comunicazione mondiale. Fra queste quella che ha avuto
più successo è senza dubbio l'esperanto che esiste da quasi cento
trent'anni (essendo iniziata nel 1887) E che viene usato da numerose persone e
da numero- se associazioni un po' in tutte le parti del mondo.
Quando dico lingua pianificata, lingua
artificiale mi viene sempre in mente quello che Bruno Migliorini scrisse
nell'introduzione del Manuale d'esperanto.
Bruno Migliorini, famoso linguista italiano che si
trasferì a Firenze quando a Firenze venne istituita la cattedra di Storia
della Lingua Italiana, è stato per tanti anni direttore dell'Accademia
della Crusca. Era esperantista. Negli anni 20 scrisse questo manualetto e
nell'introduzione affronta la questione dell'artificialità delle lingue
in maniera molto concreta.
Dice più o meno così: "È
naturale che l'uomo cammini coi piedi, parimenti naturale è che i piedi
si consumino per via
dell'attrito con i sassi. Per risolvere questa
questione l'uomo ha inventato le scarpe che sono un'invenzione artificiale,
come artificiali sono tutti gli aspetti della civiltà, fra questi anche
le lingue. Le lingue come l'esperanto sono solo un po' più artificiali
delle lingue cosiddette naturali o popolari."
L'esperanto è nato esclusivamente per essere una
lingua seconda, cioè per essere una lingua di comunicazione, ed è
stata inventato per essere facile da imparare quindi per risolvere uno dei
problemi che ha sollevato prima Claudio.
Illustrerò alcune caratteristiche per mostrare
come questa lingua possa essere adatta alla comunicazione e possa essere
imparata abbastanza facilmente.
a. Intanto la si legge come si scrive, nel senso che
ci sono 28 lettere e ogni lettera ha un solo suono, mentre ogni suono ha una
sola lettera, c'è insomma una corrispondenza biunivoca;
b. Le parole hanno tutte l'accento sulla penultima
vocale; c. Non ci sono irregolarità;
d. Anche le ambiguità sono poche;
e. Se si guarda come finisce una parola, si capisce a
che parte del discorso appartenga. Per esempio tutti i sostantivi finiscono con
la 'o', tutti gli aggettivi con la 'a', tutti gli avverbi con la 'e';
f. Per la formazione delle parole c'è un sistema
molto ingegnoso fatto di prefissi e suffissi che si aggiungono alla radice e
variano il significato della radice stessa, in questo modo c'è
un'economia notevole nella memorizzazione del vocabolario.
L'uso dell'esperanto potrebbe avere anche due effetti
collaterali positivi:
i. uno è che essendo esclusivamente lingua di
comunicazione potrebbe in qualche modo servire per salvaguardare quello che
diceva anche Claudio, cioè l'esistenza, il mantenimento, delle lingue
nazionali. Anche questo aspetto lo affronto davvero con superficialità,
però la sparizione delle lingue nazionali è una tragedia di cui
siamo testimoni e che avviene alla velocità paragonabile a quella della
biodiversità;
ii. l'altro effetto collaterale è che
l'esperanto costituisce un buono strumento didattico di riflessione sulla
diversità linguistica e sulla pro- pria lingua materna.
Il termine trampolino serve proprio ad indicare come l'apprendimento
dell'esperanto come prima lingua straniera, potrebbe costituire un buon lancio
per affrontare successivamente lo studio di altre lingue straniere. Prendo
questo termine, trampolino, traducendo semplicemente dall'inglese springboard
che è il titolo di un progetto che va avanti da qualche anno in
alcune scuole elementari inglesi. Nel Regno Unito, com'è noto, non
c'è una grande esigenza di imparare lingue straniere; e formare gli
insegnanti elementari per insegnare una lingua straniera come l'esperanto
è molto meno costoso sia in termini di tempo che di denaro che non
formarli per l'insegnamento del francese o del tedesco o dello spagnolo.
[Segue il video di testimonianze a partire dalla
domanda Perché hai imparato l'esperanto?, tratto dal DVD "Esperanto
estas ...", E@l 2009]
FRANCA RUOLO
Se un immigrato che apprende l'italiano commette
ciò che io percepisco come degli errori, in quanto insegnante devo avere
la competenza per leggere questi errori.
Intanto si può dire che non si tratta di errori,
ma di una una varietà del linguaggio altrettanto degna quanto quella che
uso io.
L'approccio fondamentale del facilitatore è
quindi questo: non getta ponti, ma comprende le persone che ha intorno e che
costituiscono delle reti complesse. Non sono portatori di qualcosa, anche da un
punto di vista linguistico posso trovare una comunicazione già dai
livelli iniziali. Il problema che le relazioni precedenti hanno identificato
come difficoltà comunicativa io non lo percepisco. Non lo percepisco
perché sono a contatto con persone migranti, straniere, con le quali sto
insieme tutto il giorno, tutti i giorni per tutta la durata dell'anno. Non ho
mai avvertito un problema relazionale. Vorrei anzi notare che l
a difficoltà è importante. Se ho un
problema con una persona e mi chiudo, ciò vuol dire che ho un problema
relazionale e se ho un problema relazionale devo cercare di capirlo.
Un esempio personale: stazione di Firenze, c'è molta gente. Un
controllore delle ferrovie è alle prese con un signore cinese che chiede
informazioni. A un certo punto il controllore si innervosisce, non capisce cosa
gli viene chiesto, va via trattando male il cinese, questo si rivolge a me e
dice Palato. Cosa mi sta chiedendo, secondo voi? Continua a dirmi Palato,
palato?
MIMMO PALLADINO
Prato
FRANCA
Bravo! È semplice ma non è automatico.
Anch'io lì per lì ho avuto un impatto "ma cosa sta dicendo
questa persona?". Devi aprirti, contestualizzare. Personalmente ho
ormai acquisito una certa familiarità con il modo di esprimere i suoni in
italiano da parte degli stranieri. Tutto
questo mi ha aiutato. Mi sono aperta e ho detto "questo è il treno per
Prato". Questo è l'approccio giusto. Io entro in classe e ho la possibilità
di capire, non parto con l'idea che c'è una difficoltà linguistica,
né tanto meno sono convinta a priori di sapere chi ho davanti perché
la lingua non è cultura, lo straniero non porta con sé un mondo
culturale, porta la sua biografia di vita che può essere molto diversa da
quella che posso pensare io.
Qui ho messo nelle diapositive alcune frasi di Mondher
Kilani, che parla appunto degli stereotipi. Mondher Kilani dice:
"Nascendo dal luogo comune, lo stereotipo è
molto prossimo al banale, al déjà vu, al giudizio dato a priori. Il
termine designa associazioni di idee condivise dai membri di un gruppo, idee
così radicate che è difficile contestarle o rimetterle in
discussione."
È molto facile entrare in classe e seguire degli
stereotipi senza render- sene conto. È una cosa comune:
ŇAnche le più belle definizioni possono
diventare unŐattribuzione di identità che bloccano, anziché
produrre un movimento verso un riconoscimento reciproco. Fino a che un bambino
rimarrà bloccato nello stereotipo (già designato dallŐattribuzione
di appartenenza) sarà difficile realizzare un apprendimento che
valorizzerà le sue potenzialità. Rimarrà nella condizione di
essere detto da un altro e la sua voce faticherà ad aver voceÓ (Paolo Perticari, pedagogista)
Concludo con un'ultima slide. Entrare in classe
diventa davvero un atto politico perché si possono instaurare delle
relazioni gerarchiche e di potere, posso usare la lingua come uno strumento di
dominio nei confronti dei ragazzi, o dei bambini o degli adulti. Spesso
pensiamo che un migrante arrivato in Italia debba cauterizzare il trauma
migratorio, quindi 'io ti insegno come tu devi vivere, ti insegno a superare
questo trauma'. Sono persone che hanno una vita propria, parlano una lingua
che posso conoscere o meno, non è necessario che noi mettiamo in atto
meccanismi di identificazione o di nominazione dell'altra persona perché
questo inficia proprio il processo didattico. Ecco perché con Alan
abbiamo pensato di scrivere questo:
"[le classi plurilingue] sono principalmente
luoghi in cui lŐinsegnante e gli apprendenti possono diventare cocostruttori di
significati condivisi e contrapporre allŐimmaginario socialmente e
politicamente costruito la
concretezza dello stareinsieme"
[Pona - Ruolo "VARIAZIONI DI VOCI: FACILITARE L'ITALIANO L2",
edito da CESVOT]
Quando sto insieme a una persona, io la conosco,
imparo a conoscerla. L'anno scorso ho lavorato qui al Gramsci- Keynes,
con dei ragazzi splendidi, dico splendidi perché, nonostante siano
bravissimi, il sistema scuola li boccia
perché non corrispondono a determinati parametri
e i parametri non sono mai quelli linguistici ma sono parametri di un
sistema-scuola, parametri cosiddetti culturali, ecco perché mi spaventa
un certo uso della parola cultura. Ci sono ragazzi che sono stati bocciati due,
tre e anche quattro volte perché non sapevano per esempio, Napoleone, non
sapevano la storia, per questo mi spaventa quando si parla di lingua e cultura
insieme.
Con questi ragazzi abbiamo lavorato a un video: ho
chiesto loro di fare delle foto di qualcosa che a loro piaceva e poi di
scrivere qualcosa che a loro piaceva.
Nella diapositiva riporto un dialogo con uno di questi
ragazzi indicato con la sigla LF e che chiamerò Simone. Simone dà
una risposta migliore di quanto avrei potuto fare io sul rapporto tra cosa sono
io per me e come gli altri vogliono identificare me in qualche modo. Lui mi
chiede:
L. F.: ŇFranca, ieri hai detto facciamo un videoÓ Franca:
ŇSì, cominciamo oggi. Hai le foto?Ó
L. F.: ŇNo, io sono poeta qui. Gli altri fanno foto, io
penso qualche piacevole sentimento. Ti dico e tu scrivi. Va bene?Ó
Franca: ŇSì, allora dimmiÓ.
L. F.: ŇProf, io dico ma tu scrivi bene, eh? Questo, attenta: Ti
ricordi il tuo sogno da bambino? Avevo tre anni, voglio diventare un pilota,
ero otto anni voglio diventare musicista, dodici anni voglio diventare
scrittore, quindici anni voglio diventare astronomo. Oggi i miei genitori mi
chiedono: chi vuoi diventare in fondo? Rispondo che possibile sono la
fantasia. Voglio dire che il mio futuro è come
un foglio si disegnare da meÓ.
(L. F., 16 anni, gruppo di italiano L2)
Ora vi faccio vedere un estratto da un video
realizzato per il comune di Prato dove i bambini italiani imparano il cinese,
al laboratorio del Tempo. Ho fatto queste interviste ai bambini che imparano il
cinese e che sono italiani e altri stranieri. Quando sono andata a fare
l'intervista erano solo italiani, vi lascio con questo video che secondo me
è una risposta a come dovrebbe essere presente in maniera molto più
ampia la speranza per il futuro:
bambino: Ni hao
Franca: cosa fai qui -
b1: imparo cinese (dice alcune parole, numeri)
altro b: io vorrei tanto imparare una cosa
F: cosa
b2: una parolaccia
F: una parolaccia? e la maestra non te la insegna?
b3: si impara il cinese ci sono anche gli ideogrammi. Io sono venuto qui
perché ho una mia amica cinese. Questa mia amica si chiama Lisa.
F: Ora vuoi imparare il cinese e quando sei grande cosa fai? Ti serve
quando sei grande, a cosa?
b3: Il mio babbo e la mia mamma mi hanno detto che se si impara il
cinese da piccoli poi da grandi si può fare qualsiasi lavoro
F: ma magari trovi anche una fidanzata che parla cinese, che
dici?
b3: infatti quella mia amica è anche la mia fidanzata
ALAN PONA
Anch'io sono un facilitatore linguistico per il Comune
di Prato, però sono anche un linguista, ho fatto ricerca accademica ma al
momento non ci sono posti di lavoro allŐUniversità. Quindi faccio questo
lavoro, e mi piace farlo. Parlerò di due documenti europei che riguardano
le politiche linguistiche, anche in continuità con il lavoro che, come
ProteoFareSapere Prato, avete fatto alcuni anni fa e che ha portato alla
pubblicazione di Il mondo delle lingue nel nostro Paese.
Parlerò del Quadro comune europeo di riferimento
per le lingue e del documento più recente Una sfida salutare, quello che
Claudio chiama il documento Maalouf, dandone però una lettura critica.
Spesso si citano, ma si sa poco di questi documenti. Cercherò di
soffermarmi solo su quelle informazioni che spesso non si conoscono.
Allora, il plurilinguismo: mi rifaccio al tema
di questo convegno. Numerosi sono i richiami europei al plurilinguismo, fra
questi il Quadro comune europeo di riferimento per le lingue, la cui
prima edizione è del 1996/97, poi una seconda edizione del 2001,
l'edizione italiana è del 2002. E poi Una sfida salutare. Mentre
il QCER porta la firma del Consiglio d'Europa - che non ha niente a che
vedere con l'Unione Europea, perché il Consiglio d'Europa nasce nel
dopoguerra ed è tutta un'altra organizzazione; il secondo invece porta la
firma della Commissione Europea, è del 2008 ed è il risultato di
incontri che hanno avuto luogo a fine anno del 2007.
Partiamo dal QCER. Come dicevo è il più
importante documento di politica linguistica a livello europeo prodotto
negli ultimi anni. Nasce per superare le barriere
della comunicazione tra i cittadini europei, con lo scopo ultimo di favorire la
mobilità europea nella prospettiva di un'educazione permanente. Il
documento fa una descrizione accurata dei livelli linguistici, che conosciamo
benissimo. Però ha tanto altro che nessuno poi alla fine conosce bene.
Faccio adesso degli esempi sugli usi impropri del QCER
in Italia. Il documento è stato concepito per giovani- adulti, quindi non
per bambini a scuola.
Una osservazione a proposito: non si può
rifiutare il permesso di soggiorno per soggiornanti di lungo periodo in base al
non superamento di un test di lingua costruito sulla base del Quadro comune europeo
di riferimento.
Il Ministero dice chiaramente nel noto Decreto
Ministeriale del 2010 che occorre raggiungere il livello A2 del QCER per
ottenere il permesso di soggiorno di lungo periodo.
Come si permettono i governi di utilizzare un livello
linguistico che è stato concepito non per questo scopo, ce lo chiediamo
tutti, ma se lo chiede anche Piet Van Avarmaet, che lavora per il Consiglio
dŐEuropa ed è uno dei protagonisti delle politiche linguistiche europee.
In un convegno a Perugia del 2006, egli ha esortato gli italiani ad usare in
modo più appropriato il QCER.
Come accennato sopra, ci sono due decreti che
riguardano il rilascio del permesso di soggiorno, il Decreto Legislativo del
1998 e il Decreto Ministeriale del 2010. Cito l'ultimo:
"Test di conoscenza della lingua italiana al
cui superamento è subordinato il rilascio del permesso di soggiorno Ce
per soggiornanti di lungo periodo."
"Per il rilascio del permesso di soggiorno Ce
per soggiornanti di lungo periodo, lo straniero deve possedere un livello di
conoscenza della lingua italiana che consente di comprendere frasi ed
espressioni di uso frequente in ambiti correnti, in corrispondenza al livello
A2 del Quadro Comune di Riferimento Europeo per la Conoscenza delle Lingue
approvato dal Consiglio d'Europa."
Quest'uso che si fa del Quadro comune Europeo di Riferimento,
ripeto, non è previsto da tale strumento.
Veniamo al secondo documento, più recente (2008)
ed importantissimo, promosso dalla Commissione Europea (non dal Consiglio
d'Europa): Una sfida salutare: come la molteplicità delle lingue
potrebbe rafforzare l'Europa.
Cosa non mi piace di questo documento:
Il "Gruppo di intellettuali per il dialogo
interculturale" non è composto né da linguisti né da
antropologi.
Ora, a me sembra un po' strano che, se esistono delle discipline scientifiche
come la linguistica e l'antropologia, non ci siano, in commissioni di questo
tipo, figure che abbiano competenze scientifiche su questi oggetti di
conoscenza, cioè le lingue e le culture. E il documento risente di questa
ignoranza.
Inoltre, il documento ha uno stile propagandistico
eurocentrico.
Nel documento hanno poi predominanza, nelle scelte di
politica linguistica, motivazioni di carattere economico.
Infine, Una sfida salutare fa una più o meno
implicita graduatoria delle lingue europee.
Qui si tocca il culmine dell'eurocentrismo e del
potere economico legato alle scelte politiche. Esempio:
"La conoscenza di una lingua relativamente
rara darebbe un vantaggio supplementare, comparabile a quello di una
specializzazione rara in un settore di punta."
Quando Claudio ha illustrato i vantaggi della
conoscenza delle lingue, ha inserito per ultimo il lato economico. Questo mi
è piaciuto. Questo documento, quando fa una classifica delle motivazioni,
mette sempre per primo l'aspetto economico. E si tratta di una commissione di
intellettuali, cosa che mi fa sorridere amaramente.
"Bisognerà trovare altri modi per
distinguersi, per affermare la propria differenza e la propria
specificità, e avere così migliori carte da giocare sul piano
professionale."
Sembra che l'interesse della commissione riguardi
principalmente il cercare lavoro e trovarlo.
"In un civiltà in cui la comunicazione
acquista così grande importanza e si dispone di sempre più tempo
libero, aggiungere alla propria esistenza questa esplorazione di un altro
universo linguistico e culturale non può che essere fonte di grandi
soddisfazioni professionali, intellettuali e affettive."
Come si vede l'ordine lessicale, nel documento, mette
sempre al primo posto aspetti di carattere economico- professionale.
Veniamo alla graduatoria delle lingue europee - qui a
mio avviso si tocca il punto più basso del documento.
"Lingue emblematiche che hanno avuto un ruolo
di primo piano nella storia del continente, lingue che [grazie alla proposta
del documento] potrebbero così arginare il loro declino ed entrare in una
fase della loro storia di rinnovata vitalità."
Non è difficile capire a quali lingue ci si
riferisca: francese? Tedesco?
Ora, che un documento europeo faccia questa classifica delle lingue a me pare
grave. Nel documento si menziona, poi, (ovviamente) anche il latino.
Nella Sfida, però, c'è una cosa che mi
piace, ed è la proposta di trilinguismo, così formulata.
"L'Unione Europea dovrebbe farsi promotrice
dell'idea di Lingua Personale Adottiva. L'idea è quella di incoraggiare
ogni cittadino europeo a scegliere liberamente una lingua distintiva, diversa
dalla sua lingua identitaria e anche dalla sua lingua di comunicazione
internazionale."
Riassumendo, il documento prevede, la Lingua Madre di
ogni cittadino, una Lingua Internazionale e una Lingua Personale Adottiva.
In Italia il documento per ora è letto soltanto
dagli intellettuali, da chi si occupa di glottodidattica. Ma non ha avuto per
ora nessun esito; su questo ci informa anche Massimo Vedovelli, il rettore
dell'Università per Stranieri di Siena.
Una distinzione fra plurilinguismo e multilinguismo.
Mentre il multilinguismo è la com- presenza, in compartimenti
rigidi, di più lingue, all'interno di una persona e all'interno di un
Paese, il plurilinguismo è qualcosa di più
complesso. Vi leggo un brano del QCER, che, ripeto,
è un ottimo documento.
"L'approccio plurilingue mette l'accento
sull'integrazione, cioè, man mano che l'esperienza linguistica di un
individuo si estende dal linguaggio domestico del suo contesto culturale a
quello più ampio della società e poi alle lingue di altri popoli,
queste lingue e queste culture non vengono classificate in compartimenti
mentali rigidamente separati, anzi, conoscenze e esperienze linguistiche
contribuiscono a formare la competenza comunicativa, in cui le lingue
stabiliscono rapporti reciproci e interagiscono. A seconda della situazione ci
si può affidare con flessibilità alle diverse componenti di questa
competenza per entrare efficacemente in comunicazione con un determinato
interlocutore, Per esempio, gli interlocutori possono passare da una lingua o
da una varietà linguistica ad un'altra".
Noi siamo portati a pensare alle lingue come a
compartimenti stagni: non funziona così nella mente- cervello.
"Il Plurilinguismo è la condizione del
mondo", dice Massimo Vedovelli e io sono completamente d'accordo.
"Il Plurilinguismo può diventare un
fattore di sviluppo civile, culturale, economico per il Paese". Anche
se personalmente non mi trovo spesso d'accordo con l'Università per
Stranieri di Siena, vedete uno studioso cosa dice? ŇCivile, culturale,
economico": Massimo Vedovelli è infatti un linguista. La
Commissione Europea dice: "Economico, professionale, eccetera."
Il Italia c'è un'ideologia secondo la quale uno
Stato può avere una sola lingua.
Gli italiani hanno lavorato tanto per avere una
lingua, ma questo non è un traguardo. La politica nazionale è stata
sempre contrassegnata da una spiccata tendenza al monolinguismo.
La mia proposta: superare la sfida. Con
l'ambiguità del significato: è una sfida anche superare il
documento europeo.
La scuola deve prendersi cura di tante cose:
di tutto il repertorio linguistico offerto dalla variazione
linguistica dell'italiano (variazione diafasica e
diamesica);
a. la scuola, purtroppo - io ci lavoro come
facilitatore e come formatore - non tiene conto della variazione di registro,
come si usa il linguaggio nelle situazioni (variazione diafasica). Nella
scuola si continua a dire che "a me mi" è un pleonasmo,
e questo è un errore, "a me mi" è perfetto usato in
famiglia, forse meno appropriato se parliamo, in contesti formali, con la
dirigente dell'istituto; ma in famiglia si può (si deve) usare.
b. variazione diamesica, cioè legata al
mezzo, orale o scritto. La scuola italiana tende a privilegiare,
sfortunatamente, solo lŐitaliano scritto.
c. la scuola deve prendersi cura delle parlate locali
(variazione diatopica) e dei dialetti, e non lo fa. Si parla di
plurilinguismo, ma non valorizziamo né la variazione all'interno
dell'italiano né le lingue ŇmigrantiÓ presenti nella scuola.
La mia proposta è questa, visto che a tutt'oggi
non esistono cattedre di lingue extraeuropee nella scuola del primo ciclo
dŐistruzione: perché le scuole non adottano, citando il
documento europeo di cui sopra, una lingua
extraeuropea? Perché, se a Prato ci sono tanti bambini sinofoni nelle
scuole, le scuole non adottano, con i loro fondi e la loro autonomia
scolastica, una lingua straniera e la insegnano a tutti i bambini della scuola
o ad una parte di essi in progetti pilota? Se veramente crediamo nel
plurilinguismo, questa potrebbe essere una proposta fattibile.
Se si insegna solo francese, tedesco e inglese, che
sono le lingue insegnate prevalentemente nelle scuole a Prato, si fa davvero
plurilinguismo? La mia opinione è che non si stia valorizzando il
patrimonio linguistico della penisola; che non si stia promuovendo, in ultima
analisi, il plurilinguismo nella società italiana.
La Lingua Scolastica Adottiva potrebbe essere quella o
quelle più presenti nell'istituto perché parlata/e dai bam- bini
figli di migranti. L'urdu per esempio? L'arabo? Il cinese?
Concludo con un passo conosciuto:
"I Galaaditi presero i guadi del Giordano che
conducevano a Efraim; quando un fuggiasco di Efraim diceva 'Lasciatemi
passare', gli uomini di Galaad gli chiedevano 'Sei un efraimita?. Se questi
rispondevano 'No', i galaaditi gli dicevano 'Ebbene di' shibboleth'.
L'efraimita diceva 'Sibboleth', non sapendo pronunciare la parola
correttamente. Allora lo afferravano e lo uccidevano presso i guadi del
Giordano. In quell'occasione perirono quaranta- duemila efraimiti."
[Libro dei Giudici 12, 5]
Questo per mostrarvi quanta discriminazione ci sia
dietro fatti di tipo linguistico.
DIBATTITO
FRANCA RUOLO
penso che la lingua vada vissuta nella relazione: se
io entro in classe e trovo dei bambini che credo già di conoscere sulla
base della lingua che parlano o delle origini che hanno, comincio già con
il distruggere la relazione, non costruisco nulla, anche dal punto di vista
didattico non sono efficace perché ho un preconcetto iniziale. Chi entra
in classe deve fare il lavoro di relazionarsi umanamente.
LEONARDO
Da tanti anni faccio il maestro elementare e sono
d'accordo con quello che dice Franca: in classe non si gettano ponti, casomai si costruiscono
con i bambini per andare da qualche parte. Purtroppo il pregiudizio è
umano e superarlo è la cosa più difficile per un insegnante. Penso che lo sforzo
principale debba essere quello di mettersi in gioco tutti i giorni. Non solo
sulla faccenda che i bambini sono plurilingue, ma su tutto. Ogni bambino
è una personcina a sé anche se più o meno parla la nostra
lingua perché siamo nati nel solito posto e si ha una famiglia che da
tanti anni abita qui. Personalmente penso che molti insegnanti considerino
questo il loro compito principale, altri invece nella migliore delle ipotesi
svolgono un'attività che gli permette di guadagnare e, nella peggiore
delle ipotesi, invece sono contenti di trovarsi in una posizione di vantaggio
rispetto ai bambini con cui hanno a che fare.
Credo che un obiettivo in classe sia quello di darsi
un'identità e questa cosa si è potuta realizzare attraverso
l'esperanto, trent'anni fa, nella classe del figlio di Andrea Lulli, Lorenzo.
Erano tempi in cui non c'era l'obbligatorietà dell'inglese, tempi in cui
si dava spazio alle sperimentazioni e si diceva che per l'età dei bambini
e per quella che doveva essere la funzione della lingua straniera, la scelta dell'una
o dell'altra non era importante.
Da questa situazione siamo passati a quattro lingue
straniere e poi a una soltanto, l'inglese, cioè l'imbuto si è
ristretto tantissimo. Poi l'imbuto si riallarga un po' nella scuola media dove
ci sono due lingue straniere di cui però una per forza deve essere
l'inglese e l'altra comunque europea. Alle superiori si ritorna, se non
sbaglio, al solo inglese, fatta eccezione per il liceo linguistico.
ANDREA BIGAGLI
Nei licei linguistici come il Livi e il Copernico,
una ragazza che lo frequentava sosteneva che come terza lingua poteva optare
anche per una extraeuropea. Potevano all'iscrizione barrare anche il cinese o
l'arabo che, credo, sarebbero state attivate sulla base del numero raggiunto.
Diciamo che un piccolo passettino è visibile.
ALAN
Conosco dei colleghi che stanno facendo il TFA
(tirocinio formativo attivo) come insegnanti di cinese. A tutt'oggi non esiste
la cattedra statale di cinese, quindi la situazione è un po' ambigua
perché questi miei colleghi fanno un tirocinio
attivo pagando dei soldi ma a tutt'oggi non esiste la
cattedra. Le sperimentazioni di progetti con lingue extraeuropee sono fatte in
Lombardia e in Piemonte, per quel che ne so, però sono sempre delle
sperimentazioni; il Ministero si concentra solo sulle lingue europee.
LEONARDO
per me l'esperanto è una specie di terreno in
cui mi trovo bene e la stessa cosa è per molte altre persone che abitano
in posti lontanissimi.
È qualcosa di simile alla musica. Se un
musicista viene in Italia e trova un posto dove andare a suonare, si sente un
po' a casa. La stessa cosa accade con lo sport. Per l'esperanto è la
stessa cosa: se vado all'estero cerco di trovare qualche esperantista con cui
stare un po' insieme.
ALAN
ho fatto l'analisi di due documenti se- condo me
importanti: il Quadro Comune di Riferimento Europeo e Una Sfida
Salutare. Sono documenti importanti che possono anche mostrare dei punti
deboli oggi, ma comunque parlano di plurilinguismo e puntano al plurilinguismo.
Tuttavia l'Italia non riesce a stare al passo e neanche a fare il plurilinguismo
delle varietà italiane che ha nel proprio paese. Si fa una politica
dell'italiano monolingue: si stabilisce una regola e si insegna che quella
regola debba essere applicata in tutte le situazioni comunicative. L'Italia
segue una politica fallimentare sia per quanto riguardo l'educazione
linguistica dell'italiano sia per quanto riguarda
l'educazione linguistica delle lingue europee ed
extraeuropee.
ANDREA LULLI
Vorrei partire dalla questione esperanto per fare
un'osservazione generale. Il fenomeno Esperanto si inserisce in una
problematica che testimonia quanto sia importante comunicare, capirsi fra
culture diverse, fra esperienze diverse. Penso che questo sia un punto
essenziale.
Io sono assolutamente a favore del plurilinguismo,
purtroppo come paese siamo ai margini per quanto riguarda il livello delle
istituzioni, cosa che non coincide, fortunatamente, con quello che è il
livello sociale. A livello istituzionale però, la nostra
marginalità è indiscutibile. Anche se devo dire problemi su questi
temi sono presenti anche altrove.
Però comunicare è importante, capirsi
è importante. Da profano dico: senza una lingua di comunicazione
può non esserci il sapere. Il sapere se non è comunicato rischia di
rimanere nelle mani di chi lo conosce. Penso che questo sia un approccio
importante e diverso da quello che avete affrontato fino ad ora. L'esperanto -
non so se ha avuto sviluppi rispetto a qualche anno fa - ma ha costituito un'utopia
che mirava a costruire un linguaggio per tutti perché ha un corpus di
miscellanea fra le varie culture che è un po' in contrasto con le cose
che ho sentito qui. Perché un conto è la lingua parlata in
famiglia, fra amici, e che rappresenta un aspetto da prendere in considerazione
anche se non so fino a che punto sia da nobilitare fino a
trasmetterlo nell'insegnamento. Su questo sono
abbastanza conservatore.
Il problema è che, a mio avviso, anche oggi il
linguaggio e la padronanza del linguaggio ha molto a che fare con il potere,
non solo politico ma anche economico e finanziario. Quindi per me tutto quello
che facilita la comunicazione e che può essere alla portata è da
favorire. Aumenta la civiltà oltre che la democrazia. Questo non significa
uccidere le particolarità. Però un codice che consenta la
circolazione delle idee e dell'informazione a tutti è fondamentale.
Per quanto riguarda la proposta alla quale accennai
alla Monash, esistono varie personalità, vari scienziati che la sostengono.
Un meccanismo che consenta un traduttore automatico personalizzato.
Il fatto poi che questo traduttore personalizzato
possa svolgere compiti professionali, che riesca a trasmettere il concetto fino
in fondo, è sicuramente un problema da prendere in considerazione, ma
credo che uno strumento che consenta una comunicazione accessibile a tutti,
sarebbe utile anche per salvaguardare il linguaggio della famiglia e quello del
territorio e la spontaneità delle esperienze vissute.
Sono anche d'accordo che nelle scuole si debbano
insegnare più lingue, comprese le lingue extraeuropee. A Prato istituire
l'insegnamento del cinese non sarebbe certo una cosa sciocca, però per
varie ragioni (per pigrizia intellettuale o per ragioni diverse), non tutta la
popolazione sarà in grado, almeno per un periodo non breve, di
emanciparsi in un rapporto plurilinguistico. Per questo penso che sarebbero
utili strumenti che consentano la comunicazione e che possono servire anche
viaggiando per
il mondo in luoghi dove non si conosce la lingua ma
dove si è nella necessità di entrare in relazione. È questa
una questione che resta aperta. Tanto più in un mondo in cui le
informazioni viaggiano senza barriere e senza filtri (anche se qualche volta
qualche filtro sarebbe anche opportuno). Insomma la tecnologia può dare
il suo utile contributo purché non uccida quel patrimonio culturale che
ogni tipologia di linguaggio può esprimere.
Lo strumento è da considerare utilitariamente,
per fare un passo in avanti, non per uccidere quello che c'è.
Vorrei a questo proposito segnalare questo libro di
GIOVANNI BIGNANI uno scienziato dell'azienda spaziale italiana. In un suo
recente libro "Il mistero delle sette sfere", che è una
specie di racconto, si chiede "Cosa ancora ha da scoprire l'uomo?"
Nel libro, questo strumento del traduttore automatico, lo dà per scontato
nel senso che ormai la tecnologia è in grado di facilitare la
comunicazione senza un apprendimento da parte del soggetto. Il traduttore
funzionerebbe sulla lingua parlata, orale.
C'è poi una questione che riguarda un punto
delicato, il fatto che la parola, qualunque parola, è in crisi. Il
significato della parola comincia a essere non più univoco. Alla fine non
so se questo è un processo positivo o un processo che alla fine riproduce
grandi emarginazioni. Alla fine chi possiede le chiavi di accesso al potere
economico, finanziario, del sapere rimane favorito. Quando la parola perde di
significato, il problema diventa molto serio. Per cui tutti gli strumenti che in
qualche modo ci consentono di dare un accesso il più ampio e uniforme
possibile debba esser salutato favorevolmente anche se sono consapevole che su
questo punto ci possono essere delle obiezioni.
Qualcuno mi ha detto: "ma vuoi levare il pane
agli interpreti?"
No, non voglio levare il pane a nessuno. Mi viene a mente quando si cercò
di introdurre la posta elettronica certificata e di sostituire quella cartacea,
mi trovai di fronte a chi mi diceva "Ma così si licenziano i
postini", risposi che invece "si tratterà di trasformare
il lavoro".
Penso che il tema sia quello di dare gli strumenti
affinché la comprensione sia la più ampia possibile e a questo
scopo la tecnologia può essere d'aiuto.
ANDREA BIGAGLI
Vorrei fare una osservazione sul già detto prima
di fare il mio intervento. Vorrei osservare che mentre esiste uno standard a
livello di lingua scritta, non esiste uno standard a livello di lingua orale
nella realtà dei fatti, non solo non esiste in italiano, ma non esiste in
nessuna lingua. Quindi mi chiedo come possa esistere uno strumento su questo
piano.
LULLI
Le informazioni in un millimetro sono miliardi. Ormai
abbiamo una intelligenza artificiale che elabora e si incrementa
automaticamente
BIGAGLI
Nessuna lingua muore finché non muore
fisicamente il parlante. Quindi non c'è alcun pericolo. Non esiste
un'emergenza. Per quanto riguarda la lingua comune,
una soluzione funzionale potrebbe essere a livello scritto come funzionava il
latino classico. Roma era un crocevia di parlate. Nessuno ha parlato il latino
ciceroniano se non in sedi ufficiali, serviva per questo, nella comunicazione
ufficiale da condividere con gli altri popoli del grande impero, ma non era una
lingua di comunicazione orale e pratica. Quella lingua non è comunicazione
è informazione
ALAN
Nell'attesa che ANDREA sistemi il computer per la sua
relazione, vorrei chiedere a Leonardo se sono stati fatti esperimenti di neuro-imaging
sull'esperanto al fine di verificare se attivano le stesse aree del
cervello delle lingue naturali.
La cosa non è scontata: per esempio il latino
non investe la stessa area di Broca. Mi piacerebbe sapere se una lingua
artificiale, però parlata oralmente con quella affluenza, possa avere
delle differenze, sapere insomma se c'è biodiversità
LEONARDO
Francamente non ho la risposta. Potresti però
contattate Federico Gobbo che è un linguista che si interessa di
esperanto, per sapere se c'è stata una ricerca in tal senso (Gobbo
è autore, fra l'altro, del testo "Fondamenti di interlinguistica
e esperantologia, pianificazione linguistica e lingue pianificate",
Cortina editore 2009)
RELAZIONE ANDREA BIGAGLI
intitolo la mia relazione in modo un po' polemico
"Ricerche vs Speculazioni". Si tratta di un'indagine
scientifica dei processi d'apprendimento tradizionali e di bambini figli di migranti.
Perché? Negli ultimi dieci anni con il forte aumento nelle nostre classi
di presenze di bambini figli di migranti, c'è stata anche una grandissima
produzione di articoli e di saggi relativamente all'acquisizione o
all'apprendimento della lingua italiana orale e scritta da parte di questi
bambini. Questi scritti arrivano dalle figure più disparate, che possono
essere insegnanti, ma anche giornalisti, o universitari.
Giustamente e lecitamente, perché è giusto
che ognuno abbia un'opinione propria.
Ma cosa succede nel caso dell'insegnante? All'interno del gruppo di bam- bini
apprendenti di italiano Lingua Seconda ci sarà sicuramente un gruppo
più o meno numeroso che fa un percorso previsto, attraversando degli
stadi che l'insegnante conosce, ma ci sarà qualcuno che invece
risulterà atipico, con un percorso acquisizionale diverso da quello che
hanno avuto gli altri bambini.
E quindi l'insegnante, lecitamente, si chiederà
se il bambino non possa avere un disturbo che gli impedisce di raggiungere gli
stessi livelli che hanno gli altri bambini.
Lecitamente. Tuttavia il
terreno in questo caso è molto, molto scivoloso.
Prima di tutto a causa della situazione linguistica di
questi bambini, che non sono bilingui classici, sono bambini bilingui successivi,
non hanno un'acquisizione bilingue simultanea con babbo italiano e mamma
canadese per
esempio, in modo che contemporaneamente sviluppano con
dei tempi X entrambi i codici.
In questi casi invece c'è un bilinguismo molto particolare perché a
casa, tipicamente, si parla la lingua materna o la variante della lingua
materna. Loro sono bilingui grazie alla società in cui sono inseriti.
Quindi la traiettoria di sviluppo della lingua seconda segue dei percorsi molto
singolari che non sono assolutamente paragonabili a quelli di un bambino
bilingue tradizionale. Quando si fa un'indagine linguistica su bambini bilingui
successivi non posso indagare solamente la lingua seconda che fra l'altro ha un
percorso di acquisizione totalmente particolare. Ho bisogno di indagare
entrambi i codici, sia della lingua 1 che della lingua 2.
Il problema che si pone a questo punto è che ho
bisogno di materiale in Lingua 1 e spesso materiale in Lingua 1 di bambini di
migranti non è così semplice da reperire. Non solo, c'è anche
da prendere in considerazione il fatto che la stessa acquisizione della
madrelingua non può essere paragonata all'acquisizione che un bambino fa
all'interno del suo paese. La traiettoria particolare si verifica non solo
nella lingua 2 ma anche nella lingua 1.
La conseguenza è che risulta poco affidabile
proporre da parte dei servizi (ma anche da parte degli insegnanti che spesso a
scuola sono invitati a fare degli screening sulla popolazione
scolastica), qualunque tipo di test che allo stato attuale è
standardizzato solo su bambini monolingui. Nel nostro caso questi test non
danno alcun risultato affidabile: i risultati che raggiunge il bambino bilingue
successivo non si può paragonare alla taratura del test fatto per i
bambini monolingui.
Questa difficoltà ha indotto a produrre qualcosa
di particolare, cioè la traduzione del test dall'italiano nelle lingue
dei migranti. Nulla di più sbagliato. Perché?
Quando vado ad indagare un disturbo del linguaggio e
anche un disturbo di apprendimento in una certa lingua, mi baso sul fatto che
ogni lingua ha dei marcatori specifici. Per esempio in italiano ci sono
alcuni elementi che il bambino affetto da un disturbo del linguaggio, sbaglia:
possono essere i pronomi atoni, per esempio "Mario lo mangia",
quel lo il bambino affetto da disturbo del linguaggio o non lo mette o
lo cambia con altri elementi. Questo per l'italiano, altre lingue hanno altri
elementi. Quindi se io riporto gli elementi dell'italiano in un'altra lingua
non ottengo nulla, soprattutto quando tratto lingue tipo-logicamente molto
diverse come possono essere l'italiano e il cinese.
Quindi alla fine qual è il discrimine per
ottenere un protocollo adeguato? Per verificare se ci sia o no un disturbo del
linguaggio?
È quello di effettuare prima di tutto una
raccolta dati sul gruppo specifico. È questa la condizione affinché
io abbia un protocollo con una serie di prove che mi possano dare dei dati
certi, scientifici.
Qual è la caratteristica di un protocollo?
È la standardizzazione di un dato: quando io ho
un valore, devo confrontarlo con il valore del protocollo perché la sola
distanza di un'unità mi può portare il bambino all'interno di una
categoria con disturbo oppure no. Questo ha ovviamente delle ricadute notevoli
per il bambino.
La conclusione di tutto questo discorso è che
senza aver fatto prima una raccolta dati specifica all'interno dei bambini
bilingui successivi io non potrò avere nessun risultato affidabile da
nessun altro test.
La raccolta dati va fatta sia per prove in lingua
italiana che per prove della Lingua 1(cinese, urdu, arabo marocchino, arabo
egiziano, eccetera).
C'è poi un'altra considerazione da fare per
quanto riguarda i bambini bilingui successivi: restano da considerare una serie
di fattori relazionali, e quindi anche il tipo di contesto nel quale essi
vivono. Ci possono essere dei bambini che hanno un'esposizione all'input più
alta per questioni di tipo socioeconomico che spesso, non sempre, può
essere una variabile importante. Questa cosa può variare la
velocità nell'acquisizione della lingua seconda.
Riprendendo il titolo e la premessa, ciò che
distingue un'indagine scientifica e una speculazione, pur lecita, è il
fatto che io mi possa riferire a un corpus di dati. Questa esigenza,
anzi la consapevolezza di questa esigenza non arriva dal 2013 ma risale almeno al
1600, a Galileo.
Concludendo: il valore di qualunque articolo,
pubblicazione, prodotto che non faccia riferimento a un corpus di questo
tipo resta quello di una lecita, ma personale opinione.
CHIARA RECCHIA
Dovrebbe essere un compito della cittadinanza
pretendere dagli amministratori di fare delle scelte corrispondenti alle idee
oltre che alle necessità e sarebbe bello se anche le scuole potessero e
facessero cose di conseguenza.
Cosa succede? Succede che abbiamo parlato di cinesi
perché siamo qui, avremmo potuto parlare di altri, comunque vorrei dire
che la cosa più importante alla fine è quella di formare le teste,
le teste ben fatte, e allora guardiamo quella proposta delle tre lingue: la
prima quella del paese nel quale sta la scuola, la seconda una lingua
comunitaria e la terza una lingua d'elezione.
Ora se anche soltanto si facesse questo, quante lingue
sarebbero coinvolte?
Ora è giusto che la prima lingua sia quella del paese dove si sta, come
anche che la seconda lingua sia una lingua europea, ma qui vorrei aprire una
parentesi: è chiaro che il latino si è affermato perché era
la lingua di Roma e che l'inglese si è affermato perché è la
lingua dell'Inghilterra e degli Stati Uniti, e il cinese probabilmente si
affermerà perché è la lingua dei cinesi, però tornando
all'interno, fra le lingue comunitarie, in Europa ci stanno una cinquantina di
lingue, anche porsi il problema di scegliere una lingua comunitaria è
già una scelta con risvolti economici prima ancora che culturali. E
tuttavia mi sta anche bene che in questa situazione l'italiano sia messo fuori,
e però è la terza lingua che salva l'italiano, come salva tutte le
altre lingue, la lingua d'elezione. Certo non è obbligatoria, però
anche un cinese può scegliere l'italiano, come un italiano può
scegliere la lingua dei pakistani, e questo sarebbe davvero un arricchimento
delle capacità di relazione, un arricchimento culturale, unica strada che
si deve prendere, non quella di cercare una cosa unica, scritta o parlata che
sia. Questo significherebbe un depauperamento, un'atrofizzazione del cervello.
BALDUCCI
Sono stati trattati molti punti interessanti ma
dovevamo forse precisare meglio alcuni nodi della discussione: il convegno
sembra soffrire della confusione fra due punti di vista che devono invece
essere divisi: ciò che abbiamo detto fra Lingua Seconda e Lingua
Straniera è una distinzione fondamentale. Se ne è parlato invece
come se fossero la stessa cosa. Per esempio il mio intervento era centrato sui
problemi relativi all'apprendimento della Lingua Straniera.
Il problema della Lingua Seconda è chiaro: tu
sei in un paese e hai dei problemi di rapporto che poi diventano problemi di
rapporto interpersonali, diventano fondamentalmente questioni antropologiche,
problemi sociali. Questa cosa deve essere affrontata necessariamente nell'immediato.
Quando Franca dice "non bisogna aver paura di perdere qualcosa",
il suo punto di riferimento è interno all'apprendimento delle Lingua 2
dove c'è un rapporto diretto fra persone.
Il problema è diverso se tratto la Lingua
Straniera.
A livello di Lingua Straniera c'è un popolo che si confronta con un altro
popolo, non è più un problema di incontro fra individui. A livello
di Lingua Straniera si affronta il contatto con altri popoli.
Quando studio una Lingua Straniera, per esempio
l'inglese, qui, in Italia, e seguo il metodo comunicativo, devo fare una
simulazione e la simulazione ha una specificità di apprendimento che
è tutta un'altra cosa dall'apprendimento della Lingua, io devo imparare a
simulare. Quando mi trovo davanti uno studente che deve imparare a simulare,
può capitare che quello studente non riesca a simulare
assolutamente nulla. Lui vive all'interno di questo
paese, sente la realtà di questo paese. Quando gli chiedo di comprare un
chilo di pomodori in Inghilterra, oppure di chiedere in inglese una bibita
mentre sono qui in Italia, quello studente deve fare uno sforzo enorme, che non
è di tipo linguistico, ma psicologico, ed è un problema
completamente diverso e può diventare una violenza.
Il caso dell'apprendimento della Lingua 2 è
diverso: se sei in Italia con il tuo bambino e gli insegni a comprare una
bibita in italiano, non gli poni un problema psicologico, ma linguistico, non
gli fai violenza, lo aiuti.
In quanto appartenente a un popolo determinato,
l'italiano, io vivo i rapporti con gli altri popoli come interlocutori
internazionali ma mediati dalla lingua madre, dalla mia lingua. Leggo la
letteratura straniera in italiano, vedo i film stranieri in italiano.
L'italiano è vissuto come lingua universale.
Quando invece devo imparare una lingua che non è
la mia lingua ma che è la lingua parlata nel paese in cui mi trovo a
vivere, io percepisco questa realtà, so che gli altri parlano in modo
diverso dal mio e questa lingua diversa dalla mia, mi si impone psicologicamente,
mentre la mia lingua subisce un declassamento, nella mia psicologia prima di
tutto, il che fa sì che io non sia più motivato a usarla
produttivamente.
Andrea dice che non esiste il problema della scomparsa
delle lingue perché la mia lingua muore con me. In effetti potrei anche
rimanere solo e sentire il bisogno di parlarla solo a livello di
quotidianità familiare ed essere castrato nell'usarla in modo letterario
o scientifico, cioè a livello di alta cultura. Questa problematica però
c'è solo a livello della
Lingua Straniera. A livello della Lingua Seconda il
problema non si pone.
Volevo poi fare un inciso relativamente al documento
della Sfida Salutare.
Noi abbiamo affrontato questo documento nel precedente convegno individuando il
fatto che la commissione Maalouf non si pone il problema di come dirigere
l'apprendimento delle lingue nel modo auspicato.
In effetti ci sono delle dinamiche che portano
automaticamente, per la forza delle cose, a una riduzione nella scelta delle
lingue. Il peso maggiore va verso l'inglese e un pochino al tedesco e ora anche
allo spagnolo. È la realtà che porta a questo, in modo anche
falsato, in modo cioè indotto psicologicamente da una percezione che non
risponde alla realtà delle cose e che diventa quindi fuorviante.
Nel nostro precedente convegno per esempio, c'era un docente francese di Metz.
Metz è al confine con la Germania dove tradizionalmente gli studenti
sceglievano il tedesco come lingua straniera. Ora la vicinanza con i tedeschi
non è venuta meno, né l'utilità primaria del tedesco per gli
abitanti di Metz, ma la psicologia fa sì che ora quasi tutti studino
l'inglese perché la percezione delle lingue è tale che ciò
che si impone è l'inglese a prescindere dalla sua utilità
reale.
La conclusione di questo discorso è che se non c'è una politica che
miri a degli obiettivi auspicabili, il movimento automatico delle cose rischia
di andare in direzioni indesiderate e controproducenti.
LEONARDO
il fenomeno di una lingua inventata che si diffonde
così tanto e dura per così tanti anni penso che meriti attenzione,
sia da parte dei linguisti che da parte degli antropologi. Credo che quella
esperantista sia una comunità che merita di essere studiata. Il video
dà l'idea della colorita vivacità degli incontri esperantisti.
Scherzando si dice che l'Esperanto è un po'
calcato sulla radice EDZ che vuol dire marito o moglie e PER che è
complemento di mezzo, per dire che tanti maschi e femmine si son conosciuti
agli incontri esperantisti, si sono piaciuti, si sono sposati e hanno fatto
bambini trilingui, perché uno era di una lingua, l'altro di un'altra e la
lingua comune era l'esperanto.
Un altro esempio di trilinguismo è quello di un
amico operaio in pensione che ho qui a Prato. Questo amico verso i sedici,
diciassette anni imparò un po' d'esperanto da uno zio, anche lui operaio,
che aveva imparato l'esperanto in un campo di prigionia in Spagna durante la
guerra civile. E aveva imparato l'esperanto da un polacco. Questo zio gli passò
dei libri e dei quaderni scritti da lui. Quando questo mio amico ha avuto
l'opportunità delle centocinquanta ore per prendere la licenza media, ha
ripreso anche lo studio dell'esperanto. E Alberto, il mio amico, mi ha sempre
detto questo: "Io sono trilingue, sapevo il pratese, ho imparato
l'esperanto e l'esperanto mi è servito per imparare l'italiano".
FRANCA
Vorrei sottolineare che nella mia testa non c'è
confusione fra Lingua Seconda e Lingua Straniera, altrimenti non potrei
nemmeno praticare il mio lavoro. Sono convinta che non
esista una difficoltà comunicativa laddove le persone che si incontrano
non mettono in atto delle dinamiche di ostacolo. Posso usare qualunque
strumentazione supertecnologica, tecnologica, scientifica o fantascientifica,
per tradurre un concetto ma in realtà sto dando un'informazione, non sto
parlando con una persona, non sto comunicando, sto dando semplicemente
un'informazione e può anche accadere che quella informazione finisca per
impedire proprio la comunicazione con quella persona.
Questo blocco non avviene quando due persone hanno
voglia di incontrarsi effettivamente, infatti il comportamento comunicativo
riesce particolarmente bene con i bambini, che non hanno difficoltà a
comunicare e non hanno bisogno di nessun traduttore.
L'anno scorso quando sono andata in Brasile sono
partita senza conoscere la lingua portoghese. Sono arrivata e gli adulti non mi
capivano, i bambini sì. Perché?
Ho imparato dai bambini a parlare. Uno dei bambini
italiani del video che sta imparando il cinese ci dà la risposta giusta.
Lui sta studiando il cinese perché interessato a una bambina. È a
partire da qui che mi chiedo quale sia la difficoltà: in realtà la
difficoltà è legata proprio all'essere persona. Se voglio
comunicare con un'altra persona lo posso fare in tanti modi. Chiaro che se devo
leggere un'opera di narrativa, se devo leggere Dante Alighieri ho bisogno di
uno studio tradizionale, però quello non è un incontro fra persone.
Io sono siciliana e sono bilingue, come quasi tutti gli
italiani. Quale tipologia culturale trasmette la mia lingua? Anche
quando parlo in italiano, mi sentirei tremendamente
stanca a usare un traduttore per comunicare con qualcuno. In effetti io non
provo alcun terrore psicologico nell'usare una lingua che so usare poco, mi
sembra anche un po' rischioso a livello di stati, nazioni, perché la
lingua è veramente uno strumento politico, lo può diventare, lo
è diventato molte volte. Io non lo riscontro nel mio lavoro, nella mia
vita quotidiana, anche con gli adulti, io lavoro con gli adulti, anche con
persone non scolarizzate nel paese d'origine, che imparano a leggere e scrivere
in una lingua seconda che non conoscono, e senza saper leggere né
scrivere nella propria lingua madre, poi riescono a farlo. Tutto que- sto
avviene in una forma di comunicazione, senza strumenti che traducono i miei
sentimenti, le mie emozioni e le loro. Qualunque lingua che comunichi tutto
questo, quello che si vive, va bene. E non mi sento rappresentata da uno
strumento tecnologico. Posso fare una traduzione di quanto costa un chilo di banane
dall'italiano al cinese, però, appunto, questa è una traduzione.
ALAN
Vorrei riprendere il discorso sulla differenza fra
lingua e scrittura che sono due oggetti totalmente diversi: la lingua tutti ce
l'hanno, la scrittura no. La scrittura si apprende a scuola con fatica, il
linguaggio no.
BALDUCCI
laddove la scrittura esiste entra a far parte
integrante della lingua e diventano indissolubilmente interagenti.
ALAN
ma sono due oggetti diversi.
BALDUCCI
se non avessi creduto che sono due oggetti diversi non
avrei fatto una proposta basata sulla scrittura.
ALAN
La distinzione è interna al binomio noto fra natura
e storia. Se la lingua - e lo dico da linguista generativista - si
sbilancia sulla natura, la scrittura si sbilancia sulla storia. È un
binomio importante, però se dico lingua - lo dico dal punto di vista di
chi fa ricerca linguistica - lingua è lingua orale.
La scrittura è storia, è convenzione,
pratica umana convenzionale. Quando Claudio parla di difficoltà, sono
d'accordo ma si tratta di difficoltà relative alla scrittura. Sulla
lingua orale, se appresa attraverso le relazioni in corsi con approcci
umanistico-affettivi, questa difficoltà, nel nostro lavoro di
facilitazione linguistica, non la troviamo, neanche con gli adulti. L2/LS:
sì c'è una differenza, ma una differenza legata soprattutto all'Italia,
su come viene insegnata la lingua straniera. La differenza negli apprendimenti
non è così forte.
Io ho fatto una ricerca negli Stati Uniti, la mia
ricerca di dottorato, sullŐacquisizione dellŐitaliano come lingua
straniera in un college statunitense, dove ho raccolto
dei dati mentre insegnavo come lettore di italiano. Gli errori dei ragazzi sono
gli stessi dei ragazzi in immersione L2. Anche questa differenza va in qualche
modo ricalibrata.
In Italia le lingue, purtroppo, si insegnano o con
queste simulazioni grottesche chiamate erroneamente metodo comunicativo, o con
il metodo grammaticale-traduttivo.
Esiste, tuttavia, tutta un'altra serie di approcci ma
nella scuola italiana essi tardano ad arrivare. Se non ci si mette in
discussione a livello relazionale, le lingue non si imparano. L'insegnante di
lingua ancora non ha percepito mol- to bene che si deve mettere in relazione.
Cioè io faccio domande ai miei allievi, non chiedendo pomodori a un
bambino - che gliene frega - ma giocando con lui, entrando nel suo mondo e
imparando con lui, anche sbagliando e ricalibrando. Riprendendo lŐintervento
sulla scuola di Andrea Lulli, Ňperché la scuola?Ó, io rispondo
perché da essa non si può prescindere se parliamo di lingue. Mi
richiamo a Franco Fabbro, ancora oggi il più grande neurolinguista
italiano, egli dice che la scuola italiana perde una sfida importante
perché le lingue si imparano, anzi si acquisiscono da bambini. Purtroppo
la scuola italiana fino ad oggi faceva lingua in modo massiccio alle superiori
quando ormai la lingua si apprende ma non si acquisisce, quando andrà a
svilupparsi in altre aree del cervello.
Perché parlo di scuola, quindi? Perché se
si parla di lingue si parla di scuola, perché è quello l'ambiente
in cui si fa lingua, in cui si fa plurilinguismo. Tutto quello che si fa dopo
è solo ŇqualcosaÓ: il vero plurilinguismo si fa a scuola, fra l'altro
interagendo in scambi comunicativi significativi e naturali.
Ultima cosa, sono d'accordo sull'aneddoto pratese-
esperanto-italiano di cui ci raccontava Leonardo Pampaloni: la distinzione fra
dialetto e lingua non esiste. Il pratese non è meno bello, non è
meno complesso dell'italiano standard. Cos'è una lingua? È un
dialetto con un esercito e una marina. Cioè la differenza è solo
questa, è solo socio- linguistica. Non c'è in termini linguistici,
anzi, i più grandi studi linguistici si sono fatti e si fanno sui
dialetti e sulle varietà non standardizzate.
BIGAGLI
a livello formale in accademia le discipline sono diverse,
chi si occupa della tradizione scritta è l'archeologia, chi si occupa
della lingua orale è la linguistica. Sono due binari che studiano due
oggetti diversi, che poi biologicamente - sono d'accordo - a un certo punto
interagiscono: faccio ora una ricerca sui bambini, c'è proprio una
interazione fra le due parti. Ma non c'è interazione fino ai dieci anni
fra le due modalità orale e scritta.
ALAN
Ho incontrato per le vie della città un
conoscente pratese che mi ha esortato nel mio lavoro, essendo io linguista e
formatore, a ŇpubblicizzareÓ il sistema vocalico toscano, che poi è
quello normativo italiano, perché Ňla maggior parte degli italiani non
sa che il sistema vocalico è a sette vocaliÓ e soprattutto, ha
continuato, Ňnon sa usarle!Ó. Questa è mera chiacchiera da bar. Un
sistema a cinque vocali non è
meno nobile di uno a sette vocali. Il sistema standard
ha soltanto vinto una battaglia.
LULLI
è sempre così. L'inglese che è
predominante, può darsi che venga sopraffatto da una variante dello
spagnolo perché gli Stati Uniti si stanno ispanizzando. Se ci sarà
una rivolta dei cittadini di origine spagnola, lo imporrà. Ma questo non
significa che quello è il punto di arrivo del processo evolutivo, a meno che
non si riesca a fare una mediazione tipo esperanto che non presuppone
l'uccisione delle peculiarità ma che è la chiave più diretta
per comunicare. Io apprezzo molto quello che hai detto sui sentimenti e sulle
emozioni che prescindono dalla conoscenza per- fetta di una lingua e sono
formidabili le possibilità di evolvere sulla base di questi sentimenti e
i bambini sono più spontanei perché non hanno tutte le bardature
degli adulti e riescono a essere meno condizionati da tante cose, però
c'è un punto sul quale fare attenzione: fra scrittura e linguaggio orale
c'è interazione, ed è chiaro che il linguaggio prevalente si
trasforma in scrittura.
ALAN
non per tutte, su varie migliaia solo poche centinaia
hanno una scrittura.
LULLI
ma sono quelle che governano il mondo.
ALAN
è quello che sto dicendo.
LULLI
anch'io, appunto. Il linguaggio fa parte di un
bagaglio culturale, di un vissuto di tradizioni diverse e quindi anche i
sentimenti le emozioni vengono trasmessi. Lungi da me voler meccanicizzare le emozioni
e i sentimenti, tutt'altro, sono le ultime cose che ci rimangono, le più
belle della vita, ma resta il problema di facilitare la comprensione, e questo
è un fatto di civiltà e se volete anche di democrazia, perché
il trasmettere le cose senza farle capire diventa un problema rilevante, in
un'epoca nella quale ormai, quando perde di spessore tutto, c'è
l'effimero, e alla fine si finisce per non capirsi anche se si parla lo stesso
linguaggio.
Credo che questo sia un problema di importanza crescente
senza nulla togliere all'evoluzione naturale delle cose, all'esperienza al
vissuto, al fatto che quella persona non sia umiliata o sacrificata,
perché a tutti venga data la possibilità di realizzarsi. Su questo
mi trovate totalmente d'accordo, però c'è un altro livello, quello
di mettere in condizione tutti di avere la possibilità di capire, dare un
accesso almeno minimo, e a questo riguardo, penso che la tecnologia possa
aiutare.
ALAN
il nocciolo della questione di nuovo è
linguistico, lo strumento tecnologico è giusto che ci sia per garantire
l'informazione, non la comunicazione, la comunicazione è un'altra cosa,
è un rapporto "caldo" fra persone.
LULLI
Dovremmo allora parlare anche di un'altra cosa,
dell'immagine che ormai sta soppiantando tutte le altre forme di comunicazione.
Che siano cose diverse siamo d'accordo, ma c'è anche una comunicazione
che è pubblica.
BIGAGLI
secondo me è un uso improprio.
CHIARA
D'accordo che ci sia un gap linguistico italiano e che
bisogna partire dalle scuole. Certe questioni della lingua straniera dipendono
dall'organizzazione scolastica, soprattutto dalla mancanza di tempo. Il numero
delle ore dedicate alla lingua è diminuito. Vorrei chiedere a tutti
quelli che lavorano a scuola: "saremmo d'accordo ad aumentare
considerevolmente il numero delle ore di lingue?". In queste ore
aggiuntive dovremmo poi scegliere la proposta europea oppure quella vocazione
antidemocratica per cui la decisione sarebbe centralizzata. Purtroppo ci sono
dei presupposti sbagliati, diffusi fra la gente, come nel caso
riportato sulle vocali. Si tratta evidentemente di
scelte differenti.
CLAUDIO
Bene, le luci si spengono e siamo costretti a chiudere
su questo intervento che ha aperto più questioni di quante non ne siano
state trattate oggi.
CULTURA
Ultimo
convegno ricapitolativo sulla CULTURA, alla biblioteca roncioniana, tenuto il
28 giugno 2013
Il teatro come specchio della vita e le difficoltà
attuali di assolvere a questo ruolo - le lingue di serie A e le lingue di serie
B: deperimento culturale delle lingue di serie B - i cambiamenti epocali del
contesto culturale e la resistenza dell'importanza della qualità e
dell'originalità - La varietà come antidoto alla massificazione e
alla crisi della cultura che è crisi economica e spirituale - il nostro
razzismo culturale - i musei come snaturamento del contesto artistico -
l'Italia come il luogo più ricco di varietà - necessità
culturale di valorizzare le peculiarità - metropoli e periferie
CLAUDIO BALDUCCI
Questo sulla Cultura è il quinto convegno
che Scheda ha organizzato da metà maggio a tutto giugno. I primi
convegni sono stati sul Teatro, sulla Letteratura, sulla Musica e sulle Lingue.
Infine questo che vuol essere ricapitolativo.
L'interrogativo iniziale
era questo: "in questo periodo di grande crisi, possibile che nessuno
parli di cultura come di un mezzo dal quale forse si può anche trovare
una via di uscita o comunque un accompagnamento o una sopravvivenza?".
Allora abbiamo organizzato questi convegni. Il
progetto iniziale ne prevedeva un numero maggiore, ma riprenderemo il discorso
probabilmente in autunno.
Il primo convegno era sul Teatro, ed è
stato fatto al Magnolfi. Ha visto la partecipazione di sedici persone. Ci sono
sembrate pochissime. Anche per quello sulla Letteratura ci sono sembrate
poche diciannove persone. Il convegno sulla Musica ne contava dieci.
Quello sulle Lingue nove. Anche in questo convegno, che è ricapitolativo,
siamo pochi, dieci persone in tutto. Diciamo però che non era uno dei
nostri compiti quello di avere dei grandi pubblici e in questo non-compito
siamo riusciti benissimo.
Vorrei comunque far notare che, grosso modo, malgrado
tutto, abbiamo coinvolto una sessantina di persone quindi non è
pochissimo anche se si tratta di coinvolgimenti
settoriali. L'obiettivo principale era però
quello di riuscire a coinvolgere le persone nel dibattito e direi che su questo
piano il livello è stato molto interessante. Abbiamo le registrazioni e
quindi daremo memoria dei risultati di quanto per ora ottenuto.
Passiamo ora a delle brevi relazioni su quanto è
stato fatto, poi cercheremo di individuare quelli che sono stati i punti
salienti per vedere fino a che punto si può approfondire quanto è
stato detto.
Poiché abbiamo affrontato ogni convegno nel suo
specifico, oggi dovremo cercare di individuare le eventuali somiglianze e le
eventuali differenze.
Avendo partecipato a tutti i convegni una prima impressione
generale è che ogni convegno abbia scoperto sempre qualcosa di nuovo che
può valere anche per gli altri e quindi potremmo in qualche modo metterli
in sintonia.
Io relazionerò per il convegno sulle Lingue perché
ne ero il coordina- tore. Niccolò era il coordinatore del Teatro,
Jacopo della Musica. Manca il coordinatore per la Letteratura,
perché la nostra coordinatrice è leggermente al mare.
Cercherò di dire qualcosa io su questo convegno.
Partiamo dunque da Niccolò per quanto riguarda il
Teatro seguendo lŐordine con cui si sono succeduti i convegni stessi.
NICCOLÒ LUCARELLI
Il Teatro è un settore che presenta non
poche difficoltà, non solo economiche, ma anche a livello di ispirazione.
A livello di contemporaneità, per esempio,
emergono difficoltà a interpretare la società considerando che il
teatro dovrebbe essere lo specchio della vita, come si dice da tremila anni a
questa parte, quando nacque nell'antica Grecia. Oggi sembra che non si riescano
a penetrare a fondo quelle che possono essere le problematiche, le aspirazioni
o comunque a fornire un ritratto fedele della società contemporanea. Si
pensa che i nuovi mezzi di comunicazione a cominciare da inter- net abbiano
causato una certa alienazione anche da parte degli operatori culturali in
rapporto alla società che dovrebbero interpretare.
Le difficoltà sembrano legate alla
superficialità con cui si affronta una tematica sociale. La conseguenza
di questo stato di cose è che per trovare del buon teatro sembra
indispensabile, ancora oggi, ricorrere a quello degli autori classici, anche se
non lontani nel tempo, come Harold Pinter che viene considerato l'ultimo vero
autore contemporaneo. Dopo di lui purtroppo c'è stato un calo
d'ispirazione. Lo stesso teatro Metastasio l'ha sperimentato direttamente.
C'è stato ad esempio uno spettacolo, La Modestia di Rafael
Spregelburg uno dei registi argentini più acclamati sulla scena
contemporanea, che tuttavia non sembra aver convinto sufficientemente la
critica perché non riesce scavare bene nella psicologia contemporanea, si
resta su degli sperimentalismi fini a se stessi, senza fornire una risposta a
quelle che possono essere problematiche e aspirazioni attuali.
Manca un collegamento vero e proprio fra gli operatori
del teatro e la società, una frattura, anche perché si registra un
progressivo allontanamento forse dovuto anche a una eccessiva
autoreferenzialità, con un percorso eccessivamente sperimentalista e
quindi troppo ermetico
per quelli che sono i gusti anche del pubblico meno
colto e preparato.
Dall'altra c'è una scarsa volontà di andare incontro a quello che
è il target attuale del pubblico.
Ci troviamo davanti a un problema con due volti: da
una parte ci sono mancanze drammaturgiche, dall'altra un sempre minor interesse
da parte del pubblico.
Questo è quello che è emerso, una
problematica che potrebbe forse esser risolta dal sistema scolastico che
dovrebbe tornare a formare in modo più approfondito gli studenti e
cambiare quello che è l'approccio alla cultura che negli ultimi anni
è diminuito fortemente, anche semplicemente a livello di curiosità.
Non si tratta infatti di diventare tutti quanti
esegeti ed esperti dei vari settori culturali, il fatto è che sembra
mancare proprio la semplice curiosità, per cui lo spirito critico che ci
poteva essere fino a trent'anni fa, oggi è fortemente diminuito. Lo
stesso Metastasio negli anni d'oro, fino agli anni Ottanta aveva un foyer che
era gremito fino a oltre una e due ore dalla fine dello spettacolo, perché
il pubblico si tratteneva a parlare con gli attori, li attendeva all'uscita dai
camerini, aspettava il regista, c'era uno scambio di opinioni molto attivo,
vivace, cosa che oggi non avviene. Un po' perché forse il teatro è
diventato troppo autoreferenziale, un po' perché la qualità è
sempre minore, oltre alla scarsa curiosità, al minore spirito critico,
alla diminuita spinta a confrontarsi e ad aprirsi al dialogo con quelle che
sono le varie realtà culturali.
Questo a grandi linee è quanto emerso nel
convegno da me diretto.
CLAUDIO
Come accennato faccio una breve e parziale relazione
io al posto di Chiara in merito al convegno sulla Letteratura.
Parto riallacciandomi a un tema affrontato anche per
il teatro e che potrebbe essere trasversale.
Per il teatro è stato notato da vari partecipanti, da Masella ad Andrea
Mitri, che, mentre c'è una forte richiesta di partecipazione al teatro,
cioè di farlo, come attori, come registi e scrittori, le sale sono
però vuote ed è sempre più difficile ottenere una
partecipazione soddisfacente.
Bene, la stessa cosa è stata notata anche per la
letteratura: c'è tanta vo- glia di scrivere e tanta poca di leggere. Si
potrebbe concludere che, fondamentalmente, questa sia diventata una
caratteristica trasversale nel dialogo culturale, che tende sempre più a
diventare monologo: tanta voglia di parlare e poca di ascoltare.
Nello specifico della letteratura possiamo dire che
scrivendo ci si esprime con la propria lingua, e osservare (cosa che abbiamo
già visto nel convegno sulle Lingue) che la nostra lingua, per noi,
è la lingua universale, quella che serve per tutte le cose, per tutte le
lingue e ci si immagina che arrivi ovunque. Però che cosa succede? Quando
mi metto a scrivere davvero - e questo succede più per la poesia e meno
per la fiction, per il romanzo - succede che io mi rivolgo a un interlocutore
immaginario e questo interlocutore immaginario ha subito nel tempo, uno
slittamento. Con il fenomeno della globalizzazione il nostro interlocutore
immaginario è diventato un interlocutore globale che
oltrepassa i limiti del nostro paese, i limiti della
nostra lingua.
Un segnale della differenza rispetto
all'internazionalismo novecentesco ce lo può dare la pratica
dellŐinsegnamento delle lingue.
Questa era basata, allora, sulla traduzione, sulla scrittura e basta, non c'era
quasi orale: la scrittura e la traduzione mediavano il nostro rapporto con
l'estero.
Ora invece i contatti sono diretti, sono percepiti
come diretti, anche se la lingua resta un forte ostacolo. La situazione è
dunque questa: da una parte abbiamo un interlocutore percepito come globale,
dall'altra restiamo rinchiusi all'interno della nostra lingua.
Ora, se la lingua che usiamo è una lingua
universale o una lingua che sentiamo come universale (mi riferisco all'inglese,
in qualche modo anche al francese, in modo crescente allo spagnolo e anche al
russo e, in un cre- scendo sempre più forte al cinese e all'arabo),
succede che la trasversalità di queste lingue faccia sì che io
possa ancora sentirle come universali.
Ma per una lingua che rischia di diventare di serie B
- e questo accade per tutte le lingue non citate - psicologica- mente, questa
cosa diventa un freno, la globalizzazione non stimola la produzione culturale,
ma la demotiva. Se penso alla poesia, che è fra le forme creative, la
più radicata nella lingua madre, tale forma è quella che più
risente di questa castrazione linguistica: per chi scrivo le poesie? come
faccio a immaginarmi un interlocutore? Mi trovo a sbattere contro le barriere
linguistiche in modo fortissimo.
Questo, dell'interlocutore globalizzato, che blocca la
creatività alla periferia, sembra essere un tema trasversale. I nuovi
mass media sembra che potenzino, ma invece limitano l'universo delle lingue di
serie B.
Bene, passiamo al capitolo dei finanziamenti.
La cultura non crea prodotti di consumo, non crea merci nel senso comune del
termine. Da questo punto di vista difficilmente può vivere di risorse
proprie.
D'altra parte gli Enti Pubblici hanno sempre minori risorse e a volte non hanno
neanche delle politiche.
E tuttavia durante il convegno sul teatro è stata fatta un'osservazione
importante a questo riguardo: l'Italia sembra che non abbia una politica
culturale. Magari ha anche dei fondi e a volte neanche troppo minori di quelli
che mette sul piatto per esempio la Francia.
La Francia invece ha una politica certa, sicura, ben organizzata con degli
obiettivi chiarissimi.
L'Italia invece non ce l'ha e quindi va un po' a pioggia, in modo che appare
casuale o per pressioni clientelari, senza, insomma, che si riesca a
individuare una politica culturale. Ma che succede?
La Francia produce a livello teatrale spettacoli di valore molto minore di
quelli prodotti da un'Italia senza politica culturale.
Ci si può interrogare sul perché. Qualcuno durante il convegno
sulla musica ha fatto l'osservazione che la politica francese, è troppo
nazionalista e quindi castrante nei con- fronti della creatività e non
riesce a promuoverla pur essendo precisa, insistita e determinata.
Sempre in occasione del convegno sulla musica è stata contrapposta alla
politica culturale francese, quella tedesca che invece aprirebbe a una
libertà espressiva e sulla
discriminazione qualitativa indirizzerebbe i suoi
fondi.
Il problema a questo punto si porrebbe non tanto sulla inutilità di una
politica culturale quanto sul tipo di politica.
Comunque è vero che a livello teatrale, in
Italia, pur in assenza di una politica, ci sono stati dei grandi artisti e dei
grandi registi.
Si tratta allora di verificare che tipo di politica
debba fare un ente pubblico, perché la cultura senza un finanzia- mento
pubblico è difficilmente prosperante.
Nel corso del convegno sulla Letteratura è stato
toccato un altro tema trasversale che è stato centrale nel convegno sulla
musica. Si tratta della proprietà dei diritti d'autore.
I nuovi progressi tecnologici hanno reso fragile la
possibilità della proprietà autoriale che fino a poco tempo fa
poteva essere materializzata sul supporto di registrazione: l'oggetto libro per
la letteratura, l'oggetto disco per la musica. Oggi è possibile scaricare
gratuitamente quasi tutto e goderne direttamente online o conservarlo su una
chiavetta usb. Che succede? Succede che viene meno la possibilità stessa
della privatizzazione del diritto intellettuale e creativo.
Si tratta di un'autentica rivoluzione. Di fronte a
ciò alcuni pensano che tutto ciò possa demotivare la
creatività, mentre altri intravedono la possibilità di diffonderla
meglio, non più legata a un supporto materiale, ma legata direttamente
all'autore o all'esecutore, alla performance, all'evento.
Quel che è certo è che le cose non possono
tornare come erano prima e che dovremo pensare modi nuovi per sostenere la
creazione e la diffusione della creatività.
JACOPO BELLI
I punti salienti emersi nel corso del convegno sulla Musica
possono esser schematizzati così:
a. viviamo in un tempo critico, o comunque di
passaggio, è quindi prevedibile che emergano delle dinamiche nuove. Si
tratta di un momento in cui le risorse sono minori e dovremmo quindi aspettarci
che vengano rivalorizzate delle cose, cioè quelle che piacciono e quelle
che sono meritevoli. Fondamentalmente l'idea che è aleggiata è
quella della qualità.
b. un tema importante della discussione è stato
quello del mercato e della globalizzazione cercando di individuare le nuove
dinamiche che si manifestano nella musica.
c. per quanto riguarda il tema della qualità -
tema collegato al mercato - è stata notata questa rinascita della musica live,
intesa come necessità per il musicista di esibirsi in un evento che
fondamentalmente dovrebbe essere unico di quel momento. Tutto ciò ha a
che fare ovviamente con la decadenza del disco-grafico per cui un'opera nel
momento in cui viene fatta può essere immediatamente replicabile in mp3,
all'istante. Come risposta a questa replicabilità il Live invece,
non perde di qualità perché esige la partecipazione dal vivo,
essendo il Live una celebrazione.
Posso portare ad esempio i casi di alcuni amici che
hanno risposto al cambiamento delle condizioni economiche dedicandosi all'arte
di strada. In questa hanno incontrato un lavoro nuovo.
d. La discussione ha affrontato anche un'ampia
panoramica sociale, dove il fenomeno invasivo della musica - di sottofondo e
non - ci accompagna ovunque, come una
tempesta mediatica: al supermercato, alla TV,
addirittura in ambienti naturali quali parchi, piscine, zoo. Senza contare
l'avvento alla nostra coscienza dell'irriducibile sottofondo sonoro del nostro
corpo, tanto da dover concludere che il silenzio in realtà altro non
è che una immaginazione astratta non riscontrabile nella realtà.
Cosa emerge da tutto ciò? Paradossalmente il fatto che si apprezza la
musica più vicina al silenzio.
e. tutto questo complesso di novità, di
difficoltà, di emergenze percettive, ci ha riportato all'importanza della
qualità e alla responsabilità del musicista nel tendere a fare cose
significative. Il tema della qualità resiste alla minimizzazione e alla
replicabilità.
f. Tornando al tema del mercato, ci siamo chiesti come
riuscire a utilizzarlo senza appartenergli troppo e soprattutto ci siamo
interrogati su co- me internet possa dare una mano per lanciare la propria
musica e dargli una diffusione di pubblico. Questa è sicuramente una
possibilità che però deve essere utilizzata in modo corretto: il
fatto di poter arrivare a tante persone rappresenta sia un canale che un'arma
per il musicista che, infine, una possibilità per l'ascoltatore.
g. In sostanza resta ferma l'importanza
dell'originalità delle proposte musicali, l'importanza di inserire sempre
qualcosa di nuovo su ciò che si fa in modo che l'ascoltatore non sia mai
annoiato e in modo inoltre da non incorrere in un'operazione di plagio.
h. Rispetto al fatto che le cose vengano replicate
massivamente e che tutti possano suonare, l'abbiamo trovata una
possibilità. Il futuro ci riserverà altre opportunità
che scaturiranno da tutto questo assemblaggio di
situazioni non tutte necessariamente negative.
Ovviamente per un musicista di professione non è
più pensabile lavora- re come lavorava una volta, mercificando il disco
come prodotto del proprio lavoro.
Questa trasformazione del mercato è ormai un
fatto che però, grazie al lavoro sul campo, può essere reso
produttivo o comunque può esser relegato a problematica secondaria.
Semplicemente se cambia il mercato deve cambiare anche il nostro lavoro.
CLAUDIO
Malgrado la permanenza al mare, Chiara ha saputo
vincere la sua stabilità vacanziera ed è venuta da noi, anche se
leggermente in ritardo. Propongo quindi di procedere in questo modo.
Io relaziono sul convegno sulle Lingue dopo di
che passo la parola a Chiara che potrà colmare i vuoti che ho lasciato
nella mia breve relazione.
Dopo Chiara passerei la parola a Erica per il suo
contributo al convegno sulla musica. Poi coinvolgerei Lorena e infine Giuseppe
in modo che ognuno abbia la certezza del diritto alla parola. Ovviamente resta
la libertà di intervenire anche da parte di coloro che hanno già
relazionato fino ad ora.
RELAZIONE LINGUE
Per quanto riguarda il convegno sulle Lingue siamo
partiti dalla considerazione che quello sull'apprendimento di una o più
lingue straniere appare oggi come un imperativo, in questo momento globalizzato,
sempre più forte. Ora l'apprendimento di due lingue straniere, oltre alla
propria lingua madre, è stabilito nelle direttive dell'Unione Europea,
obiettivo che dove- va esser raggiunto alcuni anni fa per l'ottanta per cento
della popolazione. Naturalmente siamo lontanissimi dall'aver raggiunto questo
obiettivo, ma ricordiamo che l'Europa ha una situazione linguistica molto
particolare. Per l'Europa una politica linguistica è fondamentale
perché le diverse lingue sono la radice storica di tanti paesi: una
politica linguistica è quindi necessaria. Il difficile è
individuare la politica giusta e perseguibile.
C'è un grande accordo sul fatto che
l'apprendimento delle lingue straniere sia una cosa importante: apre la mente,
approfondisce la conoscenza, getta i ponti e così via.
C'è però un'altra parte della medaglia che
spesso non viene presa in considerazione.
Si tratta del fatto che l'apprendimento di una lingua straniera costa fatica,
priva del tempo che potrebbe essere utilizzato per tante altre cose. Per
esempio negli Stati Uniti o anche in Cina dove le lingue straniere sono
studiate proporzionalmente poco in paragone all'Europa, perché hanno
già lingue che possono essere usate nei loro rapporti internazionali. In
questi paesi, gli studenti hanno più tempo per affrontare e approfondire
i contenuti delle varie discipline.
Il compito di dover studiare una lingua straniera, due
lingue straniere, addirittura tre in alcuni casi, ci priva di tanto tempo che
potrebbe essere utilizzato in altri impegni.
Ci apriamo la mente, sì, ma relativamente, nel
senso che l'apprendi- mento di una lingua straniera richiede uno sforzo molto
intenso e di bassissima produttività. Con tutti i soldi impiegati per
l'apprendimento delle lingue straniere - sia a livello individuale che di stati
- la produttività risulta molto modesta.
Ci sono delle ricerche di eurobarometro e altre
più specifiche per l'Italia come quelle di LetItFly, più
approfondite, che dimostrano quanto questa produttività sia bassa.
Di fronte a questa difficoltà resta comunque il
fatto che la globalizzazione stessa ci impone il problema dell'apprendimento
delle lingue straniere. È però necessario a questo punto fare la
distinzione fra l'apprendimento di una Lingua Seconda e l'apprendimento
di una Lingua Straniera.
Non si tratta della stessa cosa. L'apprendimento della
Lingua Seconda è l'apprendimento di un lingua che si parla dove si
vive: io imparo l'inglese stando in Inghilterra, io imparo l'italiano stando in
Italia. Si tratta di una cosa ovviamente diversa dall'apprendere una Lingua
Straniera, cioè, per esempio, l'inglese o il Cinese stando in
Italia.
Se imparo l'inglese in Inghilterra io sento il bisogno, ho la motivazione, me
lo ritrovo da tutte le parti, imparo, ho bisogno della comunicazione
immediata.
Se sto in Italia e devo imparare come si fa a comperare un chilo di pomodori o
a prendere il biglietto del tram in inglese, questo apprendimento mi appare
irreale, non necessario,
non mi scatta alcuna motivazione. Per procedere devo
ricorrere a un tipo di capacità diversa dall'apprendimento linguistico,
che è la capacità della simulazione.
Nel corso del convegno sulle Lingue abbiamo affrontato
questo problema, con impostazioni diverse: di fronte alle spinte della globalizzazione
che risposte dare?
Le risposte possibili sono fondamentalmente quattro.
Tenendo presente che il caso dei paesi a lingua forte possono limitare la quota
di popolazione impegnata nell'apprendimento delle lingue, a differenza dei
paesi a lingua debole, che sono spinti a generalizzare a gran parte della popo-
azione questo tipo di apprendimento. Le proposte quindi sono:
a. puntare su una o poche lingue franche o
internazionali: l'inglese, lo spagnolo, e poche altre. Questa è la
politica che sembra la più naturale e che si impone da sola anche senza
bisogno di perseguirla.
Nei confronti di questa politica che, pur imponendosi
spontaneamente, è meno efficace di quanto si potrebbe pensare, ci sono
delle forti reazioni da parte delle lingue minori- tarie che si sentono
trasferire in serie B, con tutte le frustrazioni del caso. Come si può
ovviare a questa contraddizione oggettiva?
b. C'è la controproposta di ricorrere a delle lingue
artificiali. La lingua che
si è storicamente imposta maggiormente in questo caso è
l'Esperanto. L'Esperanto è nato solo per mettere in comunicazione,
è nata come Lingua Straniera, non come lingua per il popolo.
L'esperanto ormai ha una sua dignità, sono più di cento anni che
esiste, ha una sua letteratura.
Esistono dei gruppi sparsi che parlano l'esperanto, ha
una facilità di apprendimento molto superiore a quello delle lingue
naturali e evita il problema di mettere su un piano gerarchico le varie lingue,
egualitarizza i rapporti.
Anche l'esperanto però ha dei problemi: imparare
l'esperanto comporta comunque impiegare tempo oltre a ridurre ulteriormente la
motivazione dell'apprendente se paragonato all'apprendimento di una lingua
straniera naturale.
c. Una terza proposta è quella di puntare a un
forte sviluppo della strumentazione traduttiva e generalizzata. Si può
fare molto di più di quanto non sia già stato fatto e anche questo
rientra nelle possibili opzioni di una politica linguistica tesa a garantire
l'instaurarsi della comunicazione fra i popoli.
d. C'è poi una quarta proposta che porto avanti
a livello personale ma che non è mia, risale al 1600/1650, ai primi
gesuiti arrivati in Cina e che hanno conosciuto la scrittura cinese, capace di
unificare le diversità linguistiche, perché è un tipo di
scrittura che non registra la lingua parlata e quindi le diversità fra le
lingue, ma registra il contenuto e quindi il pensiero, ponendosi in modo
oggettivamente unificante.
A titolo d'esempio, in Cina ci sono cinque lingue che
non si capiscono fra di loro ma che usano la stessa scrittura: mentre a livello
parlato non si capiscono a livello scritto si capiscono perfettamente.
Il giapponese è una lingua totalmente diversa
dal cinese ma ha importato la scrittura dalla Cina. Con il tempo ha adattato,
anzi, ha arricchito i caratteri cinesi con altri caratteri per poterli gestire
sulla propria struttura e malgrado questo adattamento i cinesi sono in grado di
interpretare un cinquanta per cento di ciò che scrive un giapponese e
viceversa perché i caratteri semantici sono gli stessi.
Allora di che proposta si tratta? Il nome della
proposta è DIGRAPHIA, che in italiano può essere confusa con
un'altra parola che si dice nello stesso modo ma si scrive con la F al posto
del PH.
DIGRAPHIA vuol dire due sistemi di scrittura per una
stessa lingua. Ciò vuol dire che se si accompagna alla scrittura
tradizionale alfabetica di una lingua, anche la scrittura dei caratteri cinesi
(cosa che ovviamente richiederebbe un lavoro di ricerca sistematico) otteniamo
uno strumento comunicativo estremamente potente con uno sforzo molto minore che
non quello richiesto dall'apprendimento di una lingua straniera.
Si tratta di una proposta che si pone accanto a quella
dell'esperanto, accanto a quella di poche lingue internazionali, e accanto a
quella volta al forte sviluppo della traduzione automatica, anche a livello
orale.
CHIARA RECCHIA
Il titolo del nostro convegno era Letteratura al
tempo della crisi e noi siamo partiti con delle convinzioni comuni fra i
relatori e anche fra le poche persone del pubblico.
La convinzione è che si vendono gli stessi titoli degli stessi autori in
tutti i luoghi di vendita. La nostra convinzione era provata dall'esperienza
quotidiana di ciascuno, ma soprattutto era anche stata detta molto bene in un
brano di David Grossman, scelto come documento iniziale del convegno, che
appunto parlava della massificazione della cultura e della letteratura. I mass
media trasmettono la cultura dello zapping in cui tutto è
contemporaneamente eclatante e indifferente.
Tale convinzione di un impoverimento progressivo in
corso è stata ribadita negli interventi di tutti i relatori. Direi che
lŐesito migliore del convegno è stato la ricerca degli antidoti a questa
crisi della letteratura, che è una crisi economica in quanto le librerie
chiudono e le piccole case editrici sono in difficoltà, ma è anche
una crisi spirituale, morale, di qualità, una crisi culturale. L'antidoto
allora qual è?
Ci diceva Lucia Balestri che i gusti del pubblico sono
ricchissimi, sono a trecentosessanta gradi, quindi la sua esperienza di
venditrice di libri è confortante: ancora non sono stati distrutti i
gusti dei lettori, solo che bisogna assicurare ai lettori che possano trovare
nelle librerie i libri di cui hanno bisogno per coltivare i propri gusti, per
non cedere alla massificazione.
D'altra parte anche l'esperienza, unica a Prato dal
2007, della casa editrice Piano B Edizioni, è confortante. Una
piccola casa editrice che fa uscire due libri al mese e che riesce a tirar
fuori anche i due stipendi per chi ci lavora. ŇCi siamo dovuti ritagliare
una nicchiaÓ ha detto Andrea Guarducci, in questo mercato librario che
distrugge i gusti, dove ci sono gli instant book scritti in contemporanea ai
fatti, oppure i libri della serie dei vampiri, o dell'erotismo al femminile, la
serie dellŐInferno e del Codice da Vinci, ecc., prodotti commerciali che, come
ha scritto Grossman, si leggono e non lasciano nulla.
Invece Il Piano B Edizioni ha trovato una strategia
vincente, quindi un antidoto, una sua nicchia commerciale e culturale insieme,
facendo nuove edizioni di libri d'autore, italiani e stranieri, a volte
traducendoli, ai quali danno una nuova veste grafica che attira anche i lettori
giovani, insomma libri per lo più piccoli ma soprattutto dimenticati e
tralasciati dalle grosse case editrici.
Io ho scoperto questa casa editrice due o tre anni fa
con un libro di Freud che si trova elencato nei libri di scuola ma che non si
trovava in libreria: ŇIl disagio della civiltàÓ.
Un altro antidoto è stato indicato soprattutto
dallŐartista Massimo Mori e dal bibliotecario Peter Genito, per i quali occorre
opporsi ai centri commerciali creando luoghi che sono contemporaneamente
libreria, biblioteca, bar, intrattenimento, divertimento, riflessione,
dibattito, ristorante: unŐagorà culturale veniva definita. A Prato
cŐè qualche esempio, ma deve ancora maturare, in modo da opporre ai non-luoghi
dei centri commerciali, usando l'espressione di Marc Augé, dei luoghi
che sono culturali, aspettando che cambi il mondo.
Ma siccome il mondo da solo non cambia, occorre
immettere dentro questa società sempre più massificata e alienata,
dei batteri positivi, dei fermenti benefici.
Erica ci ha fatto riflettere sulla nostra concezione
del tempo, sul tempo che ci manca sempre, mentre per leggere ci vuole tempo,
per pensare ci vuole tempo. C'è anche questo aspetto che impedisce un
lavoro culturale. Nè si può dire che tutte le case editrici
facciano sempre un lavoro culturale. Se pensiamo che sono due o tre i marchi
che controllano tutto il mercato editoriale, è chiaro che per lo
più si tratta di operazioni commerciali.
Volevo anche ricordare il contributo dello storico
Andrea Giaconi della Società pratese di Storia patria, che ha fatto un
bel lavoro proprio per il nostro convegno. Considerando il metodo dell'uso del
testo letterario come fonte storica, ci faceva riflettere sul fatto che
c'è nella produzione pratese un filo coerente che va da Malaparte -
parlando della letteratura
del secolo scorso - fino al contemporaneo e ancora
giovane Nesi. Un filo conduttore che ci parla di Prato e dei momenti di crisi
della storia di Prato, proprio in tema con l'argomento del convegno: Malaparte,
Meoni, Bettini, Nesti e altri, che si trovano nell'Antologia degli autori
pratesi edita proprio dal Piano B edizioni, un filo che si conclude con le
ultime due opere di Edoardo Nesi, ŇStoria della mia genteÓ e ŇLe
nostre vite senza ieriÓ che continuano sullo stesso argomento.
Voglio concludere citando un brano di Nesi: "In
questo momento di crisi del tessile pratese e quindi italiana e quindi europea,
parlare della crisi di Prato non significa parlare solo di Prato. Immettere
fermenti positivi in un luogo significa non solo metterli in quel luogo ma
darli un po' a tutti."
ERICA ROMANO
Durante il Convegno sulla Musica avevo fatto un
intervento sulla musica e la danza, in particolare sulla percezione della musica
da parte del danzatore. Jacopo diceva che il corpo è il nostro primo
strumento, a maggior ragione lo è per il danzatore che percepisce la
musica in una maniera che è più totalizzante per l'individuo: il
danzatore percepisce la musica con tutto il corpo come se il corpo si
trasformasse in un orecchio pensante che segue e accompagna le variazioni
musicali. La riflessione veniva da questo.
Di solito siamo abituati a fruire della musica
soltanto con l'orecchio mentre è importante anche la dimensione fisica
della musicalità perché è ciò
che poi permette l'improvvisazione, sia nella musica
che nella danza.
In effetti, forse ciò da cui dobbiamo ripartire
è proprio la forma di improvvisazione perché ha a che fare non con
qualcosa di strutturato o di superficiale, ma con qualcosa di più
profondo: quando il musicista o il danzatore improvvisano lo fanno partendo da
una conoscenza davvero approfondita di ciò che è il proprio corpo
in movimento. C'è dietro una grandissima esperienza, senza la quale non
si potrebbe improvvisare. Per questo, proprio per assecondare anche quelli che
sono i gusti e gli interessi del pubblico di oggi e per smuovere questi
interessi che sembrano rimasti un po' sopiti, la strada che ci siamo proposti
era proprio quella dell'improvvisazione.
LORENA BOVICELLI
Ho solo delle riflessioni. Per quanto riguarda le
lingue la cosa che mi viene in mente è che noi europei siamo popoli
fortemente conservatori, tendiamo praticamente a conservare quel poco di antico
che ci deriva dalla nostra storia. Viene da qui la nostra indisponenza verso
altre lingue, comprese le altre europee. Si tratta di qualcosa che assomiglia
molto a una forma di razzismo linguistico. Cos'è il razzismo? La paura
del diverso, quando ci rifiutiamo in qualche modo di imparare qualcosa per
comunicare, questo rifiuto può anche essere interpretato, molto elasticamente,
come razzismo.
Per quanto riguarda invece la letteratura, è stato accennato a forme di
aggregazione per leggere. È a questo proposito che vi informo del fatto
che l'Edison riaprirà, perché la
Feltrinelli ha deciso di rivalutare lo spazio, in
questo modo, con un progetto che comprende non solo una libreria, ma anche uno
spazio per mangiare, un ristorante, e un altro spazio per vendere (vestiti
forse), un po' sul modello della libreria di Bologna su tre piani.
La letteratura di oggi - è di Bobbio la battuta
- è una letteratura polvere, che non entrerà nelle
biblioteche o se entrerà sarà talmente marginale o emarginata che
forse non sarà ricordata. Poi, ci sono una serie di scrittori o di poeti,
non solo in Italia, che sono stati incentivati a scrivere perché
l'editoria si è aperta anche ai piccoli scrittori, spesso ingannandoli,
perché si fanno pagare, senza curarne la distribuzione. Già questo
fatto che persone che magari cinquant'anni fa, non avrebbero avuto spazio di
pubblicazione, si sentono importanti perché vengono manipolati, tanto che
se Dante venisse e dicesse "Sono un poeta", questo nuovo
scrittore a pagamento direbbe "Anch'io".
NICCOLȮ
alcuni dettagli da aggiungere al discorso sul teatro.
Per quanto riguarda il teatro il rischio della massificazione riscontrato in
altri settori, per il momento non si intravede, si cerca sempre di dare al
pubblico un pro- dotto di qualità.
Disgraziatamente spesso non ci si riesce perché
si è persa la capacità di interpretare i gusti del pubblico per cui
spesso si resta su livelli superficiali nell'interpretare la situazione
sociale.
Dall'altra ciò che gioca a sfavore della
drammaturgia è la questione del tempo, già visto per la lettera-
tura: leggere un buon romanzo richiede del tempo, rifletterci sopra ancora di
più. La stessa cosa si verifica con il teatro perché ci sono
spettacoli che superano l'ora di durata, tempo minimo necessario per
approfondire certe tematiche. Penso a classici come Pirandello o Ibsen o, in quelle
rare volte che avviene, per le trasposizioni di Dostoevskij.
Ovviamente si tratta di autori che non possono essere
condensati in quaranta, cinquanta minuti come vorrebbe la maggior parte del
pubblico, abituata a seguire spettacoli di questa durata, dove si tratta di
atti unici della drammaturgia contemporanea relativi a un teatro che può
richiamare il genere dell'antico varietà.
Quando però si ha a che fare con il teatro
d'autore, la drammaturgia classica, non può ovviamente svilupparsi con
questi tempi.
Questo dalla parte degli operatori, c'è
però anche il versante del pubblico che appare sempre più
riluttante a farsi coinvolgere in tempi che superino l'ora. Forse perché
non c'è più voglia di impegnarsi, di approfondire certe tematiche,
di riflettere, di capire.
Tutto ciò può esser legato a quella che
è l'attuale dinamica della società, la società istantanea
dove si consuma tutto su internet, non si leggono più i giornali, si
leggono le notizie flash, si comunica tramite email o messaggi via cellulare
con testi molto brevi. Si è creata una mentalità-fast dove
tutto deve essere consumato velocemente, ma si perdono elementi importanti che
però ci permetterebbero di capire
quello che stiamo leggendo, ascoltando o vedendo. E il
teatro ne sta facendo le spese.
L'eccessiva autoreferenzialità di tanti
drammaturghi contemporanei che non riescono a mettersi a diretto confronto con
la società e con il pubblico con cui necessariamente devono avere a che
fare, è probabilmente un riflesso di tutto ciò.
JACOPO
Riprendo il tema dell'improvvisazione, che poi è
l'indicazione più concreta venuta fuori dal convegno sulla musica.
Il lavoro del musicista precedentemente era un lavoro
di studio, magari su un disco. Ora si aprono nuove possibilità, per
esempio gran parte dei nuovi lavori sono diventati lavoro di insegnamento,
workshop, attività da praticare dal vivo.
Questo rientra nell'ottica di un notevole cambiamento
generale, dove però non va mai in crisi il bel lavoro fatto in modo
pratico e in presa diretta. In questo senso sono certo che non ci sarà
mai crisi, poiché la creatività non va mai in crisi neanche in
questo periodo, ci sarà sempre bisogno di originalità.
Per quanto riguarda la capacità di attirare il
pubblico, anche qui se si punta a qualcosa di semplice, di immediato e di
grande qualità le persone verrano sicuramente. Anche offrendo qualcosa di
molto semplice ma il più aperto possibile, questa specificità del
fare insieme rappresenterà una risposta positiva in questo periodo
particolare nel quale c'è un qualche arcano ritorno a qualcosa che ci
interessa
tutti quanti, noi poveri abitanti di un mon- do
inquinato che cerchiamo di allontanarci dai soliti passi sulla terra.
CLAUDIO
Stiamo attraversando un periodo particolarmente
ristrutturante delle cose. Pensiamo a quello che succedeva prima.
Prima degli Uffizi, per esempio, non esistevano i
musei. Le opere d'arte erano site-specific, fatte apposta per quel
luogo, di solito le chiese, i palazzi, le piazze.
Poi sono nati i musei e hanno snaturato il rapporto
delle cose con il contesto: le opere d'arte nascevano in un contesto, per un
contesto, volte a un senso generale del loro essere nella storia. Con il museo
le opere volte a esser poste nel museo, sono diventate autoreferenziali e hanno
perso di senso perché non erano altro che se stesse: io vado in un museo
e non apprezzo, devo riferire l'enorme quantità delle opere a se stesse,
alla storia dell'arte che in se stessa non ha senso perché ha perso il
collegamento con la storia dell'uomo. L'opera d'arte non fa più parte
della storia dell'uomo ma è diventata una storia a parte.
Se vado in una chiesa e guardo un'opera d'arte posso
ancora apprezzarla e riscoprirne il senso anche se l'occhio moderno abituato al
museo rischia di guardare anche l'opera contestualizzata in sé, come se
fosse in un museo.
Ho visto delle opere scultoree di Igor Mitoraj, messe
transitoriamente negli spazi aperti della nostra città ed erano
eccezionali e le ho apprezzate molto di più in quanto le incontravo, le
vede- vo nei luoghi vissuti della città.
La stessa cosa può esser detta per il teatro che
non è nato nei teatri, questi sono nati dopo, sono nati dalle feste, dai
riti.
Silvio d'Amico ha scritto la sua Storia del Teatro individuandone la
nascita in Grecia e ha osservato che il teatro è nato dalla tensione,
cioè nel momento storico in cui un paese non ha ancora definito il
problema di chi è il potere. In questo momento di tensione fra
l'autorità che cerca di essere autorevole e il popolo che non la
riconosce. In questo momento di tensione abbiamo delle creatività
teatrali in luoghi diversi, che possono essere i sagrati delle chiese - ma non
dentro: dentro la tensione fra autorità ecclesiale e teatro era troppo
stridente - oppure i mercati oppure luoghi diversi.
È solo successivamente che il teatro è
stato rinchiuso in luoghi specifici.
Adesso stiamo vivendo un periodo di ritorno. Non
capire questo fa sì che si combatta una battaglia per far stare le opere
d'arte nei musei - dove nessuno più le va a trovare con spirito
produttivo. Oppure per tenere il teatro rinchiuso nei teatri. Si tratta di una
battaglia persa, quella che cerca di rinchiudere nei luoghi che ormai ci
sembrano imprescindibili, le opere d'arte.
Si tratta invece di luoghi che sono
prescindibilissimi: la gente li ignora proprio perché non sta più
dentro l'autoreferenzialità, ha bisogno di ritrovare un senso che nel
chiuso dei luoghi deputati non è più riscontrabile.
Ecco, è a questo punto che diventa importante
quello che diceva Jacopo quando parlava della musica
Live, o dello spettacolo live, cioè del- l'evento:
ciò che diventa importante oggi è appunto l'evento. Questo non
cerca il luogo deputato, esso avviene laddove non te l'aspetti e diventa un flashmob
per esempio. I flashmob non sono pagati da nessuno, non sono
strutturati in nessun luogo, vanno laddove c'è la gente, rincorrono la
gente, i Centri Commerciali vanno benissimo. Avviene un evento, una danza, e i
promotori trascinano la gente che a teatro non va.
Per esempio noi abbiamo fatto un'invasione del Parco
Prato, con la Passeggiata Culturale dove c'è stata
l'installazione di Ignazio Fresu, Cento Scale, inaugurata con una musica
e una danza Sylenthesis, con graffitari sparsi ovunque, e l'ambiente si
è animato, le scalinate del Centro sono diventate una galleria di teatro,
la gente si è fermata a vedere la danza e a vedere l'installazione.
Probabilmente stiamo vivendo questa ristrutturazione
che ci porta a ripensare i luoghi storici, che vanno sicuramente conservati, ma
che avranno un dimensionamento diverso.
Molti anni fa, a Londra, cercavo un modo di mangiare e
di spendere poco. Trovai uno di questi posti in una specie di conca interrata,
una piazza interna al centro commerciale di Selfridges.
Giù nella conca di Selfridges, una piazza
interna, circondata da negozi di cucina etnica varia, italiana, messicana,
francese, eccetera. Ma la cosa interessante era che al centro della conca c'era
un pianoforte a coda e un pianista che lo suonava cantando dal vivo. Era
eccezionale, un'atmosfera unica. Era bellissimo. Un'atmosfera che non avrei
goduto così a un concerto. Probabilmente il pianista- cantante era
pagato, probabilmente ci campava.
Forse dobbiamo ripensare tutto ripartendo da zero,
senza fossilizzarci, senza insistere a voler ripartire da ciò che
c'è così com'è, perché è assodato che non ce la
fa a risollevarsi se continua a voler seguire schemi che sono ormai superati.
NICCOLȮ
Che ci sia una patinatura eccessiva nel presentare una
qualsiasi forma d'arte, è indubbio, ma parlando di spazio in senso lato,
devo dire che il teatro, almeno quando è di buona qualità, è
rimasto uno dei pochissimi spazi di effettivo dibattito democratico sulla
società.
Si faceva riferimento alla nascita del teatro in un
momento politico molto importante, di definizione appunto dell'autorità.
Il teatro di buona qualità riesce a portare
all'attenzione del pubblico tante riflessioni di carattere politico ma anche
sociale o comunque, riesce a fare un ritratto fedele di quelli che sono i
rapporti fra le classi sociali, gli attriti che ci possono essere.
Pirandello fa questo. Ibsen e il teatro borghese del
nord Europa è ancora un punto di riferimento per gli spunti interessanti
che può dare ancora oggi. Recentemente il Man- zoni di Pistoia ha aperto
la stagione con Piero Maccarinelli, con John Gabriel Borkman e questi autori
hanno rappresentato uno dei momenti più alti della stagione proprio
perché riuscivano a entrare profondamente nelle dinamiche dei rapporti
fra le classi sociali che ancora oggi si ritrovano. Quindi il teatro rimane uno
degli spazi principe fra i più liberi e democratici di dibattito sulla
società.
GIUSEPPE BONACCORSO
Innanzitutto bisognerebbe capire cosa si intende per cultura.
È un termine dal significato molto vasto. Un tentativo per giungere a una
sua completa e corretta definizione, se mai sarà possibile, non può
prescindere dallo studio degli ambiti culturali che l'hanno prodotta, ossia
dalle 'culture' che l'hanno espressa e che nel tempo la modificano.
Quello a cui assistiamo oggi è un generale
impoverimento culturale di tutte le società. Come italiano devo dire che
l'Italia è il paese più ricco di 'culture' e mi riferisco alle
diverse culture in essa presenti oggi definite, spesso impropriamente,
come identità culturali. Queste sono costituite dalle espressioni
linguistiche, dalla musica, dal teatro, dall'arte, dalla cucina e
dall'alimentazione, dalla gestione del territorio, dall'urbanistica, dagli
scambi e dalla capacità di confronto ecc. Tutti questi ambiti
rappresentano le manifestazioni culturali di una comunità.
Questa ricchezza del mondo sta progressivamente e
sempre più velocemente svanendo. L'Italia è il paese in questo
senso più ricco ma è anche fra quelli che non hanno capito la
ricchezza delle sue diversità culturali e ha rincorso e rincorre modelli
culturali standard, cercando di somigliare agli inglesi, agli americani, alla
Germania, alla Francia, ai cosiddetti stili di vita più diffusi del mondo
occidentale. Non ha capito che la sua ricchezza è fondata sulla
diversità di lingue, con le cosiddette lingue minoritarie presenti sul
suo territorio, i suoi tanti dialetti, le sue differenze nelle abitudini, i
suoi molteplici mestieri e, in definitiva, la sua ricchezza di cultura
artigianale.
Non a caso l'Italia è la nazione più ricca di espressioni
produttive artigianali, ossia dei modi di produzione più vicini
all'uomo. Diversità che i più diffusi
metodi produttivi moderni cercano di eliminare perché lontane dalla
auspicata standardizzazione dei prodotti.
Per essere economicamente e immediatamente profittevoli, le risposte
produttive, facendo leva sulle quantità, devono indurre e riprodur- re
continuamente 'bisogni' uguali per tutti. In questa logica non sono ammesse
soluzioni produttive 'personalizzate'. Allora, quando si impone un prodotto che
dovrebbe rispondere ai bisogni di sei miliardi di persone, si uccidono tutte le
differenze culturali.
La produzione - quella capitalistica - deve rendere
uniformi i bisogni e le risposte che ad essi si offrono perché solo
così si minimizzano i costi e si aumentano i profitti.
In questa logica è immediatamente intuibile che produrre centomila
prodotti diversi è decisamente più complicato e costoso. La
produzione massiva di prodotti e soluzioni identiche di vita a livello
planetario depaupera la ricchezza della diversità. Sì, perché
la diversità culturale produce nel tempo più ricchezza di una
società appiattita e priva di sogni e di fantasia.
Quindi la produzione va ripensata in questi termini e
opportunamente coniugata per rispondere ai bisogni di una comunità: il
popolo italiano, siciliano, pugliese, valdostano, piemontese, toscano ...
Ciascuna comunità deve, cioè, essere in grado di valorizzare le sue
peculiari caratteristiche ed esigere risposte che ne perpetuino l'esistenza.
Quando ciò avviene, il contenuto culturale di quel prodotto, arricchito
di una qualità inimitabile - poiché ha dietro millenni di storia e
civiltà - 'affascina' anche il consumatore americano piuttosto che cinese
o australiano e il prezzo non è più il discrimine per il suo
successo o meno.
Ciò, in parte e in alcuni settori e, purtroppo,
solo dal basso, è stato capito, ad esempio dalla moda, dal design
italiano, in agricoltura e nei prodotti alimentari, e l'Italia in questi ambiti
produttivi e creativi è leader nel mondo.
È indubbio che ci siano bisogni collettivi,
bisogni orizzontali, a cui non è possibile non dare risposte eguali, per
esempio nella sanità e nel diritto alla salute. Chi è malato di
appendicite deve esser curato ovunque nella stessa maniera, ma il modo di
esprimere la propria identità, anche nelle risposte ai bisogni più
elementari, è diverso da popolo a popolo.
Il problema è più complesso di quanto si
possa immaginare, basti pensare alle diverse credenze religiose che considerano
peccaminose e vietate molte pratiche mediche assolutamente necessarie e vitali.
Tornando alle ricchezza delle identità culturali
presenti in Italia, è innegabile come queste diversità negli ultimi
decenni si siano parecchio affievolite.
Cultura, quindi, nel senso classico del suo
significato, ma anche somma di 'diversità culturali'. Entrambi portatrici
di valori tendenti a stabilire una maggiore armonia sociale, ad aiutare a
comprendere il diverso, a rispettare l'ambiente, a progettare compiutamente il
futuro.
Tanti anni fa, nei primi anni Settanta, venne a
Torino, nel palazzetto dello sport del parco Ruffini, il filosofo tedesco
Herbert Marcuse. Ebbene, quella sera il palazzetto dello sport si riempì
di cinquemila ragazzi che volevano ascoltarlo. Ditemi voi quale filosofo, anche
quello oggi più famoso al mondo, venendo in Italia, non dico a Torino, ma
a
Roma, riuscirebbe a raccoglie- re intorno a sé
cinquemila ragazzi desiderosi di ascoltarlo!
Da allora a oggi sono passati quasi quarant'anni e
potete constatare quanto sia cambiata l'intensità del bisogno di cultura
dei giovani, verso la filosofia, verso la comprensione delle origini delle
tensioni sociali!
Di quale argomento Marcuse parlò quella
sera?
Parlò proprio del deleterio cambiamento della società al quale
abbiamo assistito in questi ultimi decenni: la miopia delle società
cosiddette moderne e urbanizzate, l'alienazione, la spersonalizzazione,
l'uniformazione o, meglio, l'omologazione degli stili di vita e del
pensiero.
Le città non erano ancora così 'anonime' come quelle di oggi ma
cominciavano a esserlo: le periferie odierne delle, una volta, belle
città italiane, oggi si somigliano tutte: quelle di Milano, di Bologna,
di Roma, di altre città italiane, sono simili a quelle delle città
presenti nell'altro emisfero del pianeta, e questo è terrificante.
Le città orribili di oggi e la vita sempre più anonima e alienata
che in esse si svolge Fritz Lang, con il suo film Metropolis, siamo nel
1927, l'aveva già preconizzata.
Temi, questi, tutti avvertiti e stigmatizzati sin dagli anni Sessanta, in una
Italia in pieno boom economico, dal grande Pier Paolo Pasolini.
Non sono d'accordo con chi ritiene che siamo 'culturalmente razzisti'.
Trenta o quaranta anni fa dovunque ci presentassimo all'estero eravamo accolti
con rispetto. Oggi non è più così. Perché?
Chiediamocelo! Recentemente ho parlato con dei rappresentanti delle istituzioni
bulgare. Mi hanno detto che ricordano come un periodo molto buio per il loro
paese i cinquecento anni della dominazione ottomana. Non così
ricordano la dominazione dell'impero romano, tanto che
in noi vedono tuttora un modello di nazione e di Stato a cui cercano di
assomigliare:
"Per noi siete la migliore cultura alla quale
ci vogliamo ispirare", mi dissero, "vi vediamo come un esempio
nelle vostre varie espressioni quotidiane: i vostri stili di vita, la vostra
alimentazione, la vostra moda, le vostre espressioni artistiche".
Questo discorso della diversità culturale,
quindi, va difeso perché nella misura in cui queste differenze culturali
si appiattiscono, un popolo muore.
LORENA
Io sono per una integrazione di conoscenza, il mio uso
della parola razzismo, fra virgolette, significa paura del diverso, dovremmo
essere più curiosi invece di chiuderci. Si parlava delle lingue
però ad altri livelli c'è una paura della
conoscenza.
BONACCORSO
Se si guardano le nostre città dall'alto,
dall'aereo, si può vedere in un colpo d'occhio come, a differenza di
altri paesi, queste siano state violentate e deturpate.
Ciò balza agli occhi se guardiamo dall'alto
Roma, Milano, Palermo, Napoli. La pianura padana e le periferie delle
cosiddette aree metropolitane sono ormai devastate da una disordinata e massiva
cementificazione. L'Italia, difatti, vanta
il non invidiabile primato di essere nell'Ocse ai
primi posti della classifica per il consumo annuo di suolo.
Osservando queste aree metropolitane, difatti,
possiamo notare come dalle loro disumane periferie, come metastasi, si siano
diffusi nel bel paesaggio italiano orribili e disordinati agglomerati urbani,
ipermercati, capannoni, discariche ecc.
Se sorvolassimo, invece, Francoforte, Londra o Parigi
ci risulterebbe evidente come le amministrazioni di queste grandi città
siano state previdenti nella salvaguardia del loro territorio, molto meno bello
e vario del nostro; come le loro culture, e le loro espressioni linguistiche
regionali, molto più uniformi rispetto alle culture italiane, siano
difese e valorizzate a partire dalle scuole. Noi, invece, abbiamo distrutto il
nostro paesaggio, una volta il più bello del mondo, su un altare di
cemento.
È 'cultura' questa?
Se si legge Viaggio in Italia di Wolfgang
Goethe si capisce quanta ammirazione nutriva questo gigante della letteratura
tedesca ed europea per l'Italia.
Ammirazione che aveva e che ha tuttora ogni tedesco
quando viene da noi. Venire in Italia per ammirarne le rovine millenarie e i
suoi paesaggi mozzafiato per secoli, per ogni uomo colto d'Europa era avvertito
quasi come un dovere.
Questi viaggi, con permanenze anche di anni, erano
chiamati Grand Tour. Goethe venne in Italia con l'intera opera di
Linneo, per riconoscere le piante a lui non familiari che era sicuro di
trovarvi. Aveva buone nozioni geologiche e gli piaceva anche osservare le rocce
dei nostri monti e raccogliere pietre per lui strane per tentare di
identificarle.
Oltre a essere poeta e scrittore e drammaturgo, aveva
molteplici interessi e con i pastelli cercò di tra- smettere su carta le
emozioni che i nostri paesaggi gli provocavano. Presto si rese conto che in
questo non era bravo quanto lo era nel descriverle con le parole. Venezia la
trovò bella ma anche intollerabilmente sporca, stupendosi del per-
ché non vi si ponesse rimedio come avrebbe fatto qualsiasi borgomastro
della città da cui proveniva: Francoforte.
Venne in Italia nel 1786, rimanendoci due anni, e
rimase stupito, difatti, di come a Venezia non si vietasse alla gente di fare i
bisogni per strada, anche nei posti più frequentati e belli, punendo chi
avesse contravvenuto alle disposizioni di igiene. Per lui era una cosa
incredibile, intollerabile e insopportabile.
A Palermo notò che era quasi im- possibile
camminare nelle sue strade perché l'immondizia che vi giaceva arrivava
alle caviglie.
Osservò un nobile del tempo, il principe di Palagonia, spostarsi a piedi
in una delle sue maggiori vie camminando su uno spesso strato di pattume per un
fine altamente umanitario. Sui marciapiedi ai lati della strada lo anticipavano
di poco due suoi servitori. Questi, muniti di vassoio, facevano la questua per
riscattare con il ricavato quanti più cristiani fosse stato possibile,
tenuti come schiavi in 'Barberia'.
Fatali erano, quindi, i giorni di vento e si sperava solo
nei temporali per liberare in parte marciapiedi e strade. Ma a Palermo
trovò anche angoli di paradiso presso cui amò rifugiarsi per
lavorare alla sua Ifigenia in Tauride: l'orto botanico. Vale leggerne la
descrizione.
A Palermo ammirò anche il Monte Pellegrino
definendolo la montagna più bella d'Europa. I suoi accorati appunti sulla
sporcizia e sui rifiuti delle città italiane sono, purtroppo, ancora
attuali. Alla stessa stazione centrale di Milano, oggi, è bene che si
passi lontano da certi angoli.
Il dialetto, questo è un altro importante
aspetto delle diversità culturali italiane. Le differenze espressive fra
questi e la nostra lingua nazionale si stanno lentamente ma inesorabilmente
colmando. Tanto che gli specialisti definiscono ormai i nostri odierni dialetti
come 'italiani regionali'.
Questo appiattimento, prodotto da de- cenni di
televisione, e dalla vecchia concezione che chi parla in dialetto non è
né istruito, né emancipato economicamente, è molto più
accentuato nei giovani.
Se ci si esprime in dialetto occorre sforzarsi di
parlarlo bene e altrettanto, ovviamente, è necessario fare quando si
parla e si scrive in italiano. Se si sente qualcuno parlare in dialetto e non
si comprende qualche parola è meglio chiederne il significato piuttosto
che pregarlo di esprimersi in italiano. Soprattutto se questi è un
anziano. Gli anziani sono, difatti, i migliori custodi delle nostre tante
lingue e delle nostre sempre più rarefatte antiche culture. Oggi con il
dilagare dei nuovi mezzi di comunicazione perpetuarne l'uso non è
semplice ma neanche impossibile. Un solo esempio fra tanti: i dialoghi del
bellissimo film L'albero degli zoccoli di Ermanno Olmi, sono tutti in
bergamasco e risultano assolutamente incomprensibili a chi non è di quelle
parti se non si legge la contestuale traduzione, eppure vin- se la Palma d'Oro
al 31ˇ Festival di Cannes.
La scomparsa dei dialetti è una delle tante
omologazioni
culturali in corso e non è la meno grave ma
neanche la più trascurabile perché il dialetto, ha scritto
qualcuno, si apprende con il latte materno.
Dario Fo, che ho molto apprezzato sin dagli anni
Settanta, ha parlato e scritto di giullari e di teatranti dei secoli andati, i
quali per essere compresi ovunque rappresentavano le loro opere esprimendosi
con un linguaggio inventato: il grammelot. Una lingua teatrale
transnazionale dell'antica Europa che consentiva loro di essere compresi in
ogni città e paese. Per il teatro era l'esperanto di allora. Nacque in
mezzo alla gente con i giullari, i saltimbanchi e le rappresentazioni teatrali di
opere, anche complesse, tratte dai vangeli e ispirate dai forti disagi sociali
(la povertà, la fame...).
Per loro essere compresi era essenziale altrimenti
avrebbero dovuto saltare più di un pasto. Per aumentare le loro entrate e
consentirsi una vita dignitosa era per loro necessario allargare il più
possibile l'area geografica delle loro rappresentazioni dove, però, se
avessero parlato nel loro dialetto, non sarebbero stati compresi. Il bisogno
aguzzò loro l'ingegno: inventarono una lingua comprensibile a tutti.
Questa non era una vera lingua con proprie regole grammaticali e fonetiche ma
solo un insieme di sonorità che molto vaga- mente richiamavano le lingue
o, sarebbe meglio dire, i dialetti di allora. Nacquero così e si
diffusero fra questi artisti il grammelot padano, il grammelot che si ispirava
al franco-provenzale e quello dotato di sonorità pseudo-inglesi.
Il grammelot da loro utilizzato era comprensibile
anche a chi non conosceva la lingua alla quale si ispirava. Sopperivano le
sonorità, i versi, i borbottii, le imprecazioni, la mimica e la
gestualità con i quali il teatrante rappresentava la sua opera.
con cui si aiutava il teatrante. Gli spettatori
riuscivano, così, a capire in dettaglio ciò che l'artista diceva e
le emozioni che voleva trasmettere. Indimenticabile è la rappresentazione
in grammelot di Dario Fo della cosiddetta Fame del Zanni.
Lo stesso è sempre avvenuto, oltre che in
grammelot, anche con opere teatrali a noi più vicine scritte e
interpretate in dialetto. Esempi eccelsi li abbiamo, e mi limito a citarne solo
alcuni, con il teatro in veneziano di Carlo Goldoni, le interpretazioni
teatrali in genovese di Gilberto Govi e con Edoardo De Filippo con propri testi
teatrali e con testi teatrali di Vincenzo Scarpetta, entrambi cultori eccelsi
della lingua napoletana. Oggi farebbe- ro, come si dice, audience?
Occorre, quindi, portare la cultura nelle strade,
così come in passato è avvenuto anche con la musica. Oltre alla
musica cosiddetta colta vi è sempre stata anche una musica del popolo,
della gente che non poteva permettersi di assistere a costose esecuzioni di
musica classica la quale era riservata alle classi abbienti. Questa oggi
è possibile ascoltarla e studiarla su quelle poche trascrizioni
pervenuteci e su qualche fedele ri-esecuzione:
diverse sono quelle italiane dei nostri vari ambiti
culturali ma anche di altre nazioni europee e non.
Della Francia, ho apprezzato in mo-do particolare il disco 'Danses de la
cour et des villages' che raccoglie musiche francesi del XVI sec. eseguite
da Marin Marais. Ascoltandole si intuisce come si divertiva la gente delle
città medievali e la si immagina gioire nell'ascolto di quella musica
semplice e ballare.