Testo


 

 

 


LE GENTI DEL CLAN
Baldur Uk













CANTO EPICO


Alcuni nomi propri hanno un accento. L’accento può variare da frase a frase per la stessa parola. La mitologia incrocia la psicanalisi. Non è inconsapevole. Si tratta di metapsicologia e di metamitologia. Si tratta di un gioco. 

INDICE

 PARTE PRIMA
CAPITOLO 1 - la terra, il Traìs 
CAPITOLO 2 - Rustricka, il bosco 
CAPITOLO 3 - l'amore, l'insidia 
CAPITOLO 4 - il canto, la caccia 
CAPITOLO 5 - la trama, la sfida 
CAPITOLO 6 - il capo antico, la festa 
CAPITOLO 7 - il sangue, l'esilio 

PARTE SECONDA
CAPITOLO 1 - Sorgòn, i carvi 
CAPITOLO 2 - Gianasia, il mercato 
CAPITOLO 3 - Udno, Matàr 

PARTE TERZA
CAPITOLO 1 - l'oracolo, l'olocausto





PARTE PRIMA

Capitolo I
 la terra il Traìs


È una terra vasta, incolta, disabitata, di un colore bigio. Il cielo è più tenue, biancastro. Là giunse un clan, una razza di gente a viver la vita. La terra vasta fu cosparsa di capanne modeste e brulicò di gente.
 
Era il clan senza capo, gli uomini erano di color marrone, sul grigio, le donne avevan colori, più vari, dal rosa all'azzurro. 
Un uomo si chiamava Mardùk, una donna Celàn, un'altra si chiamava Viràs, un altr'uomo si chiamava Taròn, poi c'era Gobbia, Rustricka, Trinale e un gobbo minuto, piccino, di nome Tretàn. Poi ancora altra gente. 

La sera, quando le cose diventavano grandi e la terra più vasta, si faceva un fuoco al villaggio, all'aperto e tutti, uomini e donne, vecchi e bambini, si raccoglievano attorno alle fiamme, illuminati dalla luce rossa. 

Gobbia era il vecchio, sereno, dalle rughe screpate. Il suo parlare era lento, pacato, vissuto. Tutti ascoltavano l'uomo, in silenzio. 
L‘azzurra Celàn guardava Mardùk. Quando il vecchio parlava, Mardùk ascoltava, silenzioso, con un'aria lontana, quasi ridesse del vecchio, senza farlo vedere, poiché all'aspetto era serio e il suo colore d'un marrone assai scuro. 

Quel giorno Trinale, uomo alto e robusto, dalla forza pesante, volle dire la sua. Diceva che intorno la terra era vasta e la caccia abbondante, nella foresta lontana. Diceva che questa era la terra promessa e che nell'enorme vallata si sarebbe formata una gente grande. E poi voleva che il clan s'ordinasse in un modo, voleva che i tutti eleggessero un capo, voleva che leggi fossero imposte affinché tutto fosse ben ordinato. 

Poi fu Rustricka, dalla giovane voce: - Libertà ricerchiamo! - diceva - e libertà vogliamo per tutte le cose. Le leggi del clan verranno da sole, senza imposizione alcuna, poiché la natura ha dotato gli umani di forze diverse e di diversi bisogni che le leggi dell'uomo non potranno badare, e affinché il cammino che abbiamo intrapreso, verso una libera terra, per le nostre libere cose, non risulti vano o fallisca, che nessuna istituzione sia fatta e che le genti diverse, diversamente guidino le loro azioni conforme i moti delle anime loro. - 

Trinale, massiccio, impaziente, aspettava il suo turno e subito disse che se così fosse fatto, niente nel clan avrebbe avuto giustizia - e gli inetti e indifesi alla mercé dei forti saranno! - 

- Che i forti guidino le loro azioni secondo la natura loro - riprese Rustricka dall'animo giovane - e che i piccoli vermi imparino forza nella sventura o soccombano secondo la natura loro! - concluse Rustricka. 

Il fuoco era rosso e la notte era vasta d'intorno. La gente ascoltava in silenzio, dall'aspetto possente, dal sudore lucente sui volti di fuoco. Tretàn, dalle fattezze minute, infelice nel corpo, prese a ridere forte. I suoi occhi lucenti lampeggiavano intorno, il suo volto girava nervoso come il riso che usciva dall'anima sua. 

- Avete sentito, umani, Rustricka? Senza leggi impiantiamo il villaggio! Bel villaggio, dalle grandi promesse sarà. E le genti che da noi verranno, numerose come le stelle del cielo, avranno da noi eredità grandiosa. Grandi cose insegneremo e la terra, ampia e fruttuosa, sarà ben preparata per i nostri nemici, per i grossi giganti delle terre lontane, che un giorno vorranno nuove cose per nuovi bisogni. Noi, disfatti e inuniti, saremo gran forza e potremo ancor dire di essere parte di un clan, di una gente. Tu che dici, Trinale? Il nostro giovane uomo, scoiattolo svelto, ha buone parole e grandi cose promette per noi, non ti pare? - e la gente raccolta, alle parole del gobbo, dette in risa scomposte, sotto il fuoco vivace. 

- Così dice Tretàn e le parole di lui per me sono buone - Trinale disse, ma Taròn, giovane e giusto nella persona ben fatta, parlò parole: 

- Ciò che dici Trinale, ha una logica buona, seppur di modeste vedute e Tretàn pure dice bene le sue parole. Ma Tretàn è uomo dalla facile lingua e dal riso abbondante. E io non amo le risa, né bene le giudico quando una decisione deve essere presa, poiché esse non sono oneste. Rustricka è un giovane uomo, dalla voce violenta, ma pur così le parole di lui hanno un filo che le conduce. Noi parliamo per noi, ma pur per la gente nostra, presente e a venire, cosicché il giudizio ha da esser ben vagliato e da tutti voluto. Gobbia il vecchio, che dica parole.  

- Comunque e sempre si sono avuti i capi fra gli uomini e ovunque e sempre l'infelicità è stata fedele padrona di tutte le cose, né mai gli umani hanno raccolto libertà completa. Senza capi né leggi sarebbe una cosa nuova, che si potrebbe provare, poiché i capi sono sempre pronti a venire e sempre, anche senza elezione, le leggi ferree di una gerarchia naturale vigono inviolate. 

Così parlò Gobbia e nel clan il silenzio rimase silenzio, senza risposta alcuna.
Celàn guardava Mardùk e Mardùk era calmo e sereno, dal nobile aspetto e non aveva timore di cosa alcuna. 

Si sciolse la gente. Viràs, ragazza vivace, dagli occhi splendenti, si guardava d'intorno e Rustricka e Taròn, con altri giovani uomini le stavano intorno, mentre altre ragazze erano insieme a Viràs. 

Poi la notte, pesante, calò sul villaggio e il buio, profondo, densamente avvolse le cose e le genti, tutte, dormiron d'un sonno profondo. 

***

Tremendi sono i mali d'amore. Non vengon mai veramente improvvisi, ma lentamente, quando uno capisce ciò che veramente vuole, quando s'accorge di non lo saper prendere, quando sa che non potrà mai esser veramente suo. Ogni amore che finisce è seguito da innumerevoli cose: dalla solitudine immensa, dall'angoscia nel cuore, dalla noia massiccia. Lui comprende gran cose e gran forza s'acquista a combattere, finché il destino non gli pone dinanzi una nuova cosa, cosicché il mondo gli appare diverso. Tutto ciò che sa, che ha imparato con arte, la forza acquistata con tanto dolore, più niente vale, poiché il mondo è diverso e il combattimento si svolge sotto nuovi profili. Lui ritorna lo stesso, riprendendo l'antica natura, le antiche incertezze e la realtà, di continuo, gli sfugge allo sguardo. 

Minorio aveva amato Celàn, ma Marduk s'impose e Minorio rimase solo cercando nell'aria cose concrete. 

Là presso alle case, dov'era gran terra, nello spazio vasto, i giovani il giorno andavano e facevano i giochi che s'usavano fare. Poi ancora si formavano i gruppi e c'erano i grandi e i piccoli gruppi e quelli che erano d'un piccolo gruppo volevan salire più in su, perché tutti si sentivano degni degli altri. Ma i più grandi non guardavano in basso e se qualcuno si avvicinava doveva mostrare gran cose per colpire la superbia dei grandi, cosicché molti temevano in cuore e restavano calmi e in silenzio. Quelli invece che brigavano molto, con grande energia riuscivano molto. 
Comunque i giochi avevano, in sé, bellezza ed eran prova di forza. 

Le donne spesso, nei pressi dei campi andavan, e facevano un cerchio ridente di gioia, di giovinezza. Misteriose di cose vitali attraevano intorno, talvolta, alcuno, poi ancora qualcuno, poi alcuno andava, altri restavano ai campi voltati ai giochi, altri d'indifferenza giocavano i giochi. 

Era il Tràis un gioco che si faceva con molti rami di legno: si incrociavano ad X e si ponevano in coppie, Wanter, ravvicinate, lungo una lunga fila. Sulla prima coppia, da appoggio ad appoggio della X, si poneva un ennesimo ramo, il barìs, e con un altro ancora il giocatore ne colpiva l'estremità sì che quello si proiettasse nell'aria. L'abilità consisteva nel far sì che andasse a cadere su una seconda coppia di X e chi riusciva colpiva ancora. 
All'errore prendeva il turno l'avversario e vinceva non già chi aveva tirato più colpi, bensì chi riusciva a farlo cadere sull'ultimo Wanter, il quale era posto in una posizione più difficoltosa delle altre. Cosicché il Traìs presupponeva forza, abilità e capacità di calcolo. 
Venne poi perfezionato per far sì che le battute prima della finale non risultassero vane e si stabilì un punteggio, computanto ogni colpo riuscito un punto, e la battuta finale, cinque punti, essendo, di regola, quindici le coppie di X. 

Altro gioco era il tiro dell'arco e poi ancora quello del giavellotto, e poi c'erano le gare di lotta e di forza, ma assai disusate nel clan. 

Importanza avevano i giochi per le riunioni dei giovani, poiché lì si formavano i gruppi e lì parlavano e discutevano e, talvolta i giovani tutti si riunivano per una discussione sola e parlavano forte e si animavano molto.

Quando poi scendeva la sera, vicino al tramonto, il corpo era stanco per tanta forza impiegata ed era allora che delle donne il cerchio diventava più ampio per l'affluire degli uomini e insieme tutti parlavano molto e ridevano molto. 
Quando il tramonto finiva, il cerchio si disperdeva, qualcuno rimaneva a parlare, per poco, il resto, disciolto, andava alle proprie capanne. 

Dopo Màrduk, Celàn s'era vista di rado e Minorio non trovava cose degne di fede o di cura. Si dette allora a pensare e raramente compariva al campo dei giochi. S'era dato a pensare una cosa. 
S'era accorto che certi rumori avevano in sé piacere, s'era accorto che in dati momenti, nel bel mezzo di lunghi silenzi, il cinguettìo degli uccelli, o il battito d'un ramo di legno, o l'acqua stessa del fiume, produceva piacere, ed era in sé, cosa bella e grandiosa. 
S'era accorto Minorio d'immaginare in sé, un insieme di strani rumori nell'animo suo, ordinati in un modo, ben pausati, e, con la voce aveva detto parole, le aveva dette in un modo ed eran esse 'canto'. Strana cosa era il canto, una cosa divina fors'anche se non avesse avuto paura. Chi mai aveva sentito cantare nel clan? 
Una cosa così poteva far meraviglia, potevan rider di lui e ritenerlo fin pazzo. Minorio temeva forte nel cuore, ma non poteva tenere per sé la sua voce, né i suoni che aveva scoperto perché quei suoni li aveva messi insieme lui stesso e ora di lui eran parte e ora lui stesso erano perché con quelli poteva creare tutte le cose del mondo in un mondo intero come lui lo voleva e che non aveva trovato. 
Così prese a pensare una cosa. Come un lampo gli era venuta nel cuore, improvvisa, geniale. Con una singola cosa poteva fare molteplici suoni e metterli insieme a piacimento suo. Corde strane, sottili, erano sparse d'intorno, nella foresta lontana e tirate ben bene, ben percosse, le corde davano effetti sonori. E di diversa lunghezza e di diverso spessore, più o meno tirate, davano suoni diversi. Cosicché l'ingegnoso Minorio, preso un ramo più curvo di quello per gli archi, lo trafisse e compunse d'innumerevoli corde e su quelle in silenzio, solitario e pazïente, nella foresta lontana, tutti i giorni studiava gli argomenti del suono che, col vento, s'alzava nell'aria infinita, costruendo nell'aria, un mondo che prima non era e che in Minorio era e che egli da ora poteva sperar di portare alla terra, di portare agli umani, di farlo amare, di farsi comprendere, di dire a tutti "questo è il mio mondo, questo son io". 

***

Mardùk, Taròn, Rustricka, Minorio erano insieme quel giorno al campo dei giochi. Tutti conosceva Taròn poiché Taròn era come dei capi. Rustricka pure conosceva Taròn e Màrduk, silenzÏoso, conosceva chi voleva conoscere, quando lo voleva conoscere, senza spiegazione alcuna. Cosicché Mardùk, Taròn e Rustricka erano amici e Minorio conosceva Rustricka. 

Erano al campo dei giochi, seduti in silenzio, dall'aria possente, mentre il gioco del tràis si svolgeva. 
Trinale, massiccio, combatteva contro Pàntor, lucente, dall'agile aspetto, robusto nel corpo e stava Trinale per colpire il suo legno, poiché Pàntor aveva sbagliato. Cinque punti aveva Trinale e tre Pàntor ne aveva, cosicché il barìs era sulla nona coppia di X e la vittoria assai incerta tuttora. Trinale aveva più punti, ma più colpi aveva tirato e Pàntor era più fresco. 
Il distacco era poco e importante era ben fare il tiro del cinque, che era l'ultima coppia di X. 

Màrduk guardava, quasi ridesse. Taròn guardava, ben serio. Rustricka guardava, talvolta parlava, agitato. Minorio guardava, e pensava. I misteriosi silenzi non eran più tanto strani. I silenzi degli uomini forti avevano in sé sicurezza, perché certi erano i forti nei cuori loro. Ma questo non solo di natura era pregio, ma di volontà voluta d'aver sicurezza in sé. Non incertezze nel cuore, ma sentimento di sé per dire e per fare con sicurezza e il silenzio è sicuro e le cose sicure sono. Minorio troppe cose aveva creduto dei vecchi. Ottime cose eran quelle dei vecchi, ma troppe per uno e svariate. Uno solo, un umano, deve avere una cosa, che è lui, deve esser sé stesso e le cose buone di sé soltanto ha da avere. 
Minorio non doveva pensare 'avrebber fatto così, così dovrebbero fare, è bene che in guisa di ciò così faccia, poiché poi niente faceva, perché non era di lui e poi non doveva pensare ai pensieri degli altri 'se io fo che possono fare, che possono dire‘. Minorio doveva fare soltanto ciò che si sentiva di fare, conforme la propria natura, con decisione completa e se avesse sbagliato e glielo avessero detto, avrebbe sempre potuto parlare, dire cose e parole come era bravo a parlare e poteva anche darsi che la ragione risultasse per sé, poiché s'era accorto che ben difficile era sapere dov'è che è il bene, dov'è che è il male, poiché nessuno bene lo sa quando poi si comincia a parlare. Di certo, più o meno, si può solo sapere ciò che è bene per noi e ciò che è male per noi, ma in astratto difficoltoso è tirare la somma. Così Minorio decise di fare il suo bene, sfrondando gli inceppi trascorsi, trovando in sé decisione. Poi vedeva che in simile modo era più bene accolto e sembrava far meno male di prima agli umani. In tal modo Minorio s'era dato a studiare le genti e il gioco guardava in silenzio sicuro. 

- Colpisci con forza, Trinale! Non avere pietà del sudicio Pàntor che teme nel cuore! 

Dal corpo lucente, dal sudore bagnato, il corpo possente dell'uomo si raccolse in sé, stringendo con forza la clava violenta, e violentemente percosse il suo bàris, Trinale, e l'artificio di legno tentennò sotto il colpo e il proietto partì, su nel cielo, verso il punto preciso e ricadde sui portali di legno. Con gran precisione tirò Trinale: il bàris, perfetto, s'adagiò sul suo posto e Trinale, possente, volse il guardo d'intorno. 
Lentamente, trascinando la clava, fieramente andando, s'avvicinò per il tiro novello. Mentre Pàntor senza molto timore attentamente osservava le mosse. 

Al campo dei giochi, a guardare il traìs erano ancora altri giovani uomini e, a parte, e con loro, mischiate insieme, le donne, attente, guardavano i giochi. 

- Trinale, Pàntor ti vincerà, io ti dico! - disse un uomo più giovane di Taròn e Rustricka, agile e svelto, più giovane ancor di Minorio. 

- Tu ti sbagli, figliolo - rispose Trinale dando ascolto alle parole di lui - ho un punteggio più alto e ancor forza nel cuore, e tu forte stai errando dentro di te. 

- Pàntor ti vincerà, ti dico, perché Pàntor ben conosce il suo gioco, e tu certamente sbaglierai questo tiro. 

-	Tu morrai molto male con codeste parole, piccolo, giovane verme, ma una a una le rimangerai quando avrò fatto il mio tiro! 

'Audace ragazzo è Corintha - osservava Rustricka in buon riso - ha carattere il giovane uomo.' 

E Trinale si pose al tiro. Colpì e riuscì. Trinale ora sette punti aveva e ancora poteva tirare. 
Corintha, dalle parole audaci, non si scompose allo sguardo che Trinale gli aveva rivolto, superbo. E Rustricka pure guardò Corintha, come pure Minorio. Pàntor neppure sembrò scomporsi e Màrduk, dallo strano sorriso, guardò Corintha. 
Trinale tirò, con la clava, sul bàris, ma pur dopo tanta superbia il suo cuore esitava per la forza impiegata e sul Wanter il legno giunse per poco e non giunse per bene e ricadde alla terra. 
Trinale guardava il suo gioco e tutti guardavano il gioco, in silenzio, poiché niente potevano dire se Trinale era a sette e tre colpi possenti aveva tirato di fila. Ma Pàntor prese molta fiducia nel cuore e anche Pàntor era uomo forte. 
Così Pàntor tirò e il suo colpo raggiunse il Wanter con precisione. Ancora, d'intorno, era sempre il silenzio ed era ancora più teso. 

Pàntor, lucente, dallo sguardo superbo, si raccolse in sé e poi si aprì nello slancio e con forza colpì sopra il legno. Su, nel cielo, nell'immensa chiarezza del cielo, il bàris s'alzò, agile e scuro, e ricadde sul Wanter, il tredicesimo Wanter del gioco. 
Ora Pàntor doveva ancora tirare, ma gran forza voleva il gioco del tràis a ogni tiro, cosicché avvicinandosi al bàris, Pàntor tirò, ma poca forza dette al suo tiro, poca forza Pàntor sprecò, sicché il legno non raggiunse neppure la mèta. 

- Perderai senza dubbio, Trinale! - riprese Corintha - poiché Pàntor ben conosce il suo gioco. 

- Io tirerò per due volte, e per due volte vincerò la gara. Tu guardami bene schifoso Corintha. 

- Tu perderai senza fallo, Trinale - ridendo diceva Rustricka - tu perderai perché Corintha ti conturba nel cuore, perderai certamente, Trinale! 

- Non temere, Trinale, io sono per te! - Minorio disse, innalzando la voce, e Màrduk, dallo strano sorriso, guardò Minorio. 

- Se non hai forza abbastanza, Trinale, non metterti a piangere, poiché Minorio è con te! - ridendo disse Taròn con buon riso e, d'intorno, rise la gente e le donne, dal riso squillante, ridevano, ma Minorio non abbassò il suo sguardo, né si scompose nella persona, e resse bene le risa con il suo nuovo sorriso. 

Mardùk, dallo strano sorriso, guardò Minorio, poi Màrduk, dallo strano sorriso, guardò Trinale e tutti guardaron Trinale, dallo sguardo deciso, di sfida, che con la clava violenta e precisa colpì sul barìs e il barìs raggiunse il suo posto. 

Ora, di fronte, era il quindicesimo Wanter e Trinale si portò verso il tiro. Ma Trinale era incerto nel cuore poiché forte doveva tirare e più preciso lanciare il barìs, poiché il Wanter finale era un poco piegato. 
Quello schifoso Corintha aveva parlato troppe parole, ora doveva pensare a Corintha e doveva pensare alle genti che lo guardavano e non poteva tirare ben libero, con tanti pensieri, non poteva pensare completamente al tiro come voleva, Trinale. Oh, se il bàris si fosse alzato, con forza, nell'aria, sotto il suo colpo, cadendo, leggero, sull'ultima mèta, sul quindicesimo Wanter. Era il colpo del cinque, l'ultima X e Trinale temeva nell'anima sua. 
Trinale tirò e nell'aria s'alzò il legno leggero ed era forte abbastanza per raggiungere il segno, ma non aveva, Trinale, colpito nel debito punto, troppo in centro aveva tirato Trinale, e l'ultima coppia era torta, non era come tutte le altre, cosicché, alla caduta, il barìs si scontrò con molte parti di legno e rotolò per la terra. 

Pàntor prese il legno e lo riportò al posto di tiro e si mise a tirare. D'intorno era tutto silenzio, Trinale temeva e molto era serio il suo sguardo. Pàntor, spietato, tirò, con grande energia, dopo aver ben pensato al suo tiro, e Pàntor vinse. 

***

Viràs era rosa tendente al rosso, Rustricka era azzurro piuttosto scuro. Al finir della gara molte parole andaron nell'aria. 
Minorio aveva il colore marrone, tendente al grigio. Il vincitore poco parlava, abbassando lo sguardo. Talvolta, di scatto, si alzava, superbo. 

- Tu m'hai vinto d'astuzia, sudicio Pàntor - gridava Trinale - e che male incolga a Corintha! 

La gente, molta, rideva. Le donne, dalla limpida voce, ridevano molto e Viràs talvolta abbassava lo sguardo, ma non temeva nel cuore Viràs. Rustricka, scoiattolo svelto, s'era dato a guardare Viràs, poiché ella era rosa, tendente al rosso ed era bella Viràs e giovane donna era. 
Corintha aveva molto parlato nei giochi, ma era giovane uomo e voleva ancor molto parlare. Ma più parlavano l'uomo Trinale e Taròn e degli uomini ancora e Minorio anche parlava e parlava molto e assai bene, Minorio. Mardùk talvolta parlava, ma non sentiva bisogno a parlare e parlava se voleva parlare, quando voleva parlare e se talvolta non era sentito, non dimostrava alcunché nel suo cuore, poiché Màrduk aveva parlato e questo era tanto per lui. 

Minorio sorrise a Corintha e Corintha riprese a parlare e molto Corintha parlava a Minorio e ancora Minorio molto parlava. Poi Rustricka ancora prese a parlare, spavaldo, per poco, poi guardava Viràs, dal candido sguardo e poi molto in silenzio guardava Viràs. 
Minorio molto faceva parlare Corintha e Corintha molto era felice di Minorio e delle parole che poteva parlare. 
Poi la gente si sciolse, ma non molto per bene, la gente un poco si sciolse, scomposta, nel campo 



Capitolo II
Rustricka, il bosco

Innumerevoli sono i tipi di gloria. A innumerevoli tipi di gloria gli uomini aspirano. E chi raccoglie più tipi nel profondo del cuore, e chi bada a pochi. Chi a uno grande o poco più d'uno. Ciò bisogna. Nella vita del clan la gente è più d'una, tante sono le persone del clan e insieme devono stare. Cosicché si intreccian rapporti e si ottengono cose e cose pure si danno, materiali e morali. E nel clan la gente sente la gente. Ciò vuol dire che la gente ha dignità in sé. Un uomo ha vergogna se sbaglia di fronte alla gente e un uomo ha pure vergogna se non ha date cose e la gente vede questa sua povertà. Così un uomo forte è grandemente stimato nel clan, poi è ancora stimato chi ha buone parole e abbondanti e ancora chi ha molte cose ed è ricco, poiché con ciò egli può avere gran cose e diventare potente e può dare le cose e comprare altre cose, e tutto ciò è un tipo di forza, cosicché è grandemente stimato nel clan. 

Però c'è una cosa. Se un uomo ha vergogna, quell'uomo ha vergogna in sé; se un uomo ha sbagliato quell'uomo sente vergogna in sé e quel fallo dell'uomo poco colpisce la gente e la gente poco ne pensa, poiché la gente poco pensa degli altri, poiché non sente le cose degli altri, ma sente le proprie cose e a quelle pensa. Cosicché la gente se ride o se acclama, la gente ride e acclama nella misura in cui s'immedesima nell'uomo oggetto del riso o del plauso. Ma la gente ha molta pigrizia a pensare e a spiegarsi le cose che sono fuori delle proprie cose, cosicché poco pensa degli altri, ma ride o fa cose perché la gente deve fare qualcosa e se tutti sono riuniti, difficili sono le cose da fare: trovare argomenti a trattare, parole da dire, cosicché se avviene qualcosa, ecco che tutti possono fare e tutti possono dire. Poi ancora, siccome ogni uomo sente molto sé stesso, e sé stesso crede al centro di tutto o ancora vuole sé stesso, in un modo o in un altro, al centro di tutto, ecco che ognuno ride in un modo e ciascuno dice proprie parole e da persona a persona varia assai la vergogna.
 
Ora, però, se uno sbaglia, ecco che quello può anche sfruttare il suo errore. Ecco che l'uomo è al centro di tutti e ha sbagliato, però se bene sa affrontare il suo fallo e se bene accoglie le cose e bene affronta la vergogna sua superandola bene, egli incontra il favore del clan. Quindi è bene esser certi di sé. Nella misura di questa certezza ognuno ha propria forza e propria dignità nel clan. E chi è più stimato più voce può avere nel clan e più cose può dire e ottenere. 
A ottenere certezza nel proprio cuore servono molto cose diverse. Chi ha forza nel corpo si sente sicuro e riesce più presto a prender certezza in sé. Chi fortemente sente nel cuore e non è pigro ma attivo, grandemente può dire cose e parole e dirle bene e in un modo che tutti ci credono, così lui prende certezza nel cuore. Ma per qualsiasi cosa, nella vita del clan, importante ad un uomo è avere una donna, poiché se è privo di quella, in poca stima è tenuto. Come è giusto che sia. Perché se un uomo non possiede una donna, non ha dato amore e non ha avuto amore e non è degno d'amore, perché non ha forza, perché non è bello, perché è timoroso, quindi poco vale. Se un uomo ha altre cose, egli vale per quelle, ma se non ha una donna, egli poco vale, perché il fine è l‘unione, la perfezione, l’espressione di sé. Così per la donna similmente è. 

Rustricka aveva amato una donna, d'amore grande nell'anima e l'aveva baciata più volte, Rustricka, quella donna, d'amore. Era la prima volta che Rustricka, d'amore, baciava una donna ed era giovane molto allora. 
Molto Rustricka faceva del bene alla donna del cuore e la seguiva dove lei andava e le diceva cose belle dell'anima, scomposte in un modo, ma belle assai per l'amore. 
Barìmas, la donna, però, non amava nel cuore forte Rustricka, ma con Rustricka parlava e baciava perché lui era un uomo, e andava con lui perché la vedevano insieme a un uomo le proprie compagne e le genti del clan. E poi Barìmas sapeva chieder le cose a Rustricka e Rustricka obbediva, d'amore, con docile riso. 
Poi Barìmas, fors'anche, un poco amava Rustricka e fors'anche credeva proprio d'amarlo, perché mai aveva amato Barìmas e non sapeva che fosse l'amore, quindi se andava a Rustricka, il suo andare era amore. 
Comunque ella aveva un ragazzo, un giovane uomo del clan, dal sorriso splendente, agile e svelto, come a molte piaceva. 

L'uomo e la donna stavano insieme, la sera, ed eran vicini nel cerchio di gente quando insieme la gente parlava. E molto Rustricka guardava Barìmas e Barìmas molto ascoltava la gente e parlava per dire parole, poi guardava Rustricka e rideva con lui, di bel riso a vedere. Talvolta eran soli e con la mano Rustricka carezzava Barìmas e baciava e amava d'amore grande nell'anima. 

Poi un giorno, o in più giorni, pian piano, qualcosa di astratto, assai vasto, del colore dell'aria, entrò nel cuore a Barìmas e Barìmas, la giovane donna, sentì vuote le cose d'intorno e, nelle cose d'intorno, più niente vide degno di stima e di cura. Le compagne vivaci, le loro risate e i ragazzi di loro, erano cose lontane. Lei talvolta, pur sempre, rideva, con esse e con Rustricka pure rideva e faceva gli scherzi e giocava allegramente a vedere, ma quel qualcosa di vasto permaneva nel cuore a Barìmas. 
Lei guardava le proprie compagne e combatteva le battaglie di donna, fatte di cose e parole, fatte di sguardi cattivi e parole cattive e di risa cattive ed era forte, Barìmas in simili cose, ma da allora più debole era e sentiva bisogno di esser più sé, più sincera e a Rustricka niente diceva, perché non sentiva di dire a Rustricka, e alle compagne fidate, talvolta, in certi momenti, qualcosa diceva, poi rifaceva le lotte complesse, ma mai riusciva ad esser sincera e temeva Barìmas, nel cuore, ad esser sincera. Così molto soffriva e soffriva in un modo assai vasto e astratto come tutta l'aria d'intorno e mai niente diceva a Rustricka e sempre più sentiva il bisogno di liberarsi di lui, di esser sola a lottare e fare mille cose complesse, svagate, molteplici, che fossero di un rosso colore e sempre più si allontanava a Rustricka e Rustricka sentiva e soffriva, poché sentiva la cosa diversa e non riusciva a capire e in pensier suo cercava pur sempre di tenere Barìmas e pensava all'audacia, a tentare le cose dei grandi, a portarla con sé e fare cose da grandi. Ma forte temeva di questo, nel cuore, Rustricka e Barìmass, ancor più, s'allontanava da lui e se cercava cose e parole più forti, mai Rustricka si sentiva parlare come avrebbe voluto e imprecava a sé stesso e si doleva di aver dato troppa libertà a Barìmas, di non aver preso il sopravvento su lei, poiché se così avesse fatto, avrebbe potuto ora lui, conquistare Barìmas, completamente, avrebbe saputo dire cose e parole, come lui voleva, e imporsi su lei e darsi a lei e completare ciò che lei voleva e sé stesso.

Ma temeva nel cuore e ogni giorno di più s'allontanavano i cuori e si stancava il morale sì teso. Cosicché giunse un giorno, o in più giorni, che Rustricka e Barìmas solo amici, un poco rimasero e non stavano più insieme al cerchio di fuoco e Barìmas molto, insieme alle proprie compagne stava, e Rustricka molto insieme ai propri compagni e cominciava a parlare di più, a dire cose e parole, a lottare con loro come fanno le donne e che gli uomini pure molte volte lo fanno. 

***

C'erano insieme due tipi che non molto bene conosceva Rustricka. Erano questi due uomini forti, robusti, dall'aspetto possente. Li conobbe un giorno, Rustricka, per caso. Li aveva creduti più piccoli assai, ma vicini erano come grossi giganti pesanti. 
Corigor era uno, Bascòn era l'altro. Ed eran essi di un gruppo diverso nelle genti del clan, non più alto e neanche più basso si poteva pensare, era un gruppo diverso. Ma forse si poteva pensare più basso. 

C'era gente nel clan che s'occupava delle cose del clan e c'era gente nel clan che non s'occupava delle cose del clan. C'era gente che insieme si riuniva e che insieme stava e parlava e diceva pubbliche cose e parlava alla gente e con la gente stava e rideva e che nel clan tutti ben conoscevano. Ed eran questi i capi, si può dir, naturali del clan, ed eran limpidi e chiari, erano pieni di lotte complesse, di cose cattive, d'astuzie e raggiri, ma sembravano cose più chiare e più pure, più vere e reali. Chi non era dei capi, poteva ben conoscere i capi e aveva in sé, possibilità di conoscere i capi, oppure essi soli conoscevano i capi e vivevan comunque nel mondo di una dimensione siffatta. Ma c'erano invece dei tipi che facevano parte a sé e che sembravano avere paura del clan e per questo sembravan più piccoli e non mai con la gente molto parlavan, ma stavano soli, pochi compagni a parlare, a lottare, a viver una vita che sembrava diversa. Corigor e Bascòn erano di simile taglia e più grandi gli apparvero subito. 

Con Corigor e Bascòn molto bene imparava la caccia Rustricka, poiché bravi erano in questo i compagni: eran forti e veloci e sapienti in questo tipo di cose, Corigor e Bascòn. 
Andavano il giorno nella foresta lontana, con l'arco, e uccidevano cervi e cinghiali e animali molti e svariati. Poi tornavano al campo, in disparte e parlavano insieme di cose diverse. 

Era strano. Quando solo di vista conosceva i due tipi, Rustricka, quasi senza sapere, si era sentito superiore su loro, appartenente a una sfera più alta, più vera e sembrava che ciò dai compagni fosse anche avvertito o che, comunque, involutamente, loro asserissero ciò. Forse per questo così presto Rustricka divenne loro compagno. 
Sedendo e parlando poi, sembrava volesser carpire un segreto a loro nascosto, una cosa alla quale loro si sentivano esclusi. E parlavan delle cose del clan e delle discussioni del clan, e delle parole e cose che fra le genti del clan si dicevano o s'erano dette, poiché Rustricka era colto in queste simili cose, poiché viveva nella vita del clan, con i capi, mentre loro vivevan di caccia e si sentivano esclusi dalle cose del clan e vedevan le cose del clan come avessero in sé del mistero, come cose dei grandi e che loro non potesser capire per la troppa ignoranza del clan. 
E Rustricka parlava e nobile molto sembrava ai compagni il giovane uomo Rustricka. Ma molto pure essi stessi parlavano e sapevano dire cose buone e anche grandi, ma che a loro sembravano ancora più grandi. E le dicevano in modo violento, brutale, con forza e volevano esser più grandi dei grandi che loro ritenevan grandi. E tuttavia erano ancor degli esclusi e così nei cuor loro sentivan: poiché le cose dell'aria, del pensiero leggero, sono cose diverse da quelle di un gruppo. Un gruppo, una gente, che s'è prescelta a trattare d'una cosa speciale, non ne fa monopolio, altre genti hanno in sé le cose dell'aria, i pensieri, scomposti in un modo, ma presenti nelle anime loro, ma diversa è la cosa del gruppo, diverso è il 
modo com'esso si è conformato e che difficile assai è l'imparare se si è di un gruppo diverso, anche se si hanno le cose dell'aria nell'anima nostra. 

Così i due parlavano molto e dicevano cose e parole in modo violento. Poi andavano a caccia e si portavano dietro Rustricka ed erano forti molto Corigor e Bascòn e insegnavano molto a Rustricka e ridevano quando lui non sapeva e se lo portavano dietro nella foresta lontana a cacciare gli animali feroci. 

Poi un giorno, di notte, Bascòn disse a Corigor: - Portiamolo ora, a cacciare, Rustricka, di notte, nella foresta lontana, con le torce di fuoco, che stregan le bestie del bosco e che più bene si prendono in caccia e più abbondanti si fanno le prede. 

- È giovane molto e inesperto, Rustricka, per la notte del bosco. - disse allora Corigor -, ma: - Io non ho paura! - Rustricka disse. Cosicché andaron nella foresta lontana. 


***

Pervenuti nel verde, s'inoltrarono lenti. Era enorme Corigor, dall'ombra possente e Bascòn pure, dalle ampie spalle, alla luce del fuoco. Tutt'intorno era la notte del bosco, scomposta, dalle mille cose confuse, contorte, nascoste. 

Dei fruscii s'udirono, fiochi, al di là di una massa indistinta. Corigor pose mano all'arco robusto e s'avviò silenzioso, agile e svelto fra le cose del bosco, poi venne Bascòn, e dietro a lui fu Rustricka, agile e svelto. 
Non si poteva sapere che fosse il rumore, era incerto, indistinto: poteva essere un cervo o un cinghiale o un'insidia, più forte, più brutta, nascosta. Non temeva Rustricka nel suo giovane cuore, era ansioso e correva, nel bosco, dietro allo svelto Bascòn. Poi Bascòn s'arrese e Rustricka ugualmente si fermò dietro a lui, insapïente. 

Corigor, davanti, era fermo e muoveva le spalle per l'ampio respiro, profondo. Corigor guardava una cosa e Bascòn pure vide una cosa e guardò e Corigor e Bascòn si guardarono insieme e poi guardarono insieme la cosa. 
Rustricka pure, allora guardò: nel bosco, sperdute, s'erano immerse le donne, audaci. Tre giovani donne, compagne di giochi, giovani molto per andare nel bosco, sperdute. Molto poco conosceva le donne, Rustricka, non erano note molto nel clan, erano donne audaci, con poche cose nel cuore; ma ora con paura guardavano l'uomo. 

- Rustricka, la più giovane sarà la tua donna - sospirò col respiro Corigor. 

- Prendila, è tua! - gridò forte Bascòn e le donne si dettero a correr nel bosco, sventate, scomposte, senza mèta precisa, senza nessun direzione, e Corigor ne prese una, forte, con forza e Bascòn la prese, violento, e gridavan le giovani donne e Bascòn di nuovo - È tua, Rustricka, prendila, è tua! - E Rustricka rincorse la giovane donna, dal respiro affannato, dallo sguardo sconvolto, come giovane cerva che non sa dove andare. Cominciò allora la notte quel giorno. 


***

È una terra assai vasta quella in cui il clan pose dimora ed è grigia e pacata, dall'orizzonte indistinto col tenero cielo. Il fiume, dalle acque profonde, imponenti, scorreva massiccio, lento come un grosso gigante e, alla destra del fiume, molte capanne di legno s'erano erette ed eran diventate più grandi e più belle, talune e più ampie, marroni, del colore del legno. 

Al campo dei giochi molti giovani stavano insieme e c'era Rustricka, Corintha, Trinale, Pàntor e c'erano altri, ma era presto assai per le donne e non molte donne erano al campo dei giochi. 
Qualcuna passava insieme al suo uomo, tal'altra passava soltanto, insieme a compagne. Era presto. Qualcuno tirava con l'arco, una coppia lottava da sola. Rustricka era in terra, seduto, adagiato, guardando qualcosa. Quasi tutti dicevano poco, poche parole parlavano insieme a quell'ora. Sedevano sparsi, al riposo, adagiati, sulla terra serena. Talvolta qualcosa Pàntor diceva e Trinale pure talvolta qualcosa diceva e allora diceva qualcosa Corintha, nervoso, ma molto insieme stavano zitti. 

Barìmas passò, con un uomo, fugace, dal campo, dall'ampio sorriso, splendente. Rustricka la seguì con lo sguardo. Molti giorni eran da allora passati, da quando egli baciava Barìmas. Era tornato nel clan, fra gli amici di prima e con altri e aveva avvicinato più donne, Rustricka, dall'ampio sorriso, agile e svelto. 

Corintha voleva giocare il gioco del tràis, con Rustricka, ma Rustricka era pigro e non voleva giocare, ma soltanto sedere e pensare o neppure pensare, sedere, svagato, sulla docile terra. 
Non era triste Rustricka, ma non aveva gran cose. Aveva molto dal clan, aveva stima e fiducia, poteva parlare e dir cose e molto parlava Rustricka al cerchio di fuoco e molto la gente guardava Rustricka e molto lo guardavan le donne, ma non aveva una cosa, Rustricka. Aveva molte cose ed era come se non ne avesse nessuna. Voleva una cosa e non sapeva che fosse e cercava sempre d'intorno sperando d'averla o trovarla o saperla. 

La sera cominciava a calare sul campo dei giochi. Qualcuno giocava il gioco del tràis, altri, molti, stavano attenti a vedere. 

Viràs giunse al campo, splendente, quasi corresse e salutò le compagne con la mano veloce, poi s'assise tra loro e prese a parlare e rideva e altre compagne insieme ad ella ridevan. 
Rustricka l'aveva guardata la sera passata dopo il gioco del tràis fra Trinale e Pàntor e Viràs aveva abbassato lo sguardo ed era rosa Viràs, con del rosso ed era giovane e bella Viràs. Poteva essere lei la cosa che ancora mancava a Rustricka. Ecco, forse Rustricka avrebbe potuto amare la donna Viràs, che rideva con le molte sue amiche e parlava e muoveva i capelli dall'ampio potere. 

Rustricka si alzò e andò dalle donne, poi, vicino, ridendo, chiamò Viràs: - Viràs, vieni qui! 

- Cosa vuoi? - rispose Viràs. 

- Vieni subito, ho detto! Devo dirti una cosa - insistette Rustricka, scherzando ancora. E Viràs quasi un poco sbruffando s'alzò dal suo posto e con flemma si portò da Rustricka. 

- Cosa vuoi? - chiese ancora di nuovo. 

C'è una cosa che devi vedere, ma non chiedere ancora, deve esser sorpresa. Vieni insieme con me. - 

E gli tese la mano e, correndo, la portò dietro a sé. Viràs voleva chiedere ancora, ma non sapeva, Viràs, chiedere cose a Rustricka, non riusciva a domandargli bene le cose poiché Rustricka aveva detto di non chiedere più e Viràs non era forte abbastanza per chiedere ancora, così andò dove andava Rustricka. 

Là, presso il fiume, c'è una ripa per andare alle acque e ci son delle pietre in dei punti e delle grotte ci sono, in tal'altri, lì presso. Per quei luoghi andaron l'uomo e la donna. 

- Perché mi hai portato fin qui? - chiese allora Viràs. 

- Tu mi devi aiutare. Sai che ho da fare? Devo fare una pesca. Ci sono nel fiume delle pietre assai strane, che ho scoperto da poco. Sono gialle e anche bianche e hanno luce come le scorze dei pesci che brillano. Io le voglio pescare. Tu mi aiuti? Devi solo aspettare che le abbia trovate e badarle e seguirmi con quelle lungo il corso del fiume. Non è faticoso, diverte, tu vuoi? - E Viràs disse allora di sì




Capitolo III
l'amore, l'insidia

C'è una cosa, che è la paura. Ed è cosa cattiva, che l'uomo non ama e rifugge e che è nata con lui e con tutte le cose destinate a perire. Non si può sfuggire al terrore. Nessuna cosa ha valore o potenza contr'esso, perché è una cosa dell'aria, nascosta, invisibile, vasta, ed è sottile e filtra nel cuore, di notte, pungente, ansimante, nervosa, ossessiva, e trasfigura le cose d'intorno, e t'infonde grigiore, tristezza, e t'abbaglia, ti acceca, per l'ombre, pei morti, pei corpi freddi di vita, testimoni di te, del morir che farai, dell'ignoto, di tutto ciò che non sai e che mai potrai sperar di sapere, contrapponendosi a tutto ciò che è e che sai e che è della vita reale, nella quale sai o credi sapere. 

Una cosa, un rifugio, esiste nel clan contro il sentir la paura, ed è grande, imponente, massiccio, ed è legno enorme, immortale, che ripara le cose e che l'uomo può vedere e pregare quando il gelo si impossessa di lui. E poi dopo, quando il gelo è passato, l'uomo ancora continua a pregare per poter ripregare quando il gelo ritorna. 
Ora, c'è nel clan della gente speciale che molto ha pregato e si è legata al gran tronco, e c'è gente, molta, che poi s'è stancata a pregare e che ha conferito alla prima la dignità di pregare per mantenere i contatti col legno divino e la gran massa ha dato dignità ai venerabili pàdai, e da gran tempo ormai s'è stabilito un accordo e si son regolate le cose e le cose vanno, d'uso ordinario, da lunga pezza di tempo. 

***

Vìnus quel giorno era al campo dei giochi e al campo dei giochi c'erano ancora Minorio, Corintha, Rustricka, Taròn, Pàntor, Trinale e ancora altri giovani uomini e poi c'erano ancora, con loro, le donne Viràs, Celàn, Barìmas, Conata, Alana e molt'altre. 
Giovane uomo era Vìnus, candido e biondo, dal sorriso splendente, ed era di fronte a Conata poiché Conata Vìnus amava d'amore. L'uomo seguiva la donna e rideva felice di moltissime cose che si facevano intorno, ma non mai troppo si avvicinava Vinùs, dal cuore puro e prezïoso. 

Tutti insieme raccolti in un cerchio di giorno parlavano insieme e si dicevano cose molte e svariate. Era un tema d'amore. Taròn diceva una cosa. Non credeva molto all'amore del cuore, all'amore che nasce d'istinto nell'anima nostra, ma credeva a un amore che viene col tempo, a un affetto che viene e matura e che lega due genti per molteplici cose. Non credeva alle antiche storie dei vecchi, a passioni smodate, a un amore profondo, e portava l'amore, che è una cosa dell'aria, a un amore che è cosa di terra. Pàntor talvolta parlava e diceva cose volgari e rideva perché c'erano donne. 

Minorio invece credeva all'amore dell'aria e diceva cose molte e svariate: 
- Taròn, tu mi parli d'amore come cosa che viene, ma tu dici ancora d'amore come affetto soltanto, come cosa legata a interessi terreni, come abitudine a cosa da tempo vissuta, e a questo non credo poiché credo all'amore. Io non so come venga. Può venire d'un tratto, o, come tu dici, in più tempo, pian piano, ma guarda, Taròn, per negare l'amore noi dobbiamo negare la possibilità di quello, mentre invece, io ti dico, che l'uomo ha l'amore, in potenza, in sé. E questo ti provo. Guarda il mondo e la gente. La gente, molta, è infelice, o annoiata e vive in un'ansia continua, senza saper che cercare, senza saper che trovare. E io ti dico che l'uomo è in ricerca d'amore. L'uomo vorrebbe trovare la sua donna del cuore e manifestarsi tutto, completamente a lei e cessar la finzione di vita, tutto ciò che ha da fare e da dire per poter viver fra le genti del clan, ed esser sé stesso, in modo sincero, senza limite alcuno, con la donna del cuore. 

- Senti bene, Minorio. Se tu cerchi una cosa e non sai cosa sia, non cercare una donna per amore del cuore. Ciò non è. La donna non vuol che un amore e non cercare molt'altro. - disse allora Trinale. Ma Vinùs non capiva ciò che Trinale diceva e approvava Minorio e rideva a Conata, poi abbassava lo sguardo, in sorriso. 

Celàn volle dire parole. Mentre Trinale parlava, Celàn sorrideva, con strano sorriso, come venisse dal pianto. 

- Sai Trinale, le parole che hai detto mi fanno pensare che tu abbia avuto molto dolore da donne. 

- Stai pur certa che questo non è! - disse allora Trinale. 

- E perché hai detto questo se non hai sofferto per donne? Io ti dico che molto la donna ama e che questo molto importa alla donna, assai più che all'uomo e Minorio ha molta ragione. 

Minorio sorrise e Rustricka: 

- Forse bene dice cose Celàn, che alla donna assai importa d'amore e io forse credo anche all'amore. Però c'è una cosa. Assai raro è l'amore e la gente lo cerca, non sa bene dove possa trovarlo e lo cerca nel clan, in gran confusione, fra mille lotte complesse, e quando un uomo e una donna s'intendon, la prima cosa che fanno è di prender la forza, d'aver sopravvento, e la donna cerca di comandare sull'uomo e d'aver cose dall'uomo e l'uomo cerca allora difesa, poiché l'uomo non vuole granché dalla donna: o vuole una cosa o ne vuole un'altra. O vuole l'amore di terra o quello dell'aria e non bada alle mille cose scomposte che la donna vuole, e si difende soltanto, o è brutale come Trinale è, o cretino come Pàntor che ride. 

Pàntor disse brutte parole e poi rise. Vinùs voleva dire parole, ma non riusciva a parlare perché intorno la gente parlava e non sembrava vedere ciò che le cose Vinùs voleva parlare, e allora aspettava il momento, un suo turno, per dire cose e parole. 

Conata guardava il suo Vìnus. Era giovane e bianca Conata, candida e fresca come le cose del cielo e rideva con fulgido riso e allora anche Vìnus rideva e guardava Conata. E Conata rideva per Vìnus, ma Vinùs sapeva che il riso a Conata non era cattivo ed era contento e Conata anche bene voleva al suo candido Vìnus e un giorno l'aveva pur ella amato, ma Vinùs era giovane molto e non mai era andato a Conata e l'amore passò alla donna Conata. Altri giovani uomini erano andati da lei e lei conobbe gli uomini forti e sicuri e, riguardando a Vinùs, lo amava ancora come un suo candido bimbo, ridente e gioioso, dal sorriso splendente, ingenuo fanciullo dal candido cuore. 

Viràs non parlava. Viràs neanche poteva parlare, perché Rustricka aveva lasciato Viràs e Viràs ancora amava Rustricka. Rustricka non era stato cattivo, aveva soltanto baciato Viràs, perché sperava in Viràs poter trovare l'amore. Quando invece si accorse di non averlo trovato, soffrì molto nel cuore, molta provò delusione Rustricka e disse allora a Viràs che non voleva farle del male e si lasciò con Viràs e Viràs molto soffrì, ma non odiò per questo Rustricka, e ancora continuava a guardarlo e ad amarlo, ma non molto bene guardava Viràs, Viràs soltanto intuiva Rustricka e non poteva parlare e neppure poteva far gran movimento, ma soltanto ascoltare, intuire confusa ciò che le cose diceva la gente. 

Verso il campo, sicuro, veniva lento Mardùk, ed era bianco Mardùk e strano sorriso fece Mardùk alla gente e tenue molto 
sorrise e in silenzio si pose a sedere fra le genti del clan, lontano a Celàn, ascoltando le cose. 

Corintha ancora parlava e molto era insieme a Minorio e ancora approvava Rustricka, poi ancora Mardùk parlava in sorriso, ma poco diceva, diceva cose e parole, per dire qualcosa, poi soltanto guardava e ascoltava.

Minorio aveva molto parlato e ora era stanco e voleva partire, andar nella foresta lontana a studiare i suoi suoni e aspettava il momento opportuno. Poi Vìnus s'alzò e se ne andò via dal campo per recarsi sul fiume a pensar delle cose. Minorio chiamò Corintha e Corintha andò con Minorio. 

***

Sapere le cose. Conoscer le cose del mondo. Le cose dell'uomo. I misteri dell'uomo. I misteri dell'uomo sono i misteri del mondo.
Molto complessi essi sono, nascosti, contorti, torbidi e sporchi a una vista, profondi e grandi se vissuti da un cuore che scruta e che lotta con forza cosciente. 

Un uomo candido, una cosa nascosta, insaputa, che nessuno conosce. L'uomo candido solo la può sapere. Talvolta rifugge e la cosa si perde e si allontana nell'aria. Ma l'uomo solo apre le mani e le ritorna al suo corpo, vuote di cose, piene d'aria, di sogni, di cose che vanno e che non lasciano niente. 
L'uomo candido vaga, è un uomo nell'aria, che non sa dove andare e che si perde e confonde al primo incontro d'umani. 
Allora va, solitario, per conoscer più cose nel suo candido cuore e scruta le cose e prende forza nel cuore e decide più cose. Qui è la grandezza. Nelle decisioni profonde, nelle decisioni coscienti, nelle decisioni che voglion molta forza a portare e che si portano ancora senza vera coscienza, con ancora incertezza, per averle decise.
Incertezza nel cuore, incertezza che resta in tutte le cose, poiché niente ha una fine e l'uomo giammai può trovar la risposta finita alle cose che incontra. Lui decide per essere uomo, per dire: io devo e sarò questa cosa! Lui dice, l'uomo candido e solo: son solo, con angoscia profonda, ecco dice: sono solo e turbato nel cuore, son debole e solo, io decido, e la forza dei sogni sarà mia realtà, mia conquista, ed io sarò vero, reale, vivente. 
Vìnus disse: io sono. Io decido. Io farò sacrificio e il mio sacrificio sarà cosa invincibile, forte, tanto possente da affrontare gli umani. Vìnus decise nel suo candido cuore e il suo fine sfuggiva, cose vaghe e sottili sfuggivan nell'aria, lontane, si perdevan come fili d'acciaio, sottili, sempre ancora di più, più piccoli, piccoli, piccoli. 

***

- Un giorno di caccia io propongo Taròn! - gridò forte Trinale. 

- Nessuno ha respinto la tua richiesta. Io l'accetto, non urlarla come fosse una colpa. 

Trinale s'era posto al centro del cerchio, girando attorno alle fiamme, lanciando ombra immensa di sé tra il fuoco e la gente in ascolto. 

- Tutta la gente è con te e accoglie la tua proposta, Trinale. Domani sarà giorno di caccia per tutta la gente del clan. - Disse Gobbia. 

- Sì, perché il clan ha gran scarsità, perché nel clan non c'è più abbondanza di cibo e gli uomini vanno nella foresta lontana e cacciano poco le cose. Poco gli uomini forti sprecano forza cacciando. Ciò che basta per i loro bisogni. E gli uomini deboli e le donne e i bambini e gli invalidi e i vecchi, poche cose possono avere da loro perché a poco servono i vecchi e le donne - disse allora Trinale. 

- Perché dici questo? - chiese forte Rustricka - i vecchi hanno molto servito e servono a noi e ai nipoti per esempio a ciò che poi saremo da vecchi. E le donne molto hanno servizio sull'uomo. Ma tu altro vuoi dire, Trinale, altre cose hai nel cuore, nascoste. 

Ma una cosa interruppe il parlare, improvvisa. Il cerchio di notte s'era fatto di nuovo nella grande vallata, col villaggio d'intorno e la gente aveva preso a parlare e Trinale voleva dire parole per mettere leggi e per mettere capi, come era solito fare, e Rustricka ancora voleva dire parole per lasciar libertà, che era cosa confusa nell'animo suo, ma che sentiva volere con forza e passione. A un momento però, venne il gobbo, Tretàn, che mancava, e fece luogo la gente all'andar di Tretàn che era gobbo e goffo era molto l'incedere suo, ma ancor barcollando il suo volto era fiero e vivace e splendente negli occhi quando intorno con sorriso guardava. 
Era giunto Tretàn con due genti al suo fianco. Eran nuove persone che poco bene conoscevan le genti del clan. Eran due cacciatori che da poco Tretàn conosceva, ma che bene aveva compreso le cose dell'animo loro. 
Rustricka guardò le due genti: eran essi Corigor e Bascòn che di nuovo sembravan piccini perché timore avevan del clan. Eran forti e superbi a un aspetto, perché forza infondeva Tretàn, ma eran deboli negli animi loro, perché nuovo era l'andare nel clan e parlare nel cerchio di fuoco. Ma Tretàn disse forte parole: 

- Ecco, vi ho portato due genti. Ho sentito Trinale che voleva far giorno di caccia e questi sono due cacciatori. Sono forti e sapienti in questo tipo di cose e domani, quando tutta la gente del clan se ne andrà dal villaggio, nella foresta lontana, a cacciare, questi due uomini forti saranno guida e daranno istruzioni alla gente per la caccia grandiosa. Tu che dici Rustricka? Tu conosci Corigor e Bascòn e lo sai che son bravi. Molto, insieme siamo di discordi opinioni, ma per le cose di caccia, pei bisogni del clan, credo ottima cosa l'idea che ho portato: dare guida sapiente per una caccia abbondante, anziché andare, scomposti, nella foresta lontana, a cacciare. In modo siffatto meno pericoli abbiamo e più abbondanti si fanno le prede. 

- Per questo son d'accordo con te - rispose Rustricka - ma ho paura nel cuore che tu voglia tentare qualcosa. Quel che hai fatto, improvviso, mi mette dubbio nel cuore. 

- Ma dunque mai si può avere fiducia nel clan! - esclamò forte Tretàn, scintillando lo sguardo d'intorno, ben serio - quel che ho fatto, improvviso, turba il nostro Rustricka e Taròn è turbato dalle abbondanti parole, dal mio riso. Ma uno ride e fa cose come è bravo a parlare, è un modo di dire, di fare. Se io rido e fo cose è per esprimere fuori ciò che sento nel cuore. E per questo ho prescelto un modo che ho imparato e che era facile a me. E per questo nessuno ha fiducia del sorridente Tretàn. Ma, mi chiedo, siamo dunque incapaci di uscire al di fuori del modo, e cercar di comprender le cose in sé che si dicono e fanno? Perché soffermararsi sul modo in cui si esprime una cosa e non cercar di capire se invece buona è la cosa o cattiva? Innumerevoli son le cause che formano il modo e chi le può ricercare e sapere? Ecco che spesso io amo le risa, e nel clan le risa sono poco gradite. La gente del clan ama cose tristi... 

- Ciò non è! - interruppe Taròn - la gente del clan non ama le cose tristi, né rifugge dal riso, ma odia il riso che serve, il ridere ironico che è falso e bugiardo. 

- Che ciò allora sia. Ma come ti ho detto il mio riso è un modo di fare. E se neppure ti piace, guarda: ecco che io mai più riderò. Ma poi, infine, non guardare alle risa di me, senti invece le cose che dico e cerca in te comprensione alle cose che dico. Possono essere giuste. Non avrò poi solo cose cattive, mi concedi Taròn? Posso ben dire cose di buono talvolta, e allora badate a non lasciarle sfuggire. Ecco che ho fatto: ho portato due guide di caccia per far caccia abbondante, perché il clan ha bisogno di cibo e la gente ha timore perché io l'ho proposto. Poi infine non credo d'aver imbrogliato qualcuno. Io non ho fatto imbrogli alla gente del clan. Ho forse fatto imbroglio di te, gran Trinale, o di te, Rustricka, o te forse ho imbrogliato Taròn? 

- Lascia stare le cose, Tretàn! - disse allora Taròn - Ciò non c'entra. Noi faremo la caccia con Corigor e Bascòn. Gobbia il vecchio, che dice? 

- Domani faremo un giorno di caccia. 




Capitolo IV
il canto, la caccia

Minorio e Corintha erano andati nel bosco, nella foresta lontana, come erano soliti fare da un poco di tempo. Minorio era bravo a suonare e cantava e Corintha pure aveva preso a cantare. Minorio gli aveva insegnato e gli aveva insegnato ancora molteplici cose. 

Voleva Minorio che più genti imparassero il canto nel clan, poiché gran cosa era il canto e con più voci più effetti poteva ottenere. Ma non poteva chieder cose improvvise nel clan, doveva cominciare pian piano, con Corintha, poi Pàntor, poi altri. E allora il suono sarebbe diventato comune, grandioso, e il villaggio sarebbe stato, tutto insieme, una musica intera, divina. 
Mille voci d'umani si sarebbero sparse d'intorno, nell'enorme vallata; mille voci sarebbero salite nel cielo, nell'aria lontana, spazïosa, d'un azzurro colore, e tutto il clan avrebbe inteso un mondo diverso, fatto di cose diverse che cose e parole. Si sarebber posati gli animi umani al placido andare del canto e il mondo intero sarebbe stato felice e contento e il merito a lui, Minorio, il creatore del canto. 

Minorio suonava, seduto su un tronco, pizzicando le corde con le sue tenere dita, e, per terra, Corintha cantava. Voci umane, terrene, che andavan pel bosco, seguite dal nitido suono di piccole corde che si perdeva lontano. 

- Quando lo diremo nel clan? - chiese piano Corintha. 

- Domani - rispose Minorio - Domani, dopo una caccia abbondante sarà predisposta una festa e noi diremo al villaggio che abbiamo sorpresa pel clan e chiederemo in aiuto molti giovani uomini e donne e insegneremo a cantare per il giorno di festa. 

- Tu pensi che il clan apprezzerà il nostro canto? Non è cosa facile a intendere bene. 

- Questo è vero, ma in un giorno di festa molte cose s'accettano per fare baldoria. Quel che importa è insegnare a qualcuno, affinché diventi cosa comune che si possa rifare. E con l'andare del tempo molti allora l'apprezzeranno. Molti vorranno sentire il canto nell'aria ed è per questo che lo sveleremo nel clan per il giorno di festa, col grande banchetto e con le cose molte e svariate che si fanno in baldoria, tra i fumi marroni della lieta pazzia. 

***

Corigor e Bascòn, fortemente marroni, istruivano l'interminabile fila di genti e dicevano cose molte e svariate e dicevano ancora di seguire le parole che avrebbero dette e di fare le cose che dicevan di fare. 

Le genti eran molte e molto marroni eran. Le donne avevano ancora del rosso nel loro colore. L'aria intorno era nebbia, assai vasta, d'un marrone scomposto e il biancore del cielo scorreva nell'aria, talvolta, in chiazze sparse e velate. 
Gli uomini forti dovevano cacciare vicini alle bestie feroci, con lance e con frecce. Gli uomini svelti dovevan cercare e istruire e dir cose e parole agli uomini forti. Altri uomini ancora dovevano urlare in gran cerchio, attorno alla bestia, spietati e raccoglier le prede. Le donne ancora, dovevano fare molteplici cose, leggère, servire gli umani di frecce e altre cose, seguirli e aiutarli in cose diverse. 

Mardùk era fra gli uomini forti e ampio sorriso aveva, splendente e molto sorrise a Celàn dall'altra parte del campo, quando, correndo, si pose al suo posto, e molto fu felice Celàn, dallo strano sorriso, leggero, come le cose dell'aria. 

Rustricka era fra gli uomini svelti e molto parlava agli amici e sorrideva a sue donne e rideva e scherzava e molto era bello il suo giovane aspetto. 

Minorio era insieme a Rustricka, fra gli uomini svelti e con lui era pure Corintha. Molto insieme parlavano gli uomini svelti e Minorio molto ancora parlava e rideva di strano sorriso sociale come bene aveva imparato e molto ridevano insieme. 

Barìmas ancora rideva e non molto badava alle lotte complesse, perché grandiosa era la scena di caccia e Viràs un poco badava alle lotte complesse e rideva e scherzava e molto era ancora di rosso colore. Ma tutti insieme avevano molto, quel giorno, rosso colore, le genti del clan. 

Trinale era capo, seguiva i due cacciatori, ma pure lui stesso era bravo a cacciare e similmente Taròn, col suo buon sorriso. 

Tretàn scintillava i suoi occhi al guardar la parata e non rideva poi molto, sorrideva, ben lieve, al fianco di Gobbia. Era bella la cosa e attraeva e non pensava a cose cattive o ad astuzie nascoste: guardava soltanto il pulsar della gente, la vita intensa che si mostrava d'intorno, esultante. 

Tretàn guardò Gobbia: - Possono andare. Cacceranno e faranno gran preda. Noi due attenderemo il loro ritorno parlando di cose scomposte. E il ritorno del clan sarà nostra sorpresa, e più abbondanza faranno, più gioia noi avremo. Suvvia, dai il segnale, placido Gobbia, mio vecchio, onestissimo amico. 

E Gobbia sorrise, bonario, dagli occhi splendenti nel volto screpato, sereno, e poi fece un cenno e Trinale sorrise e forte molto sorrise Trinale e Taròn pure sorrise, splendente e le due guide, ben serie e con forza disposero ancora le cose e Trinale ancora, con forza, col suo enorme sorriso, urlò forte alle genti: 

- Verso il bosco, dove il cibo è abbondante, per le donne, pei vecchi e i bambini! 

- E che così ancora sia - sorrise Taròn e la gente, tutta, si mosse con immenso frastuono. 

***

Rideva Celàn tra le piante perché Màrduk l'aveva scoperta e la guardava con strano sorriso. Celàn prese a correre intorno e Màrduk la prese. Altre voci s'udirono intorno, scomposte, e il frusciar delle piante si perdeva dovunque. Mardùk guardò bene Celàn, poi la lasciò: - Devo andare. Farò caccia abbondante. Molto mi piace la caccia in simile modo. Tu stai attenta alle cose del bosco, nascoste. 

- Non temere. Farò paura alle bestie se vorranno venire, col mio aspetto possente - e fece gesta scomposte. 
Mardùk sparì via dentro il bosco e Celàn rimase con strano sorriso, poi andò fra le piante del bosco. 

- Dove diavolo andate, scomposti, senza mèta precisa, uomini ingenui! - urlava Trinale - Se ci sono le bestie voi le farete scappare! 

Corigor fece un gesto, sicuro, tendendosi tutto verso una parte del bosco e molti tacquero e molto guardaron Corigor. 

- C'è un fruscìo là nel folto. È una bestia. È nascosta e ha timore. Sta indietreggiando pian piano. Sa che c'è l'uomo e sa pure che la sua vita è finita. Quel gruppo! Aggirate la bestia. Voialtri! Dall'altra parte. Bascòn, noi due andremo nel folto a scovarla. 

Le genti si mossero silenzïose, guardinghe, nel buio del bosco, a gran passi, sommessi e leggeri. 

Più lontano, nel bosco, altra gente, scomposta, cacciava. Mardùk aveva preso più lepri e una volpe portava a tracollo con lieto sorriso. Corintha, veloce, s'era dato a percorrere il bosco e vedeva più cose e di più cose istruiva la gente. 

Minorio era solo, con l'arco e cercava qualcosa nel bosco sereno. Era molto marrone, Minorio, ma di rosso lucente era pure pervaso il suo corpo, nel verde del bosco. Viràs s'era persa, sperduta, ma non aveva paura nell'animo suo perché intorno la gente si lasciava intuire e il bosco era umano quel giorno, dell'uomo e Viràs era stanca, d'un azzurro leggèro, con rosso. S'appoggiò presso un tronco, sereno, screpato e poi urlò, con stridula voce, perché un rettile era corso veloce nei pressi di lei. 

Dalle piante, sperduto, sentì il grido Minorio, e si portò verso quello, veloce, con l'arco. Viràs era sola, con timore nel cuore e il serpente era quasi ai suoi piedi. 

Viràs si voltò al venir di Minorio, felice e scomposta, e Minorio vide la giovane donna e guardò giù per terra dove il serpente strisciava, cosicché prese il dardo, leggèro e l'incoccò dentro l'arco, robusto, poi lo tese, spavaldo, e leggèro partì, micidiale, il candido legno verso il punto preciso e Minorio sorrise, poi sorrise a Viràs, splendente. 

- Urlate più forte, più ancora - gridava Trinale. 

Corigor fece un cenno a Bascòn e Bascòn andò da una parte. Taròn vide un posto da dove il cinghiale poteva scappare e si portò verso quello con gente. Tutt'intorno la gente gridava, sguaiata e il cinghiale girava, d'intorno, con ingenua pazzia, con occhi lucenti, con ampio respiro, mentre intorno, sguaiate, mille voci s'alzavano forte, perché gli uomini fortemente gridavano, illuminati dalle verdi luci del bosco. E il cinghiale, con rosso sudore, sbruffava irrequieto. 

- Prendi l'arco e colpisci, Corigor!

- Giù, con forza, con l'asta pesante, senza tregua. Non fate capire al cinghiale ciò che gli accade d'intorno. 

- Non lasciatevi spazio fra voi, stupidi uomini, urlate, con forza, urlate, selvaggi! 

- Colpisci con forza, spietato, ancora più forte, anche tu con la clava, sull'ampia fronte, spazïosa. 

- Non cessate per ora, battete pur forte affinché forza non possa più avere il suo corpo. 

Poi il cinghiale morì e le voci si spenser, pian piano, fra mille sospiri, profondi, dopo molta fatica, e le genti si vider, ridenti, dagli ampi sorrisi, intorno al corpo d'immensa statura. 

***

Un ramo, due rami. Minorio sperava in Viràs. Viràs percorreva le fronde del bosco. Minorio era forte, con la forza che aveva acquistato dopo un lungo esercizio sociale. Era alto e veloce con l'arco robusto. Viràs era rosa nel verde del bosco e Minorio del rosso aveva allo sguardo splendente. Era forte e sentiva in sé sicurezza. Viràs sarebbe stata sua donna. Viràs era giovane e bella, molto giovane donna era la svelta Viràs. 

Poche fronde ancora di bosco e poi dopo, la luce intensa e la valle, d'immensa estensione nel suo placido andare. 

Più genti eran sparse d'intorno, al di fuori del bosco, con prede minute sui corpi giocondi. Minorio e Viràs si posero insieme a guardare le genti, attendendo il più grosso del clan, con la preda pesante. Il vento scompigliava i capelli a Viràs, vivaci, e su Minorio, più alto, il vento soffiava glorioso. 
Minorio posò la sua preda, abbandonandola a terra, languente, poi sorrise a Viràs, di bel riso a vedere e Viràs rise, splendente. 

Trinale apparve, in gran movimento, e poi dopo i due forti di caccia, Corigor e Bascòn. Venne infine moltissima gente con cinghiale enorme trascinandosi dietro e sicuro e ridente venne pure Taròn. Molte voci si spargevan d'intorno e Minorio e Viràs eran molto contenti e si dicevano parole scomposte. 

Al villaggio, in attesa, Gobbia il vecchio e Tretàn erano assisi alla terra e facevano un gioco di poca fatica. Delle corde eran tese a poche dita da terra e, con legno minuto, venivan contorte, senza nodo sicuro, ma in complesso artificio e il rivale, con altro piccolo legno, scioglieva le corde, con mano sicura se distingueva il groviglio. Così facendo parlavan d'innumerevoli cose, sereni, con profondità di pensiero, aspettando, pazienti, il ritorno del clan. Poi Gobbia disse: 

- Quei due cacciatori, che hai portato a guidare, son molto bravi.

- Sì, molto assai - rispose Tretàn, e col legno colpì il punto preciso e il nodo si sciolse, di scatto. 

Gobbia riprese a intrecciare, paziente. Tretàn guardava i nodi che Gobbia faceva. Poi Gobbia, sereno, alzò lento lo sguardo: 

- Son tuoi amici?

- Li conosco da poco. Sono uomini forti e sapienti. 

- Chissà, loro forse, vorrebbero capi nel clan. 

- Non so questo, placido Gobbia. Tu non vuoi capi nel clan? È solo e sperduto il nostro caro villaggio senza guida sicura. 

- I nostri ragazzi voglion questo così - disse Gobbia.

- Sono forse felici i nostri cari ragazzi? - chiese serio Tretàn. 

- Non è questo. Il clan, ora, è in gran confusione, scomposto e le genti del clan lottano libere e ognuna ha valore per sé, per quello che è. Un capo è capo fin dove riesce ad acquistarsi il suo imperio, sulle genti che sa dominare. È una lotta scomposta, libera assai e ognuno nutre molte speranze in cuor suo, come accade nelle cose imprecise, ed è in continuo esercizio e sempre più s'argomenta e perfeziona il suo cuore, senza limite alcuno - disse Gobbia. 

Tretàn lo guardava e ascoltava senza riso nel cuore, con lo sguardo splendente. 

- Molto bello è il tuo dire, ma il villaggio non sarà sempre solo. Le nostre genti si scontreranno con molteplici popoli e con loro verranno a contatto. Le persone, allora, non avranno conoscenza delle persone, ma i popoli conosceranno i popoli e le genti non potranno lottare da sole, una per una, ma un popolo contro un popolo e occorrerà allora che ogni popolo sia intero, una cosa, e non molte cose, scomposte. Mio placido Gobbia, il nostro villaggio non si fermerà in questa valle, ma crescerà e, crescendo, se ne andrà via col fiume, verso il mare, lontano, che nessuno conosce. E quando il nostro giovane popolo perverrà presso il mare e ne vedrà l'immensa estensione, indistinta col lontanissimo cielo, misterïoso, dal rumore profondo, vorrà scoprirvi più cose, il nostro giovane popolo, audace. Molte persone vorranno scoprire le genti del clan e sarà bene l'unione perché molto avrà servizio su ciò che faranno. 

- Tretàn, dal nobile cuore, dalle parole abbondanti e dall'abbondante sorriso. Molto bene hai parlato e con sincerità hai detto parole. Ma ancora, chissà, forse ancora nascondi qualcosa nel pensiero complesso. 

- E chi mai non nasconde qualcosa nel profondo dell'anima sua? - disse il gobbo con ampio sorriso - ma lasciamo abbondanti parole per far festa ai cacciatori sapienti. 

Erano molti i cacciatori sapienti, scomposti, sperduti, in gran grida, con gran prede portando con loro. Vennero al campo gridando. 
- Silenzio, silenzio! - urlava Trinale - siamo giunti al villaggio, dove Gobbia e Tretàn ci stanno aspettando, con ansia: Saranno contenti del nostro lavoro e di Corigor saranno contenti e di Bascòn pure, e ancora saranno contenti di tutte le genti del clan e delle prede che hanno portato - e grandissime grida si innalzarono al cielo, festanti. 

Tretàn venne avanti, verso i due cacciatori. 

- Ecco i miei prediletti. Molto bene avete cacciato e guidato. Molte prede vedo portare al villaggio. Gobbia, non credi tu forse che si meritino un inno i nostri giovani amici? - 

E la gente gridò, inneggiando alle guide, festante. Ma le guide erano ancora ben serie, perché l'argomento del clan, l'argomento sociale, non era ancor ben compreso da loro, e di tutto avevan sospetto e timore. 
Gobbia venne, sereno, e parlò: 

- Molto bene hanno fatto da guida i due forti. Molto bene hanno fatto tutti i nostri ragazzi e le nostre giovani donne. Ora è bene che molto rida la gente e che molto si abbandoni a sue gioie e all'amore perché le giovani genti molto contente devon esser quest'oggi. - 

E così fu gran confusione. 

Tretàn guardava la gente felice, con pensiero complesso nell'animo suo. Gobbia il vecchio diceva alcune parole a qualcuno, sereno, con volto giocondo e guardava la gente esultare. Minorio stava insieme a Viràs e scambiava parole. 
Rustricka molto gridava insieme a Taròn e Trinale, pure, gridava, e ancora le donne, dal riso sottile, e Corintha poi disse: 

Ascoltatemi, pazzissime genti, ascoltatemi un poco! C'è sorpresa pel clan che Minorio ha da fare! - 
E la gente, ancor sorridendo, abbassò le sue grida e si rivolse a Minorio: 

- Minorio, se hai sorpresa per noi, fai che sia di molta importanza, perché oggi i nostri cuori sono grandissimi assai e le cose prezïose molto sono degne di noi. Cos'è la tua cosa? 

- È per il giorno di festa. Una cosa che dovete imparare. Una cosa vivace, che dà gioia e allegria. 

- È il tuo, nuovo gioco, Minorio? 

Non è nuovo gioco, è cosa diversa, ma molto, molto allegra e gioiosa. Ho bisogno di gente per poterla insegnare, perché molta gente richiede. Chi di voi vuol venire con me, uomini e donne, domani? - e si rivolse a Viràs e Viràs disse - io – sorridendo, e ancora moltissimi - io - si levaron dal clan e poi dopo ripresero insieme ad urlare, scomposti e festanti, innalzando le voci nel più alto dei cieli. 


Capitolo V
la trama, la sfida

La pesca, i sorrisi, l'allegro splendore. Tutto ciò sapeva Minorio e ricordava Viràs. Difficile molto far gara con ciò. Difficili cose, sorrisi, parole. Niente grandemente piaceva a Minorio di sé. E se faceva una cosa, pensava: 'È più bella o più brutta? Avrebbe fatto così o in maniera diversa, avrebbe parlato o taciuto?' E poi ancora pensava a sé stesso, a far le cose di sé come bene sapeva, talvolta, ma le sentiva diverse e lontane a Viràs. Cosicché temeva nel cuore e grandemente complicava il suo cuore di cose complesse, Minorio. 

Però era tardi per cose. Era proprio così. Minorio sapeva. Non eran le cose così che conturbavano in tutto il cuore di sé, ma diverso si susseguiva nell'animo suo un timore nascosto. Minorio non prese Viràs. Altra cosa albergava il suo cuore, tremenda: paura. Nel profondo di lui si nascondeva in silenzio, senza che lui la sapesse, senza che lui neppure la volesse sapere. 

Passarono giorni e poche genti vedeva Minorio, a poche genti Minorio si avvicinava. Sorrisi tremendi vedeva, velati. Su volti di donna li vedeva nascosti, fuggenti. Tutti lui li sapeva, ogni sorriso conosceva Minorio, il creatore del canto, l'uomo grande, l'uomo inutile, che mai più avrebbe alzato lo sguardo su genti. 

Gran forza prese dopo Minorio, poiché in quella aveva scoperto grandezza. Gran forza raccolse il suo giovane cuore e si dette al dolore volontario, sacrificio di sé in molteplici cose, senza chiedere al fato sosta o riposo, senza chiedere al fato veruna speranza. Il sacrificio è grandezza, l'autodistruzione è un impiego di forza inutile, giovane e vana. 
Cosicché Minorio non andò dal Gran Legno a chieder cose al suo cuore, poiché egli era solo e da solo doveva affrontare il suo fato. Minorio affrontava il dolore e la morte e ciò che dopo sarebbe avvenuto: il buio e la dispersione, l'incubo e il disperdersi intorno. Minorio avrebbe affrontato il male così come il bene, poiché la differenza è soltanto nella qualità delle cose e se il dolore è dolore, questo è nella sua qualità. L'abbandono è importante, la dedizione al fato. 

***

Dopo il giorno di caccia erano trascorsi giorni. La festa aveva avuto ritardi. Minorio aveva appreso cose alle genti e le genti avevano fatto cosa propria del canto. E molti forte assai apprendevano cose nel susseguirsi dei giorni affinché dolce e soave e profondo fosse il giorno di festa, giorno sacro per le genti del clan, giorno che avrebbe avuto il suggello del legno e che sarebbe stato propizio per tutti gli anni a venire come il Consiglio dei Pàdai aveva promesso. 
Lunga e laborïosa e gioiosa era stata l'attesa del primo giorno di festa dopo che il clan aveva preso dimora nella terra vasta. Finché il giorno venne e il sole spuntò, come sempre, lentamente, nel cielo lontano, tepido e chiaro, bianco e pulito, puro e perfetto, come le cose rinate e purificate nell'aria. 

***

- Oggi farete le cose che vi dicevo di fare. Saranno semplici cose. La semplicità è facoltà del pensiero e io vi ho insegnato ad esser semplici in cuore, senza costruir cose complesse nell'anima vostra. Voi siete forti e sapienti. Ma ancor poca gente vi sente nel cuore, perché poco è il tempo consumato da voi con la gente del clan. Ma già vedo il coraggio quando affrontate le genti e la vostra testa, alta e fiera, non tradisce timori o paure. Quest'oggi occorre che voi dimostriate di non saper soltanto pensare e costruire nell'aria, alla maniera dei giovani vermi, ma che voi sapete pensare e fare, prender forza e agire. 

Così parlò loro Tretàn e i due forti di caccia non scomposero le loro persone, né accennarono a cose, ma guardarono il gobbo e attesero il cuore per sentire e scrutare se stessi e la forza che in loro poteva albergare. 

***

Molto assai animato era il campo dei giochi quel giorno, molte numerose persone brulicavan vivaci nel campo dei giochi e si dicevan parole e molto ancora ridevano insieme di futili cose, vane e festose. 
Molte gentili fanciulle componevano sguardi e sorrisi e i capelli, gioiosi, molto assai ondeggiavano intorno, vivaci. Gli uomini ancora molto gridavano forte, con fiera allegria, con sguardi superbi, aggirandosi intorno a notare e mostrare sé stessi, e tutto era assai gaio e vivo. 

I tronchi possenti del tràis, ben piantati alla terra, sembravano attendere genti. Robusto era il Wanter, coppia enorme, gigante di legno, immobile e forte. Il bàris pendeva a metà da una coppia, dimenticato, e tre clave, d'intorno, erano sparse alla terra. 
Una Tretàn ne raccolse, dopo aver detto parole, e la gente lo vide, cosicché Tretàn portò una clava a Trinale: 

- Trinale! Tu sei uomo forte. Accogliamo la festa con un gioco comune. Tu molto contrasti parole al giovane uomo Rustricka: quest'oggi con lui giocherai come si usa nei giorni felici. 

- Con molta assai gioia t'infliggerò la sconfitta, Rustricka - urlò forte Trinale, dall'enorme sorriso. 

- Perché t'illudi nel cuore, Trinale! - urlò forte Rustricka, dal sorriso splendente - Vedi bene che nessuno ti crede. - E molto rise la gente e Tretàn pure rise, sottile e poi disse: 

- Non esser cattivo, Rustricka, col nostro Trinale, poiché egli è un uomo assai forte. 

- E ben lo vedrà - disse allora Trinale lanciando il barìs a Rustricka. 

- Comincia tu pure l'inizio del gioco, giovane verme. E Rustricka, ridendo, pose il bàris sul posto. 

Era come sua madre, splendente. Il sorriso lontano, così bianca e raggiante. La ricordava assai bene il giovane uomo Vinùs, la bocca, i capelli, la fronte, la gioia, la vita. Cose lontane, perdute, irraggiungibili, introvabili ormai. 

- Su Trinale, colpisci con forza, Trinale, sei certo più forte a Rustricka! 

- Questo è certo Tretàn, questo è certo Rustricka! 

'Ehi Celàn, mia bella fanciulla, divina, grandïosa, perfetta. Fermati qui, nei pressi di me, avvicinati. Io sono l'uomo più grande e ti ho vista. Tu sorridi Celàn, tu sei bella, Celàn, la più bella, la migliore fra tutte, la più buona, sei perfetta e divina Celàn, io ti amo Celàn, tu sorridi, io ti amo.' 

- Tu sei forte a parole, Rustricka, ma non certo nel corpo. Tu sai dir solo cose, ma se si tratta di fare, sei assai buffo, Rustricka, assai buffo Rustricka! 

- Tu vagelli, bestione, tu non vedi le cose, né bene comprendi le cose nascoste, d'astuzia. Ti vincerò col pensiero, Trinale, tu mi senti? Col pensiero ti vincerò! 

- Anche Trinale ha cervello Rustricka, e molto, tienlo bene presente. 

- Anche io ho cervello, Rustricka, anch'io ho cervello, molto assai più di te e sono molto più forte, molto assai, per questo vincerò questa gara. 

- Questo è certo Trinale, sta' pure tranquillo. Rustricka sa solo parlare, cose dolci, scomposte, da fanciullo gentile. Non conosce la forza. Tu non vedi la cosa sottile che è, egli è più debole assai della clava che tiene, molto assai più piccino. 

- Questo è vero Tretàn, questo è vero. Molto vero è codesto Tretàn! 

'Questo è Màrduk, mio uomo. Uomo forte, possente. Egli è abile molto e mi ama, assai bene e molto mi dà gioia e fortezza nel cuore. Ma non dovrebbe guardare Conata, perché mai l'uomo Màrduk sta guardando Conata?' 

Conata con Vìnus. Vìnus vicino a Conata. Conata che ride. Vì̀nus che parla, assai basso, piccino, gentile, uomo candido e biondo, e Conata che ride, splendente, con ampio sorriso e capelli vivaci. 

Màrduk marrone, possente, sicuro, come forte gigante. Celàn che sorride, Màrduk che guarda. Vìnus che dice, poche cose confuse e Conata che ascolta e che ride, distratta, e che ride, assai bene, assai bene. 
Celàn che parla, Màrduk che ride. Celàn che dice soltanto: - 
Guarda il gioco, come sono arrabbiati questa volta i due 
forti. 

- Tu sei uomo ingenuo, Rustricka, tu sei uomo debole molto, molto assai di debole cuore, Rustricka! 

- Tu sei uomo forte, Trinale, ma soltanto codesto, e molto sei stato aiutato da genti. 

- Cosa diavolo dici, Rustricka! - gridò alto Tretàn - Forse che noi pilotiamo i barìs con risate gioiose? Se tu cerchi scuse, dille adesso, Rustricka, che è giorno di festa e i nostri cuori assai grandi e gioiosi, ma non insister poi dopo, domani! 

- Non insister domani, Rustricka. Di' quest'oggi le scuse di gioco, se hai bisogno di scuse, Rustricka! 

- Va nel regno dei morti, Trinale! Tu sei stupido uomo. Io mai più giocherò insieme a te. 

***

Una donna, una tomba, un silenzio profondo. Monema, strana donna la bianca Monema. Bianca come le cose che non hanno in sé suono. Parole che non esistono, suoni che non esistono, concetti puri. 
Monema non poteva parlare e neanche Monema poteva sentire le cose che la gente diceva. Poteva Monema pensare? Pensar cose senza dire: son cose. Pensar l'uomo senza dire: ecco, è uomo. 
Monema pensava. Cose pure pensava. Vedeva l'uomo e in sé lo vedeva, immerso in un mar di silenzio, denso e massiccio, silenzio marrone, spesso e aereo.
Candida bocca e pura aveva Monema, ma i suoi denti splendenti non conoscevano il riso e la sua bocca non conosceva la luce. 
Capelli prezïosi, silenzïosi come le parole che non hanno suono, ma che Monema conosceva nel cuore, un cuore fatto di mare e di cose che vanno, si immergono, affiorano e svaniscono, lente o fugaci, quasi incolori, quasi ombre. Minorio conosceva Monema. Splendida donna era la bianca Monema, d'una bellezza fulgida. 

Minorio era triste, talora, era incerto. Il suo mondo era fatto di pezzi caricati su pezzi, pronti a crollare, era senza cemento. Minorio sapeva e temeva nel cuore. Monema niente sapeva e Monema era bella. 
Parole che vanno, risate odïose, risate che spezzano il cuore. Monema giammai aveva riso perché ciò non sapeva Monema e bella era e bianca, ed era pura e prezïosa, come le cose che nessuno conosce e che sono, che vivono e sono e che nessuno conosce e che nessuno sa che esse sono. 
Minorio era triste. Monema anche era triste. Minorio temeva e Monema niente sapeva. Monema sentiva. Monema certo poteva sentire, ingenua e candida, innocua e bella. 

Quando i capelli si levarono al vento, Minorio tese la mano e la donna s'arrese, insapïente, ma il suo corpo cominciò a palpitare e a sentire quando ancora Minorio scorreva e Monema sentiva e capiva, il suo corpo sentiva e capiva. Dall'immenso silenzio, le mani dell'uomo si portavano a lei, pesanti come tonfi marroni, vicini come giammai aveva ancora provato. Era bella Monema e sentiva Monema e non temeva Monema perché niente sapeva, ma voleva e voleva nel suo grande silenzio ciò che le cose Minorio gli voleva insegnare, e Minorio insegnava, poiché ora poteva insegnare, Minorio, dai suoni sapienti, di molte cose sapiente. tanto che ancora il silenzio divenne più grande e più bello, più bianco, più vasto, perduto, infinito, gustoso, celeste, come le cose scoperte d'un tratto, come le cose che sono e si sanno senza ancora saperle, come tutte le cose che hanno bianco colore. 




Capitolo VI
il capo antico, la festa

Così nel clan era giorno di festa e il vecchio Gobbia diceva parole: 

- Vi narrerò delle cose quest'oggi - diceva - Vi dirò delle genti e dell'origine nostra, del capo antico di noi, del padre grande del clan. Egli era forte e potente e viveva in terre più grandi di questa vallata, dove terre ancora e altre genti vicine vivevan. 
Egli era re di una gente e la gente che s'inchinava al cospetto di lui era molta e potente. La terra che poteva tenere si estendeva per innumerevoli miglia e lo sguardo dell'uomo non perveniva alla fine. 
L'uomo antico del clan aveva un palazzo grandioso e un esercito forte. Erano donne abbondanti nel palazzo di sé ed eran donne splendenti e vestivano cose prezïose e intrecciavano i propri capelli come cose prezïose ed essi splendevano di luce solare o si perdevan nell'aria illuminando d'intorno. 
Molte genti sapienti illuminavano ancora il palazzo prezïoso e insegnavano cose all'uomo antico del clan. Egli conosceva i cavalli e sapeva lottare, conosceva le cose e sapeva parlare. Il capo antico del clan era un uomo felice, dal sorriso splendente e dalla parola abbondante e gioiosa. 
Sua madre era donna infinita, d'una tanta bellezza da oscurare il luccichìo delle acque e il chiaror della luna. 
Ella molto assai bene amava il figlio di sé e vegliava le notti sulle cose di lui e voleva che lui sempre immenso apparisse e gioioso e festante. L'uomo antico del clan molto amava la madre e molto era lui felice nel cuore. Finché un giorno contorte gli apparvero cose e confusa divenne l'aria d'intorno e penetrò nel suo cuore come cosa imprecisa, cosa grande e 
confusa della quale giammai si scorgeva la fine. Cosicché più raro si fece il sorriso dell'uomo e le parole di lui non venivano più abbondanti al suo cuore poiché niente mai più lo poteva colmare d'interesse o di gioia. 

Passaron giorni così e quando la madre veniva, l'uomo antico fuggiva e la madre diceva: - Sei cattivo con me, figlio mio, sei cattivo.- 

Poi un giorno radioso, nel giardino splendente, l'uomo antico del clan, vide spersa una donna. La donna era rosa e i capelli di lei si perdevan d'intorno. Stava girando tra fiori, seguita dal sole. 

- Cosa fai tra i miei fiori, fanciulla? - disse l'uomo del clan. 

- Son venuta a cercare una rosa, per poterla vedere. 

- Perché non hai chiesto una rosa, molte avrei potuto donarti. 

- Volevo cercarla da me. Volevo un fiore nascosto, un fiore che da sola dovevo cercare. 

- Prendi il fiore, fanciulla, sarò buono con te - disse l'uomo del clan. 

- Ti ringrazio, signore, ma non prenderò dei tuoi fiori, perché più non appartengono a me. 

Cosicché se ne andò e l'uomo antico del clan ebbe strana espressione sul volto e restò a pensar cose tra fiori. 

Il giovane capo di noi non vide più la fanciulla, ma spesso si recò nel giardino splendente, guardando e cercando speranzoso nel cuore. Ma il suo cuore appassiva con gli inutili giorni e la madre vedeva e si appressava al suo cuore, e parlava la suo cuore con parole di miele e sorriso sul volto e opprimeva il suo cuore con dolci sorrisi che il capo antico del clan più non poteva soffrire. 

Venne alfine una guerra. Le terre risuonaron di grida e la distesa del cielo fu cosparsa di nubi e nebbie dense e massicce s'adagiarono a terra. 
C'era un capo, un gigante, uomo forte, possente. Molte genti aveva raccolto il suo dire e più cose chiedeva al capo antico del clan, minacciando, con ferro, di sangue: 

- Il tuo popolo, Sire, è infinito, ma poche cose possiede. Lavora e lavora le terre, con sudore profondo e poche cose raccoglie. Il tuo popolo ha genti, gran Sire, ha donne e fanciulli, dal candido volto, ma vede donne e fanciulli sottostare alla fame e vede donne e fanciulli morire, di morte atroce, spietata. Non ha cose la gente di te, gran Padrone, e chiede cose che tu, buon Signore, puoi dare, chiede cose che tu, gran Signore, possiedi, e questo solo, o Divino, può calmare la folla e la fame e il sangue che scorre, abbondante, come fiume tremendo, sulle splendide terre di te. 

- Non ascoltare le cose - sussurrava la madre - sono genti cattive, odiosissime, grezze. Sono genti contorte, dalla sporcizia abbondante. Non cedere a bestie, figliolo, mostra forza e potenza, la grandezza di te. 
E ministri gentili, dalle vesti prezïose, dal cipiglio severo, così ancora dicevan, e apportavano ancora più ragioni profonde, più profonde parole, cosicché minaccioso divenne l'uomo del clan, e con armi possenti, s'inoltrò nella lotta. 

***


- Vieni, avvicinati a me. Ancora di più. Avvicinati ancora. Voglio avvolgerti, come una piccola cosa, prezïosa. Prenderti e violarti, come una cosa sacra. Abbandonarmi a te, come in un mare profondo, o in un deserto sabbioso, o nell'aria infinita, confondermi in te come in tutte le cose, diventar niente e perdermi nell'innumerevole. 

"Vieni, avvicinati a me. Voglio avvolgerti, prenderti, violarti, abbandonarmi, confondermi. Vieni, avvicinati. Ancora di più, ancora, ancora, ancora... 

"Perché? Che vuol dire? Non vuol dire più niente. Non può dire più niente. L'ho ucciso. Io, il Re, l'Invitto, il Divino. L'ho ucciso, come un cane rabbioso, con la bava alla bocca. E lei ho ucciso. Lei, dalle celesti sembianze, dal candido aspetto, di dignitose apparenze. 
"Una donna, una falsità. Un'immagine. Due occhi puri e prezïosi e poi dopo, un'insulso abbandono. Perché? Che vuol dire una cosa così?
"Io, che già quasi stimavo quell'uomo, uomo forte, dalla voce violenta, con ardore nel cuore, senza timore alcuno: abbandonato alla terra senza più niente nel cuore, senza controllo veruno, perduto nelle nebbie dell'immondizia, e lei, abbandonatasi a ciò." 

***

- Cronio! Inestimabile Cronio. Avvicinati, avvicinati ancora. 
Hai raccolto le piante? 

- Ho raccolto molte assai piante, di molti colori. Ce n'era una marrone, poi una marrone, una scura e una ancora marrone. 

- Troppi colori, troppi, mio povero Cronio. Possono danneggiare la vista, possono farti del male. Un colore si mescola all'altro nell'occhio e si sporcano insieme e producono nero e tolgono luce e visione e tu sarai cieco, mio povero Cronio. Non puoi più andare avanti così, non puoi più raccogliere piante. Non farlo mai più! 

- Ma tu, Barclas, m'hai detto, tu m'hai detto: raccogli le piante o non potrai più mangiare. 

- Questo è vero mio Cronio. Tu non cacci, non peschi, non cerchi, non parli, non fai niente, schifosissimo Cronio e vuoi anche mangiare. Per questo ti ho detto: va nel bosco e raccogli le piante. Ti ho detto di prendere piante grandi e pesanti e di portarle al villaggio e poi di venire e mangiare insieme agli uomini forti. Questo ti ho detto, o inestimabile Cronio, perché sono amico, perché credo nella forza di te, per questo, ti dico, per questo. 

- Ma tu anche m'hai detto: tu raccogli le piante e diverrai cieco. Perché allora tu vuoi che io raccolga le piante? 

- Barclas è il mio nome e in parola di Barclas io ti ho detto: va nel bosco e raccogli le piante affinché tu possa mangiare con gli uomini forti. E per questo l'ho fatto. Ma ti ho detto: raccogli le piante, non ti ho detto di troppi colori. Ma tu sei andato e hai raccolto le piante, di colori svariati, che si sporcano insieme e conturbano l'occhio e lo rendono cieco. Cronio, mio Cronio, intendi bene le cose: vai nel bosco e raccogli le piante, ma di un solo colore, tu m'intendi, di un solo colore. 

- Io ho raccolto più piante: ho raccolto una pianta e una pianta, poi ho raccolto una pianta e una pianta ed eran tutte marroni e una pianta era scura, ma tu ti burli di me schifosissimo Barclas! 

- Cos’hai detto al tuo Barclas? Al tuo povero, unico, affezionatissimo Barclas! Se la gente qui intorno sta ridendo di cose, tu credi che Barclas nutra riso nel cuore? 

- Lascia stare il nostro povero Cronio e vieni a mangiare ridicolo Barclas, vieni insieme con noi e lascia stare il nostro povero Cronio! 

- Io gli farò sputare denti con sangue e la terra sarà il cibo per lui o le piante schifose che ha visto e raccolto. Codesto sarà il cibo per lui! 

Minorio e Rustricka erano sparsi d'intorno. Trinale era intorno. Gobbia il vecchio era calmo, ridente. Tretàn pure c'era. C'eran suoni, rumori. Molta gente rideva. C'era cibo abbondante e parole gioiose. Mardùk era insieme a Celàn. Taròn era insieme con donne e parlava. Minorio era incerto. Barìmas passava. Era bella Barìmas, imponente, sicura, perfetta, senza dubbi nel cuore, senza timore veruno.

- Dove hai lasciato il tuo amicissimo Branta, inestimabile Cronio? 

- Branta non è amico mio, non lo è più. 

- Ha riso di te per le piante? 

- Branta è cretino e tartaglia e non sa fare le cose. 

- Branta è cretino, questo è vero, molto vero è codesto mio Cronio! 

Barclas parlava. voce grossa, massiccia, rivolgendosi a Cronio. Cronio non era normale, era incerto, aveva un cuore spezzato, ridotto. Branta pure era simile a lui, più minuto, con corpo imperfetto, e molto rideva la gente quando Branta veniva e molto rideva di Cronio, parlando, e tutti assai avevano cose e parole da dire.

- State attenti alle fiamme, robuste, che schiantan le carni! 

- Non mangiare più tanto, o divina, o il tuo corpo sottile avrà bisogno di una capanna più grande! 

***

- Tu non mangi, Barìmas? È cibo forte, abbondante quest'oggi. Su fai festa con noi! 

- Sì, Tretàn, hai ragione, porta cibo alla donna Barìmas. 

- Ehi, Trinale, porta cose a Barìmas, dal sapore prezïoso! 

- Cosa dici Tretàn, non t'intendo! Alza ancora la voce, parla forte, Tretàn! 

- Porta cibo, Trinale, che Barìmas ne chiede, porta cibo a Barìmas, Trinale, non serbare ogni cosa per te, schifosissimo verme! 

- Tu m'ingiuri, Tretàn. Ho soltanto assaggiato le cose, non ho preso che avanzi: questo mezzo capretto è un avanzo di genti e di questo soltanto mi cibo. Ma se ancora ha servizio a Barìmas, verrò, se è per lei io verrò e offrirò le mie povere cose. 

Barìmas rideva, sicura, mirando dall'alto le cose, ed aveva colore lucente e prezïoso, ed aveva sguardo indulgente e gioioso. 

- È stata caccia abbondante, Trinale. Tu sei uomo forte, con ardore nel cuore. 

- Tu lusinghi, Barìmas, o ti burli. Ma sei bella e prezïosa e accetterò qualunque cosa tu dica di me come cosa divina. 

- Non lasciarti alle donne, Trinale, sono infìde, bada molto di loro. 

- Non Barìmas, Tretàn, non Barìmas, ti dico. Lei può fare e parlare, può amare e odiare, può dar vita e uccidere genti e nessuno può scappare al volere di lei, che così è la donna Barìmas: è regina, e ogni uomo sente gioia nel cuore a sottostare al volere di lei. 

Così molto rideva la donna, così pure Tretàn assai molto rideva, con lo sguardo splendente. E Trinale, ancor pure, massiccio, gioioso, imponente, rideva. 

Calma sera nel bosco, calma notte d'intorno. Stelle alte nel cielo, prezïose, e la luna, tranquilla, come donna gentile che non teme le cose. 

Poi Rustricka. Egli è uomo e fanciullo nel cuore, è splendente e gioioso. Un sorriso, un ricordo improvviso, una luce intravista, un appiglio, un amore alla vita: 

'Irraggiungibile cosa. Lei che parla ed è bella e prezïosa e si gioca dell'uomo Trinale. È felice Trinale. Vorrei essere là come fossi Trinale. Potrei dire più cose, potrei fare più cose. Potrei ridere a lei e vedere il suo riso che a me si rivolge. Potrei perdermi in lei, nei suoi denti, splendenti, nella voce, sottile, nei suoi capelli, prezïosi.' 

Cosicché era giorno di festa. Trinale parlava e rideva. Così pure Barìmas rideva, con voce sottile, gioiosa. Trinale s'alzò, massiccio, scomposto, e prese una mano a Barìmas e Barìmas rideva e la portò verso il bosco. Cosicché Tretàn andò vicino a Rustricka. 

- Splendida donna è Barìmas, completa. Abbiamo parlato di te. Ha chiesto cose. Che tipo Trinale, un buffone, ma ha tenero cuore e gioioso quando si abbandona a sue gioie, come ingenuo fanciullo. A te piace la festa, Rustricka? 

- Molto assai, è gioiosa e confusa. È così come le cose che piacciono a me. 

- Così pure ha detto Barmas. Lei conosce le cose di te. Così dice. Trinale rideva, non è stato molto gentile con te. Tu lo sai come è lui: è fanciullo e scherzoso. Barìmas diceva bene di te e ribatteva Trinale. Lui l'ha presa e l'ha portata nel bosco: "Lascia stare, Trinale, voglio ancora restare", sai come fanno le donne: urlicchiava, con stridula voce, ridendo. A me piace la festa. Trinale è stupido uomo. Io avrei prima goduto la festa e poi dopo, magari, cercar cose con donne. Ehi, Alana, porta cose, ti prego, abbondanti! È superba la donna, tu non trovi, Rustricka? È splendida, Alana, bianca, come il candore del cielo, quando il cielo ha candore. 

Ora avvenne una cosa. Rustricka aveva strane cose nel cuore e Tretàn sapeva cose precise. Poi c'era festa d'intorno e clamore e molta assai confusione penetrava nel cuore, così che Rustricka aveva strane cose nel cuore. 
Alana era bianca e tenue azzurro diffondeva d'intorno, e se Tretàn mostrava bianco in Alana, Alana era bianca, e se Tretàn mostrava in Alana bellezza, Alana era bella e bella era invero la donna, d'intatto candore, di coraggiosa purezza. 
Strane voci pervenivan nell'aria e Rustricka socchiuse le labbra e sorrise ad Alana e Alana sorrise per cose che le eran cadute e Rustricka raccolse le cose e le porse ad Alana, poi diffuse parole gentili, in buon riso, cosicché s'unirono insieme a parlare di cose gioiose. 

***

- Barìmas, tu corri, ma non credere molto. Io sono forte e veloce, ti prenderò! 

- Non dire sciocchezze, Trinale, non passerai mai tra tante fronde di bosco, Trinale. 

- Ti prenderò, e allora tu più riderai, Barìmas. Non riderai più come ridi, Barìmas. 

Barìmas rideva, poi fuggiva, Trinale correva, spostando rami, numerosi come le maledizioni del cielo. Una macchia bianca, poi verde, un fruscìo: ancora la donna, e poi scompariva e rideva e Trinale, massiccio, percorreva nel bosco, sicuro, poiché avrebbe raggiunto la donna, l'avrebbe presa. Una donna stupenda, prezïosa, ricca come le ricchezze del mondo. 

***

Corigor. Il fuoco era forte. Le ombre erano nette e precise. Tretàn s'appressò da Corigor e Corigor si voltò sulle spalle. 

- Il tuo volto è tranquillo, Corigor. È il chiarore del fuoco che ti fa splendere il volto. Il sudore è così. Poca cosa. 

- Bascòn sta aspettando nel bosco. Poi verrà. Io prenderò allora il suo posto. Andrò dove dice. 

- La gente ti ha visto alla festa e Bascòn sarà visto. La confusione è grande e non faranno caso alle cose. Quando Rustricka perverrà presso il verde, Bascòn tornerà e ti dirà dove sono. Hai visto le donne? Sembrano tutte più belle quest'oggi. Il villaggio non ha grandi cose. Tu sei forte, Corigor. Sai che faremo? Riempiremo il villaggio di cose preziose, più preziose delle grandi città che Gobbia racconta. La terra è abbondante ed è vasta. Saremo un popolo grande. Tu sarai capo, Corigor. Corigor il grande. Tu sei forte, capace di guidare le guerre e d'imporre le cose. Perciò sarai capo. Io ti dirò come fare. Un palazzo prezïoso e donne abbondanti, e poi ancora altre cose. Rustricka è abile uomo. Sta andando, gentile, in riso gioioso. La donna è fanciulla e non bada alle cose. Gobbia è solo a parlare. Gli altri lo sentono e basta. Sono stupidi uomini. Io andrò e parlerò insieme a lui. Voglio andare e parlare col placido vecchio. Tu sai quel che fare: aspettare, andare e tornare da me, da uomo forte. 





Capitolo VII
il sangue, l'esilio

Poniamo un uomo. Confrontiamolo ad altri. Si può dire gran cose: quest'uomo è buono, oppure ancora, quest'uomo è cattivo. Si può dire anche quest'uomo è bello, oppure ancora, quest'uomo è uomo brutto. Si può dire ancora quest'uomo è bravo o incapace a far cose. Tutto ciò confrontando con altri.
 
Prendiamo un uomo e prendiamolo solo. Dimentichiamo il clan, l'umanità, dimentichiamo tutto. Ecco allora che l'uomo non è uomo buono, né bello, né ancora è uomo cattivo, né brutto, l'uomo non è uomo bravo, né incapace a far cose. Egli è uomo e soltanto codesto. L'uomo allora subisce il confronto: egli è buono rispetto ad altri o cattivo, ed è bello rispetto ad altri o è brutto o è bravo o incapace a far cose. 
Il comparativo fors'anche è alla base del clan, della cosa sociale. Son venuti i valori. Difficile assai è sapere perché, per cose precise, svarïate, necessità di vita, conseguenza di cose. Valori buoni, valori cattivi, gradevoli, brutti: positivi o negativi. E poi allora il giudizio, figlio del paragone. La gloria e la commiserazione e poi l'orgoglio e... difficilmente assai l'autorinuncia a se stessi. 

Quando fra l'uno o l'altro è il paragone è facile cosa: questo è gioia ed è vita, questo è buono; questo è triste ed è morte, questo è male. Oppure ancora: questo è privo di forza, o privo ancora di paragone, questo ha in sé, per me, possibilità di vita, questo è buono; oppure invece, questo è forte e orgoglioso e confronta e mi scruta, questo non ha in sé, per me, possibilità di vita, questo è pessima cosa. 

Il bene e il male di un uomo è in raccordo col suo bisogno di cose. E se l'uomo è distorto, malato, fuorviato in psichè, il suo bisogno sfugge alle leggi del clan, e l'uomo allora che ha bisogno del clan, forza le cose, le cambia, le storce, le uccide, combatte fino a placida posa o alla morte. 
Un uomo così può soccombere al clan, un altro ancora così, può imperare sul clan e plasmarlo a volontà sua su innumerevoli cose, e talvolta è lui stesso a mostrare possibilità di cose nelle impensate combinazioni del mondo; ma sempre, al cuore, se non raggiunge stabilità e equilibrio, sovrasta, inquïeta, l'infelicità. 

***

- Ti braccano come un cane rognoso. Verranno e ti prenderanno. Ti prenderanno e ti faranno a pezzi. Ti ammazzeranno e ti getteranno nel fiume, pezzo per pezzo, per disperdere il seme di te, Rustricka. 

- Non faranno questo di me. Non lo possono fare, perché niente ho fatto, Tretàn. 

- Perché fuggi allora, Rustricka? Perché fuggi lontano, nella grande foresta, e cerchi tane, per nasconderti meglio, come i topi. Perché strisci a terra, Rustricka, alla maniera dei vermi, perché ti riduci così se sei puro e senza macchia di sangue. 

- Ho visto Trinale e Barìmas, e la gente mi ha visto e Trinale e Barìmas eran morti. Per questo ho timore nel cuore. Sono stato ed ho visto, ma solo questa è la colpa. 

- Ti prenderanno e non ci sarà niente per te. Non ragioni scomposte, parole contorte, discorsi. Ti uccideranno e basta. Questa è la legge del clan, la legge del legno, la legge di vita per vivere insieme. E la gente parla e si scalda. Ogni gente diventa un uomo furïoso, e può urlare e dir cose, come bene san fare quando possono fare: aprir bocca e denti e lampeggiare fra folta barba, come lupi infurïati o leoni tremendi. E non c'è scampo per te, né avrai posa o respiro, fuggirai, senza rifugio alcuno. 

- Tretàn, schifosissimo verme. Sono puro, sono puro di sangue, di colpa. Qualcun'altro l'ha fatto, per ragioni nascoste. Lo cercherò, Tretàn, e lo ucciderò e lo porterò dalla gente e dirò cose e le genti del clan sputeranno alla terra, sul morto e diranno cose ingiurïose alle cose di lui, e cacceranno il suo spirto ti dico. Lo prenderò, Tretàn e non avrò pietà del verme schifoso. 

- Io non so cosa dici, né so perché dici. Ma non voglio altro sangue tra le genti del clan. Conosco te, conoscevo Barìmas, ero amico a Trinale. Se tu torni al clan, non sarò insieme a te, ma te ingiurierò, e ti coprir di insulti, perché ancora non so bene spiegarmi le cose. Per questo fuggi, Rustricka, da questa terra, lungo il fiume, oltre il mare, verso le terre dove il sole più splende, e dimentica il peccato, o l'errore, o il fato. 






PARTE SECONDA



Capitolo I
Sorgòn, i carvi


Sorgòn, la città del sole. Posta sulle rive del Bràsin, nel suo sbocco al mare. La grande via dei commerci toccava Sorgòn e navi abbondanti affluivano al porto.
Dal porto ci sono più vie che portano al centro di Sòrgon e strade ancora abbondanti si dipartono dalla via dei commerci fino al centro di Sòrgon, dove la vita ferve. Qui c'è il mercato. Acquirenti diversi vengono e cercano cose. E i banìni, dalle tuniche enormi, di vivaci colori, vendon le cose di ogni parte del mondo. 

I banìni sono genti sapienti. Conoscono molti paesi e le cose abbondanti che ogni paese possiede. Inoltre hanno astuzia nel cuore. Per questo la città di Sorgòn è detta del sole: perché là abbonda molta ricchezza e ci son cose prezïose. I banìni più ricchi sono quelli che possiedono navi. Essi hanno rapporti infiniti con genti di molti paesi e, nella stessa città di Sorgòn, sono i capi più forti. Gli altri banìni, che non possiedono navi, compran le merci dai carvi. Il loro nome preciso è banìsti o banìni minori poiché non lucrano tanto quanto i possessori di navi perché compran le cose e guadagnano meno nel prezzo. 

Nondimeno vi son genti di ricchezza infinita, seppur vi sono di modestissima mole. 

Evvi ancora moltissima gente, d'aspetto variato, di poca ricchezza e di nessuna influenza: lavoratori di terre, di legno, servitori di cose, che prendono ed eseguono ordini a chi loro mantiene. E poi infine gli schiavi, raccolti in guerre o rapiti in paesi, ai quali molto è affidato, delle cose più varie, dai lavori a fatica, ai racconti di cose, dall'amore a richiesta, alla costrizione al riso. 

I carvi sono gente diversa. Non è casta a sé stabilita, ma afflusso di genti. Vi pervengono dai rami più varî: ladri, ribelli, schiavi, delusi, arrabbiati. Si raccolgono in gruppi e fanno navi o le rubano insieme, poi vanno pei mari e predano cose, tornano e vendono. 
Non tutti comprano ai carvi, né i carvi vendono a tutti. Ci vuole gente fidata, saputa, usuale. Essi sono braccati, l'esercito forte della città di Sorgòn prende gruppi, talvolta, e li uccide. L'esercito è retto dall'alto e in alto vi sono i banìni, in accordo ai banìsti. Così la setta dei carvi si guarda bene dalle genti normali e diventa feroce e temuta. 

L'esercito invece è composto dai figli, in gran parte ai banìni. Evvi però anche figli ai banìsti, andati per amore alla casta, gran volte incapaci di vedere le cose, di discernere il meglio per sé e per i padri. 

Importanza avevano i Sistri, sacerdoti di Gòlod. Golòd era il dio più potente a Sorgòn. Suo padre era Crèston, signore dei monti e sua madre era Llùvia, figlia dei cieli, che aveva in sé, ricchezza di cose. 

Cresciuto in bellezza e in sapienza, Golòd, aveva avuto dal padre, abbondanza di doni. Santàla era figlia dei venti, cugina di Llùvia, e aveva infinita bellezza nel suo volto triste. Santàla era promessa a Golòd, ma Golòd s’invaghì di sua madre e della trasparente bellezza di lei. 
Egli era il figlio maggiore e lui regnava sul mondo con a fianco la madre quando il padre era assente. 
Il vecchio Crèston fu stanco una volta e affidò al figlio l'impero di un giorno e una notte. 
Golòd percepì disegno impensato nell'anima sua e dette ai divi immenso banchetto. Le muse diffusero intorno dolcezza soave e le divine bevande furon colmate di sonno. Ma Golòd non s'appressò tutto il giorno a Santàla e Santàla divenne gelida e fredda e non rise, né disse parole, né bevve.
Quando la notte si distese sul mondo, Golòd dette un ultimo sguardo alla madre dormiente e le carezzò i fluenti capelli, poi si diresse alla grotta dove Crèston dormiva. 
Ma la figlia dei venti, che non bevve di sonno, vide l'ombra di Gòlod e seguì l'ombra di Gòlod e vide l'ombra di Gòlod appressarsi al padre e un orrendo pensiero attraversò la sua mente. 
Santàla era splendida diva, di bellezza bianca e solenne, ma nascondeva forza vivace nell'anima sua e sprigionò grandi grida nel cielo e nel cielo i venti, suoi padri, udiron la voce di morte e urlarono al mondo il delitto e lamentaron sui monti, strisciando fra rocce e crestate, penetrando nelle caverne più buie e si appressarono al padre, al gran divo del mondo con gelida sveglia e Crèston si riscosse sul monte, e tremaron le grandi montagne e sprizzarono fuoco e terrore e morte. 
Ma Golòd non era mortale per volere del padre, e combatté contro il fuoco e la roccia, ma quando il padre lo vide e penetrò nel suo sguardo l'orrore, precipitò nel profondo, giù, giù, fino al mare, nascondendosi all'ombra dei neri abissi. 
Lì costruì il suo impero di odio e vendetta, combattendo coi venti e con le forze del cielo, bramoso di avere tutto ciò che è di terra e che ha luce e splendore. 
Chi si avventura sui mari corre il rischio di Gòlod. Quando è in guerra coi venti trascina, nella sua rabbia, le incaute navi e le sprofonda all'abisso. 

***

- A voi piace la festa, Cartòre? - Mi annoia. 

- Dovreste accoppiarvi a qualcuna. Parlare, scherzare. Abbandonarsi al riso e alla pazzia di sé stesso. Questa è la festa. 

- Dovrebbe, ma così non è mai. Gente che crede che questa è la festa. Ben pochi si sciolgono il cuore. Tentano solo di farlo e diventano buffi: gridano, ridono, dicono cose comuni e ridono per cose comuni come non hanno mai riso. 

- Voi, che curate le genti, sapete assai per quel che curate. 

- Una cosa: chi è sano va bene ovunque, chi è malato non ha feste o ripieghi che valgano a curare la tristezza di sé. 

- Allora la festa è buona dappoiché tutti son sani. 

- Impensati son gli alberghi del male, Sotànio, invisibili all'occhio i più grandi. Abbi di mira l'umore: se l'umore è sincero l'uomo è sano, e a questo metro misura. 

***

- Dovresti bere più vino, Sarìa, il vino è la bevanda divina, che dà vita e forza. 

- E produce pazzìa e abbandono. 

- Questa è la sua parte migliore. 

- Impagabile Dànas, berrò come dici, ma solo se riuscirai a forzarmi le labbra per bere, affinché poi non mi si incolpi di cose. 

- Io sono il male e il peccato e su me solo cadrà l'ira di dio, Sarìa, bevi, abbondante, Sarìa, del divino liquore. 

***

- Lei, signore, dovrebbe provare una gara con me. Io adoro le gare di barche. I miei schiavi sono i più forti di Sòrgon, ma se lei ne ha altrettanti mi degnerò di lottare. 

***

- La gente più stupida s'è raccolta qua dentro. Parlano, parlano, senza sapere che cosa. 

- Io penso ai momenti. Ci sono momenti diversi nell'uomo. Un momento per gioia, un altro ancora per le idee più profonde, altri ancora, svarïati, per momenti svarïati. 

- Se un uomo è cretino, è cretino sempre. Se un uomo è serio è sempre così. Che si rida e si parli, va bene. Ma ci son modi e modi per farlo, Udno. 

Udno era un uomo. Inspiegabile a volte. Era un giovane uomo dal cuore complesso. Chi scherzava con lui, chi rideva di lui, chi era serio con lui, chi fidava in lui. Udno era fatto così. D'innumerevoli facce. Svarïate. Dimorava nel centro antico a Sorgòn, il più vecchio. Viveva a figure. Scolpiva cose e la gente lo pagava per questo. Pochi denari, stima d'un certo genere, successo d'aria. Conosceva così molta gente, dei ceti più varî, bassi, medi, alti. 

'Devo andare e parlare. Andrò e parlerò con la donna più bella.C'è oscurità di cose. Si distinguon male le cose. Una donna stupenda, altezzosa. Forse è solo altezzosa. È difficile molto saper scegliere il bello nelle feste così. Non si vede mai quando è bello, né siamo mai certi che sia bello davvero.' 

- Musici! Diffondete suoni nell'aria, abbondanti. Spengete le luci voialtri, affinché la musica sola abbia regno. Il mondo del suono senza interferenze visive. 

***

- Il tuo colore è pallido, Àbim. Tu sei triste. 

- Io non sono mai triste. Con te vicina, inoltre, la gioia è tanta che per non effonderla intorno la celo dietro una serietà falsa. 

- Tu parli complesso, il tuo cuore deve essere triste davvero, contorto. O forse sei solo stanco. 

- Questo è vero, son stanco assai, ho fatto innumerevoli cose. 

- Ti muovi male, o non ti muovi per niente. Così ho capito che il tuo cuore è stanco, povero Àbim! 

- Posso muovermi assai, alzar braccia, gambe e cose svarïate. 

La donna rise, le donne risero. Uomini ancora. Parole scomposte, dirette a più scopi, più mète, o in ricerca di scopi e di mète. 

***

'Devo piacere, ho bisogno di sentir di piacere. Devo scegliere una e sentirmi divino, unico e pieno di luce.’ 

- So far cose. Tu puoi fare così? 

- Che cos'è? 

- Una cosa complessa, studiata in paesi lontani. 

- Non sono capace. 

- Un gioco. Un gioco che nessuno conosce. Ci vuol forza nel cuore e volontà nel pensiero. 

- Tu sei pazzo. 

- Così dicono molti. Ma io dico di no. A me piace tutto ciò che è strano. Per questo vado e cerco le cose del mondo, senza cavalli né amicizia di schiavi. Così imparo la forza e le difficoltà della vita. 

- Tu sei pazzo davvero. 

- Guarda: devi piegare le dita, così, ma devi pensare e dimenticare il mondo. 

- Non sono capace, non ci riesco. 

- Se ridi non puoi. Se ridi, tu pensi alle cose. Da' la tua mano. Devi chiudere gli occhi, dimenticare il mondo e pensare a te stessa. Poi dirmi: son capace, così lascerò la tua mano. 

- Son capace. 

- Perfetto. Qual è allora il tuo nome? 

- Satra. 

- Come ciò che è arricciato: i tuoi capelli, la voce. Sei molto giovane. Il mio nome è Udno. 

- È strano ed è buffo. 

- Devi immaginarlo marrone, più vasto della pianura del fiume. Così è grande. 

- Sei pazzo, sei pazzo. 

- Stanno giocando il gran gioco comune, vieni, andiamo anche noi. 

- No, non posso, non posso.

- Vieni, da brava, vieni insieme con me.
'C'è un mucchio di gente che passa. Che tipo. Sta ridendo.' 

- Non così te ne prego. 

- È soltanto una cosa. Tu pensi a donne. Vedi donne, splendenti. Le prendi e ti senti a disagio, non sono fatte per te. Per questo. Tu sei fatta così, sei piccina, grazïosa, splendente, per questo, ti dico, per questo.

'C'è gente che passa, c'è musica, voci. Racconta cose svarïate, poi ride.' - Devo andare! 

- Un attimo ancora e ti accompagnerò dove vuoi, ti lascerò, poi ci vedremo domani. 

- Ti prego.

- Domani, in Sorgòn, dove vendono cose. 

***

- È bagnato come un pulcino. Deve essere forte. Ha passato una bella fatica. 
- Si sta svegliando.
- Bagnato come un pulcino. Sei più buffo di Mòsin, figliolo. - Buttagli acqua, abbondante, così avrà sveglia più pronta. - Butta acqua Tarài!

- Acqua, acqua Tarài!
- Tarài, il buttatore dell'acqua.
- Non esser cretino, Babàrio, non esser cretino, perdìo.

- Apre gli occhi.
- Ha gli occhi.
- Si alza con braccia. 
- Ha braccia. 

- Tu sei scemo. 
- Sei scemo? Non risponde. 
- È muto. 

- Cammina. 
- Quasi. 

- Qual è il tuo nome, pulcino? 
- Il tuo nome, figliolo. Non pulcino. Figliolo, Tarài, figliolo. 
- Ha padre. 

- Il tuo nome. 
- Rustricka. 

- È scemo. Indubbiamente è così. Rustricka, che razza di nome! 

- Ehi sbandati, aiutatelo in cose. Può servire. Ha bel corpo e forza nel cuore. Farà strada fra i carvi. 
- Gran mare almeno, questo è certo. Tirati su, pulcino e gioisci: farai gran mare coi carvi. 




Capitolo II
Gianasia, il mercato


Il mare è grande. Le onde scivolavano sulla spiaggia. Dove c'erano scogli sprizzavano schiuma. Lontano era calmo, del colore del cielo. L'orizzonte, netto e preciso come la lama di una spada. Lungo il mare la spiaggia si protendeva e saliva in alto. In alto c'era una casa, grande, con piante. Le colonne sorreggevano pietra massiccia e, in basso, producevano ombra. Dall'ombra si apriva la porta che era grande e pesante. Più in alto ancora, sulle colonne, la casa continuava e aveva aperture che davan luce all'interno. L'interno era vasto, spazïoso: gran stanze con poche cose d'intorno. Cosicché produceva silenzio. 

Cartòre, che curava le genti, vedeva innumerevoli cose. Vedeva il mare e la città di Sorgòn e, sparsi al mare, i covi e i rifugi dei carvi. 

- Papà. papà! Ho visto una cosa. Era un uomo che veniva dal mare. Nuotava. Era forte e possente, un gigante. Rotolava per terra, bagnato, splendeva al sole. 

- Attenta a non spostare i miei ferri, sono cose precise. 

- È stato raccolto dai carvi. Lo prendevano in giro, stanco com'era. Ma lui è restato preciso, senza scomporsi di cose. 

Devo andare. Sicùri mi attende. È grandemente malato. I carvi gli hanno contrastato le navi e molte sono state abbattute. Quell'uomo, che è venuto dal mare, se è preciso a tuo dire, giungerà fino a te. 

- A me non importa di cose. 

- Tua sorella è nel tempio. Io vado a Sicùri. Matàr dice: manda al tempio Gianàsia, sarò là ad aspettarla. 

- Vado al tempio. A me non importa dell'uomo. Ho solo notato la bellezza dell'uomo, così venuto dal mare. Vado al tempio a Matàr. Chiederà cose. Così le darò le cose che chiede. 

***

Per entrare in Sorgòn Gianàsia dové percorrere innumerevoli luoghi. Rocce, cielo, poi terra, poi case e persone. Gianàsia era dolce fanciulla, di spensierata bellezza. I suoi capelli si effondevano al sole e la sua bocca si apriva al vento, correndo, rapida, verso il tempio di Gòlod. 
Il tempio di Gòlod era nella parte severa della città. Era forte e possente. L'interno era ampio e spazïoso. Era diviso in due parti: i sacerdoti nell'una, sacerdotesse nell'altra. L'ampia piazza, a gran braccia, accoglieva le genti. Il Consiglio dei Sistri si riuniva a dir cose sul balcone enorme, posto a metà altezza del tempio e da lì parlava alle genti. 


- Ciao sorella.
Mi ha mandato papà. 
L'ho pregato di farlo. 

- Sei bella stasera. 

- C'è una cosa, importante, nel tempio. Ho parlato di te al gran padre dei Sistri. Ti ha molto cara. La più cara delle mie fedeli, lui dice. Stasera sarà cosa prezïosa: il gran padre dei Sistri parlerà molto. La madre pure molto assai parlerà. Saranno decise cose importanti. Faremo tutto nella gran sala di Gòlod, sotto gli occhi del dio. Tutti devono essere di aspetto superbo. Noi donne dovremo avere le cose più belle. Per questo mi trovi così, questa sera, Gianàsia. Ho bisogno ancora delle tue cose prezïose e poi sarò pronta per andare a Golòd. Il gran padre dei Sistri mi ha detto: sei bella Matàr, manca soltanto il prezïoso. Metti quello e sarai la migliore agli occhi di Gòlod e Golòd sarà benigno con te e col sangue di te. Così dice. 

***

'Sassi e poi sassi. E poi sassi, e poi sassi. Polvere, cielo. Son quasi stanca. Ho camminato veloce. Ecco: il mare. Quant'è grande. Non è niente per me. Molti dicono cose del mare: che è grande ed è bello, che fa questo e quest'altro. Il mio cuore è normale. Tra breve sarò nella casa, col padre. Ho promesso i gioielli. Non volevo farlo. Ma sapevo così. Così dicon buona di me. Così poi odierò tutto il mondo. Poi Matàr, vuole essere astuta, dice cose, sorride. Lei sa bene che non credo ai sorrisi di lei. Ma ha la forza. Lei sorride e si dice: se non fai come me son più forte. Così porterò i miei gioielli a Matàr. 
A me piace il giardino, le piante, poi l'ombra. Molte cose. Poi vedrò l'uomo del mare, così guarderà nei miei occhi. Coi carvi sarà diventato cattivo, così guarderà nei miei occhi, dopo questo. 
C'è lo schiavo Boràn, col suo dolce sorriso. Chissà mai che pensa. È buono o cattivo? Ha il sorriso bugiardo, ma può esser triste o cattivo.' 

- Porta cose Boràn! - 'Dovevo dirlo in un modo, poi l'ho detto in un altro. Così ride di me. È uno schiavo. Non m'importa di lui. Boràn, così idiota col suo bianco sorriso.' 

***

Ci son tempi diversi in un uomo. C'è un tempo in cui l'uomo vede cose splendenti di sé. Poi viene un tempo tremendo. Ma l'uomo ancora vede cose buone per sé. Si confronta il dolore, dice cose: 'tu sei forte e felice, ma ti sei limitato. Salirai ben poco più in su. Tu sei uomo di già, ma tra breve sarai uomo normale, come tutti, senza niente di più. 
Di sé dice: son così, poca cosa. Ma nell'anima stessa di me ci son cose abbondanti e appena potrò, quando appena potrò, mi aprirò di luce, splendendo sul mondo. Così dovrò solo aspettare, aspettare soltanto. Maturare in me cose e aspettare il momento. Ecco allora che dopo tutto il mondo saprà ciò che l'uomo son io'. 

Così l'uomo aspetta. Poi aspetta. Passan cose, momenti, sensazioni di cose, passan giorni, tempo, prezïoso, abbondante, come un ampio, fluente, inarrestabile fiume marrone. 

Persone, oggetti. Incroci di cose e d'umani. 

Poi pian piano, così̀, dopo cose, s'inserisce il dubbio. Altre cose. Cosicché il dubbio lavora, travaglia, corrode, s'ingrossa. Poi si vede. 'Ecco, dice l'uomo, io m'incontro, poi parlo, dico cose: Ecco che io non son nulla. Vedo cose: ecco che io niente posso'. Così il riso si rovescia abbondante e tutto il mondo poi ride dell'uomo, ovunque lui vada. Talvolta ancora può ingannare qualcuno, per breve tempo. Poi dopo si apre, l'uomo-niente, e si lascia vedere e lui stesso vede che non c'è più niente per lui, così dice: 'son nulla, non ho niente cervello'. L'uomo-lui, che credeva di possedere il mondo, lui dice: non ho niente astuzia. 

Cosicché continua in queste simili cose: Fino a che non trova l'ultimo suo bagliore di luce. Lui credeva di essere un uomo e prova ad esserlo un giorno e si scioglie, si spoglia, diventa nudo e risplende di luce e abbaglia un mondo, piccolo come due unici occhi, nel centro stesso di un mondo che ride e che è grande e che avvolge e soffoca ogni passo dell'uomo. Una cosa complessa, intricata, contorta, come tutte le combinazioni del mondo. 

Golòd disse un giorno: “prendiamo il Male e prendiamo del Bene. Facciamo un impasto e mischiamo il tutto e infondiamogli moto e lasciamo il mondo alla balìa di sé stesso”. 

***

Il mercato era una piazza grande ed era piena di genti e di cose. Era divisa grosso modo in due parti: dall'una i banìni, dall'altra i banìsti. La parte ai banìni era cosa più scelta e prezïosa, l'altra invece ai banìsti era cosa più blanda. 
I banìni, possessori di navi, girando i paesi prendevano e predavano cose con sapienza di scelta ed avevan più pregio e vendevano a un prezzo più alto. Le cose ancora di più basso valore le cedevano invece ai banìsti, tutte in mucchio, e ricavavano soldi. I banìsti ancora prendevan le prede dei carvi, ma sceglievano poco le cose e accettavano quello che i carvi portavano loro. Avevano prezzi più bassi e meno pregio di cose. Buttavano le loro merci sui banchi e la gente sceglieva senza misura precisa e stabilivano i prezzi con forza e sapienza. I banìni invece stabilivano un prezzo e quello era il prezzo e la gente andava e voleva una cosa e andava a un banìno o voleva altra cosa e andava a un banìno diverso. Cosicché era una cosa precisa. 

'Sprenzola tutto dovunque. Ogni cosa ne maschera un'altra. Sei in un luogo, fai un passo, e t'appare chissà quale vista. Sorpresa e sorpresa. Puoi trovarti d'un tratto di fronte a chiunque. 

Sono forte, molto assai, capace d'affrontare le cose più varie. C'è Fàrton. È uomo forte. Può dar lustro a me. Come pure oscurarmi.' 

- Ehi Fàrton, aspetta un amico, ti prego!
- Non gridar forte, aver Udno ad amico non è certo gloria. 
- Non parlare scomposto, lo sai bene che son bravo a far cose. 
- Certamente, a spaccare le pietre, questo è vero. 

Un saluto, un sorriso. 

- Hai salutato fanciulle. Conosci le donne? 

Una sola, alla festa. Così è pazza di me. 
- Non ti conosce ancora, questo è certo.
- Sono una cosa importante e prezïosa. 
- Molto assai. Continua a dirtelo a te e avrai gloria. 

- Ciondolan tutte le cose da questa parte ai banìsti. C'è molta assai confusione. 

***

- Piglialo... piglialo, Drìdon!
Taglia corto la strada, da quella parte! 
- Lo prendiamo e gli stacchiamo la testa. 

***
- Ragazzini tremendi. Corrono tutto il mercato e non badano a niente. 

- Possono far molte cose. Hanno libero cuore e ricchezza di scelta. 

***

- Piglia il cane rognoso, il lurido verme, sbatti a terra il pezzente schifoso! 

- Tu hai coraggio quando sei insieme ad altri, perché da solo, quando mi vedi da solo, fuggi lontano da me, vigliacchissimo Sàrin. 

- A parole e discorsi. Cerchi scuse, Mirìddi. Hai paura. Ti abbiamo preso e ti scanniamo come un verme schifoso. 

- Picchia forte Corino! 

- Sei vigliacco Sarìn! 

- Stringi forte, cretino, non lasciarlo scappare. 

- Maledettissimo Gòlod! 

- Razza di scemo e cretino, vagli dietro, corri forte, imbecille! 

- Passa il banco! 

- Corri dietro di là! 

- State attenti alle cose, razza di piccole pesti! Vi manderò tutti nelle stanze di ferro, fra topi e vermi! 

- Venite insieme con me, non lo faremo scappare. 

***

- Questi invece sono bambini, Rustricka.
- Conosco i bambini. Son così anche da noi. 
- Strana cosa. Hai appreso granché questo giorno. Tra breve t'insegneremo l'azione. Tu non sei conosciuto a Sorgòn, né da gente che viene a Sorgòn. Sei sicuro. Avrai molto servizio. Noi carvi conosciamo persone influenti, accordate con noi, ma in maniera saputa. Con te faremo gran cose. Sei novello e non conosci gran che, però hai ottimo aspetto e abilità in cose. Avrai molto servizio ti dico. 




Capitolo III
Udno, Matàr


- Cosa mi racconti, Santàla, con la tua furia? D'umani? Del destino d'un uomo? 

- Egli è uomo di te. Caduto all'abisso. Amante di tutto ciò che ha luce ed ha vita. Egli morrà di sua mano, per volontà propria di sé. Aspetta solo il momento, un momento che venga. 

- Cos'è che pesa al tuo uomo, Santàla, e gli impedisce la luce e visione, cos'è che lo spinge al profondo, all'ombra del nero abisso, Santàla? 

- Il passato, a brandelli. Ne perde pezzo per pezzo e lo disperde pel mondo. Cosicché il mondo si maraviglia e ride e l'uomo si volta e perde ancora brandelli, poi fugge e versa abbondante, ritorna e mostra il passato allo sguardo, si adagia, si posa, si accoccola nell'incertezza e si addormenta nel dubbio, Golòd. Tu non hai che aprire le acque e trascinarlo al tuo mondo contorto e liberare la luce dall'ombra e dividere il Bene dal Male e dar pace al mondo e alle sue successioni. 

Il mare lascia scorrere i cicli placidamente e attende l'acqua dei fiumi e delle tempeste e dà vita al cielo con le sue nubi e rovescia l'ira battuto dai venti e si ritrae silenzïoso nella bassa marea e libera spiagge e scogli e abbandona i detriti e i rifiuti che non hanno più vita e forza. 

'Sarò una persona sapiente. Intelligente e sapiente. Sarò un uomo così, ma ricolmo di cose, sicuro, d'inaspettate ricchezze. Capirò molte cose. Quando lei parlerà, niente sfuggirà al mio pensiero. Comprenderò cose e parlerò, intelligente. Parlerò conforme lei si attende da me, in maniera più grande.' 

Udno pensava e passava, scorreva per tutte le cose d'intorno. Così andava a vedere per saper cose. Vedeva una cosa e pensava: anche questa! Così lasciava una cosa per correre all'altra. All'altra poi pensava altra cosa: 'anche questa, anche questa! Non c'è tempo, non ho tempo, non saprò mai tante cose in un tempo così. Poi è inutile cosa. Io sarò intelligente. Voglio esser così. Ho perduto esercizio. Ho perduto esercizio, cosicché sono scemo. Devo prendere il tempo che ho perduto negli anni. Ho sbagliato una cosa, importante: ho avuto paura di me. Così io mi sono fuggito. Ho cercato cose cretine, mi sono immerso nello scherzo leggèro e ho dimenticato il mio cuore. Ho cercato donne normali, dal facile riso, ho cercato abbondanti parole, inutili, ho lasciato le cose pesanti, le ho odiate, schivate e sono rimasto sospeso, a mezz'aria, senza niente nel cuore e senza possibilità esterne. Ecco invece che dopo mi è apparsa una donna e mi ha detto: - Son io. Dimmi allora chi sei. - Così ho temuto nel cuore, così ho avuto ancora una volta paura di me e sono stato lo stesso che ha perduto il mondo, così ho perduto la vita, così non avrò più libertà e lei mi offriva la vita e la libertà, così ho perduto l'amore'. 

Un racconto per Udno che era vario in cose. Se t'avviene una donna, tu hai cose da fare, tu puoi vivere ancora. Se la cosa è complessa, tu puoi vivere ancora e puoi dire: 'chissà mai che sarà, chissà mai che colore prenderà la fine'. Così allora Udno poté vivere ancora. 

Venne un giorno una donna al suo cuore: Àlias, d'inaspettate ricchezze. Silenzïosa, sommessa, d'una bellezza lampante e d'infinite bellezze da scoprirsi col tempo e con occhio particolare. La sua grazia era fine, ricercata. Si sviluppava nelle piccole cose. Era un particolare tipo di grazia che Udno pure aveva cercata, ma in Àlias era giunta a certezza, e se Udno era incerto, talora, Àlias sempre possedeva in sé quella grazia leggèra. Movimenti di labbra, lo sguardo, una voce sottile. Un ritorno all'infanzia, nei modi. Udno era andato più in là in questo tipo di cose e questo era stato il suo errore. Non nei modi soltanto, ma nel pensiero sottile, cosicché era tornato fanciullo fino a non dire più niente e quando poi si trattava di dire, vacillava e cadeva nella sua confusione. Quando Àlias parlava, raccontava cose, abbassava il suo volto sotto i capelli e parlava abbondante e con precisione e con sapienza di scelta con la sua grazia sottile. Poi alzava lo sguardo e sorrideva ben lieve, talora, sicché Udno pensava: 'potrei tendermi a lei e carezzarle i capelli, potrei avvolgerle il corpo e possederne l'essenza, sentirla mia e possedere il mondo'. 

- Io, uomo, amo te, donna. Io ti voglio affinché tu mi prenda. 
Una statua di marmo, legnosa, ruvida e fredda, sommessa, gentile, triste. 

'Ecco la libertà, ecco allora la vita, ecco che al mondo esiste varietà di cose, ecco la porta aperta verso la felicità.' 

Udno poteva sviluppare la vita propria di sé e raggiunger la luce tenendo Àlias per mano. Poteva farlo. Un po' di cervello. Basta un po' di cervello e di abbondante coraggio. Il coraggio è una cosa matura, la conquista d'un uomo, esser sé e nessun altro: 'io sono, so chi sono, posso dire chi sono, senza paura alcuna'. 

Udno però non sapeva chi era, cosicché era incerto nel cuore e decadde alla schiera dei sottostanti: uomini che vedono luce e che hanno paura a vedere, fanno veder di vedere ma non dicono mai: 'ecco ho visto'. Cosicché con sorriso gentile vide perdersi al vento la luce, allontanarsi la libertà e si ritirò nell'abisso. 

***

- Confusa, confusa. Butta nebbia nell'aria, vapore. 

Molte risa, sottili. Sospiri, soavi. Carezze. Si intravedevano cose, bagliori. 

- Abbandonati a terra, più ancora di più. Lascia andare i tuoi freni, sorridi, sospira, gioisci, senza pudore alcuno. Non temer cose. Esisti tu, la nebbia, il vapore e la gioia della libertà. 

- Artificio, artificio! Il tuo vino, il vapore, artificio. Tornerò sulla terra e mi ucciderò, tornerò nella luce e morrò per l'abbaglio. È artificio, è peccato, ecco, è male. 

- Su, continua a strisciare, genuflettiti a terra sotto l'ombra del dio, confonditi in me, insieme a me, nella nebbia, adora il mondo, adora me, adora me e continua a strisciare come un verme alla terra. 

***

- Matàr, non fuggire, ti prego, torna a me, mia divina, fanciulla soave, dolce mondo. Ti prego, vieni insieme con me, presso me, qui, vicina al mio corpo, non fuggir nella nebbia, Matàr, giungi a me. 

***

- Non puoi pregare il tuo dio in questo modo banale, con lo sguardo sconvolto. Se vuoi raggiungere dio devi liberarti dalle paure del mondo, innalzarti su tutto ciò che ti è detto e veder te attraverso la libertà. 

- Artificio, questo è qui! Libertà, questo è dio? Atmosfera di nebbia, sospiri, vino e languore, qui non è libertà, è artificio! 

- Qual è allora il tuo nome? 

- Samantha. 

- C'è un uomo, una donna. Ecco allora che l'uomo si avvicina alla donna. C'è un uomo, una donna e tutto il resto svanisce. L'uomo va dalla donna e la donna resta. Ecco allora che dio è nei pressi di loro. Ecco allora la vita e la libertà. Tu sei venuta a cercare la vita e la libertà. Tu sei venuta Samantha, trasportandoti il nome, sei venuta Samantha, non donna. La grandezza del mondo crea cose complesse. L'uomo eletto nasce dall'equilibrio di tutto ciò che è d'intorno. I non eletti invece posson cercar l'elezïone o sfiorire alla terra. L'elezïone è nella libertà, libertà è abbandono: ti confondi alla nebbia e sei nei pressi di dio. 
L'artificio è una cosa che non esiste alla terra. Se il vino è fatto, è venuto dall'uva e l'uva esiste ed è l'uomo che ha fatto il vino e l'uomo esiste e fa il vino e cuoce insieme i suoi cibi e costruisce le case come le lepri le tane, e se le case dell'uomo son più grandi e più belle e sapute è perché l'uomo è più giovane cosa che non gli altri animali, è perché l'uomo è il risultato finale d'un processo di vita, è perché a lui, per ultimo, la vita è stata data affinché la preservi da morte, e l'uomo cerca pel mondo tutto ciò che gli serve e quando l'uomo sente invidia e passione e poi uccide, questo è male ed è morte, e se l'uomo non ha in sé libertà, non può dire son uomo o son donna, ma son io, son Samantha, e tutto ciò che gli serve si comprime in passione, crea sogni e desiri possenti che vanno contro alla vita e alla libertà. Ecco allora che dio fugge via da Samantha, ecco allora che l'uomo che abbisogna di cose entra dentro nel tempio, ecco allora che l'uomo cerca intorno le cose che gli servono a sé. Cerca vita attraverso la libertà, trova il vino e si abbandona alla terra, sotto l'ombra del dio, ecco allora che tu Samantha, non sei più Samantha, ecco allora che tu, ricercatrice di luce, sei donna. 






PARTE TERZA



Capitolo I
l'oracolo, l'olocausto


Il moto e le pietre. Energia e materia. Il tempo e lo spazio.
Lo spazio è una successione di corpi o d'abitabilità di corpi. Il tempo è una successione di movimenti o di spazio per movimenti. Così l'uomo ha lo spazio per il suo corpo e il tempo per la sua psiche. Ecco allora che l'uomo è spazio ed è tempo, e come tale entità vive nello spazio e nel tempo intimamente connessi. 
Lo spazio non esiste per l'energia, ma l'energia non può essere senza la materia e la materia è spazio. Il tempo non esiste per la materia, ma la varietà delle cose impone una successione e la successione esige l'elemento del tempo. Così, mentre il tempo dipende dallo spazio, serve come elemento unificatore dello spazio medesimo. 

Tutto ciò è il mondo, la dimensione dell'uomo e l'unica divinità che l'uomo può concepire. Al di là di tutto ciò non è che ipotesi e infondatezza. Il movimento del corpo dell'uomo è energia. Il centro propulsore di questa energia è la psiche. La psiche è l'energia in sé stessa. La psiche è l'anima. Una parte della psiche è cosciente. Fors'anche una parte del movimento universale è cosciente. Ecco un dio. 

Un'ipotesi di tal fatta connetterebbe a sé qualsiasi altra possibilità. Ogni altra ipotesi fantasiosa perderebbe in sé la possibilità di una realizzazione in un altro mondo inconoscibile, legandosi indissolubilmente alla stessa logica di quel dio, fatto a nostra immagine e somiglianza: il dio macchina, mosso da un'energia che ha in sé la qualità di essere tale col solo fatto d'esistere. Cosicché questo stesso dio viene a perdere anch'egli la libertà, legato alla causa prima di una spinta iniziale che non si può conoscere e che proprio per questo non ci è lecito ipotizzare oltre i limiti di questa conoscenza, poiché credere può implicare una causa a costruire norme alle quali attenersi. 

Così è bene intavolare un discorso col mondo, e, sulla base di questo, far scaturire l'azione presente dal presente direttamente. 

Noi non possiamo stabilire ciò che è bene e ciò che è male, ma abbiamo la sensazione del bene e del male, cosicché possiamo individuare una direzione e tentare una scelta anche se siamo certi che la scelta è già stata fissata all'inizio, dal momento che ogni nostra idea ne determina un'altra per conseguenza. 
Tuttavia, pur rinchiusi nella legge di un ferreo determinismo, non solo siamo costretti ad agire, ma possediamo persino la giustificazione ad ogni nostra azione. 

Questa giustificazione la troviamo nella differenza propria tra il tempo e lo spazio. Una ragione per l'azione ci interessa in quanto rappresenta la costituente della nostra vita, che è noi, e poiché la vita è tempo, concludiamo che l'azione è propria del tempo e non già dello spazio. E poiché è proprio dell'azione il bisogno della libertà proprio per poter agire, è nel tempo che la libertà dovrà esser cercata. 

La differenza è qui: lo spazio è già spazio in sé, fisso e determinato, il tempo, che ha già in sé la sua determinazione, mostra solo la sua metà determinata. Nell'altra metà, da determinare, sta il segreto della libertà. 
Io posso bene mettermi immobile ad aspettare l'accadere fatale degli eventi, ma, proprio per la coscienza di questa fatalità, non potrò fare a meno di rendermi conto che la mia stessa immobilità, è parte di quella fatalità stessa, cosicché potrò accettare l'azione come essere cosciente, parte di un tempo e di uno spazio determinato, ma come parte determinata in modo tale da determinare, pur legata al passato, nel tempo che verrà e che io non conosco e che per questo mi offre l'illusione della scelta e la mia libertà. Libertà che in fin dei conti consiste nel voler sapere se il tempo e lo spazio che siamo è una parte buona del tempo e dello spazio, o cattiva, in accordo al senso del bene e del male che possediamo e che fa pur sempre parte di noi.
 
***

Un uomo si chiamava Kasàr e un uomo si chiamava Motòs. Camminavano insieme per una strada, enorme. A un tratto Kasàr, come dimentico di avere un compagno, si mise a danzare. Motòs non disse parola e nella strada non era nessuno all'infuori dei due. 

Kasàr danzava, poi si fermava, rideva e si rotolava per terra. Poi guardava il compagno e rideva di nuovo. 

Motòs camminava, ben serio. Non guardava il compagno e neanche parlava. Per la strada non c'era persona, per questo Motòs temeva nel cuore. Non per sé dall'amico, ma di sé, di fronte all'amico. Si vergognava e temeva di tutto. Non c'era persona e per questo Motòs sentiva vergogna di sé di fronte all'amico, per questo. 

Per la strada enorme, in cammino, avevan trascorso, di giorni e di notti, abbondanza. Stavano andando alla fine e durante il tragitto avevan parlato di cose svariate.

Motòs era serio e profondo. Risolveva i problemi dell'intelletto e dimostrava modestia. Kasàr era meno sapiente, ma sentiva con forza le cose e sapeva esser serio e scherzare. In questo Motòs doveva fingere cose, perché non sapeva esser serio e scherzare. Così fingeva e risolveva problemi. 

Così per gran pezza di tempo. Finché un giorno Kasàr cominciò a bestemmiare e ad urlare, a danzare e a cantare, a versar lacrime intorno e sghignazzare nel cielo. Motòs si vergognava di non sentire le cose, di non saper rigettare l'interiore di sé, di esser sempre rinchiuso dentro l'eco del mondo. E poiché il luogo era vuoto e non c'era persona, si sentiva sbagliato. 
Si rinchiuse in sé stesso, fissò gli occhi alla fine, non disse più motto e continuò a camminare, massiccio, con timore e vergogna nel cuore. 

- Sai Motòs, questa notte ho sognato. Ho sognato un uomo marrone. Sono andato e l'ho preso. L'ho preso e si è dissolto nell'aria. Per questo io ti odio Motòs. Io ti odio come le cose del mondo, per questo. 

'Se soltanto vedessi una luce', Si diceva Motòs, 'una donna, qualcosa. Lei mi dice qualcosa e son salvo. Non io. Io non posso parlare. Una donna che venga e mi parli. Una luce. La vita. 
Questa strada è ossessiva. Così vuota. Non c'è niente, nient'altro che Kàsar che mi spaventa e mi fa sentire sbagliato. Se soltanto riuscissi a pensare a una cosa che voglio. A qualcosa che valga. Potrei piangere, odiare, lottare, morire. 
Mille strade traverse. Non una, non una per il povero Mòtos. Un gran peso sul cuore, una pietra massiccia, che non so cosa sia e non è niente acuto e non è punto chiara e non è trasparente e non suona.'

***

Ecco il grande oracolo. L'oracolo nero e il segno della salvezza. L'oracolo parlerà parole e salverà Motòs. 

- Io ti dirò come odiare. L'amore avverrà per contrasto. Se non scegli una cosa, non potrai niente odiare, né potrai niente amare. Così vagherai per il mondo vedendo cose che non sono niente per te. Ti indicherò una strada che prenderai e poi odierai tutto ciò che sta alla sua destra. Così imboccherai la strada e imparerai l'amore per tutto ciò che sta a mancina di te. Ecco t'insegno. 

Tu Motòs sei una persona infelice. Io ti dico perché. Tu hai vissuto in due mondi diversi. Cosicché non hai imparato nessuno. E non puoi fare a meno di un mondo e non puoi stare in un mondo senza il suffragio dell'altro. 
Se la famiglia di te è diversa dalla cosa sociale, tu avrai discrepanza.
Ecco l'origine di tutti i tuoi mali. Quindi è bene sapere che tu non sei tu, ma sei Mòtos, un prodotto di vita. E se senti tristezza nel cuore e non ti senti capace a scacciare la tristezza dal cuore, tu non devi cercare ripieghi per te, ma devi cambiare la macchina che ti ha prodotto, la macchina produttrice d'umani: la società. 
Devi farla perfetta, in modo che non uno soltanto risulti sbagliato, in modo che il mondo alberghi possibilità di vita e produca vita in modo migliore.
Per questo discaccia i pensieri, Motòs, discaccia i pensieri che ti si sono prodotti e che oltrepassano il limite della macchina umana per sconfinare nell'aria. Se tu ti perdi, non potrai niente fare. 
Tu non sei che una parte del fenomeno vita, per questo tu devi fare e sei tu che dovrai poiché hai bisogno di fare. Lascia i vermi felici che si sono accordati con l'imperfetto a vivere ancora per perpetuare l'imperfezione. Tu sei rimasto al di fuori, tu non puoi farne parte, tu puoi vedere e sapere, tu puoi lottare e trasformare la vita.
Tu sei progresso, e come tale devi sapere di esser tale, senza voler questa cosa per te, ma riconoscere al caso l'esistenza di te come sei e al mondo l'esistenza del mondo così come il mondo è. 

***

"Scivola, scivola, scivola scivola scivola, scivola, scivola, scivola nave. Corri, corri veloce col vento. Soffia, soffia più forte ventaccio, ventino, venticello amico, portami ancora lontano, più forte, veloce, più veloce del sole, dell'aria, del suono, della terra, della luna, dell'acqua, del grano, dell'uva, del ferro, del fuoco, dell'ombra, del buio, del mondo, del cuore. Non voglio attendere più, non posso attendere ancora. Il mio cuore si spezza, si storce, si piega, si turba, si rode. Devo correre ancora, devo essere là più presto ancora di me, più presto ancora del pensiero tremendo: devo andare, lottare, sbranare, ammazzare, scannare, scorticare, trucidare le genti e tornare, potente, lucente, con oro, con forza e vittoria da te, Matàr, mia divina, sacerdotessa di Gòlod, signora e padrona del mondo, e di me." 

***

'Niente più soave del suono. Niente ancora più dolce. E non posso finire e non lo posso afferrare e non mi appartiene. Mi invade e svanisce come non fosse mai stato, lasciando immensa solitudine al cuore.' 

- Viràs, Viràs, mia compagna. Mi hanno narrato più cose. - Racconta, racconta, ti prego. 

***

- Quante cose, quante cose nell'aria, come tante zanzare o mosconi che mi turbano il cuore. 

Quante cose nell'aria! 
- Quante cose nel cielo! 

***

- Non curvarti così. Stai diritto, spavaldo, ben forte, impettito, corretto, perfetto, saputo, voluto, pesato, volato, malato, canuto... 

***

- Uno due quattro. Uno nove dieci. Cento! Cinque! Sette, quattro cinque sei. Mille! 

- Conta conta conta conta conta. Conta conta conta conta conta. Conta. Conta conta conta conta conta ... 

***

- Ecco il vento! Viene il vento. Ecco il vento, viene il vento, veloce, tremendo. Viene il vento, ecco il vento! 

È Rustricka, è tornato. È Rustricka, è venuto! 

- Cammina. Ecco l'uomo, il gigante, la guerra. Ecco l'uomo, il gigante. È feroce, cattivo, possente. È veloce, è la morte che viene e che non porta speranza. 

- Combatti! Combattete con forza, cialtroni! Afferrate le lance e le frecce e le clave e abbandonatevi all'orco sul filo della bilancia. 

- Morite sciacalli! Contaminate la terra col vostro sangue, inaridite le piante coi gridi e gli strazî di chi non può più sperare. 

- Invadete! Invadete! Ammazzate! Ammazzate! Insozzate le mani nei corpi sbranati. Esacerbate i cuori e le carni e costruite alla terra un cumulo enorme con l'ossa dei morti. 

- Ecco così. Ecco ancora così. Poi così. Ecco alfine così. 

***

- Hanno annientato le terre Motòs. E le genti del clan non sono ormai che un popolo afflitto. 

- Questo è vero, Kasàr, ed è ciò che ti rende triste. Tutto il male del mondo si ripercuote su noi. Un solo uomo affamato e il tuo cuore si riempie d'angoscia. 

- Io sono triste, ed è vero, ma non conosco un uomo affamato. 

Ve ne sono, e migliaia, molti ancora di più. 

- Se non ve ne fosse uno solo sarebbe lo stesso per me, amico Motòs. 

- Ma ve n'è. E se la logica umana è così da affamare le genti, come può non far triste la persona di te. Questo è il punto Kasàr. L'ingiustizia del mondo è il metro della logica umana, di come l'uomo s'è strutturato. Oppure ancora, la tristezza di te può misurare la struttura sociale e capire l'ingiustizia del mondo. Tante vittime, e tu, vittima intellettuale, Kasàr, ed io, tarato alla base, schiacciato nell'energia stessa di me. Tutto ciò che ci manca è stato assorbito da altri che, non potendo diventare più forti, l'hanno gettato in comune, nel magazzino spazïoso, pronto, in attesa dello spreco immenso. 

Voglio fuggire, fuggire, correre via, lontano dal mondo. Nascondermi fra le montagne più buie, nelle caverne più tenebrose, dietro cespugli di pietra, nelle rovine sepolte. Mascherarmi da cane o da gatto. Da mendicante. Mischiarmi confuso con la gente che non sa niente, che non conosce, non vuole, non chiede, non vede, non sente, non soffre. 

Così Kàsar piangeva, si rotolava per terra e soffriva e innalzava gridi più acuti dell'uragano, e Motòs, lentamente, abbandonato alla terra, parlava parole: 

- Noi non siamo che vita, Kasàr. Solo tempo. Ed ecco il tempo che passa. Ed ecco ancora la morte, che non è niente orrenda, che non è niente un male, ed è soltanto la fine del tempo. E la vita è soltanto tempo che non è punto fisso. Così passerà. Passeran le tue grida i tuoi strazi, passerà questa terra, e il mondo e la gente e la storia, e tu, mio Kasàr, chissà come, non bagnerai più le mie vesti di pianto. 













Scrivere romanzi significa cercare una sistemazione in ciò che esiste, scrivere saggi rappresenta invece la tensione vitale, la lotta. Esattamente come l'epica che descrive la vita a fianco della morte, per esaltarla. Naturalmente l'epica è un'invenzione, appunto, una tensione. 


Baldur Uk - 1968 / 2023