powered by PierattiniDesignStudiomailto:info@alessandropierattini.it?subject=web
dove potete trovare Skeda in vendita:

edicola di via Roma davanti all'ippodromo vicina al bar Martino
- edicola di piazza san Domenico
- libreria Gori
- edicola di via di Reggiana
- edicola di piazza di Grignano
- edicola di via Fiorentina
- libreria Mondadori  via Guizzelmi
- libreria Cattolica di piazza del Duomo
edicola di piazza del Duomo
edicola della PIETA
edicola di via Fiorentina
edicola di via Ferraris
libreria del Castello
libreria Equilibri
la libreria Marzocco 
edicola di Mezzana, di fronte a Farsetti

domenica 22 gennaio 2012

aggiornato

link al gruppo Skedahttp://www.facebook.com/group.php?gid=309784432534

enter

home_2.html
bloghttp://skedaprato.blogspot.com/

importantissima guida per le agevolazioni fiscali degli Sponsor

click
RIVELAZIONE E AUTENTICITÀ

            Claudio Balducci


editoriali_1_3.html

Ecco ciò che davvero cerchiamo: non la ricchezza, il potere, la felicità. Ciò che davvero cerchiamo è la RIVELAZIONE, l'esperienza che sta al di là dell'esperienza, ciò che non possiamo sperimentare con la nostra volontà, ciò che solo ci può accadere, e investire e dischiudere a noi il nostro noi.


La sopravvivenza è dunque ciò che sta sopra la vivenza, non perché la trascende, ma perché vi galleggia. La sopravvivenza è il galleggiamento sulla vivenza, il trasporto, l'assenza del balzo, il senza-noi.


La buona novella è ciò che la rivelazione dischiude, ciò che essa mostra, la luce, l'illuminazione. L'ispirazione: "cantami o diva ciò che non posso cantare senza il tuo canto, ciò che non posso dire senza il tuo dire, ciò che non posso sapere senza il tuo sapere."


La buona novella è l'epifania irlandese, la luce che mostra la fuga, l'occasione, la via della vita. La buona novella è la vera salvezza, il nostro proprio raggiungerci: ogni irlandese l'ha conosciuta e nessun irlandese l'ha colta. Perché?

L'oppressione inglese aveva privato l'Irlanda dell'energia del balzo che sola permette l'uscita dalla vivenza.


La rivelazione diventa dolore, visione di ciò che non si può afferrare, né perseguire. Non si può sperare pur avendolo visto con i propri occhi. È la disperazione per ciò che è perduto, l'impossibilità di ridere nella vivenza di ciò che non ha alcunché di sé ma che permette di credere che il sé possa esser trovato nello sguardo dell'altro, nel suo riso, nel ridere insieme come due zoppi che si sorreggono a vicenda e si illudono d'essere dei grandi atleti.


Non possiamo vederci in faccia. Tutto possiamo guardare ma non noi stessi. Ci possiamo guardare allo specchio o nello sguardo degli altri, ma non noi noi.


Cos'è dunque la rivelazione?

La rivelazione è l'autenticità, la verità nell'uomo, cioè l'uomo nella verità. Ciò che cerchiamo è dunque la verità, il vero noi.

Ma in che consiste il cercare?

Il cercare è un sentire e un rifiutare. Rifiutare ciò che il sentire non può accettare, continuare a porci in ascolto rifiutando tutto ciò che non risponde al nostro bisogno profondo. Finché non viene, appunto, la rivelazione che, quindi, può solo accaderci.


Chi pensasse che "rifiutare ciò che il sentire non può accettare" sia una cosa inevitabile, si scontrerebbe contro il dato di fatto che invece tale rifiuto è la cosa più rara: davanti all'inesorabile scorrere della vita siamo spronati dalla tirannia del tempo ad accettare qualunque cosa si ponga come il NUOVO e, in quanto tale possa esser confusa con una rivelazione.

Il cercare rifiutando diventa allora una invenzione del nuovo. L'invenzione si differenzia dalla rivelazione in quanto la prima prende dagli abissi del sè e la seconda ci accade dagli abissi dell'universo. La prima scopre l'esistente, la seconda attende la verità.