Musica

 
MUHABBET E SOCIAL NETWORK – MUSICA E SHOPENHAUER

Stefano Cambi


Vorrei cercare di esprimere una riflessione sul tema del muhabbet, prescindendo dai contributi forniti finora e cercando di trovare un riferimento con la materia che più mi interessa, ovvero la musica.

Ritengo infatti che non sia giusto contrapporre il concetto di dialogo (inteso come contrasto di idee) a quello di muhabbet, e che questo derivi da una concezione errata e falsa del primo concetto, determinata dalle ultime degenerazioni indotte dalla gestione mediatica nel confronto ‘intellettuale’ delle opinioni.


Sono ormai da tempo un frequentatore dei social network, e nei primi tempi mi sono trovato a interloquire anche con persone di opinioni diverse dalle mie, rendendomi conto spesso (quasi sempre) che il confronto partiva da posizioni talmente lontane ed opposte che alla fine risultava completamente inutile.

In concreto, se io ho l'illusione di fondare il mio ragionamento su circostanze di fatto e elementi oggettivi, cercando di evitare idee preconcette e posizioni di principio, dall'altra parte mi vedevo contrapporre delle opinioni fondate spesso su frasi fatte, osservavo il ricorso a preconcetti tratti da strumenti di propaganda spesso privi di un fondamento oggettivo, con grande irritazione da parte mia.

Dato che di mestiere faccio quello di litigare, da un certo momento in poi ho cercato di evitare di farmi coinvolgere in discussioni da simili personaggi (spesso si riconoscono dai primi commenti), e ho cassato senza pietà dalle mie liste personaggi che manifestassero simili tendenze.


Alla luce di quanto sopra, ritengo di poter dire di avere compreso (ovviamente ignorando il concetto) i benefici del muhabbet prima ancora dell'intervento dell'amico Murat.

Per dialogare ritengo sia indispensabile avere un comune fondamento, che sia almeno la disponibilità teorica di accettare la possibilità che le proprie idee vengano arricchite attraverso la modificazione apportata dal proprio contraddittore.

Il dialogo deve essere un’occasione di crescita, non di prevaricazione. Dunque, una posizione di contrasto amoroso.


Credo che la contrapposizione esposta nel dibattito derivi dalla degenerazione del concetto di dialogo ultimamente diffusa dalla maleducazione imperante nei dibattiti televisivi, nell'applicazione del principio (ovviamente a fini politici e propagandistici) per cui si deve fare in modo che le idee diverse dalle proprie non devono essere esposte, e devono essere soppresse urlando più forte, esponendo menzogne e falsità, e perfino con l'attacco personale del contraddittore. Questo non è dialogo, è propaganda.


Rimanendo in argomento è necessario tornare per un attimo al campo dei social network e al mio discorso sull’impossibilità di colloquiare con un certo tipo di persone. Anche la scelta di escludere le occasioni di contrasto sterile non ci preserva totalmente da interventi violenti e da personaggi che con violenza (verbale, ovviamente) pretendono di inserirsi in forum di discussione al solo fine di disturbare il confronto tra persone che hanno opinioni diverse dalle loro. Sto parlando del triste fenomeno dei cosiddetti troll: nel gergo di Internet, e in particolare delle comunità virtuali come newsgroup, forum, social network, mailing list, chatroom o nei commenti dei blogtroll è detto un individuo che interagisce con la comunità tramite messaggi provocatori, irritanti, fuori tema o semplicemente stupidi, allo scopo di disturbare gli scambi normali e appropriati. Spesso l'obiettivo specifico di un troll è causare una catena di insulti (flame war); una tecnica comune consiste nel prendere posizione in modo plateale, superficiale e arrogante su una questione già lungamente (e molto più approfonditamente) dibattuta, specie laddove la questione sia già tale da suscitare facilmente tensioni sociali.

Come si capirà, uscendo dal campo più ristretto di Internet, il concetto può applicarsi a un gran numero di personaggi. I nomi inseriteli voi.


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Rimanendo sempre in questo campo, mi permetterete di riciclare una recensione scritta  (da me, molto umilmente) qualche anno fa, ma ancora abbastanza attuale, su un libro molto istruttivo in questo campo: Arthur Schopenhauer: “L'arte di ottenere ragioneesposta in 38 stratagemmi. Piccola Biblioteca Adelphi, 1991.

L'argomento oggetto di questo libro è di estrema attualità, particolarmente  in un momento come quello attuale, in cui siamo sottoposti ad un bombardamento di informazioni, da parte dei mezzi di comunicazione di massa, per gran parte dirette ad orientare e manipolare le nostre opinioni.

Si tratta di un breve trattato in cui l'autore tenta di organizzare “gli artifici disonesti ricorrenti nelle dispute” individuando trentotto stratagemmi, leciti ed illeciti, utili per ottenere ragione nelle dispute.


La tesi sostenuta da Schopenhauer nel trattato è che la verità oggettiva di una tesi e la validità della stessa nell'approvazione dei contendenti e degli uditori sono due cose diverse. Attraverso la dialettica, e stratagemmi anche scorretti si può riuscire a convincere un uditorio delle proprie ragioni anche se si sostiene una tesi contraria alla verità.

Secondo l'Autore tutto questo deriva “dalla naturale cattiveria del genere umano: ... se nel nostro fondo fossimo leali, in ogni discussione cercheremmo di portare alla luce la verità, senza affatto preoccuparci se questa risulta conforme all'opinione presentata in precedenza da noi o a quella dell'altro...”


Nella società attuale, come comprenderemo, l'ottenere ragione nel senso indicato da Schopenhauer, non è finalizzato alla dialettica di per se stessa, come poteva avvenire per l'autore nelle dispute logico-filosofiche in cui si trovava coinvolto, ma ha risvolti ben più ampi, anche considerando che certe ‘dispute’, attraverso i mezzi di comunicazione di massa, si verificano di fronte ad un uditorio sterminato, e possono dunque avere effetti rilevantissimi sugli orientamenti dell'opinione pubblica.


Ho cercato di analizzare alla luce degli stratagemmi elencati da Schopenhauer le polemiche di vario tipo che infestano giornali e trasmissioni televisive per vedere se il campionario contenuto nel trattato poteva applicarsi alle argomentazioni portate dai vari contendenti, e devo dire che i risultati sono stati sorprendenti.

Confrontando le argomentazioni dei contendenti con gli strategemmi del trattato non di rado ho potuto comprendere, ed a ragion veduta, chi dei due stesse barando.


Purtroppo però la dialettica e la logica, nel nostro tempo, sono arti dimenticate o comunque sottratte alla maggioranza degli spettatori, che è destinata a credere a chi urla di più o a chi magari, come avviene sempre più spesso, sceglie l'aggressione personale dell'avversario (argumentum ad hominem: è l'ultimo stratagemma del trattato) dimostrando di non avere nessun argomento da opporre alla superiorità del contendente o dei suoi argomenti.


Il libro in questione può rappresentare, per chi può avere la volontà di leggerselo, uno strumento importante per raggiungere maggior consapevolezza su quello che ci succede intorno.


Concludo regalandovi uno stralcio brevissimo del trattato, e uno degli stratagemmi che, per quello che ho visto, è tra i più usati, nelle dispute di miglior livello; fatene buon uso.


"STRATAGEMMA n.28: Questo stratagemma lo si può adoperare principalmente quando persone colte disputano davanti ad ascoltatori incolti. Quando non si dispone di alcun argumentum ad rem e nemmeno di uno ad hominem, allora se ne fa uno ad auditores, cioè si avanza una obiezione non valida, di cui però solo un esperto vede l'inconsistenza: ma, mentre l'avversario è un esperto, tali non sono gli ascoltatori. Ai loro occhi egli viene dunque battuto, tanto più se la nostra obiezione riesce a porre in una luce ridicola la sua affermazione. A ridere la gente è subito pronta, e quelli che ridono li si ha dalla propria parte. Per mostrare che l'obiezione è nulla, l'avversario dovrebbe inoltrarsi in una lunga discussione e risalire ai princìpi della scienza, o cose del genere: ma se lo fa, non trova facilmente ascolto."


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Passiamo in conclusione a quella che mi pare (se ho ben compreso il concetto) una applicazione del Muhabbet, ovvero il miglioramento, la modificazione delle cose, il progresso, attraverso una attività ‘affettuosa’.

Penso all'improvvisazione svolta, nel campo del Jazz, sui cosiddetti standards.


Molto spesso capita che l'improvvisazione rappresenti una vera e propria nobilitazione di brani musicali di qualità non elevatissima. Questo sembra sia il caso di My favourite things   di Rodgers & Hammerstein tratto dalla commedia musicale “The sound of music”, in Italia denominata “Tutti insieme appassionatamente”, che in realtà, secondo l'opinione di professionisti della musica, non pare un brano particolarmente ben riuscito.

Questo brano è stato oggetto di numerose improvvisazioni da parte dei diversi gruppi di John Coltrane che hanno profondamente modificato la forma originale del brano fino a farlo divenire un autentico classico. Fino dalla prima esecuzione nell'album omonimo, lo stesso è divenuto oggetto di infinite esecuzioni in concerto con le lunghissime improvvisazioni al pianoforte di McCoy Tyner.


Caso piuttosto interessante (anche con riferimento alla storia dell'autore) è quello del brano "it's all in the game", brano che, in una a mio parere particolarmente incantevole versione di piano solo, conclude l'album The Out-of-towners di Keith Jarrett.

Il brano in questione lo conoscevo già da diverso tempo, dalla mia fase di passione per la musica rock, perchè era stato inciso nel 1979 da uno dei miei cantanti preferiti, Van Morrison, nell'album "Into the music" e successivamente ne era diventato un cavallo di battaglia, riproposto in tantissimi concerti dal vivo, e per quello mi ha incuriosito in maniera particolare (purtroppo questa versione su Youtube non si trova).

Il primo ascolto in una versione vicina a quella originale è avvenuto attraverso un cofanetto della membran una casa discografica che sta ripubblicando a prezzi economicissimi vecchie incisioni per i quali è scaduto il termine per l'esercizio del diritto d'autore. La versione, ad alto tasso glicemico e rischio di coma diabetico, era una versione anni '50 di Louis Armstrong (inascoltabile, a mio parere, ma forse la versione più antica).


Da lì è partita la mia ricerca, e attraverso Allmusic ho scoperto che di quel brano c'erano tantissime versioni risalenti agli anni '50, fra le quali incisioni di Nat King Cole; il titolare dello "hit" è però un certo Tommy Edwards: è il classico brano da Juke box, che, chissà quante volte avremo ascoltato, senza rendercene conto, quando da ragazzi si vedeva il telefilm "Happy days", o in film dell'epoca.


Particolarmente curiosa è la storia dell'autore della musica, che è un certo Charles Gates Dawes. Questo signore, da noi un illustre sconosciuto, è in realtà un personaggio di una certa importanza (non in campo musicale): Fu il trentesimo vice-presidente degli U.S.A., che in realtà non lasciò un gran bel ricordo (v. Wikipedia, in inglese), ma non solo: nel 1925 vinse il premio Nobel per la pace per il piano Dawes, col quale cercava di far recuperare l'economia tedesca dalla crisi seguita alla sconfitta nella I guerra mondiale.

Da quello che si legge nella sua biografia su wikpedia, la sua vicepresidenza fu piuttosto movimentata, apparentemente fu in costante contrasto col presidente Coolidge, che addirittura oppose il veto ad una sua proposta di legge.

Era un pianista dilettante, ed il brano che sarebbe divenuto "It's all in the game" fu composto nel 1912, col titolo “Melodia in la maggiore”. II testo di Carl Sigman fu aggiunto nel 1951 (anno della morte di Dawes), e il brano divenne uno Hit nel 1958, nella versione di Tommy Edwards.