Arte
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Chiara Recchia
Nel locale del centro di Prato, nel quale Andrea Amerighi lavora dal 1992, lui che è un fiorentino diventato pratese, gli spazi e quanto vi è contenuto sono tutti in bella vista, compreso il laboratorio.
Chi da fuori guarda la vetrina, stando sull’ampio marciapiede di via Magnolfi , vede gioielli dalla foggia antica, rinascimentale fiorentino, pezzi unici, importanti e insoliti, come l’anello con la pietra che fluttua o quello con la pietra che si apre e mostra la nicchia interna, nella quale l’immaginazione irresistibilmente vede la pozione di veleno da versare furtivamente nella coppa dell’ ignara vittima dalla Lucrezia di turno.
Nella vetrina ci sono i souvenirs di Prato, piccole teche ispirate al Sacro Cingolo in forma di ciondolo, gemelli a forma di spolette, e il prototipo di un lucchettino per San Valentino ripreso da cataloghi inglesi di epoca vittoriana.
Poi, all’interno, gli arredi sono rigorosamente artigianali e il laboratorio, nella parte più interna del locale, si mostra alla vista curiosa di noi profani come un luogo senza tempo. Dal forno per la fusione dei metalli all’utensile per trafilare, poi la lastra, la saldatura…”è un lavoro simile a quello del falegname, stesse fasi di lavorazione per tutti gli oggetti, con gli stessi strumenti di sempre”.
In mezzo c’è il banco con le lime, i seghetti, i martelli, innumerevoli per dimensione e forma: tutto ci spiattella di fronte agli occhi la bottega artigiana dell’orafo.
“Sono contento di non avere fatto l’istituto d’arte. Ho incominciato con un corso biennale regionale che ho scelto perché era quello che mi piaceva di più fra le opportunità che avevo, e non me ne sono mai pentito, perché questo è un lavoro che ripaga anche se non economicamente. Poi sono stato otto anni come dipendente in un laboratorio di Firenze e lì ho imparato tutto. Poi mi sono licenziato perché non mi andava la parcellizzazione del lavoro e la mancanza di responsabilità, che invece per un artigiano sono essenziali. Sembrava un azzardo ma col tempo mi sono reso conto di avere fatto la scelta giusta. Non mi sento un artista, visto che i miei pezzi rientrano nel gusto del revival, oggi diffuso anche nella moda. Non c’è bisogno nemmeno di disegni, giacchè mi basta una proiezione ortogonale”.
Cosa sente di dare a Prato? “La possibilità di acquistare articoli che a venti chilometri da qui costano più del doppio, al Ponte Vecchio per esempio. Dentro i miei gioielli c’è passione e tanti anni di lavoro per imparare. E quando si è artigiani si continua ad imparare perché è nel laboratorio che s’impara. Io non sono un commerciante né un industriale. Gli industriali hanno il call center per i clienti, ma noi ci si mette la faccia e se qualcosa non va ci si gioca il futuro”.
Che tipo di clienti frequenta il suo locale? Ha anche dei committenti? “Si, ci sono anche i committenti, ma le persone non sono informate sulla possibilità di avere gioielli su ordinazione. E poi ci vorrebbero clienti maturi, sia nel senso dell’età sia nel senso della consapevolezza sociale e ambientale. Oggi molte cose sono cambiate rispetto agli anni ottanta, quando io ho incominciato a lavorare. Ci sono le lavorazioni industriali e quelle fatte all’estero, con le quali noi non possiamo competere, e le persone badano più a quanto spendono piuttosto che a quello che comprano. Non ci si rende conto che in questo modo finiremo con il rovinarci da soli. Siamo stretti tra la crisi economica e le abitudini sbagliate. Si continua a comprare quel che costa meno ma che dura poco, illudendoci di avere di più”.
Di cosa ci sarebbe bisogno in questa situazione?
“Il mondo è cambiato talmente tanto che non è possibile che un laboratorio come il mio sia paragonato a una ditta con trenta dipendenti. Le tasse, i consumi energetici, dovrebbero pesare meno di quanto pesano attualmente. E poi la gente dovrebbe tornare a considerare il valore di quello che compra, a valorizzare il lavoro che si fa a Prato. Vede, tutto quello che occorreva per mettere su la mia attività l’ho trovato in città, solo il forno per la fusione l’ho preso a Montemurlo. A Prato non c’è solo il tessile”.
NON SOLO ORO, MA PASSIONE, LAVORO, STORIA.