Archivio Teatro
Archivio Teatro
Mario Bettocchi
Pensando alla crisi identitaria della nostra comunità mi vengono in mente i luoghi della creazione e della trasmissione del senso di appartenenza: le chiese, le sinagoghe, le moschee...
il teatro…
Volevo arrivare proprio lì. Diciamo che l’Europa ha le sue radici nel pensiero giudaico cristiano, ma perché non anche nel pensiero greco? In questo caso se dovessimo identificare un luogo della grecità questo è, come hai detto, il teatro. Non c’era polis senza teatro. A Siracusa un’archeologa mi ha detto che per stimare la popolazione di una città greca si moltiplica la capienza del suo teatro per cinque.
La partecipazione alle rappresentazioni era tenuta in grande onsiderazione, sia dai politici, che dai cittadini. Il teatro era sicuramente il loro luogo pubblico più importante.
Mi ha sempre fatto impressione che la parola teatro sia fatta con le stesse lettere di attore quasi presagio di immutabili mutamenti. Certo anche a teatro c’è della ritualità: da dietro le quinte si inizia sempre con un “chi è di scena… “, in sala si spengono le luci in attesa dell’inatteso, quindi si svela il mistero, l’evento; poi, alla fine, le luci si riaccendono e usciamo a frotte a commentare la rappresentazione. Ma cosa c’è di nuovo oggi a teatro?
Molto! Il lavoro delle giovani Compagnie, ad esempio. Stanno sperimentando forme di spettacolo dove si cercano di definire nuovi paradigmi estetici. La creazione è diventata il risultato di una continua contaminazione fra teatro, cinema, fotografia, arti visive, scienza. Gli artisti utilizzano la propria cultura locale come un materiale grezzo da collegare ad altre reti di significati. È quella che è stata definita la cultura dell’alterità, o dell’alter modernismo. Cioè: quello che caratterizza la cultura contemporanea (e dei giovani in particolare) non è più la ricerca di una identità, bensì dell’alterità. Una cultura che tenga conto dei fenomeni specifici della nostra epoca: globalizzazione, immigrazione, invisibilità del potere, precarietà, velocità, intermittenza, evanescenza, fragilità. Con un'idea positiva del transitorio. Oggi tuttavia si sono formati anche una serie di nuovi steccati ed è necessario romperli, rimettere in contatto i vari mondi. Nel teatro, ad esempio (o meglio, nel sistema teatrale), c’è una divisione fra giovani compagnie, stabili d’innovazione, stabili pubblici, stabili privati, compagnie, residenze (che possono essere: leggere, produttive, agili) Ognuno di questi settori è una sorta di camera stagna. Tutto questo ha ormai poco senso. Credo che debbano essere superati gli steccati di ogni tipo, che la parola d’ordine, appunto, debba essere alterità. E Prato potrebbe avere molte opportunità. In primo luogo è una città dove c’è un forte attaccamento al teatro da parte della popolazione. Nonostante la crisi economica, il pubblico del teatro non è diminuito. È una città dove c’è sempre stato un interesse diffuso verso le sperimentazione, verso la cultura in generale. Quarant’anni fa c’era il Metastasio, che era un Teatro d’eccellenza, ma accanto a questo non dimentichiamoci il Fabbricone con il Laboratorio Ronconi, il Teatro Studio al Ridotto, le case del popolo, le parrocchie e anche qualche centro meno istituzionale come il centro di documentazione. C’era un humus diffuso. Ciò che a Prato si è poi affermato non è emerso solo dai luoghi canonici, (dove si sono tuttavia formati attori e registri importanti), forse il clou si è raggiunto interagendo volutamente (progetto Ronconi) o involontariamente, forse meglio dire sorprendentemente, con le periferie; chi non ricorda il momento magico della notte degli Oscar Vergaio - Los Angels, una nostra periferia ed una grande città, il Benigni e la Miramax. Sarà anche un caso, ma che bel caso! Adesso Prato è una città attonita, dove non c’è più un tessuto connettivo, sono saltate tutte le relazioni sociali, una città che non riesce a ritrovare una energia vitale. Ho sempre amato questa città, ho avuto il grande piacere di lavorare alla costruzione delle maggiori istituzioni. In questo momento sto lavorando a Firenze, non per scelta ma per necessità. E questo forse non è un caso.
Un pò come l’economia: non esiste la macroeconomia senza la microeconomia. Prima parlavi di residenza leggera. Mi fa venire in mente la lean projection e la lean production [proiezione e produzione snelle] del mondo dell’industria.
beh! Certamente, tra i mondi che dobbiamo mettere in contatto c’è sicuramente quello dell’industria. Fammi aprire una breve parentesi. Quella che è stata e che è l'organizzazione del teatro oggi va cambiata. Non può essere che l’idea artistica sia in funzione della managerialità. il sistema manageriale va bene, ma deve collaborare ad un’idea artistica che non può essere una sua semplice subordinata. D’altro lato sono anche convinta che il Teatro debba trovare altre fonti di finanziamento oltre ai biglietti di incasso e ai contributi pubblici. Deve inventarsi nuove forme di entrata.
E il percorso di produzione teatrale deve coinvolgere, fin dall’inizio, tutte le sue componenti, da quella artistica a quella organizzativa, dall’ufficio stampa all’amministrazione, rispettando le specifiche professionalità e funzioni, ma in una logica di lavoro di gruppo.
Penso poi che il teatro abbia una funzione, in qualche modo, di ricerca o pionieristica, che certe cose che vengono sperimentate in ambito teatrale poi le si possano trasportare in ambito industriale, imprenditoriale Occorre una riflessione su un modello che possa essere anche esportabile, il teatro visto anche come una sorta di arte del creare prototipi, un discorso che mi sembrerebbe interessante.
Teatro come luogo permanente di prototipazione senza età?
un qualche problema di età c’è, se vogliamo che i giovani liberino la loro vitalità creativa qualche steccato va tolto. Questo tuttavia è un problema che riguarda la società nel suo complesso. Il teatro ha un suo compito specifico: anticipare, indagare, prototipare, dei possibili nuovi modelli culturali.
Prototipi e per chi, per il cinema? Per la televisione o i teatri stabili?
sarebbe insufficiente. Lo sai che nelle aziende, sempre alla ricerca di nuovi modelli organizzativi, stanno ora entrando nuove idee. Ci sono delle aziende che ai propri dipendenti, come corsi di formazione, propongono un laboratorio teatrale.
Una sorta di brainstorming?
No, abituare ad un sistema di relazione tra soggetti, tra i vari uffici. In sostanza il teatro viene considerato un mondo dove, nel momento in cui si lavora all’allestimento di uno spettacolo, si crea una macchina, dove ci sono le competenze più disparate: il regista, gli attori, lo scenografo, il costumista, l’amministratore, il tecnico luce, il macchinista, il facchino, quindi competenze e livelli culturali anche molto diverse tra loro, che però tutti alla fine si devono armonizzare in un prodotto che è poi lo spettacolo. E sono convinta che questo lavoro arriva anche allo spettatore, al pubblico.
Quarant’anni fa a Prato si sperimentarono modi diversi di rapportarsi al pubblico, dal Living con Paradise now a Luca Ronconi con l’Orlando, un tentativo, rimasto abbastanza isolato, di rompere la divisione tra autore, attori e pubblico. C’è qualche nuova esperienza?
A Officina giovani abbiamo sperimentato l’incontro, a fine spettacolo, tra la compagnia, e il pubblico. L’interesse è stato altissimo, si faceva tardi la sera, ma il pubblico rimaneva volentieri. Per inciso il teatro è l’unico soggetto che può far questo; non c’è cineforum né YouTube che tenga! Il semplice e onesto incontro reale va oltre la tridimensionalità virtuale.
Dal produttore al consumatore e viceversa? È questo il paradigma? C’è da produrre una nuova automobile, cosa chiede la gente, chi si occupa del motore, che della carrozzeria…
Il teatro non può essere ridotto a puro momento produttivo, ma di certo, nel teatro, come nell’industria, c’è chi lavora alla progettazione, chi fa l'ufficio stampa, chi si occupa dell'amministratore, ecc. Professionalità diversissime. Da qui veramente l’idea di team, che andrebbe rafforzata.
Einstein diceva “il mondo non è diviso in facoltà”
Esattamente! Quotidianamente leggiamo notizie inquietanti di solitudine, di violenza. L’individualismo davanti al grande fratello televisivo o in branco come allo stadio sta tirando fuori il peggio dell’animo umano. Se lasciamo passare l’idea che la vita, compreso quella più umilmente lavorativa, sia priva di significato non ritroveremo la gioia di vivere. Il teatro ci può aiutare a ritrovare la coralità necessaria, non solo per una bella serata, ma come modo di essere, come risorsa primaria, per sviluppare idee; non è anche il problema del mondo del lavoro?
Cara Teresa, che sorpresa! Io vengo dal modo della produzione e volevo parlare di teatro; tu vieni dal mondo del teatro e mi hai parlato di produzione. Per me, oserei dire per noi con poche risorse, vale il motto: “Ideas are FREE: use ideas instead of investment”; forse è solo un modo per fare di necessità virtù, che ne dici?
Beh! Mi ricordo i tuoi primi passi come imprenditore, dopo tanti anni ci siamo rincontrati, qualche valore comune è rimasto. Non è poco se riesce a dare senso a quel che proviamo a fare.
L’ECONOMIA A SCUOLA DI TEATRO
dic 2009
Conversazione di Mario Bettocchi con Teresa Bettarini intorno al teatro, alla sua indispensabilità, alla sua funzione
para-digmatica.