n. 1 - skeda Metropolitana, 30 marzo 2025
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POTERE GUERRA E BELLEZZA
Giacomo Grassi
La bellezza può rasserenare lo spirito, lo può elevare e appagare, ma lo può anche terrorizzare e soggiogare.
La bellezza ha una grande potenza seduttiva e quindi anche persuasiva e manipolativa. Niente di strano che il potere l’abbia sempre utilizzata ai propri scopi. Ma questo utilizzo non deve essere considerato qualcosa di abusivo, quasi che la bellezza sia stata costretta a eseguire prestazioni che non le appartengono. Si direbbe
anzi che spesso bellezza e potere partecipino della stessa natura.
Innanzi tutto il potere militare, che da sempre si avvale dello strumento della bellezza.
Accade già nel regno animale, dove i colori sgargianti di solito servono o come richiamo sessuale oppure come minaccia o monito per intimorire il nemico.
Fra gli uomini non cambia: l’uomo bello per eccellenza è il guerriero. Quali sono ancora oggi le caratteristiche dell’uomo bello? Gambe lunghe, braccia muscolose, ventre piatto, torace espanso, movimenti eleganti nella loro disinvoltura, occhi vividi. Ebbene queste sono fin dai primordi le qualità che rendono un uomo efficiente nel combattimento.
Com’è bello il guerriero così sono belle le sue armi.
L’Iliade parla di guerrieri e non di fabbri, ma vi è un fabbro divino che forgia oggetti di bellezza mozzafiato. Achille vuole vendicare il suo amico Patroclo, si appresta a compiere una enorme strage e a divenire il dominatore assoluto del campo di battaglia. Ma per questo gli servono armi adeguate alla situazione. E il dio Efesto gli fabbrica armi di un inarrivabile splendore. Soltanto per descrivere le figure effigiate sullo scudo Omero impiega 120 dei suoi preziosi versi.
Identico il caso di Enea nell’Eneide. Anche a lui, prima dello scontro risolutivo, il fabbro divino forgia le armi. Lo scudo è una fantasmagoria di bellissime immagini grandiose e misteriose. Enea neppure le comprende, ma pure, Virgilio ci tiene a sottolinearlo, mentre imbraccia quello scudo ne gode.
Nel mondo greco il termine bello (kalós) viene spessissimo impiegato con riferimento alla guerra e ai guerrieri. È bello morire per la patria, è bella la fine di Leonida. Persino la dolce e sensibilissima Saffo, quando si chiede quale sia il più bello spettacolo del mondo, si mostra incerta fra un esercito di cavalieri e uno di fanti, oppure una flotta da guerra.
Non solo il potere militare ma anche il potere in generale si ammanta di bellezza. Quando Deioce in Erodoto trasforma in uno stato i Medi prima dispersi e ne diviene re, per costudire il suo potere fa subito costruire una magnifica fortezza con le mura dipinte dei più vividi e preziosi colori.
Si giunse ad affermare che la monarchia è superiore alle altre forme di governo proprio perché è in sé stessa più bella.
Quando i Romani cacciarono via Tarquinio il superbo, un altro re, l’Etrusco Porsenna, li assalì per rimetterlo sul trono, affermando che occorreva tutelare la monarchia perché se questa fosse caduta sarebbe sopravvenuta la fine della cosa più bella del mondo: “adesse finem regnis rei inter deos hominesque pulcherrimae”.
L’idea sedusse del resto molti animi, fra cui quelli dei figli del console Bruto che aveva fondato la repubblica, i quali si misero a sostenere che la repubblica era rigida, sorda, meccanica, inesorabile… insomma era un sistema brutto.
I signori del nostro glorioso Rinascimento avevano un problema: erano illegittimi, il loro era un potere di fatto, i loro regimi non avevano nessun fondamento giuridico veramente serio. Proprio per questo si dedicarono con tanta passione alla bellezza, quasi che il loro slogan sottinteso sebbene mai esplicitato fosse: ho diritto a governare perché favorisco le arti e coltivo la bellezza. E la cosa pareva funzionare. I Medici giunsero al potere in buona misura grazie al cupolone di Brunelleschi.
Quando la Riforma protestante sottrasse interi popoli alla Chiesa cattolica, questa reagì inventando l’arte barocca. Un’arte sfarzosa, emotiva, enfatica, con la sua moltitudine di immagini di santi e angeli, le dorature, gli stucchi, le raggere, i tabernacoli, le colonne tortili. Al gusto del tempo apparve il massimo della bellezza concepibile. Ed ebbe successo. Ricondusse alla Chiesa molti devoti smarriti.
Abituati a costruzioni sobrie ed austere, i protestanti aborrirono il Barocco come qualcosa di diabolico, una sorta di trappola per le anime, insidiosa e corruttiva, e la avversarono al punto da diffidare di qualunque arte che la richiamasse. È noto con quanta fatica e astuzia Wren riuscì a costruire la basilica di San Paolo.
La classe aristocratica ha sempre riservato a sé il vanto della bellezza. In origine molto spesso con riferimento alla pratica delle armi. Al punto di proclamare nel medioevo la bellezza delle battaglie, non solo per il fascino di tende, bandiere, scudi con motti o immagini araldiche, ma anche proprio per le stragi, il sangue, i morti sparsi sui prati fioriti. Scriveva Bertran de Born:
Mazze ferrate e brandi, elmi di vari colori,
scudi forare e fracassare
vedremo al primo scontro,
e vassalli insieme colpire,
onde erreranno sbandati
i cavalli dei morti e dei feriti.
E quando sarà entrato nella mischia
ogni uomo di alto sangue
non pensi che a mozzare teste e braccia.
La funzione militare della nobiltà tuttavia poi venne meno, e subito la nobiltà cercò di affascinare e fare sognare le altre classi sociali con altri mezzi e nuove forme di bellezza, con il suo stile, la sua eleganza, la sua raffinata sprezzatura, coi suoi cocchi e cavalli, i ninnoli, le tabacchiere, l’occhialino, i pizzi, la cipria. E anche qui ebbe un grande successo.
In Inghilterra la classe dei lord dominò la società fino a buona parte del secolo XX. Poi decadde ma, ci assicura Friedrich Hayek, con pregiudizio della stessa economia inglese, perché in tutto il mondo i consumatori di articoli di lusso avevano perso il loro referente e il loro specchio ideale. Le esportazioni inglesi a quel punto non potevano che diminuire.
Nel secolo XVIII la nobiltà appariva capace di sedurre anche i suoi detrattori. Viene in mente Parini cosi critico verso i gentiluomini e così sensibile al fascino delle gentildonne. Nella sua favola del piacere alla frivola nobiltà viene contrapposta moralisticamente la vita rude e semplice dei contadini. La frivola aristocrazia, vi si afferma, si sarebbe estraniata dal popolo scoprendo il buongusto, la gioia di vivere, i migliori vini, la bellezza della donna, che prima serviva solo per la riproduzione. il bello è che Parini sembra non rendersi conto dell’elogio che tributa alla nobiltà mentre crede di contestarla.
Nel secolo XIX le classi dirigenti indossarono il cilindro e l’abito scuro, ci tenevano ad apparire gente seria. Ma in quel clima potenzialmente molto democratico cominciarono a farsi avanti anche le masse e a far circolare le loro proteste. Allora alcuni fra gli spiriti più accorti tornarono a pigiare sul pedale della bellezza.
L’impero austroungarico traballava minacciando di crollare, e Hofmannsthal propose di consolidarlo mediante una bellezza di nuovo genere, il rito, la coreografia, trasformando la vita dello stato in una sorta di grandiosa cerimonia permanente. Un nuovo mito per incantare le masse.
In Italia D’Annunzio propose con maggiore successo qualcosa di simile. Ne venne fuori il fascismo che, appunto, più che una filosofia è una sorta di coreografia che sfoggia i suoi simboli talvolta pensando di affascinare proprio col loro aspetto truce, teschi e pugnali.
Il nazismo continuò l’opera, grazie soprattutto al genio di Speer, e ai suoi riti notturni che sparavano fasci di luce verso il cielo. Hitler del resto teneva all’eleganza dei suoi carnefici. In effetti si rivolse al raffinato stilista Hugo Boss, cosicché le sue SS avevano belle divise.
E oggi come siamo messi?
Di bellezza capace di affascinare un popolo e quindi giustificare un governo mi pare che se ne produca poca.
D’altra parte il diffuso spirito democratico induce i politici più che a rivendicare la propria superiorità (che nessuno apertamente rivendica) a dichiarare la loro vicinanza al sentire vero o presunto del popolo.
D’altra parte la democrazia appare in crisi per vari motivi, fra cui l’eccessiva concentrazione della ricchezza in poche mani. È difficile immaginare che questi super ricchi riescano a comprare il consenso producendo bellezza come nel Rinascimento.
Eppure, in qualche modo è proprio quello che sta accadendo. I potentissimi fanno balenare al popolo una vita da favola, diffondono nei rotocalchi le proprie immagini patinate, proclamano la propria sapienza delle decisioni rapide, fanno balenare nuove tecnologie e progettualità fantasmagoriche e anche questo può rivelarsi come una sorta di nuova bellezza.
Pensiamo pure agli emirati del golfo, che paiono riuscire così bene nella loro incredibile sintesi di modernità tradizione e potere assoluto. Per giunta intorno a loro aleggia ancora un po’ di quell’atmosfera da favola tipo Mille e una Notte, che tanto volentieri attribuiamo ai signori dei paesi islamici.
Bene, il giorno che questi emiri riprendessero le già citate parole del vecchio Porsenna e ci invitassero ad aderire alla loro monarchia assoluta perché questa è bella mentre la democrazia è brutta, siamo sicuri di come risponderemmo?